Giorgio Oscari – Alla Corte di Morihiro Saito


Il maestro Giorgio Oscari ha insegnato Aikido in Italia per 50 anni a oltre 6000 allievi. Il suo continuato impegno ne fa uno dei nostri insegnanti anziani di maggior rilievo, anche se il suo carattere riservato lo ha spesso tenuto lontano dai grandi palcoscenici. Oscari sensei fa parte del ristretto nucleo di uchideshi del maestro Morihiro Saito, di cui a tutt’oggi tramanda fedelmente e con grande rigore la pedagogia. Impariamo a conoscerlo meglio in questa intervista recentemente concessa ad Aikido Italia Network

di MICHELANGELO OSCARI

Quando hai iniziato a fare Aikido e perché lo hai scelto l’Aikido tra tante Arti Marziali?

OSCARI – All’età di 16 anni vivevo a Torino e frequentavo un dojo che si chiamava Accademia Doyukai Torino. Era specializzato nel Judo, nel Karate e nell’Aikido. Osservai a lungo il Judo e il Karate, ma alla fine scelsi l’Aikido perché aveva qualcosa di più misterioso e mistico.

Quali erano i Maestri più influenti degli anni 70 in Italia? Come si è svolta la divulgazione dell’Aikido nel nostro paese e perché abbiamo cos tante organizzazioni come risultato?

OSCARI – L’Aikido in Italia è stato inizialmente divulgato in modo continuativo dal maestro Motokage Kawamukai, che dopo aver insegnato per alcuni anni disse chiaramente che il suo solo insegnamento non era sufficiente, anche perché lui aveva una sua attività in proprio. Sentiva quindi che il suo lavoro di diffusione, da solo, non sarebbe stato sufficiente per divulgare l’Aikido in Italia. Come conseguenza, l’Aikikai di Tokyo inviò il maestro Tada, poi il maestro Fujimoto e poi il maestro Hosokawa.
In Italia insegnarono comunque anche altri Mestri, come ad esempio il maestro Tamura, che veniva dalla Francia e il maestro Asai, e il maestro Kobasyashi e altri… da noi passarono molti insegnanti che hanno divulgato la loro interpretazione dell’Aikido.
In quegli anni la struttura dell’Aikikai d’Italia era molto chiusa e inevitabilmente si crearono altri gruppi per la pratica e la diffusione dell’Aikido.
Dall’85 in poi, la costante venuta in Italia del maestro Morihiro Saito ha dato una svolta alla pratica dell’Aikido e alla sua visione in una forma più tradizionale, aggiungendo lo studio dell’Aiki-jo e dell’Aiki-ken, che precedentemente erano non codificati o venivano ignorati.
Oggi abbiamo una divulgazione dell’Aikido su tutto il territorio in modo omogeneo, ma con indirizzi tecnici diversi a seconda delle varie organizzazioni.
Dobbiamo tener presente che dal 1970 al 2020 c’è stato un cambiamento sociale repentino. Le nuove generazioni hanno sviluppato visioni e considerazioni nuove sull’Arte rispetto ai praticanti precedenti; pertanto, piuttosto che adattarsi alle vecchie organizzazioni, gestite dai vecchi praticanti, ne hanno create delle nuove. Questa forse può sembrare un anomalia, ma in realtà ha dato forza e vitalità a tante nuove organizzazioni per la divulgazione dell’Aikido.

Come è stato il suo primo incontro con il maestro Morihiro Saito? Come si veniva accettati dal maestro Saito per diventare uchideshi nel dojo di O-sensei a Iwama?

OSCARI – Per venire accettati dal maestro Morihiro Saito a Iwama bisognava che un Maestro già appartenente alla scuola di Iwama ti presentasse e facesse una lettera di garanzia per l’accettazione nel dojo. Io fui presentato dal maestro Takeji Tomita nel 1986.

Quando e come è stato il tuo primo viaggio in Giappone?

OSCARI – Nel 1986 non vi erano tutti i canali informatici di oggi, pertanto sia l’arrivo all’aeroporto, che l’arrivo a Tokyo e poi il viaggio per Iwama furono abbastanza complessi. Ricordo di essere arrivato nel dojo il pomeriggio alle 17 del 4 dicembre 1986, di aver bevuto una tazza di the verde e poi, dopo circa 36 ore di viaggio, alle 19 presi parte al primo allenamento. Essere nel dojo di O-sensei ti metteva in uno stato psicologico che ti permetteva di non percepire le difficoltà della lingua e le diversità culturali e di adattarti a tutto pur di imparare.

