Intervista ad Andrea Re


Andrea Re Sensei e l’Arte della Spada

Andrea Re è semplicemente uno degli spadaccini più esperti d’Italia: oltre ad aver praticato Aikido e Iaido Hoki Ryu per oltre un ventennio, Re Sensei è stato uno dei pionieri del Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu nel nostro paese, e ha fatto dello studio della spada giapponese una delle sue ragioni di vita. Aikido Italia Network ha avuto il privilegio di incontrarlo e di chiedergli le ragioni e i valori insiti in questa sua scelta

di SIMONE CHIERCHINI

CHIERCHINI
Impugnare la spada nel 21 secolo: ci puoi spiegare il significato e le prospettive di questo gesto, apparentemente arcaico, ma dalle valenze psicologico-emotive che ognuno impegnato nella scherma, di qualsiasi provenienza essa sia, conosce e sperimenta quotidianamente nella pratica?

RE
Obbiettivamente impugnare la spada oggi non serve a nulla, è un fatto anacronistico, lo si potrebbe paragonare ad una regata storica nel Canal Grande di Venezia. Fare una regata con natanti obsoleti e lenti, non porta a nulla se non ad una grande fatica da parte dei partecipanti, per la riuscita della regata stessa. Con lo stesso spirito impugniamo la spada, soltanto che lo facciamo un po’ più spesso di una regata, quindi ad un certo punto si trascende la forma nella quale ci si cala, per entrare in territori assolutamente inaspettati che ci riguardano da vicino.
In primo luogo si cura il rapporto con l’attrezzo (spada) che deve essere gestito in modo pratico e sciolto, poi arriva maggiormente il rapporto con “l’altro contendente”, che noi preferiamo chiamare compagno di pratica, per poi tornare a sentire se stessi, ma in un modo diverso, più profondo. Per profondo intendo: sentire i pensieri ed accorgersi di averli, o il non pensiero, ed essere disturbati da un pensiero nuovo, che rompe questo nuovo equilibrio. Percepire l’urgenza di fare ciò che si deve fare, o il corpo che fa da solo, senza che il cervello dia comandi (troppo poco tempo per valutare e pensare). A volte si percepisce il tempo che modifica la sua linearità e si vedono le cose rallentare. Tuttavia non dobbiamo confondere “profondo” con cose religiose.
La spada ha una grande capacità di equanimità. Mette tutti sullo stesso piano. Uomini grossi o esili, donne, bambini, sono tutti sullo stesso piano. Perché ciò che determina tutto è la lama, non è il concetto di forza che è in noi. La spada trascende fortemente questo concetto di forza, anzi, se la forza viene esercitata la spada non si muove più e non è più efficace. Da qui nasce l’eleganza dello spadaccino che si muove come un danzatore o meglio un torero che, pur rischiando la vita, bada molto all’eleganza del movimento. Questo costringe l’animo ad adeguarsi, modificandosi e cambiando in noi molte idee di noi stessi. Diciamo che con la spada possiamo rivedere alcune idee sbagliate che abbiamo di noi.
Credo che come prospettiva, sia abbastanza interessante per i nostri tempi. Se posso modificare anche un solo pensiero su di me, posso farlo in ogni ambito: familiare, lavorativo, di relazione, ecc.

Andrea Re Sensei in Mizu no nagare

Tutto ciò porta l’ ”uomo” a divenire umile di fronte ai suoi limiti, a riconoscerli e  lavorare per modificarsi così da poter spostare i limiti di sé ed ampliare i propri orizzonti.

CHIERCHINI
Perche’ il Katori Shinto Ryu? Quali sono le differenze con altri stili di spada e i vantaggi del praticare KSR?

