Tra la Via del Sogno e il Sogno della Via


In un bell’articolo pubblicato su Aikido Italia Network, Ellis Amdur Sensei racconta di come, dopo un “combattimento” particolarmente impegnativo con un suo compagno di pratica che aveva messo in crisi alcune sue certezze marziali, grazie ad un sogno ha trovato il modo di integrare nelle sue abilità le informazioni acquisite in quello scambio, aumentando le sue conoscenze pratiche in maniera più direttamente esperita che teoricamente elaborata

di CARLO CAPRINO

Pur non essendo questo il tema centrale dell’articolo citato, questo passaggio ha suscitato un certo interesse in alcuni allievi del nostro Dojo, stimolando ulteriori approfondimenti che affrontano un aspetto presente in molte vicende marziali, ma non sempre evidenziato a sufficienza.

Sogno o son desto?

Trascorriamo dormendo circa un terzo della nostra vita, e buona parte di questo tempo è occupato dai sogni. Non è ovviamente questo il luogo in cui affrontare in dettaglio una analisi della attività onirica e delle sue implicazioni, per cui ci limiteremo ad alcuni brevi cenni sulla questione, rimandando gli interessati ad altri e più specifici approfondimenti.

Il sogno ha vissuto in passato e vive ancora oggi in una sorta di schizofrenica realtà; da una parte costituisce una parte importante della nostra vita psichica, dall’altra è snobbato dai più come l’espressione di una fantasia inutile quando non dannosa. La moderna psicoanalisi – con Freud prima e soprattutto con Jung poi – ha dato grande importanza alla attività onirica, considerandola un veicolo per la espressione dell’inconscio e di agiti di cui siamo sostanzialmente inconsapevoli nella vita cosciente. Attraverso il sogno, in altre parole, spesso esprimiamo quello che “da svegli” non abbiamo la capacità di far emergere, a causa di tutta una serie di condizionamenti e blocchi causati dalla educazione, dalle regole sociali e da conflitti intimi e personali.

Pablo Picasso, Le Rêve, 1932. © 2016 Estate of Pablo Picasso

Dall’altra parte, ritroviamo in molti modi di dire comunemente usati un evidente disprezzo per chi considera la attività onirica più di una strampalata illusione senza alcuna utilità pratica; “sognatore” è raramente utilizzato come un complimento e più spesso è lo stigma affibbiato a chi si ritiene abbia perso il contatto con la realtà e insegue progetti e sogni (appunto) che non hanno nessuna speranza di concretizzarsi. Non è il caso di fare statistiche – che ci porterebbero troppo lontano – ma basta qui ricordare che molte delle scoperte che hanno favorito il progresso della umanità vanno ascritte a chi era considerato poco più di un visionario, avendo avuto però il coraggio di imboccare strade mai tentate prima.

Di fatto, se è vero che il sognatore è per molti una figura tra l’ingenuo e l’illuso, la saggezza popolare ci ricorda che “la notte porta consiglio”, evidenziando come in molti casi sia proprio la attività onirica il mezzo attraverso cui trovare soluzioni impossibili da elaborare attraverso una deduzione logico-razionale troppo legata da vincoli e preconcetti.

Peraltro, con buona pace di chi vuole dividere il mondo in un manicheismo che prevede solo un “di qua” e un “di là”, la nostra esistenza è fatta di infiniti piani che si intrecciano e si sovrappongono, influenzandosi a vicenda ed a volte lasciandoci nel dubbio di quale sia la nostra condizione effettiva, come racconta un famoso aneddoto cinese: “Una volta Zhuangzi sognò di essere una farfalla, una farfalla svolazzante che batteva le ali in giro, felice con se stessa e facendo quello che le piaceva. Lei non sapeva di essere Zhuangzi. Di colpo si svegliò e lì era, solidamente e senza dubbio, Zhuangzi. Ma egli non sapeva se fosse Zhuangzi che aveva sognato di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhuangzi”.

Così, tra il sonno e la veglia ci sono non solo dei momenti in cui – ad esempio – non si sta più dormendo ma non si è del tutto svegli – ma anche situazioni che vanno dal sogno lucido agli stati alterati di coscienza (indotti naturalmente o per mezzo di sostanze psicotrope), giungendo sino ad esperienze particolari come i “deja vu” o le “esperienze extra corporee” in cui una persona percepisce il mondo da una posizione al di fuori del proprio corpo fisico. 

