Tenchi : Testa Fra le Nuvole e Piedi nel Fango


Tra miti invincibili e pratiche reali, l’articolo “Tenchi: testa fra le nuvole e piedi nel fango” ci riporta al cuore del cammino marziale sotto la guida di Morihei Ueshiba: un maestro venerato, mitizzato, apparentemente sovrumano. Amdur rompe l’alone divino e ci ricorda che il dōjō non è un altare da osservare, ma un laboratorio in cui un essere umano — con dubbi, errori e umanità — cammina la via. Tratto dal libro “A Duello con O-sensei”, questo capitolo invita a guardare oltre l’icona e a prendere consapevolezza: ciò che conta non è la divinità, ma l’essere umano che pratica.

di ELLIS AMDUR

Quando venni per la prima volta a conoscenza di Ueshiba Morihei, come descritto in libri e articoli e attraverso i racconti del mio amico e istruttore Terry Dobson, sentii parlare di un saggio-guerriero, un uomo che possedeva poteri inspiegabili. Le storie erano stravaganti, dalla lettura del pensiero, allo schivare proiettili e al teletrasporto. In che modo si poteva imparare dalle descrizioni di un uomo simile?

Tutto ciò che sentivo era magia, fulmini che lampeggiavano da qualche nuvola invisibile, senza alcuna descrizione di una metodologia che avrei potuto usare per imparare ad eguagliarlo. Per quanto riguarda la sacra saggezza che si presumeva possedesse, non percepivo la sensazione della lotta di un uomo, un uomo in carne ed ossa che perveniva alle sue intuizioni attraverso prove ed errori, attraverso sviste ed sbagli. Lo Ueshiba di cui leggevo non era affatto come me, un essere umano a volte talentuoso, a volte idiota. Era sovrumano.

Una specie di culto era cresciuto intorno a Ueshiba e alla sua opera, e questo, per me, significava che la sua statura di santo era probabilmente illusoria quanto il suo teletrasporto. I culti non si formano intorno a esseri umani ordinari, o anche straordinari, i cui difetti ed errori sono aperti al mondo. I culti si formano intorno ai miti. E i miti, almeno intorno ai vivi, si formano solo con la collusione dei mitizzati. Il fatto che Ueshiba abbia permesso che ciò avvenisse lo sminuisce, per quanto mi riguarda. Più divino è il mito, più piccolo è l’uomo che rimane.

Il pericolo che un tale uomo presenta per i suoi discepoli è che noi, in quanto esseri umani, siamo assolti dalla responsabilità di misurarci con lui:

  • Lui è divino, mentre io sono semplicemente umano. Attraverso la sua sola adorazione, io sarò salvato.
  • Imiterò e risplenderò nella sua gloria riflessa, un pianeta che gira intorno a un sole glorioso.
  • I miei fallimenti morali sono scusabili, perché sicuramente sto facendo il meglio che posso, un mortale imperfetto che inciampa sulle orme di un dio.
  • Quelle che agli altri possono sembrare le mie mancanze morali, non lo sono più: sto solo facendo esattamente quello che dio fa nel suo tempo libero: bere, drogarsi, o ‘iniziare’ sessualmente per qualsiasi ragione lui o io riteniamo razionale.
  • Non trovando spazio nel suo palazzo per le mie grandiloquenti visioni, posso andarmene e diventare il mio dio personale con il mio piccolo regno da governare.

Il mito della vita di Ueshiba segue la tipica ‘vita da saggio’: si recò nell’Hokkaido come pioniere, e contribuì ad aprire le terre del ‘selvaggio nord’, incontrò un maestro di arti marziali, Takeda Sokaku, il maestro del Daitō-ryū, uno psicopatico che insegnava un sistema combattivo omicida, studiò con lui per un breve periodo – poche settimane secondo alcune testimonianze – e lo lasciò, disgustato dal suo carattere malvagio. Poi incontrò un meraviglioso maestro spirituale, Deguchi Onisaburo, un grande apostolo della pace, attraverso il quale trovò una connessione con le radici della pratica religiosa e il mondo degli spiriti. Divenne quindi illuminato sulla natura divina dell’universo, e prese la vecchia pratica marziale brutale del Daitō-ryū e la amalgamò con miriadi di altre arti marziali che aveva
imparato, facendole diventare qualcosa di completamente diverso: l’arte marziale umanistica ed etica dell’Aikidō.

Ueshiba, un uomo ultraterreno, senza attaccamento al guadagno, in qualche modo in possesso sia di un’innocenza infantile che di una saggezza fuori misura, che predicava una versione dello Shintō che aveva con la religiosità comune la stessa relazione che il filosofo Wittgenstein aveva con la logica delle scuole elementari, trasmise poi ai suoi successori (noi) la più magnifica e potente di tutte le pratiche marziali, un’arte che poteva trasformare il mondo e pure noi.

Un uomo del genere è per me inaccessibile.

Cosa ci puoi fare con un santo? Puoi sederti ai suoi piedi e servirlo. Puoi appendere la sua foto al muro e inchinarti ad essa. Puoi assicurarti che sia ben sostenuto facendo scivolare il denaro sull’altare in salotto piuttosto che direttamente nelle sue mani, in modo che ogni giorno possa sollevare le braccia in aria ed esclamare: “Guarda che cosa mi hanno fornito gli dei.” Si possono fare migliaia di foto e filmati di un soggetto apparentemente disinteressato, che in qualche modo in fotografia rende sempre meglio di Christie Brinkley. Puoi rielaborare la sua vita, con la sua stessa collaborazione, raccontando storie, persino scrivendo romanzi e fumetti su di lui, canalizzarlo nei sogni e negli esami di cintura nera, o diventare un impavido servitore, smaniando per diffondere la buona parola.

Tutto Meno che Eroico

Va di moda portare gli scandali alla luce del sole, in parte, senza dubbio, a causa di un orribile desiderio di abbattere chi è fortunato o ammirevole. La gioia che molti hanno provato quando è stato rivelato che Martin Luther King potrebbe essere stato infedele a sua moglie sembra essere, in parte, dovuta al fatto che la sua presenza morale e il suo coraggio hanno messo in discussione la nostra stessa codardia di fronte al razzismo e alla brutalità.
D’altra parte, troviamo anche insopportabili gli altezzosi e i potenti perché sono diventati ‘dei’, ma noi siamo consapevoli del fatto che sono solo uomini e donne. Dato che sono al di là della nostra portata, speriamo di farli scendere a un livello in cui possiamo effettivamente incontrarli faccia a faccia. Per questo motivo, dopo aver letto sia la ricerca di Stanley Pranin [50] che quella di Peter Goldsbury [51] sulla vita di Ueshiba Morihei e aver visto nel corso degli anni filmati di praticanti di Aikidō e Daitō-ryū, ho provato una silenziosa soddisfazione nell’apprendere che i suoi viaggi pionieristici in Hokkaido furono finanziati da un suo zio riccastro; che Takeda, anche se sicuramente un uomo paranoico e a volte del tutto sgradevole, era lungi dall’essere un’immagine del male supremo – invece, era altamente rispettato, non solo dai praticanti di arti marziali, ma anche da ufficiali di polizia, figure politiche e giuristi; che il Daitō-ryū e l’Aikidō sono molto più vicini di quanto molti scrittori vorrebbero farci credere, dato che la maggior parte delle notevoli prodezze compiute da Ueshiba Morihei nelle dimostrazioni sono standard tra i praticanti di Daitō-ryū di alto livello; e che probabilmente c’è solo una tecnica nell’intero curriculum di Ueshiba che non sia inclusa anche nel curriculum del Daitō-ryū. [52]

Una foto di un giovane Ueshiba Morihei nel momento del suo maggior splendore fisico, seduti davanti a un altare che recita ‘Daitō-ryū Aikijūjutsu. Ayabe, attorno al 1922


Ho avuto diversi maestri che al contempo ammiravo e da cui desideravo disperatamente separarmi. Mi piaceva molto ciò che avevano da insegnare, ma mi sentivo tiranneggiato dalla mia ineluttabile relazione a senso unico con loro. Perciò Ueshiba mi risultò molto più interessante dopo aver letto che fu spinto alla disperazione dalle richieste di Takeda, con il quale rimase in contatto fino alla fine degli anni ‘30, studiando con lui, a intermittenza, per un totale di vent’anni, servendolo con assoluta umiltà ogni volta che si presentava, qualunque fossero le sue richieste. Nel diario dell’ammiraglio Takeshita, lo sponsor di Ueshiba, tra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘30, viene menzionato che quelli che sostenevano Ueshiba stavano ponderando il da farsi riguardo al ‘problema di Takeda’. Dato il loro status sociale – tra di loro c’erano diversi generali e altri ufficiali militari di alto rango, così come membri della famiglia dell’imperatore – questo problema continuò ad esistere unicamente perché Ueshiba non si avvalse della loro influenza e del loro potere per liberarsi di Takeda.
A metà degli anni ‘30, non avendo ancora risolto il problema, Ueshiba si assicurò un ottimo lavoro, recandosi a Osaka per insegnare Daitō-ryū presso il giornale Asahi. Takeda si presentò inaspettatamente, aspettandosi di assumere il pieno controllo delle lezioni, deridendo ancora una volta in pubblico la competenza di Ueshiba. Chiaramente al limite della sopportazione, Ueshiba lasciò Osaka nel cuore della notte per evitare il suo maestro, e in un gesto toccante, si fermò semplicemente fuori dalla residenza di Takeda per inchinarsi alla finestra dietro la quale Takeda stava presumibilmente dormendo. Per quanto si sappia, non si incontrarono mai più.