RE
Dire cosa è meglio o peggio di uno stile è sempre molto difficile. Bisognerebbe fare un salto nella storia, ma sarebbe troppo lungo il racconto.
Si può dire che il Katori Shinto Ryu è una scuola di spada molto completa, credo che sia ancora oggi tra le più antiche scuole (1475) che ha al suo attivo tutto l’elenco delle tecniche (Mokuroku) quasi nella sua  totale completezza originaria.
Attraverso posizioni o guardie (kamae) codificate (nelle linee Hatakeyama-ha e Sugino –ha), si apprende come tenere la spada. Il corpo impara a sentire delle posizioni, e apprende il modo più conveniente per muoversi con un arma vera, anche se poi di solito si usa il Bokken (spada di legno). Quindi  si studiano i colpi: verticali, diagonali a diversi livelli del bersaglio, con caricamenti diversi, più convenienti per ogni colpo; lo studio della distanze e gli spostamenti sono affrontati con precisione quasi scientifica. La pratica corretta del kata è una conseguenza del lavoro fatto prima.
Per quello che ho recepito e confrontato con altre scuole, nel Katori Shinto Ryu, che basa il suo apprendimento sullo studio di diversi kata (forme), a diversi livelli di apprendimento i movimenti che compongono il kata stesso sono dei suggerimenti. Ad un livello molto avanzato, questi suggerimenti devono dischiudersi in vera conoscenza. Ossia il praticante inizia ad individuare ciò che di alternativo può fare in ogni situazione. Ogni situazione offre più spunti di studio. Nel kata viene presa in considerazione quella più conveniente, ma non l’unica possibile.
Una banale differenza con altri stili più moderni, che si sono staccati dai grandi ceppi del Katori Shinto Ryu e del Kashima Shinto Ryu negli anni a seguire, è che i kata sono applicativi e non indicativi. In parole povere un kata di uno stile più moderno è composto da due tre, raramente cinque scambi. In questi movimenti di attacco e difesa viene preso in considerazione l’attacco e l’applicazione di risposta. Non c’è nulla da interpretare – è evidente – quindi l’azione è finita in poco tempo. I kata del Katori Shinto Ryu sono lunghi anche quindici-venti scambi tra i due praticanti. Questa lunghezza dei kata conferiva l’allenamento fisico e mentale che si doveva avere in uno scontro sul campo aperto, in una vera battaglia. Direi che vantaggi siano un allenamento a distanze sempre variabili, che con l’esperienza tendono ad essere sempre più insidiose; colpo d’occhio alle velocità inaspettate; scioltezza di movimento, per fare meno fatica rendendo i movimenti naturali; un lavoro che si approfondisce sempre di più. Non ultimo, la testa che ferma i propri ragionamenti e considerazioni, il conseguimento della spontaneità.

CHIERCHINI
Il padre del Katori Shinto Ryu in Italia e’ senza dubbio Goro Hatakeyama sensei, il tuo sensei: Il tuo ricordo di Hatakeyama Sensei: uomo, maestro, padre?