Fatta questa lunga ma doverosa premessa che già ha toccato alcuni punti che meriterebbero ciascuno un doveroso approfondimento, entriamo un po’ più nello specifico, affrontando il rapporto tra sogno e Arti marziali.

Una Via, molte vie 

Chi abbia avuto, anche solo superficialmente, occasione di confrontarsi con la didattica formativa delle Arti marziali orientali, sa bene che queste lasciano poco o nessuno spazio alla fantasia del singolo. L’addestramento è rigidamente regolato da sequenze di movimenti che si ripetono praticamente immutati da secoli, in cui ogni ruolo è fissato e non prevede eccezioni di sorta, men che meno voli pindarici e “variazioni sul tema” ispirate da fantasie personali del singolo esecutore.

In altre  e semplici parole, un mondo dove il sogno e la attività onirica in genere sembrerebbero avere ben poco spazio. 

Eppure…

Eppure a ben guardare così non è, e se è vero che la forma è sostanza, è altrettanto vero che non di rado questa serve a celare l’essenza a chi non ha ancora occhi in grado di vederla. Così, ogni praticante mediamente esperto non avrà problemi ad ammettere che il kata, al pari di uno spartito musicale, correttamente inteso permette a ciascun esecutore di esprimere appieno la propria personalità e che nella progressione didattica incardinata sulle fasi dello shu – ha – ri, vi è un tempo per imitare il Maestro, un tempo per comprendere (etimologicamente) le regole ed infine un tempo per (apparentemente) trasgredirle e andare oltre, poiché il bruco che non abbandona il bozzolo per diventare farfalla, è destinato a morte certa.

Così possiamo scoprire che anche Arti marziali che da secoli si trasmettono da Maestro ad allievo in maniera rigidamente codificata hanno avuto origine non solo da una elaborazione razionale, ma da una “crisi”, un momento di rottura della percezione ordinaria originata – appunto – da un sogno.

Un esempio tra i più noti è senz’altro quello che si riferisce a Muso Gonnosuke, un samurai dell’inizio del XVII secolo, forse più famoso per i suoi duelli con il leggendario spadaccino Miyamoto Musashi. Rimandando chi voglia approfondire la leggendaria storia di questo personaggio ai tanti siti che ne raccontano in dettaglio la vita e le avventure, qui diremo solamente che Gonnosuke si formò nello stile di scherma del Tenshin Katori Shinto Ryu Kenjutsu per poi intraprendere il suo musha shugyo (percorso di formazione) verso la capitale del Giappone per confrontarsi – lungo il tragitto – con altri schermidori per provare le proprie abilità e aumentare le conoscenze.

La storia racconta che lungo questo pellegrinaggio marziale Gonnosuke abbia incontrato Miyamoto Musashi, da cui venne sconfitto con relativa facilità, generando in lui una crisi e facendo sorgere dubbi sulla propria abilità di combattente. Proseguendo il suo viaggio Gonnosuke si recò presso il monte Homan, un luogo mistico e meta di numerosi asceti ed eremiti, dove continuò a praticare duramente ed a meditare profondamente per 37 giorni, fino a quando ebbe in sogno la rivelazione che con un bastone di legno di poco più di un metro di lunghezza avrebbe potuto controllare il plesso solare e battere qualunque avversario armato di spada.

Muso Gonnosuke

A questo punto la storia si snoda lungo percorsi differenti: c’è chi afferma che Gonnosuke abbia incontrato di nuovo Musashi e lo abbia sconfitto, chi sostiene invece che il secondo scontro sia terminato in parità e chi ancora che un secondo incontro non ci sia mai stato. Quello che è certo è che Gonnosuke chiamò la sua arte Shintō Musō-ryū (神道夢想流) che possiamo tradurre come “Scuola del Jo celeste rivelato in sogno” oppure “Scuola di divina ispirazione”, un sistema che oggi è composto da 64 tecniche specifiche sintetizzate in 12 kihon fondamentali e in 12 Seitei Katachi (modelli di combattimento standard). 

E’ interessante notare che in alcune occasioni il nome della scuola venga espresso con i caratteri  神道無想流, che differiscono dai precedenti nel terzo kanji. Mentre 夢想 possiamo tradurli come “idea/concetto rivelato in sogno” (夢: sogno, visione, illusione; 想: concetto, idea, pensiero), nel secondo caso 無想 può essere tradotto come “mente libera da pensieri mondani che distraggono” (無: niente, nessuno; 想:  concetto, idea, pensiero), in qualche modo volendo affermare che l’origine della Scuola nasce proprio nel momento in cui si abbandonarono le idee preconcette e razionalmente stabilite.