Takeda Sokaku, in una foto scattata ai tempi in cui si presentava improvvisamente a casa o al dōjō di Ueshiba, senza preavviso. Era sospettoso fino alla paranoia, e allo stesso tempo esigente e con la tendenza a sminuire in tutto ciò che diceva. Al contempo, suo figlio, Takeda Tokimune, disse che tra tutti i suoi discepoli, Ueshiba fu quello che Takeda amò di più.


Taluni hanno stigmatizzato Ueshiba perché sarebbe stato codardo o sleale nei confronti del suo maestro. Chi non è mai stato un discepolo in un contesto classico giapponese, e azzarderei che si tratta di quasi tutti quelli che stanno leggendo queste righe, non ha idea di quanto un rapporto del genere possa essere psicologicamente stressante. Nell’accettare di diventare discepolo di un insegnante classico, il maestro promette implicitamente di insegnare tutto ciò che lui o lei sa, ma non deve assolutamente nulla allo studente. Tutto è basato sul capriccio dell’insegnante e secondo i suoi tempi – può essere qualche anno, qualche decennio, o mai. Se lo studente crede che gli sia dovuto qualcosa, allora verrà considerato come se stesse
cercando di trasformare la loro relazione in uno scambio mercantile, non in un vero impegno. Si tratta di una relazione feudale, nella quale, in modo stravagante, si offre la vita al proprio ‘signore’, che egli meriti o meno tale offerta. Se vuoi imparare ciò che il maestro possiede, devi essere disposto
a rinunciare a tutto: al tempo dedicato alla tua famiglia, alla tua carriera, alla tua indipendenza. La tua vita è messa in pausa – a volte per sempre. Ci si aspetta che lo studente offra una fedeltà assoluta, ma l’insegnante ne determina la natura e il modo in cui sarà richiesta. Nel caso di Takeda e Ueshiba, questo includeva l’aspettativa che Ueshiba accettasse che Takeda usurpasse il suo lavoro e lo umiliasse pubblicamente definendolo incompetente. Dopo più di vent’anni, ne ebbe abbastanza – perché non se ne intravedeva la fine.
Non ci sarebbe stato alcun problema se Ueshiba si fosse accontentato di rimanere un semplice studente, per tutto il tempo e in qualsiasi modo Takeda avesse scelto. Tuttavia, se uno ha abbastanza fegato da desiderare di cavarsela da solo, il rapporto maestro-discepolo deve finire, in un modo o nell’altro. Parlando dal punto di vista della mia esperienza personale, questo è stato l’atto più difficile della mia vita. Mi sembrava di rinnegare me stesso, ma anche se non ero ‘finito’ per quanto riguardava il mio maestro, ero finito come uomo se avessi continuato un giorno di più.

Danzando con i Draghi

Nel libro di Stanley Pranin Aikidō Masters: Prewar Students of Morihei Ueshiba, [53] in un’intervista con Iwata Ikkusai, uno dei principali discepoli di Ueshiba degli anni ‘30, è riportato il seguente passaggio:
“Con l’aumento della popolazione giapponese, il terreno agricolo non era più sufficiente a sostenere tutte le persone. Per risolvere questo problema, i giapponesi furono costretti a guardare all’estero e cominciarono ad emigrare in paesi stranieri. Oppure, come altra opzione, presero a commerciare con altri paesi. A quel tempo, tuttavia, il Giappone rifiutò questa alternativa. Persino oggi possiamo vedere l’attrito commerciale esistente tra il Giappone e l’America, e alcuni dicono che la situazione è simile a quella dell’anteguerra. Attorno al 1931, il Giappone cominciò a propendere per la politica di acquisire terra in paesi stranieri. I politici giapponesi esercitavano il loro potere solo per il proprio beneficio. Penso che possiamo vedere questo ancora oggi.
“A quel tempo, però, si era costituito un movimento per riformare la politica giapponese. Il gruppo, chiamato Sakurakai, che consisteva di giovani ufficiali delle forze armate, si riuniva per discutere come riformare il Giappone. Tra i membri c’erano Okawa Shumei, Inoue Nisshō e Tachibana Kozaburo. Essi sostenevano la necessità di riformare piuttosto che rivoluzionare il Giappone. Tenevano le loro riunioni nel dōjō di Ueshiba. Poche persone ne sono a conoscenza. Ueshiba Sensei nutriva l’entusiasmo di creare tecniche sincere e di usarle per il bene del Giappone. Per questo era un periodo in cui le persone che volevano fare qualcosa di buono per il Giappone venivano al suo dōjō.”
Dalle mie letture relative alla storia giapponese, penso che la valutazione di Iwata sulla corruzione dei politici giapponesi sia accurata. Tuttavia, i tre nomi che cita mi saltano all’occhio. Mi incuriosisce la compagnia che Ueshiba teneva. Erano loro la sua ispirazione o lui la loro? Okawa, Inoue e Tachibana erano uomini notevoli, e penso che sia giusto dire che amavano il Giappone. Il loro metodo di ‘riforma’, tuttavia, era il terrorismo, la rivoluzione e l’assassinio.
Il Sakurakai (‘Società dei Fiori di Ciliegio’) fu fondato nel 1930 da Hashimoto Kingoro, Sakata Yoshiro, e Higuchi Kiichiro, con il forte sostegno del capo dell’intelligence giapponese Tatekawa Yoshiji. Cho Isa faceva parte di una fazione militante all’interno del gruppo. David Bergamini, [54] nella sua controversa opera “Japan’s Imperial Conspiracy” , afferma che si trattava di “(…) una rumorosa società per dibattiti tra i ranghi dei giovani ufficiali dell’esercito, che all’epoca ricevette così tanta pubblicità che alcuni storici hanno visto in essa la testa di ponte del fascismo giapponese. (…) un nome ricco di associazioni storiche omicide, che significava implicitamente una società di giovani guerrieri pronti a morire.”