Goro Hatakeyama Sensei mostra la posizione KSR Shin no Kamae

RE
Bisogna innanzitutto dire chi era Hatakeyama Goro Sensei. Era un uomo “insolito” per il giappone della sua classe. Era il capo istruttore nel Dojo di Sugino Yosho X° dan, per meglio chiarire le cose Menkyo Kaiden, il massimo grado della scuola Katori Shinto Ryu.
Hatakeyama Sensei era IX° dan Menkyo Kaiden a sua volta. Prestò la sua opera di diffusione in occidente, tramite il Sugino Dojo. Più volte l’anno si spostava in Europa, i primi tempi in Francia, in seguito anche in Italia ad insegnare e a diffondere il Katori Shinto Ryu.
Dopo la dipartita del compianto Sugino Sensei, il Maestro Hatakeyama, iniziò a sviluppare concetti nel Katori Shinto Ryu che fino ad allora erano stati per noi suoi allievi e seguaci (ci visitava allora più volte l’anno) assolutamente sconosciuti. Iniziò un lavoro di rivisitazione dei significati dei kata approfondendo anche il concetto di “nebari”, cioè il sentire la spada dell’altro, un controllo continuo e pressante del centro dell’avversario.
A suo modo il Maestro è stato un innovatore: pur mantenendo inalterata la didattica di base, ha cambiato le motivazioni del lavoro. Cosa questa assai difficile da vedersi nel mondo del Budo.
Personalmente non l’ho mai vissuto come un padre, anche perché un padre l’ho avuto. Per me Goro Hatakayama è stato un Maestro. Un maestro pieno di consigli e attenzioni. Ancora oggi guardando i suoi video si percepisce la voglia di trasmettere che aveva: la’ dove gli mancava la parola, supportava con la mimica.
I suoi allievi più avanzati erano e sono qui, in Europa e in Italia, non in Giappone. Sicuramente era un uomo con un bel caratterino. Il suo lato umano non faceva fatica ad emergere, e a volte aveva da dire con chi praticava poco. Era solito dire, nel suo idioma che copriva quattro lingue (Giapponese, Francese, Italiano ed Inglese): “Keiko keiko, becaucoup keiko!”. Allenamento allenamento, molto allenamento!
Durante gli Stage curava moltissimo le basi che supportano il lavoro, e nelle pause si prestava a fare delle calligrafie con i nomi dei dojo o altri temi a richiesta.
Poi inaspettatamente un anno iniziò a scrivere per tutti la stessa cosa, e noi contenti di portare a casa una calligrafia nuova, la attaccavamo al muro. Non avevamo capito il messaggio: la calligrafia indicava il lavoro al quale avremmo dovuto lavorare per tutto l’anno e quelli a seguire! Altre calligrafie arrivarono in seguito, alcune per tutti, altre più mirate al singolo: chissà se quelle persone si sono accorte di questo?
Certo la perdita di un maestro è un dramma per chi ha un forte attaccamento alla sua figura. L’insegnamento che avevo già imparato è che bisogna andare oltre la morte, bisogna farsi carico della responsabilità che un’assenza comporta. In pratica bisogna diventare grandi, crescere. Si cresce ad ogni età, anche a 53 anni.
Goro Hatakayama Sensei ci mancherà molto.

CHIERCHINI
Parlaci adesso di Kumai Sensei e dell’importanza della pratica dello Iaido Hoki Ryu nella tua formazione marziale.