Come era il soggiorno a Iwama ? E quali erano le mansioni svolte dagli uchideshi?

OSCARI – Nel mio primo viaggio a Iwama eravamo solo in quattro uchideshi: oltre a me, Wolfgang Baumgartner dalla Germania, Mike Marelli dalla Australia e Carlos Nogueira dal Brasile. Di mattina il maestro Saito faceva lezione solo per noi: ci sembrava inverosimile che un maestro di così alta levatura si dedicasse a così pochi studenti, ma questa era la realtà.
Le giornate erano semplici: al mattino sveglia alle 6 per la pulizia del Dojo, dalle 7 alle 8 lezione, alle 9 colazione; a turno poi si andava ad acquistare il cibo per preparare il pranzo, al pomeriggio si facevano piccoli lavori di manutenzione per il dojo e per il giardino, aiutando il maestro Saito. Alla sera, dalle 19 c’era una lezione cui prendevano parte anche gli studenti giapponesi (sotodeshi), circa una ventina di persone. Al mattino spesso la lezione era basata sul bukiwaza e si svolgeva all’aperto; alla sera si faceva sempre lezione all’interno del dojo con studenti di tutti i gradi, dal 5°Kyu al 5°Dan, ed era una lezione di taijutsu.

Quali erano i tuoi compagni di allenamento quando eri a Iwama?

OSCARI – Dal 1986 al 2002 è stato redatto un registro di chi ha fatto lezione ad Iwama: si tratta di circa 900 studenti. Naturalmente non ho praticato con tutti, ma ricordo molto bene diversi miei compagni di allenamento: Pat Hendricks, Wolfgang Baumgartner, Patricia Guerri, Steven Solomon, Philippe Voarino, Bjorn Saw, Miles Kessler, Lewis Bernaldo de Quiros, Patrick Cassidy, Carlos Nogueira e molti altri ancora.

Cosa erano i Mokuroku?

OSCARI – Nelle scuole antiche di arti marziali (koryu) veniva adottato il sistema delle pergamene scritte a mano (mokuroku), nelle quali si attestava il livello del allievo, e all’interno si custodiva il programma tecnico che veniva tramandato.
Il maestro Morihiro Saito decise di adottare questo sistema per il programma di Bukiwaza. All’interno dei mokuroku, il maestro Saito scriveva a mano, esercizio per esercizio, l’intero programma di bukiwaza di aiki jo, aiki ken e ken tai Jo.
I mokuroku erano 5, e nel 5° mokuroku veniva conferito il grado di “Kaiden”, il massimo grado ottenibile.

Come è stato fare l’esame per ottenere il 5° mokuroku ?

OSCARI – Nel agosto del 1991, dopo circa 10 viaggi e soggiorni in Giappone, presso il dojo di Iwama ho sostenuto l’esame per il 5° mokuroku assieme a Philippe Voarino. Fu un’esperienza molto emozionante. Mi ricordo che il maestro Saito, dopo l’allenamento del mattino, una volta finita la lezione, ci comunicò semplicemente: “Alle 9 esami nel dojo”. In quegli esami ci chiese l’intero programma tecnico di bukiwaza. Al termine di quella prova eravamo stremati ma felici di aver dato il massimo che potevamo esprimere. Il risultato positivo di quell’esame fu la ricompensa di tanti anni di sacrificio.

Come era il tuo rapporto con il maestro Morihiro Saito?