Okawa Shumei


Poiché i tre individui citati da Iwata non erano militari, non sarebbero stati membri del Sakurakai; piuttosto, sarebbero stati ospiti di tali riunioni: consulenti o co-cospiratori. [55] Okawa Shumei era un brillante intellettuale, membro della famigerata Kokuryūkai (la Società del fiume Amur) e, più tardi, membro o fondatore di una serie di altre organizzazioni segrete che combinavano gangsterismo e terrorismo per promuovere gli obiettivi politici di diverse fazioni dell’esercito e del trono imperiale.
Okawa si laureò presso l’Università Imperiale di Tōkyō; era in grado di leggere il sanscrito, l’arabo, il greco, il cinese, il tedesco, il francese e l’inglese. Aveva servito per oltre un decennio come spia nell’Asia continentale. Era il principale ideologo della ‘Fazione dell’Attacco a Sud’, che incitava alla guerra contro le colonie occidentali dell’Asia continentale, che dovevano essere sfruttate senza pietà per perseguire obiettivi prettamente giapponesi. Era in netto contrasto con il suo amico e poi acerrimo nemico ideologico, Kita Ikki, che propugnava la guerra contro la Russia comunista. Kita inoltre favoriva l’espulsione delle nazioni occidentali dall’Asia, la riforma della società giapponese e la leadership giapponese di una società pan-asiatica. Kita promuoveva la completa eliminazione della corrotta classe burocratica e politica, con la rinascita del Giappone sotto il governo diretto dell’imperatore. Aveva la spaventosa purezza di un vero credente. Okawa, d’altra parte, era un pragmatico, che si alleò tanto con i membri più corrotti della società quanto con i più elevati – facendo tutto il necessario per servire il Giappone nel suo sforzo di guidare l’Asia. Okawa ammirava grandi rivoluzionari come l’indiano Subhas Chandra Bose, che si sforzò di cacciare gli inglesi, e Sun Yat-sen, che ispirò il rovesciamento della decrepita dinastia Qing in Cina, ma non aveva alcuna remora nel favorire uno sfruttamento dell’Asia e dei suoi popoli come materia prima per le mire imperialiste del Giappone. Le vere specialità di Okawa, tuttavia, erano il ricatto e il facilitare l’assassinio. Fu una figura oscura all’interno di molti dei più famosi complotti del Giappone prebellico, molti dei quali da lui orchestrati in modo tale che i partecipanti fossero compromessi e neutralizzati cosicché non potessero più ostacolare gli obiettivi della Fazione dell’Attacco a Sud. Ciò che rendeva Okawa così geniale è il fatto che non costituiva una minaccia per nessuno; se l’avesse fatto, sarebbe stato rapidamente scoperto. Al contrario, incoraggiava, sosteneva e facilitava i fanatici idealisti in modo che portassero avanti piani che erano destinati a fallire. Grazie alla sua capacità di avere una ‘visione a lungo termine’, poteva, con fiducia, assistere pienamente queste persone in ogni colpo di stato o assassinio, sapendo che tutto si sarebbe risolto in un nulla di fatto, o in una reazione che avrebbe fornito una leva per i suoi protettori.
Tra i suoi intrighi più notevoli ricordiamo il famigerato Complotto di Marzo, un falso colpo di stato con lo scopo di neutralizzare la Fazione dell’Attacco a Nord e il potente Generale Ugaki, in modo che nessuno dei due sarebbe stato in grado di esercitare il potere politico una volta che il complotto fosse stato deliberatamente smascherato.
A differenza di personaggi come il famigerato Toyama Mitsuru, un lupo alfa dalla ferocia letale, Okawa era un uomo elegante e sofisticato, a suo agio non solo nei complotti dietro le quinte, ma anche a palazzo. A riprova della considerazione di cui godeva presso la famiglia imperiale, Okawa fu nominato preside della Daigaku Ryō, la ‘Casa Alloggio dell’Università’, un centro di indottrinamento costruito all’interno della cinta del palazzo imperiale sotto la direzione del conte Makino. Fu tra queste mura che vennero sviluppati i piani di conquista dell’Asia. Secondo Bergamini, “qui studiarono tutti i criminali di guerra di classe A processati dai giudici alleati nel 1946 e 1947.” Tohei Koichi, forte di appena sei mesi di esperienza nell’Aikidō, vi fu inviato ad insegnare, indicando che Ueshiba sosteneva Okawa sia a livello personale che politico.

Tachibana Kozaburo


Tachibana Kozaburo, un accattivante oratore e un discendente dei samurai del distretto di Mito, era anche il leader carismatico di una serie di organizzazioni clandestine. Lui e i suoi seguaci credevano sinceramente che il Giappone potesse essere rinnovato come una nazione agraria collettivista sotto l’egida dell’imperatore, così da alleviare la sconvolgente povertà dei contadini. Tachibana era sponsorizzato dal principe Higashikuni, zio dell’imperatore Hirohito, che fungeva da collegamento con una varietà di gruppi che realizzavano ciò che il palazzo auspicava senza che le proprie mani si macchiassero di sangue. Motivati da questa ideologia, i membri dell’uno o dell’altro gruppo di Tachibana presero parte a diversi omicidi politici, segnatamente impegnandosi in tattiche diversive per facilitare il successo dell’assassinio del primo ministro Inukai su ordine dei membri del Sakurakai, successivamente noto come ‘L’Incidente 515’. Le loro condanne in tribunale per complicità in omicidio furono immediatamente amnistiate dall’imperatore in
persona, ad eccezione di Tachibana, che passò solo alcuni anni in prigione.
Il terzo dei tre uomini menzionati da Iwata era Inoue Nisshō, che asseriva di essere un sacerdote buddista della setta Nichiren. In realtà aveva una formazione zen, il che è significativo perché la stragrande maggioranza dei monaci zen giapponesi erano accaniti sostenitori del governo militarista e razionalizzavano l’uccisione anche di innocenti, dicendo che se il soldato giapponese stava combattendo per la patria, tale uccisione era misericordiosa, in quanto aiutava le vittime a procedere nel loro karma. [56] Era il capo della Ketsumeidan (Fratellanza del Sangue), un gruppo reclutato tra i più duri giovani studenti formati dai servizi di spionaggio giapponesi.

Inoue Nisshō

Inoue aveva fatto la spia in Cina, ed era amico sia di Okawa che di Kita. Al momento della rottura del loro sodalizio non seppe scegliere con chi allearsi. Si isolò quindi in una grotta sull’Oceano Pacifico, meditando e digiunando, finché un giorno ricevette una visione in cui il Giappone conquistava gli Stati Uniti. Tornò per sostenere Okawa, aprendo un istituto di formazione in spionaggio e assassinio. Nei primi anni ‘30, inaugurarono un regno del terrore, uccidendo e minacciando di uccidere liberali e politici giapponesi.
Dopo l’assassinio di Inukai, la maggior parte della Fratellanza del Sangue fu arrestata, sebbene dopo diversi anni gli fu concessa l’amnistia. Inoue stesso fu imprigionato dal 1932 al 1940. Al suo rilascio, fu sostenuto dal suo patrono, il principe Konoye, che viveva nella sua villa a Yokohama. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, Inoue rimase in ombra per un certo periodo, ma fu attivo alla fine degli anni ‘50 e negli anni ‘60 in quanto anziano statista dell’estrema destra, sponsorizzando l’attivismo politico, e persino il terrorismo, fino alla sua morte.
Dove avrebbe potuto Ueshiba incontrare degli uomini del genere? Era stato sicuramente a lungo sponsorizzato da un certo numero di ufficiali delle forze armate, sia generali che ammiragli, dopo che si era stabilito a Tōkyō a metà degli anni ‘20. Tuttavia, i suoi contatti erano iniziati quasi sicuramente prima, attraverso il suo guru personale, il presunto apostolo della pace mondiale, Deguchi Onisaburo, un carismatico, oltraggioso, artistico, truffatore invasato con dio, che, a detta del nipote, aveva l’abitudine di far buchi con le sue parti intime nei paraventi di carta per spaventare le cameriere.
Ueshiba era così infatuato di Deguchi che accompagnò lui e altri sei individui in Mongolia con l’obiettivo di impadronirsi del paese, e successivamente, si presume, dell’intero universo conosciuto. Le sceneggiature ufficiali del mito di Ueshiba affermano che fu durante questo viaggio che Ueshiba schivò i proiettili, vedendo fasci di luce che li precedevano nel tragitto verso il suo corpo, ma secondo la famiglia Deguchi, fu proprio Ueshiba a sembrare il più terrorizzato dalla morte quando fu posto davanti a un finto plotone d’esecuzione. Deguchi, introducendo il suo bisturi con precisione chirurgica, spiegò che ciò era dovuto al fatto che Ueshiba, essendo un marzialista, era ovviamente il più ‘sensibile’. Quando si leggono i resoconti completi della relazione tra Deguchi e Ueshiba, si percepisce un elemento al quale ci si potrebbe riferire con il termine ‘grooming’, vale a dire il mantenimento di un perfetto equilibrio tra abuso, manipolazione e sostegno in modo che il discepolo, tenuto costantemente fuori asse, diventi grato per ogni momento di gentilezza.
Deguchi Onisaburo era pienamente coinvolto nel tipo di organizzazioni patriottico-terroristiche che ho descritto sopra. Sosteneva attivamente la Fazione dell’Attacco a Nord, e coltivava relazioni personali con Uchida Ryōhei e Toyama Mitsuru, gli architetti di un’alleanza tra ex samurai e gangster di bassa lega, un’associazione che sbocciò in un numero quasi incalcolabile di gruppi di azione politica che fecero il lavoro sporco del periodo Meiji e Taisho, fomentando spionaggio e rivoluzione nell’Asia continentale, e terrore e assassinii, sia in patria che all’estero. Costoro furono i padrini
politici di Okawa, Tachibana e Nisshō.
Deguchi fu a sua volta tirato su, cosa che Peter Goldsbury discute in dettaglio nel nono saggio della sua serie, Transmission, Inheritance and Emulation. [57] Egli riporta una citazione da Marius Jansens, The Making of Modern Japan:

Hashimoto Kingoro


“Poche settimane dopo lo scoppio della violenza (in Manciuria), Hashimoto Kingoro e i membri della
Società dei Fiori di Ciliegio concepirono un piano per spazzare via l’intero governo con un bombardamento aereo di una riunione del consiglio dei ministri; una folla di destra avrebbe poi circondato il Ministero della Guerra e il quartier generale dello Stato Maggiore, chiedendo la creazione di un governo militare.” [58]
Questa ‘folla di destra’ era, in realtà, da intendersi che fosse composta da membri dell’Ōmoto-kyō.
In un dettagliato supplemento al nono saggio in questione, Goldsbury riassume [59] una testimonianza orale resa dallo stesso Hashimoto Kingoro in persona: “Circa dieci giorni prima che la rivolta [L’Incidente di Ottobre o dei Colori Imperiali, 1931] avesse luogo, Onisaburo Deguchi e Morihei Ueshiba incontrarono Hashimoto attraverso i buoni uffici di Fujita Isamu. L’incontro ebbe luogo nella residenza di Fujita a Reinanzaka, Tōkyō. Deguchi sedette in tutto il suo splendore in un’elegante sala di ricevimento.
Quando Hashimoto entrò nella stanza, Deguchi si accertò di star parlando con Hashimoto del Quartier Generale dello Stato Maggiore e poi dichiarò che aveva sentito dire che Hashimoto si apprestava a ‘cambiare il mondo’.60 La memoria di Hashimoto era un po’ arrugginita su ciò che accadde dopo, ma affermò che Deguchi offrì l’aiuto di 3.000 seguaci dell’Ōmoto. Il giorno seguente ne sarebbero stati a disposizione 10.000 e avrebbero potuto partecipare fino a 100.000 seguaci di Tōkyō. Hashimoto fu piacevolmente sorpreso. Deguchi dichiarò allora che gli avrebbe fornito una guardia del corpo per proteggerlo. Premette un campanello e Morihei Ueshiba entrò dalla stanza adiacente.
Ueshiba fece una riverenza a Deguchi nella forma di un profondo seiza (come se fosse l’imperatore) e chiese cosa Deguchi volesse che lui facesse. Deguchi rispose che il signor Hashimoto stava per cambiare il mondo e disse a Ueshiba di dargli protezione personale.
Ueshiba acconsentì e si ritirò in un’altra stanza. Deguchi si intrattenne quindi in chiacchiere per 20 o 30 minuti e poi se ne andò.
Subito dopo l’incontro con Deguchi, Hashimoto ebbe un colloquio con Morihei Ueshiba. Ueshiba gli promise che nell’istante in cui fosse successo qualcosa, sette esperti di Aiki-budō gli sarebbero stati vicini. Anche se in apparenza sembravano pochi, avevano la forza di 70, per cui Hashimoto non avrebbe avuto motivo di preoccuparsi. Se necessario, il secondo giorno, i sette potevano essere aumentati di due o tre volte.
La discussione generale di Goldsbury sul ruolo dell’Ōmoto-kyō all’interno di varie trame di destra, e in particolare riguardo a Deguchi e Ueshiba, è ampia e finemente articolata, e pertanto non tenterò di approfittarne qui. Per quanto riguarda l’esito di questo colpo di stato, tuttavia, Goldsbury nota altresì quanto segue:
“Naturalmente non accadde nulla del genere ed è possibile che Ueshiba abbia sempre saputo che non sarebbe successo nulla, essendo stato avvisato di nascosto da qualcuno come il suo amico Okawa Shumei.” Se questo fosse vero, possiamo immaginare Ueshiba camminare su una fune, compiacendo il suo guru, ingraziandosi degli assassini militari e giocando un doppio, persino triplo gioco per conto suo.

Toyama Mitsuru (centro), fondatore della Dark Ocean Society,
Uchida Ryohei (destra), fondatore della Black Dragon Society e
Onisaburo Deguchi (l), fondatore dell’Ōmotokyo.
Tre vecchie canaglie tutte insieme.


Tale livello di calcolo realistico, tuttavia, è smentito dalla pomposa grandiosità di Ueshiba, così tipica del pensiero politico e militarista giapponese dell’epoca. “(…) sette esperti di Aiki-budō gli sarebbero stati vicini. Anche se in apparenza sembravano pochi, avevano la forza di 70, per cui Hashimoto non avrebbe avuto motivo di preoccuparsi.” Si noti che Hashimoto non gli rise in faccia. Immaginate che qualche istruttore di arti marziali di oggi, un discepolo di una setta, faccia la stessa promessa a un comandante delle Forze Speciali, o anche a un capitano di polizia locale. Qualche autentico fedele potrebbe obiettare, tuttavia, che io non sono in grado di cogliere l’assoluto e schiacciante potere marziale di una persona esperta di aiki. Davvero? Il potere spirituale e la presunta abilità sovrumana nelle arti marziali possono superare le armi e le tattiche moderne? Questa fantasticheria fu distrutta molto tempo fa, durante la cosiddetta Ribellione dei Boxer in Cina, dove i membri di varie organizzazioni di arti marziali furono falciati dalle mitragliatrici di vari distaccamenti militari occidentali. [61]
Inoltre, come menzionato sopra, l’appoggio di Okawa a questo complotto aveva lo scopo di architettarne il fallimento. Uno dopo l’altro, guidò i suoi rivali in azioni che li neutralizzarono come forze politiche, anche se molti continuarono a servire quali artigli di una mano che dirigeva la nazione in direzioni molto diverse da quelle auspicate da questi feroci idealisti. Coloro che non riuscivano ad adattarsi, che resistevano o erano inutili a questo fine furono neutralizzati o distrutti.
Tra quelli che il governo alla fine annientò vi fu proprio l’Ōmoto-kyō. Molti seguaci vennero incarcerati, tra cui Deguchi e tutti i suoi principali collaboratori, tranne Ueshiba, che fu protetto da amici politici e militari. Egli rimase libero mentre i suoi amici e il suo maestro languivano in prigione, molti torturati e alcuni uccisi.
L’Ōmoto-kyō non venne soppresso perché era una religione amante della pace e New Age. Fu repressa perché era un pericolo per lo Stato. Il sostegno attivo di Deguchi ai terroristi messianici della Fazione dell’Attacco a Nord, che intendevano distruggere le istituzioni politiche della nazione e installare l’imperatore come una sorta di manichino divino, era una minaccia allo sviluppo di una nazione moderna, pragmatica, anche se di stampo fascista. [62]
La prova che l’Ōmoto-kyō non è stato preso di mira perché era semplicemente una ‘nuova religione’ in contrasto con l’ortodossia (come i Bahai sono perseguitati nell’Iran musulmano, per esempio), è che altre religioni neo-Shintō, come il Tenrikyō, non sono state similmente annientate. In poche parole, l’Ōmoto-kyō fu decimato e centinaia, se non migliaia, imprigionati, torturati e uccisi a causa di un solo uomo: Onisaburo Deguchi. Una cosa spicca, tanto una metafora freudiana quanto sia possibile esserlo. Vi prego di ricordare il mio accenno a Deguchi che spingeva il suo pene eretto attraverso lo shoji per “spaventare le cameriere”, una reminiscenza fornita da suo nipote. Questa non è l’unica menzione del suo fallo. Nel corso del suo processo per lesa maestà, a Deguchi fu domandato se credeva di essere divino. Allora lui raccontò una storia sconclusionata sul fatto che stava facendo un bagno quando due discepole gli si avvicinarono, inchinandosi per rendere omaggio. Deguchi disse alla corte che voleva alzarsi per inchinarsi a sua volta, ma che purtroppo aveva un’erezione e il pudore lo costrinse a rimanere dentro alla vasca da bagno. Le donne continuarono ad offrire il loro ossequio, dato che non erano state ‘liberate’ da un inchino di risposta, ma Deguchi disse che la sua erezione non accennava a calare e che era rimasto nella vasca così a lungo che era quasi cotto, concludendo che non è facile essere considerato un dio. Satiro o satira, e una cosa buffa, di certo, ma un modello, oserei dire, emerge. Nello stesso libro, un ultimo accenno descrive Deguchi che sostiene di aver sconcertato le sue guardie trascorrendo i suoi anni di reclusione in isolamento masturbandosi quasi incessantemente.
Non c’è dubbio che uno psicologo junghiano potrebbe avere una giornata campale con tutto questo: il fallo generativo di un divinità celeste, una figura mercuriale, Hermes l’Ingannatore o Shiva Lingam. Sono sicuro che lo stesso Deguchi approverebbe. Tuttavia, nonostante la sua vulcanica creatività, il suo genio di artista, il suo innegabile coraggio e tutte le altre sue miriadi di talenti e doni, ne esce un po’ come un ragazzino viziato fattosi troppo grande. Aveva un enorme movimento di seguaci con i quali avrebbe potuto fare quello che voleva, e quello che voleva fare, molto semplicemente, era fotterli, sia metaforicamente che concretamente. Quello di cui non sembrava rendersi conto, o di cui non sembrava preoccuparsi, è che gli uomini con cui stava complottando erano individui veramente tremendi, altrettanto implacabili e sanguinari che Osama bin Laden, Joseph Stalin o Che Guevara. Inoltre, scelse la parte sbagliata – i terroristi idealisti, agenti del caos, con i quali deve aver pensato che sarebbe andato perfettamente d’accordo – mentre un gruppo molto più temibile si opponeva a tutti loro, i freddi e pragmatici generali e politici che veramente gestivano il Giappone, i quali manipolarono e infine misero in riga gli idealisti come un domatore di cavalli fa con un mustang. Okawa Shumei, come ho scritto, faceva loro da zampa di gatto, guidando e incoraggiando i fanatici ad esagerare in modo che ciascuno potesse essere neutralizzato come minaccia al potere emergente di un moderno stato fascista-industriale.
Deguchi aveva l’onnipotente grandiosità di un bambino molto talentuoso, ma il suo giocherellare distrusse coloro che lo amavano di più. È ironico che la storia ufficiale dell’Aikidō continui a parlare di quanto fosse stato fondamentale per Ueshiba liberarsi di Takeda Sokaku, ma in realtà lui era solo un vecchio brontolone e dispotico. Deguchi fu, a tutti gli effetti, un’entità veramente velenosa nella vita di Ueshiba, e credo sia ragionevole affermare che molta, forse troppa, della sua influenza o personalità ‘rimase attaccata’ al suo discepolo, fino alla fine dei suoi giorni.
Ueshiba non troncò mai il suo legame con l’Ōmoto-kyō, nonostante questa relazione, in seguito alla soppressione dell’Ōmoto-kyō, potesse essere considerata problematica. Il suo stesso nipote, lo spesso pomposo Inoue Noriaki, che si dice fosse stato il quasi esatto sosia di Ueshiba nella conoscenza della tecnica di Aiki-budō, si allontanò da lui, in parte a causa del fatto che Ueshiba non avesse sofferto con i suoi compagni dell’Ōmoto-kyō durante l’epurazione. (Devo puntualizzare che anche Inoue non ne soffrì. Quando, in tempi recenti, una figura di spicco dell’Ōmoto-kyō fu interpellata al riguardo, rispose all’intervistatore che Inoue era “un pesce troppo piccolo perché il governo stesse a perderci tempo”).
Nel 1956, Ueshiba fu intervistato dallo Shukan Yomiuri, una conversazione piena di battute piuttosto sorprendenti e doppi, a volte tripli sensi. Mi piacerebbe sentirla in giapponese, ma sembra che i due si lancino addirittura dei reciproci giochi di parole. L’anonimo intervistatore [63] è chiaramente di destra e irriverente, se non persino insolente, a volte. Ueshiba sembra rispondere in modo gentile, a volte rimbrottando con finta indignazione, e altre volte facendo dichiarazioni conclusive che, tuttavia, potrebbero essere lette in molti modi. Ueshiba parla molto bene di Onisaburo, (in un certo senso), dicendo: “Non ho mai incontrato una persona più grande di Onisaburo Deguchi Sensei. Era un grande sostenitore della democrazia”. Ueshiba intende la democrazia, forse, in una luce diversa da quella in cui la intendiamo noi in Occidente, come esemplificato da questo scambio:

Ueshiba – “Prima di tutto, ogni cosa dovrebbe avere un centro. C’è il sole nei cieli e dovrebbe esserci un centro sulla terra. Non si può funzionare senza un centro.”
Intervistatore – “Centro… Mi evoca con tormento il volto dell’Imperatore…”
Ueshiba – “L’imperatore è democrazia.”
Intervistatore – “Sta facendo riferimento all’Imperatore com’era prima della guerra…”
Ueshiba – “Non posso dirlo con esattezza.”

La democrazia, che Okawa Shumei, nel processo per i crimini di guerra di Tōkyō, definì ‘demo-crazy’, fu il governo imposto dagli americani vittoriosi, un qualcosa che fu accettato dall’Imperatore.
Nel 1956, grazie all’anticomunismo americano, il risultato fu il ritorno al potere di molti degli stessi individui definiti criminali di guerra dagli americani solo pochi anni prima. Penso che sia giusto dire che i riferimenti di Ueshiba a Deguchi e all’Imperatore sono intessuti di ironia a più livelli.

• Proprio come gli americani avevano il dominio assoluto sul Giappone, dopo aver sconfitto gli imbattibili giapponesi in guerra, sotto il termine ‘democrazia’, sia Deguchi che l’Imperatore, sono anche ‘democratici’ – in altre parole, ‘governanti totali’.
• Allo stesso tempo, Ueshiba presta attenzione a non dire nulla che supporti apertamente una tale affermazione.

In un altro punto dell’intervista, a Ueshiba viene chiesto, a bruciapelo:

Intervistatore – “A quel tempo lei era un credente Ōmoto. E oggi?”
Ueshiba – “Immagino che adesso non mi riconoscerebbero come uno di loro.”
Paradossalmente, lo era. Aikido Journal ha pubblicato la riproduzione di un biglietto da visita di Ueshiba, risalente agli anni ‘50 se non più tardi, che lo definisce presidente dell’Aizenkai, una delle più importanti organizzazioni sussidiarie dell’Ōmoto-kyō.

Così È Come li si Finisce!

Nel leggere quanto presentato fino a questo punto, si potrebbe immaginare che Ueshiba fosse un soggetto passivo, semplicemente un marzialista pieno di boria. Tuttavia, durante la guerra egli insegnò presso l’accademia di spionaggio Nakano e tutta un’altra serie di accademie militari. L’accademia Nakano era un’istituzione che preparava agenti per lo spionaggio, il sabotaggio e altri tipi di imbrogli. Alcuni hanno affermato, in modo piuttosto velleitario, che Ueshiba usasse questa posizione di insegnante come un veicolo per tentare di allontanare dalla guerra coloro che la guerra la facevano. Tuttavia, Kuroiwa Yoshio (Capitolo 5) mi raccontò che alcuni anni fa se ne stava seduto a guardare una dimostrazione di Aikidō, quando un vecchio seduto accanto a lui iniziò a borbottare: “Heh, quindi questo è l’Aikidō. Hmmm. Di sicuro non è niente di simile alla roba che insegnava Moritaka sensei.” [64]
Kuroiwa si voltò verso di lui e gli chiese: “Mi scusi, e lei chi sarebbe?”
Il vecchio lo informò di essere l’ex preside della Nakano Spy School. Alla domanda su cosa insegnasse Ueshiba nella sua scuola, il vecchio rispose: “Beh, fondamentalmente, afferrava le persone e le sbatteva a terra, poi dimostrava un colpo letale, dicendo: “Così è come li si finisce!” e poi afferrava la persona successiva, e rapidamente, una dopo l’altra.” [65]

Concludere la Seconda Guerra Mondiale Prima del suo Inizio

Il coinvolgimento di Ueshiba con Okawa continuò, persino dopo che il governo annientò e imprigionò i suoi devoti compatrioti.
La prova di questo si trova in una storia piuttosto curiosa raccontata da Tanahashi Kazuaki su Aikido Today Magazine, intitolata “Anni prima di Pearl Harbor”” (Years Before Pearl Harbor), un resoconto che illustra al microscopio la padronanza tattica di Okawa su coloro che lo consideravano un amico o un alleato.66 L’articolo afferma che Ueshiba partecipò ad un tentativo da parte del padre di Tanahashi, Shigeo, di “prevenire la Seconda Guerra Mondiale”. In sintesi, nel 1938, Shigeo temeva che il Giappone “provocato dall’embargo sul petrolio imposto dagli Stati Uniti”, sarebbe entrato in guerra contro l’America e avrebbe perso. Perciò escogitò un piano in collaborazione con Ueshiba, il milionario Nishikawa Suekichi, alcuni americani tra cui Harry Chandler, l’editore del Los Angeles Times, e niente meno che l’onnipresente Okawa Shumei.