Kumai Kazuhiko Sensei VIII° dan Butokukai Kyoto

RE
Kumai Kazuhiko Sensei lo conobbi nel 1988, oggi è VIII° dan Butokukai (Kyoto). È un uomo di cultura, la sua professione è lo scultore. Da quando è arrivato in Italia anni settanta, si è sempre occupato di arte e spada. Bisogna dire che è stato il chiaro esempio del Sempai. Vediamo come.
Andai nel suo Dojo a praticare lo stile di spada Katayama Hoki Ryu iaijutsu. All’inizio facevamo lo iai del suo stile, non modernizzato dalle federazioni del Kendo odierne. Quindi posizioni dei piedi perpendicolari l’uno rispetto all’altro, e non paralleli come li vogliono oggi. Dopo pochi mesi diciamo tre, inizia a farci vedere della nuove posizioni e forme dicendo che era Katori Shinto Ryu.
Le sessioni di allenamento a quell’epoca, divennero da subito doppie, un’ora Hoki Ryu e l’altra Katori Shinto Ryu. Il Maestro Kumai, era già da un po’ di tempo che si recava in Francia agli stage del Maestri Sugino/Hatakeyama ad imparare questa linea di Katori Shinto Ryu. Come un Sempai lo ha trasferito a noi, tanto è vero che in Italia si parlava del “Katori del Maestro Kumai”. Diciamo che condivise con noi tutto, lezioni, Stage tenuti dai Maestri esteri (allora andavano forte i francesi, gli olandesi e i belgi,  e qualcuno di loro veniva per far crescere il gruppo Italiano), e i seminari estivi (quanto mai temuti per le dosi alcoliche serali). Quando i gruppi attestati sul territorio Italiano si stabilizzarono ed ebbero maturato una competenza per poter procedere da soli, il Maestro disse: “adesso andate avanti voi, siete più bravi di me”. Io non potei credere a quelle parole, ma tanto disse che non praticò più il Katori Shinto Ryu, lo lasciò fare a noi. Ma ormai l’Italia era avviata verso l’autonomia di pratica. Fu un grande insegnamento. L’accompagnare tutti noi e farsi da parte per non intralciare. Forse questo deriva anche dalla filosofia dell’Hoki Ryu dove quando l’avversario cade a terra ci si fa indietro, perché il Maestro era solito dire che la morte è una cosa intima.
Posso affermare che questo stile di spada ebbe una grande influenza, sia sul mio Aikido che sul Katori Shinto Ryu. Uno dei problemi che ho riscontrato in genere nel Gendai Budo (Budo moderno), del quale fa parte l’Aikido, è che ci si occupa poco di come si posizionano i piedi a terra. Questo potrà dare poi una serie di problematiche alle ginocchia, che tutti gli Aikidoka in genere ben conoscono. Nell’Hoki Ryu invece il posizionamento dei piedi è fondamentale, ci si occupa subito della direzione, posizione, rotazione, distanza. Senza queste qualità la spada non può essere usata in modo efficace: senza equilibrio, sicurezza nella posizione, anca orizzontale e trasversale (hanmi), non si può colpire e sfoderare efficacemente. Kumai Sensei ha sempre insistito tanto su questo punto. Quindi per me fu naturale travasare questi concetti e lo studio della posizione da uno stile all’altro. Così fu anche per il Katori Shinto Ryu, dove le persone che spiccavano dopo un po’ di anni di pratica erano “quelli che facevano anche Hoki Ryu”.
Oggi quando insegno, sono molto attento alla posizione dei piedi degli allievi, quantomeno gli risparmio antinfiammatori alle ginocchia! Ma devo sempre ringraziare Kumai Sensei per questo e, anche se forse non lo sanno, dovrebbero farlo anche i miei allievi!
Con il Maestro Kumai ho condiviso molte cose, non solo la spada, ma anche discorsi a cena (lo invitavo spesso a casa mia), la scultura che faceva come Artista, quadri ed altre opere, fotografia. Infatti era solito portare nel mio Studio Fotografico le sue sculture ultimate e poi insieme ci divertivamo a fotografarle. Faceva forme astratte, e tutti gli chiedevano se erano forme derivanti dall’uso e dalla pratica della spada, Lui rispondeva: “…Non so…” , quando ero presente mi guardava con complicità, e poi si rideva! Affermava subito dopo che era possibile, ma in modo inconscio.
Dal 2000 il Sensei è tornato a vivere in Giappone dove vive e lavora. Anche lui, come altri Maestri in Giappone, ha difficoltà ad avere allievi che fanno della pratica un investimento a lungo termine come in genere facciamo noi. I suoi allievi più capaci sono qui in Italia. Ogni anno torna ad ottobre e febbraio, e si trattiene per fare una serie di Stage nelle città dove ci sono i suoi gruppi storici: Roma, Milano, Ascoli, Trieste.

CHIERCHINI
Andrea Re e l’Aikido: dacci una sintesi del tuo percorso finora.

RE
Diciamo che qui la cosa si fa seria. È difficile dire ora qualcosa del mio percorso ed in che punto sono. Bisognerebbe valutare le condizioni e potenzialità iniziali ed il punto dove ora si è. Ma da dentro se stessi è impossibile saperlo, sono solo illusioni dell’ego. Forse, chi mi ha conosciuto molto tempo fa, potrebbe dire qualche cosa di come sono cambiato.
Il mio primo Maestro di Aikido, Claudio Bosello, soleva dire che noi non possiamo sentirci diversi in noi, solo gli altri possono percepire veramente i nostri cambiamenti.
Diciamo che tutte le cose che faccio prendono il sopravvento a turno, ci sono anni in cui sono dentro maggiormente all’Aikido, allo Iai, al Kenjutsu e allo Shiatsu. Credo che si inneschi una sorta di alternanza, e, come dicevo nella prima parte dell’intervista, una nutre l’altra.
Poi, di fatto, mi sono reso conto dei salti di qualità che si possono avere praticando quotidianamente. Ovviamente insegno tutti i giorni sia Aikido che spada. E facendo questo, ho preso coscienza che nascono intuizioni che prima erano riservate ai professionisti delle Arti Marziali.
Penso che il mio lavoro principale sia con il corpo in generale: attenzione alla postura e allo stare bene in tutto ciò che si fa, anche guidare l’auto.
In questo momento il mio lavoro con la spada sta andando verso la comprensione di ciò che non si vede, altro oltre la tecnica. È un territorio di intuizioni che se sorge, lo sai, se no niente.
Con l’Aikido, sto seguendo il Maestro Fujimoto da anni, ma solo ora, mi sento più aderente a ciò che il Maestro dice in rapporto al lavoro, agli esami ed all’Aikido in generale. Andando in Giappone una volta l’anno almeno (all’Hombu Dojo di Tokyo), ho potuto verificare la bontà delle parole di Fujimoto Sensei, nel lavoro degli altri insegnanti. Non è un abbaglio od un innamoramento. Ho verificato.
In ultima analisi cerco di capire le connessioni e le costruzioni sulle quali si basano le tecniche e le scelte progressive per una comprensione migliore.