Iizasa Choisai

Se è vero che una rondine non fa primavera, non basterà un solo esempio, sia pure notevole come quello di Muso Gonnosuke, per supportare la nostra tesi. Doveroso quindi ricordare almeno un altro paio di esempi, cominciando da una delle più famose ed antiche scuola di scherma giapponese, ovvero la Tenshin Shōden Katori Shintō-ryū (天真正伝香取神道流) il cui fondatore Chōi-sai, all’età di 60 anni e dopo una vita dedicata alla pratica marziale trascorse 1000 giorni nel Santuario di Katori praticando tecniche marziali giorno e notte, finché il kami del santuario, Futsunushi (経津), gli apparve in sogno e gli tramandò i segreti della strategia marziale in un rotolo chiamato “Mokuroku Heiho no Shinsho”. Chōi-sai chiamò suo stile di scherma Tenshin Shōden Katori Shintō-ryū, ovvero lo “Stile celeste, vero, correttamente trasmesso della Via del Dio di Katori”.

Altra doverosa citazione è quella di Matsumoto Bizen-no-kami Masanobu che, secondo una leggenda, avrebbe ricevuto i segreti dell’arte della spada in un sogno dalla divinità tutelare del Santuario di Kashima, Takemikazuchi-no-mikoto, fondando poi la scuola di spada Kashima Shin-ryū (Scuola Kashima di ispirazione divina).

Queste leggende sono tipiche delle arti tradizionali giapponesi e le ritroviamo in altre Scuole d’arte, non necessariamente marziali. Era infatti abbastanza frequente che i fondatori di queste Ryū attribuissero spesso la loro maestria agli insegnamenti magici o esoterici trasmessi da divinità shintoiste o buddiste, da personaggi storici morti da tempo o da creature soprannaturali leggendarie come il tengu, spiritelli giapponesi comunemente raffigurati con un lungo naso rosso.

Se gli esempi sopra riportati affondano la loro origine in tempi in cui spesso storia e leggenda si intrecciano in maniera inestricabile, non dobbiamo ritenere che in tempi moderni questa attitudine sia cessata. Valga per tutti l’esempio di Ueshiba Morihei che nella primavera del 1925 venne sfidato a duello da un ufficiale che tentò ripetutamente di colpirlo con una spada mentre lui scansava i suoi colpi con grande facilità, grazie ad una specie di sesto senso sviluppato a seguito dei suoi studi marziali; dopo il duello Ueshiba si ritirò in un giardino per rinfrescarsi dal sudore e qui ebbe una sconvolgente esperienza che lo portò in una nuova dimensione e lo illuminò sui principi del Budo, dando vita all’Aikido. Così O’Sensei raccontò questa esperienza:

Morihei Ueshiba in una sua immagine degli anni Venti

Ebbi la sensazione che l’Universo improvvisamente tremasse e che uno spirito d’oro, venendo su dalla terra avvolgesse il mio corpo e lo trasformasse in un corpo d’oro. Nello stesso tempo la mia mente ed il mio corpo divennero luminosi. Ero in grado di comprendere il cinguettío degli uccelli ed ero chiaramente cosciente della mente di Dio, il creatore di questo universo. In quel momento ebbi l’illuminazione: la fonte del Budo è l’amore per Dio, ossia lo spirito di amorevole protezione nei confronti di tutti gli esseri viventi. … Io capii: il vero Budo non consiste nell’abbattere chi ci attacca con la forza. Il vero Budo non è nato affinché le armi distruggano il mondo. Il vero Budo consiste nell’accettare lo spirito dell’universo, mantenere la pace nel mondo, produrre nella giusta misura, proteggere e valorizzare tutti i beni della natura. Io capii: l’insegnamento del Budo è di offrire il proprio amore a Dio, che produce nella giusta misura, protegge e valorizza tutti i beni della natura. Dobbiamo permeare di questa verità il nostro essere, nella sua interezza di mente e corpo, utilizzandola nella vita di tutti i giorni.