Okawa Shumei ritratto nel corso del Processo per Crimini di Guerra di Tokyo, trattenuto da un agente della polizia militare subito dopo aver colpito alla testa Tojō Hideki (in primo piano) con un fascicolo di documenti.

Il piano consisteva nel cercare di far revocare l’embargo, iniziando con l’esportazione di “carburante di qualità per l’aviazione in Giappone, come segno che gli Stati Uniti volevano ridurre le tensioni.” Non è chiaro quale fosse il ruolo di Ueshiba in tutto questo, ma sembra che avesse fornito sia un luogo in cui incontrarsi che un sostegno morale a questo piano.
La verità, tuttavia, è che gli Stati Uniti imposero l’embargo al Giappone perché la Seconda Guerra Mondiale era iniziata molto prima di Pearl Harbor. Iniziò nei primi anni ‘30 con l’invasione della Manciuria e della Cina. Il mancato riconoscimento da parte di Tanahashi dell’invasione del continente asiatico come parte della ‘guerra’ è tipico del pensiero etnocentrico di molti giapponesi e americani, anche di quelli di orientamento più liberale o umanistico. Lo ‘Stupro di Nanchino’ e il bombardamento di Shanghai (il primo uso deliberato della guerra aerea da parte di uno stato-nazione sui civili) erano ben noti in tutto il mondo. L’embargo fu un tentativo tristemente inefficace di far cessare al Giappone la sua orrenda carneficina di altri asiatici. Nel suo articolo, tuttavia, Tanahashi sembra interpretare il tentativo di prevenire la guerra con gli Stati Uniti, che aveva il chiaro scopo di permettere al Giappone di mantenere la sua brutale colonizzazione dell’Asia continentale, come un tentativo di fare ‘pace’.
Come dicevo sopra, in questo caso il ruolo di Okawa è piuttosto interessante. Era come se stesse semplicemente rimestando il calderone, sostenendo qualsiasi cospirazione allo scopo di creare abbastanza caos nella società da doverla poi organizzare come uno stato-nazione militante. Come obiettivo secondario, spesso sosteneva piani che avrebbero finito per compromettere i cospiratori che si opponevano a qualche aspetto degli obiettivi di guerra del Giappone. Una volta compromessi, i cospiratori venivano mandati in una qualche remota sede diplomatica, dislocati in prima linea o nelle colonie, lontani dalle sfere di influenza politica, ricattati per denaro, o in alcuni casi, torturati e uccisi. Per il gusto di discuterne, quindi, immaginiamo insieme a Tanahashi che, come minimo, suo padre stesse cercando di riparare le relazioni con gli Stati Uniti attraverso una revoca del boicottaggio. Il fatto che per un simile ‘complotto’ si fosse associato con Okawa Shumei, il creatore ideologico dei sogni imperialistici del Giappone, fu estremamente ingenuo. Il risultato, il trasferimento di Tanahashi in Europa, fu una copia carbone di quasi tutte le ‘cospirazioni’ in cui Okawa riuscì a farsi coinvolgere. L’incorporazione da parte di Okawa di Ueshiba, il carismatico e mistico marzialista, che presto sarebbe diventato l’insegnante di tecniche omicide presso la Nakano Spy School, fu un tocco sublime.
Si può rispettare, forse, la maestria di Okawa: conduceva gli individui lungo il percorso dei loro desideri, che fosse il dominio imperiale diretto, un attacco al nord, un dominio più benevolo e onorevole in Asia, o un riavvicinamento con gli Stati Uniti, e poi con l’invischiarli nella trama, li neutralizzava dal minacciare gli obiettivi della cabala al potere di cui lui era uno dei principali attori.
Qualunque fossero le altre intenzioni dei ‘cospiratori’, essi non intendevano ricercare la pace, ma piuttosto evitare di creare un ulteriore, imbattibile nemico – gli Stati Uniti – qualcosa che la fazione al potere in Giappone, affetta da grandiosità e belligeranza, voleva davvero. Si può solo concludere che Tanahashi Shigeo, un diplomatico sofisticato, e il suo insegnante, il ‘maestro dell’aiki’, furono usati da un maestro le cui abilità superavano di gran lunga le loro. [67]
Ueshiba mantenne il suo rapporto con Okawa fino alla morte di quest’ultimo. Ueshiba fece tesoro di una spada di legno regalatagli da Okawa, la cui estremità si ruppe durante una pratica intensiva con Hikitsuchi Michio, dopo la guerra, allo Shingu dōjō; Ueshiba estrasse il pezzo di legno dalle pieghe del proprio kimono alla fine della pratica. [68]
Inoltre, abbiamo questa lettera del 1954 (tradotta dal giapponese da Joshua Reyer):

13 dicembre 1954
Aikikai, Iwama Town, Prefettura di Ibaraki

Saluti. Sono felice che lei sia in buona salute in questi primi giorni d’inverno. Mi dispiace moltissimo che non ci siamo potuti incontrare recentemente a causa del mio viaggio a Wakayama. Avevo programmato di incontrarla non appena fossi tornato a Tōkyō, ma siccome sono estremamente impegnato in una serie di faccende e non sarò a Tōkyō per qualche tempo, temo che dovremo rimandare ancora il nostro incontro.
Inoltre, essendo vecchio di età, sono anche terribilmente occupato a farmi curare i denti.
Vorrei in tutti i modi trovare il tempo per vederla nella prossima primavera, quindi le chiedo umilmente perdono per non averla incontrata come promesso, e spero che mi darà la possibilità di augurarle un felice anno nuovo. In attesa di incontrarci di nuovo. Molto, molto sinceramente vostro,

Ueshiba Morihei 13 dicembre
Per Okawa Shumei Sensei, rispettosamente
Nakatsu, Contea di Aiko, Prefettura di Kanagawa [69]

Si noti il titolo onorifico di sensei che Ueshiba rivolge a Okawa, non insolito per un comune cittadino che si rivolge a un ufficiale del governo, eppure a questo punto Okawa era un presunto criminale di guerra e anche un presunto pazzo. [70]
Molti dei partigiani di Ueshiba sono disposti ad ammettere che prima della seconda guerra mondiale egli fosse politicamente di destra, e che sostenesse il governo bellicista. Costoro affermano, tuttavia, che negli anni ‘40 Ueshiba ebbe una trasformazione morale, rinunciò alle sue posizioni e si ritirò in campagna a Iwama, dedicandosi completamente alla pace nel mondo e al rinnovamento spirituale. Eppure non c’è alcun dubbio su chi egli fosse, come mi disse un attivista di destra: “Ueshiba-san wa itsumo uyokun ouyoku” (Il signor Ueshiba era, in tutto, l’epitome dell’essere di destra). La prova di quanto sopra è contenuta in un’intervista con uno dei suoi principali discepoli, Sunadomari Kanshu, che descrive una visita che fece a Ueshiba nella sua casa di Iwama dopo la guerra:
“Il Fondatore viveva in una casa con il tetto di paglia in mezzo ai campi, e credo che non riuscì a ricordare subito il mio nome. Mi guardò in faccia e disse: ‘Questo è un uomo importante’ rivolto a due persone in un angolo. Penso che forse si riferisse al fatto che ero stato il suo rappresentante nell’associazione territoriale e durante il razionamento. Quando mi informai successivamente, venni a sapere che una di quelle persone era Mikami Taku (三上卓) del cosiddetto ‘Incidente 515’. [71]
Mikami, un ferreo idealista e membro della ‘Fratellanza di Sangue’ di Inoue Nissho, fu uno dei due assassini che uccisero Inukai Tsuyoshi, allora primo ministro del Giappone, ponendo fine al controllo civile sul governo. Mikami e i suoi compari cospiratori avevano intenzione di uccidere anche Charlie Chaplin, che era in visita da Inukai (si trovava ad un match di Sumō con il figlio di Inukai e quindi la scampò), sperando così di far precipitare la guerra con l’America. Ironicamente, il padre di Mikami lo criticò per non essersi ucciso dopo l’assassinio di Inukai, per dimostrare la purezza dei suoi obiettivi. Mikami e gli altri assassini politici, ricevettero sentenze leggere dai tribunali giapponesi, e durante la loro testimonianza approfittarono dell’occasione per redarguire il Paese nel suo complesso per i suoi fallimenti e la sua corruzione.
Qui, nel racconto di Sunadomari, diversi anni dopo la guerra, Mikami era con Ueshiba, apparentemente, intento a nascondersi dagli americani che volevano arrestarlo come criminale di guerra. Basta questo fatto, da solo, per smentire la leggenda che Ueshiba si fosse ritirato a Iwama in preda al disgusto morale per ciò che il Giappone era diventato.
Ci si può fare un’idea del modo di pensare di Mikami – e del suo sostenitore Ueshiba – grazie alla sua composizione ‘The Song of the Showa Restoration’, di cui riportiamo due strofe qui sotto. [72]

Si aggrappano ai loro privilegi
E non nutrono alcun sentimento per la sofferenza della nazione,
Quegli arroganti zaibatsu, che hanno accumulato ricchezze
E non hanno alcun riguardo per il loro paese e il loro popolo.
Sotto il cielo di Primavera della Restaurazione Showa,
li affrontiamo uniti, guerrieri della giustizia,
Un potente esercito pronto a morire in qualsiasi momento,
Come boccioli di ciliegio che cadono.
Mikami, irriducibile fino all’ultimo, tentò di organizzare un colpo di stato nel 1964, ancora indignato per ciò che percepiva come la corruzione della politica.