“L’uomo è incline a seguire le parrocchie, mentre sarebbe meglio seguire ‘l’Uomo’ “

CHIERCHINI
Ma come si contemperano il tuo studio delle armi antiche e la tua pratica dell’Aikido?

RE
Diciamo che in genere non costringo le persone a praticare questo o quello. In genere vengono e decidono cosa fare uno, l’altro o tutto.
In questi ultimi anni ho preso i kata di Aikiken di Saito Sensei, li ho smontati e ricomposti in 5 livelli di comprensione: Struttura, protezione, costrizione, avvicinamento e Tai jutsu (di nuovo Aikido).
Ho tenuto un paio di seminari su questo tema, con molta soddisfazione da parte mia, sia in relazione alle presenze sul tatami che alla fluidità della comprensione: il filo logico delle cose.
Ovviamente per ovviare questo ho dovuto attingere dai venti e più anni di pratica della spada e del Katori Shinto Ryu, che è la cosa più vicina all’Aikiken
Quello che ho visto del Ko Ryu (scuola antica) è che è strutturata su movimenti efficaci però costrittivi, ad un livello più elevato, si avvicina la distanza e ad un altro livello la tecnica diviene fluida e rotonda come l’Aikiken che ci hanno mostrato i più grandi Maestri. Penso che non si può imparare una tecnica finita, cioè al suo più alto grado di elaborazione ed intuizione. C’è bisogno delle basi e le basi si possono creare: stabili e sicure. Con spostamenti precisi, posizioni precise, e la spada tenuta nel modo corretto. I colpi dritti, per sviluppare la giusta direzione della spada ed il controllo. In una seconda fase tori o Uchikomi (colui che colpisce ed entra) si protegge dalla punta di Ukedachi (colui che riceve) in modo sicuro senza che Uke si muova. Quindi si creano poi condizione di reazione, alle quali tori o Uchikomi deve rispondere adeguatamente alle provocazioni di Ukedachi; i mezzi gli sono stati dati. Provati lentamente, per armonizzarsi ad essi, possono via via diventare più veloci.
Solo allora si può attingere alla tecnica finita, i mezzi ci sono e sono stati acquisiti, basta lavorare.
Rispetto all’Aikido, se penso alla spada devo trattenere il gesto, altrimenti diventa (penso) devastante per l’Uke. Siccome l’Uke è li per noi in tutta la sua disponibilità, non possiamo violentare il suo corpo per il nostro ego.

CHIERCHINI
Parliamo adesso del tuo percorso nelle arti della medicina tradizionale: tagliare o guarire?

RE
Possiamo dire entrambe le cose, se tu sai dove mettere le mani, sai cosa fare. Puoi guarire, offendere o proteggere. Diciamo che possiamo scegliere. È vero che non è stato sempre così per me. Però lo è diventato.
Come Operatore Shiatsu e praticante di Arti Marziali, ho la fortuna di farmi capitare tutto quello che può succedere alla struttura. Dolori alla schiena, alle braccia, spalle, ginocchia, polpacci, collo e quant’altro. Quindi imparo. So cosa fare agli altri quando mi descrivono i miei stessi problemi, è un grande vantaggio!
Se succede qualcosa sul tatami, si risolve immediatamente, non esito un istante per l’allievo. Ovviamente l’allievo penserà che il dolore o il problema si sarebbe risolto da solo. Ma non è così. Se il problema viene preso subito, la risoluzione è immediata, diciamo un minuto o due.