Dall’Oriente all’Occidente

Risolta la questione del tempo, affrontiamo quella dello spazio: ovvero, acclarato che questo legame tra ispirazione onirica e definizione pratica è in Oriente ben saldo (evitiamo di riportare altri esempi per non tediare i lettori, ma ve ne sono anche di cinesi, coreani e provenienti da tutte le regioni asiatiche) quanto è possibile ritrovarlo in Occidente? Anche in questo caso gli esempi non mancano, e ci limiteremo a citare i più noti per non approfittare oltre dello spazio concesso: il primo e forse più noto – non foss’altro che per le conseguenze che avrà su tutta la cultura e società occidentale è senz’altro quello dell’imperatore Costantino I, a cui apparve in sogno la frase “ἐν τούτῳ νίκα (greca, dal significato letterale: “in (sotto) questo segno vincerai” accanto ad una croce prima della battaglia di Ponte Milvio che ebbe luogo il 28 ottobre 312 e lo vide vittorioso su Massenzio, segnando la sua conversione al Cristianesimo, che diventerà poi la religione ufficiale dell’impero romano.

Il Sogno di Costantino, da un manoscritto del IX secolo

Sull’episodio, vista alche l’importanza delle sue conseguenze, si sono intrecciate analisi astronomiche e storiche e interpretazioni esoteriche e religiose; se l’episodio sia realmente avvenuto o sia la rielaborazione cristiana di una leggenda pagana poco conta ai fini della nostra interpretazione, se non a confermare che anche in Occidente i sogni potevano rivelarsi decisivi nel decidere le sorti di un conflitto.

Quando si parla di sogni premonitori, quasi sempre li si intende come portatori di buone notizie, ma non è sempre così: è ancora la storia romana a ricordarci quanto avvenne nell’ottobre del 42 a.C. nei pressi di Filippi, cittadina della provincia di Macedonia, nella battaglia che oppose le armate agli ordini di Marco Antonio e Cesare Ottaviano alle forze di Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, i due principali cospiratori ed assassini di Gaio Giulio Cesare.

Lo scontro fu reso celebre da Plutarco che racconta che Bruto ricevesse in sogno la visione di un fantasma, secondo alcuni lo spettro di Cesare stesso. Quando chiede all’ombra: “Chi sei tu? Da dove vieni?” questa gli risponde: “Sono il tuo cattivo demone. Bruto, ci rivedremo a Filippi” mentre Svetonio aggiunge che, a Filippi, un Tessalo predisse ad Ottaviano la vittoria, poiché gli era apparso il fantasma del divino Cesare in una strada solitaria.

Sogno: realtà o illusione?

Quanto ciò che sogniamo sia in grado di influire sulla nostra vita da “svegli” (volutamente tra virgolette) è cosa sin troppo nota e sperimentata da ciascuno di noi per dover essere oltremodo dettagliata: chi non si è mai svegliato angosciato da un incubo, trascorrendo triste e amareggiato il resto della giornata oppure, viceversa, quante volte ci siamo svegliati allegri ed entusiasti dopo un bel sogno? Cosa ne facciamo di questi stimoli, come interpretiamo questi “messaggi” onirici, quanto facciamo tesoro di queste informazioni che – se opportunamente decodificate – possono essere preziosi ausili per aumentare la conoscenza dei nostri meccanismi psicologici inconsci attiene alle capacità ed alle predisposizioni di ciascuno; c’è chi le archivia come strampalate fantasie  che non possono trovare alcuna utilità nella vita reale c’è chi si troverà d’accordo con il capo indiano Tashunka Witko, più conosciuto come “Cavallo Pazzo” che affermò: “Una grande visione è necessaria e l’uomo che la possiede deve seguirla come l’aquila segue il più profondo blu del cielo.”

Tashunka Witko, Cavallo Pazzo

Come in ogni Via di formazione, a uguali strumenti dati non sempre corrispondono uguali capacità di chi li riceve, e ciascuno ha il diritto ed il dovere si spendere come meglio può e crede i talenti che riceve.

Concludiamo questa breve analisi consapevoli di avere solo sfiorato la grande mole di approfondimenti possibili, e ci congediamo dai nostri lettori con una citazione di Thomas Edward Lawrence, più noto come Lawrence d’Arabia, che nel suo “I sette pilastri della saggezza” afferma: “Tutti gli uomini sognano: ma non allo stesso modo. Coloro che sognano di notte, nei recessi polverosi delle loro menti, si svegliano di giorno per scoprire la vanità di quelle immagini: ma coloro i quali sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché possono mettere in pratica i loro sogni a occhi aperti, per renderli possibili.”

A ciascuno il sogno che si merita!

Copyright Carlo Caprino ©2020
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