L’Avatar dei Nostri Sogni

Allora, deve essere un Gesù di cioccolato, che mi faccia sentire bene dentro,
deve essere un Gesù di cioccolato, che sappia soddisfarmi

Tom Waits ‘Chocolate Jesus’

Dato che Ueshiba era un uomo profondamente religioso, molte persone gli sovrappongono la loro fantasia su ciò che la religione significa per loro. Il loro Ueshiba fu una figura simile a Cristo, o una specie di pacifista, un buddista, o forse un uomo come Mahatma Gandhi. Che Ueshiba fosse profondamente religioso è fuori discussione. Terry Dobson mi disse che ogni volta che viaggiava con lui, Ueshiba si alzava nel cuore della notte: per pregare. Ogni notte. Di certo, questo poteva anche esser stato legato ad una componente di allenamento, ovvero Ueshiba usava pratiche rituali che implicavano modulazioni abbastanza sofisticate della respirazione allo scopo di rendersi più potente, eppure stava chiaramente pregando gli dei.
Il credo di Ueshiba, tuttavia, era lo Shintō, una religione che non è focalizzata sulla moralità. Essa è incentrata sulla purità e impurità rituale: purificarsi e fare offerte rispetto a forze più grandi dell’umanità. I suoi miti non contengono particolari insegnamenti morali. Tra le ragioni per cui l’ideologia buddista e confuciana furono abbracciate così avidamente dai giapponesi più di un millennio fa, c’era il fatto che lo Shintō non offriva né un sistema di organizzazione dell’umanità né un’etica che potesse funzionare in una società più grande di un villaggio.
Molti anni fa, mi trovavo a una presentazione durante la quale un giovane entusiasta chiese a Ueshiba Kisshomaru quanti anni avesse suo padre quando abbracciò completamente il pacifismo. Ci volle un po’ di tempo per fargli capire il significato di questa domanda, e quando finalmente lo fece, si mise a ridere e rispose: “Mio padre non era un pacifista”. Quando il giovane insistette, definendo l’Aikidō come non violento, Ueshiba disse che l’Aikidō non era neppure non violento. Avendo altrettante difficoltà a spiegare chiaramente questo punto quanto chiunque altro, disse che l’Aikidō era al di fuori della dialettica della violenza e della non-violenza.
Sugano Seiichi, un altro dei discepoli di Ueshiba, fece notare che quando Ueshiba faceva riferimento ad ‘armonia’, non stava parlando dell’unificazione dell’umanità, nel senso di pace nel mondo, pacifismo, ecc. Secondo Sugano stava parlando dell’armonizzazione tra uomo e kami; in sostanza, quindi, l’Aikidō è una forma di misogi (rituale di purificazione). Terry Dobson dichiarò che in tutti i suoi anni nell’Aikidō, vide Ueshiba Morihei intervenire per prendere una posizione moralistica in un solo caso. Uno degli uchideshi (discepoli interni), disse, ruppe il braccio di un bambino di dodici anni durante la pratica, qualcosa che O-sensei vide. Chiamò il suo discepolo in un’altra stanza, e Terry affermò che per molto tempo ci fu solo silenzio. L’uchideshi più tardi riemerse, bianco come un lenzuolo. (Tuttavia, il suo modo di comportarsi, disse Terry, rimase invariato).
La ricerca spirituale di una persona è sempre congruente con il suo carattere. Ueshiba era un uomo abbagliato dal potere. Questo è chiaro dalle descrizioni delle sue relazioni con i suoi insegnanti – una combinazione di deificazione e disagio. Con Takeda, trovò un uomo verso il quale apparentemente sentiva un profondo senso di obbligo e devozione, e un enorme rispetto per le sue capacità. Sokaku, a sua volta, teneva profondamente a Ueshiba, a detta della famiglia Takeda, anche se in modo assai distorto. [73] Takeda era un uomo dalla cui influenza desiderava disperatamente liberarsi, ma dal quale non poteva separarsi, almeno non attraverso un confronto faccia a faccia. Invece, Ueshiba continuò a spostarsi, e alla fine lo evitò con una tale palese e deliberata mancanza di rispetto che il loro rapporto si interruppe irreparabilmente.
In Deguchi egli trovò un uomo da venerare, uno che lo trattava di ritorno come il suo cagnolino, organizzandogli incontri di sfida quando venivano a trovarlo dei marzialisti, coinvolgendolo nei suoi grandiosi piani, ricompensando la sua fedeltà con il pubblico disprezzo, quando lo descrisse come spaventato di fronte al plotone d’esecuzione, di fronte al quale si trovava esclusivamente a causa della sua fedeltà a Deguchi.
A sua volta, come Pietro di fronte ai Romani, Ueshiba a quanto pare rinnegò Deguchi quando i tirapiedi dello stato afferrarono tra le loro grinfie il suo maestro e i confratelli. Non sapremo mai se questo fu dovuto al fatto che Ueshiba stesse semplicemente cercando di salvaguardare la propria vita e libertà, o se fosse stufo degli impicci del suo maestro, che lo coinvolgevano in trame rivoluzionarie e terroristiche, molto più per alimentare la sua pomposa presunzione che per qualsiasi intenzione di aiutare veramente la società giapponese.
La soluzione di Ueshiba a tale ambivalenza, tuttavia, fu di diventare egli stesso un dio. Si lasciò dipingere come l’incarnazione di una divinità Shintō. Coltivava seguaci attraverso la mistica e la creazione di miti, senza mai richiedere ai suoi ‘ghost writers’ di correggere le dichiarazioni calunniose nei confronti di Takeda Sokaku e la delicata attenuazione del racconto riguardante la sua storia con l’Ōmoto-kyō, una religione da cui prese in qualche modo le distanze ma che non abbandonò mai come pratica religiosa personale.
Ueshiba fu un uomo di enorme complessità, che aveva un desiderio genuino di offrire al mondo un qualche strumento per risolvere la violenza tra gli esseri umani. La sua creazione ora incide su milioni di persone, molte delle quali non hanno mai nemmeno sentito parlare dell’Aikidō. I principi dell’Aikidō sono attualmente incorporati negli studi sulla risoluzione dei conflitti, nella psicologia, persino nei sistemi di riqualificazione neurologica come il metodo Feldenkrais.
Attraverso questa creazione, tuttavia, ottenne anche la garanzia di essere venerato, una posizione di divinità minore dalla quale non doveva più incontrare i suoi compagni e compagne faccia a faccia. Nei suoi anni giovanili, fu attratto dai furfanti: maestri il cui potere derivava, in parte, dalle loro personalità assolutamente uniche, dai loro atteggiamenti iconoclasti nei confronti delle correnti principali nelle loro occupazioni prescelte, nelle arti marziali, in politica e nella religione. Si dimostrò duttile nei confronti del governo, partecipando all’addestramento di coloro che sarebbero andati in guerra. E aprì le sue porte a uomini che non praticavano arti marziali nel dōjō, ma nel mondo reale della politica e in quello ancora più reale dei coltelli insanguinati e delle pistole fumanti. Lo intimidivano, quei terroristi? O lo affascinavano, uomini con ideali e volontà di ferro, che sembravano imprimere la loro impronta nel mondo in un modo fin troppo realistico, in particolare a confronto con l’andar dietro di Ueshiba al fantasioso regno di Deguchi in Mongolia, e all’essere offerto come guardia del corpo a militari che pianificavano un colpo di stato?