CHIERCHINI
Che oggi non sia facile fare Budo e’ un discorso che sentiamo spesso nelle parole di amici e colleghi, incentrati sulla difficolta’ dell’artista marziale nella societa’ di oggi:  gli esperti devono secondo te puntare sul professionismo o coltivare il proprio percorso personale?

“L’insegnamento deve passare dal Maestro all’allievo da vicino e non visto col binocolo”

RE
Credo che si debba accedere all’Arte Marziale, oggi come ieri, come un percorso personale. Poi se la vita ci riserverà le condizioni necessarie… ci si avvierà verso il professionismo.
La mia esperienza è stata quella di un lungo apprendistato, per poi a 48 anni decidere che ciò che facevo professionalmente (fotografo), non era più aderente ai miei interessi. Fu una scelta naturale pensare di far diventare tutto ciò che sapevo, conoscevo, ed avevo allenato per anni, una “professione”.
Altre persone che conosco, hanno deciso in età molto giovane il percorso professionale dell’Aikido. Professionisti nella spada giapponese ne conosco solo uno.
Quello che secondo me manca in Italia, è una formazione per professionisti, e solo i professionisti la potrebbero fare, perché è una condizione che vivono quotidianamente. Forse bisognerà lavorarci, se ci sono soggetti disposti a mettere le loro esperienze al servizio degli altri.
Insegnanti professionisti preparati a dovere, potrebbero far alzare il livello di tutte le pratiche Marziali.

CHIERCHINI
Katori Shinto Ryu in Italia e Europa oggi: prospettive delle tre scuole di riferimento KSR.

RE
Oggi in Europa, come dici tu e in Italia, sono attive tre scuole. La scuola di Sugino è stata la prima ad uscire dal Giappone ed avere un nutrito seguito. Già dalla fine degli anni ottanta erano presenti sul nostro territorio rappresentanti di questo “ha” (linea). Il numero dei praticanti crebbe velocemente.
Dobbiamo pensare che queste non sono pratiche di massa, l’insegnamento deve passare dal Maestro all’allievo da vicino e non visto col binocolo.
Nella linea Otake, che è quella più famosa per via dei libri e dei filmati che sono stati pubblicati sin dagli anni ’80, hanno tenuto l’insegnamento congelato nel Dojo di Narita in Giappone. Kyoso Sensei, Shihan-Dai, figlio di Otake Risuke, ha iniziato a uscire dal Giappone solo negli anni 2000 per diffondere la sua linea.
Il Maestro Hatakeyama è venuto in Italia prima come delegato del Sugino Dojo, e poi, alla morte di Sugino padre, ha continuato ed incrementato la sua presenza seguendo il gruppo di praticanti Italiani che si rifacevano a lui come insegnante.
A uno dei miei primi Maestri una volta chiesi: “ Maestro, chi scegliere?”. E lui rispose che l’uomo è incline a seguire le parrocchie, mentre sarebbe meglio seguire “l’Uomo”, perché è l’uomo che sa dove andare.
Così scelsi, ed oggi mi trovo a prendere inaspettatamente una parte dell’eredità del Maestro, se non altro come riconoscimento personale.
Non posso parlare per le altre scuole, anche se ho praticate due di queste. Trovo che per ciò che faccio, la linea Hatakeyama è quella che ha più attinenze e punti di contatto, sia nella posizione che nei principi, così è come nutrire tre sfere marziali nel contempo.
Oggi, dopo la dipartita del Maestro, stiamo lavorando per realizzare un circuito di praticanti e gruppi preparati, collaborando con altri docenti Menkyo (licenza d’insegnamento 5° dan circa), per progetti di crescita futuri. Nel contempo a turno noi allievi più anziani seguiamo gli allievi del Maestro Hatakeyama in Giappone. Nella mia mente c’è la speranza che uno di loro un domani non lontano, venga  a pieno titolo in Italia a tenere stage, come faceva il nostro amato Maestro. Ci stiamo lavorando e mettendo tutto il nostro impegno.

Copyright Simone Chierchini © 2011Simone Chierchini
Per le norme relative alla riproduzione consultare
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