Onisaburo Deguchi, Ueshiba Morihei e altri – prigionieri in Manciuria, pronti ad andare davanti al plotone d’esecuzione, dopo la sconsiderata spedizione messianica di Deguchi per conquistare la Manciuria come avatar della nuova era.


Avendo personalmente combattuto con alcune di queste problematiche, in particolare le spinte talvolta opposte del potere fine a se stesso contro l’azione morale, la lealtà verso il prossimo contro l’integrità individuale, il bisogno di qualcuno più forte che mi insegnasse e guidasse, e l’odio per quella stessa persona per aver rivelato la mia debolezza in virtù della sua forza, è proprio questa ‘incarnazione’ di Ueshiba che ha qualcosa da offrirmi.
Fu da quel groviglio di debolezze e difetti combinati con devozione religiosa, genio creativo e un onesto desiderio di contribuire al benessere dell’umanità, che egli fu in grado di ricavare i principi dell’Aikidō, un’arte che ha cambiato una parte del mondo.
Il principio dell’unificazione di ten (cielo) e chi (terra) mediante l’azione di jin (umanità), così spesso espresso da Ueshiba, non è un grazioso concetto filosofico. Per spingere nel terreno con sufficiente potenza da mettere la testa tra le stelle, a quanto pare i piedi devono, a volte, sporcarsi per davvero.

Note
50 Pranin, Stanley, http://www.aikidojournal.com
51 Goldsbury, Peter, Transmission, Emulation, Inheritance, una serie di saggi su http://www.aikiweb.com
52 Driscoll, John, Of Oak Leaves, Blind Hogs, and an Acorn – The Origin of O-Senseis Koshi Nage
http://www.aikiweb.com/forums/showthread.php?filter%5B1%5D=JohnDriscoll&t=14306, 2008
53 Pranin, Stanley, Aikido Masters: Prewar Students of Morihei Ueshiba, Aiki News, 1993
54 Bergamini, David, Japans Imperial Conspiracy, 1972 Pocketbook edition, pp. 413-414
55 Il fatto che Iwata non ne fosse a conoscenza suggerisce che si trovasse ai margini di questa situazione, piuttosto che parteciparvi.
56 Victoria, Brian Daisan, Zen War Stories, Routledge Curzon, London & New York, 2003
57 http://www.aikiweb.com/forums/showthread.php?filter%5B1%5D=PeterGoldsbury&t=14880
58 Marius Jansen, The Making of Modern Japan, Harvard University Press, Cambridge Massachusetts, 2002, p.582
59 http://www.aikiweb.com/forums/showthread.php?t=22103
60 Questa frase, cambiare il mondo 世直し (yō naoshi), significa più precisamente, correggere il mondo. È una frase che indica rivoluzione, cambiamento radicale ad ogni costo, non il tipo di blanda propaganda che alcuni politici occidentali pronunciano quando cercano di affascinare i giovani e gli sprovveduti.
61 Per essere completamente onesti con Ueshiba, in queste situazioni ci sono sempre ingranaggi dentro ad altri ingranaggi. Durante il mio periodo in Giappone, in diverse occasioni, mi sono trovato coinvolto in situazioni imbarazzanti e pericolose nelle quali non volevo davvero essere. Scoprii allora che se mi mostravo eccessivamente entusiasta, o i miei servizi non erano graditi, o si trasmetteva implicitamente il messaggio che non volevo davvero partecipare, senza che mi fosse richiesto di rimetterci la faccia o di sfidare apertamente i miei superiori.
62 Vedere Deguchi, Kyotaro, The Great Deguchi Onisaburo, trad. di Charles Rowe, Aikid Journal, 2012, Capitolo XXXVIII.
63 L’autore dell’intervista, non conosciuto tanto al tempo dell’originale pubblicazione di Dueling with O-sensei nel 2000, quanto quando l’opera fu ripubblicata in versione estesa e aggiornata nel 2016, è il giornalista e vignettista Kondo Hidezo. L’articolo faceva parte di una serie di ritratti pubblicati tra il 1947 e il 1976 dal titolo Hidezo Kenzan Yaa, konnichiwa. Dobbiamo queste informazioni a Guillaume Erard e al suo lavoro qui pubblicato: https://aikidojournal.com/2019/03/25/a-provocative-interview-with-morihei-ueshiba/ [NdT]
64 Molti praticanti di arti classiche cambiano diverse volte il proprio nome. Questo di solito esemplifica un cambiamento nel corso della vita della persona.
65 I metodi di Ueshiba furono ritenuti troppo difficili da imparare per gli studenti dell’accademia Nakano e fu sostituito da tre praticanti di Karate Shotokan: Okuyama Tadao, Egami Shigeru e Kamata Toshio. Ci sono alcuni resoconti secondo i quali essi testarono i loro colpi di Karate sui prigionieri americani, per accertare cosa avrebbe realmente ucciso e cosa avrebbe semplicemente ferito. Dopo la seconda guerra mondiale, Okuyama incontrò il nipote di Ueshiba Morihei, Inoue Noriaki, e non fu in grado di sconfiggerlo in una sorta di match. Okuyama (e più tardi Egami) diventarono studenti di Inoue. Okuyama aderì all’Ōmoto-kyō, diventando una guardia del corpo per la famiglia Deguchi. Finì i suoi giorni a Kyōto, insegnando un qualcosa che lui chiamava Aikiken, che sosteneva essere una rinascita dell’arte della spada di Sasaki Kojiro, il mitico avversario di Miyamoto Musashi.
66 Tanahashi Kazuaki, Years Before Pearl Harbor, in Aikido Today Magazine, #43, Arête Press, Montclair, California
67 È interessante notare che Okawa, quando fu arrestato dalle forze alleate dopo la seconda guerra mondiale, citò questo intrigo come prova che era contro la seconda guerra mondiale e che, invece, si era battuto per la pace. Vedi Jaffe, Eric, A Curious Madness: An American Combat Psychiatrist, a Japanese War Crimes Suspect, and an Unsolved Mystery from World War II, Scribner, New York, NY 2013
68 Perry, Susan, Remembering O-Sensei: Living and Training with Morihei Ueshiba, Founder of Aikido, Shambala Publications, Inc., 2002, p.39
69 http://www.aikiweb.com/forums/showpost.php?filter%5B1%5D=Peter%20Goldsbury&p=221517&postcount=164
70 Fu uno dei sette uomini processati nel tribunale per crimini di guerra di Tōkyō, dove si comportò in modo così bizzarro, che dopo essere stato valutato da uno psichiatra, Daniel Jaffe, fu messo in un ospedale psichiatrico per tre anni, evitando il processo. Fu rilasciato nel 1948. Alcuni hanno a lungo sostenuto che avesse finto di essere pazzo, ma Jaffe affermò che mostrava chiari segni di paresi generale (sifilide terziaria). Fu usato un trattamento ormai superato, ma in realtà efficace, infettandolo deliberatamente con la malaria. La febbre alta causò la remissione dei sintomi psichiatrici distruggendo le spirochete, ma non riparando i danni già presenti nel cervello. Mentre era in ospedale, quest’uomo straordinario completò la prima traduzione in giapponese del Corano.
71 Intervista tradotta da Chris Li: http://www.aikidosangenkai.org/blog/ interview-aikido-shihan-kanshu-sunadomari-part-1/
72 Ben-Ami, Shillony, Revolt in Japan: The Young Officers and the February 26, 1936 Incident, Princeton University Press, New Jersey, 1973, p 20
73 Amdur, Hidden in Plain Sight, ob cit.

Tratto da Ellis Amdur: A Duello con O-sensei – Alle Prese con il Mito del Guerriero Saggio
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A Duello con O-sensei
Alle Prese con il Mito del Guerriero Saggio

The Ran Network – I Classici del Budo N. 1
di Ellis Amdur

Se esistesse un “libro di arti marziali normale”, questo ne sarebbe il gemello malvagio. Spietatamente onesto, e scritto dalla prospettiva unica di insider trasformato in outsider, in questo libro Ellis esplora gli aspetti del budō, le sue filosofie e i suoi dilemmi attraverso la lente dell’aikidō , un’arte marziale moderna il cui fondatore è discusso con toni reverenziali e avvolto in una mistica quasi religiosa. Guardando all’idea del budō come modo di vivere e come percorso verso la perfezione personale, Ellis affronta le complessità e le contraddizioni del mondo reale dietro questi stereotipi semplificati, rivelando intuizioni che hanno valore per qualsiasi artista marziale o anche per un non artista marziale con un interesse per gli aspetti più oscuri della natura umana.

— Dave Lowry, autore di Persimmon Wind