OSCARI – Troppo personale per descriverlo, ma posso dire che il Maestro Saito si adattava d ogni studente a seconda delle sue qualità umane e di ogni sua inclinazione a livello personale, mentre non transigeva su nulla a livello aikidoistico. Posso dire che quando c’era una festa nel dojo, o un compleanno, era molto gioviale e amichevole, ma subito dopo, quando si saliva sul tatami, era come chiudere un libro e aprirne un altro: lui era il maestro e noi eravamo gli allievi. Non si poteva né discutere né interpretare: noi eravamo gli allievi e lui il Maestro.
Nel 1992 invitai il Maestro Saito in Italia per uno stage privato nel mio dojo di Modena e uno ttage internazionale per la Filpj, della quale in quel momento ero il direttore tecnico nazionale. Lo stage si svolse presso il Centro Sportivo Le Cupole di Torino e mi ricordo che erano presenti partecipanti di 8 nazioni diverse per un totale di circa 200 allievi.
Organizzare qualcosa in Europa per il maestro Saito non era cosa da prendere alla leggera, perché il Maestro faceva fatica ad adattarsi all’Europa e alle nostre abitudini. Si sforzava di accettarle ma comunque lui avrebbe desiderato che noi andassimo in Giappone a studiare l’Aikido, perché per lui era un sacrificio lasciare il dojo di Iwama.

Cosa ne pensa della dicotomia Iwama-Aikikai? È reale? È necessaria? Utile?

OSCARI – Bisogna capire che il maestro Morihiro Saito è stato allievo diretto di O-sensei dal 1946 al 1969 e che ha provveduto a sostenere e curare il dojo di Iwama dal ’46, quando è diventato allievo di O’Sensei, fino al 2002, anno della sua scomparsa.
La sua natura era quella di proteggere tutto quello che concerneva il suo rapporto con il maestro Morihei Ueshiba, di non cambiare nulla, di non deluderlo mai e di preservare e proteggere il suo programma tecnico: questo era l’impegno cui aveva dedicato la sua vita. Era quindi normale che il lavoro tecnico di Iwama fosse dedicato ad approfondire l’arte al di fuori dei meccanismi sociali, in quanto l’arte era l’unica ragione di pratica.
D’altro canto, l’Aikikai come fondata dal maestro Kisshomaru Ueshiba aveva lo scopo di divulgare l’Aikido nel mondo, per cui l’idea della diffusione dell’arte nei vari continenti e nelle diverse nazioni era prioritaria rispetto a ogni altra considerazione.
Anche a Iwama potevamo vedere maestri con lo stesso grado, ma che presentavano diverse personalizzazioni del proprio Aikido, ma nell’Aikikai queste differenze di stile tra i loro insegnanti sono decisamente maggiori.
Credo però che solo un principiante possa focalizzare l’attenzione sulle differenze. In una visone più approfondita, invece, entrambe le scuole, che potrebbero sembrare antagoniste, in realtà sono complementari. Non dimentichiamo che il maestro Saito era comunque 9°Dan dell’Aikikai di Tokyo.

Come caratterizzerebbe la sua pedagogia all interno della comunità aikidoistica cui appartiene?

OSCARI – Ho incominciato la pratica dell’Aikido nel 1968 e ho incominciato ad insegnare nel ’73. Ho speso tutta la mia vita per imparare, studiare, approfondire e divulgare l’Aikido in tutte le sue forme (tecnica, culturale e spirituale). In questi 50 anni di insegnamento ho avuto oltre 6000 studenti. Starmi vicino ed essere mio allievo non è facile, perché pretendo sempre di più man mano che si avanza di grado. Credo che comunque tutti i praticanti in generale servano a mandare avanti la conoscenza e la divulgazione del Arte dell’Aikido.
Sono convinto che fino al 5°Dan ci si dovrebbe attenere ad un programma tecnico preciso prima di cominciare a pensare di personalizzare l’Aikido.

Non abbiamo abbastanza giovani sul tatami. Abbiamo sbagliato qualcosa nella comunicazione ? Quale è la sua ricetta in proposito?

OSCARI – I giovani oggi sono attratti da cose più moderne, spesso più semplici e più frivole, A 14 anni, accettare di mettersi in seiza, in meditazione e ascoltare tutte le spiegazioni del maestro diventa lungo e stancante. A chi è giovane sembra di non imparare mai, per cui è più facile che si adattino a maestri giovani che si caratterizzano per un attività più atletica, fisica e magari con meno rigore.

È necessario diffondere la pratica o va bene un numero ridotto di studenti e scuole come nei Koryu?

OSCARI – Non si può imporre alle organizzazioni o agli insegnanti un metodo che non venga dalle loro esperienze o dal loro cuore. Ogni allievo cercherà il maestro più adatto per lui a seconda del momento che sta vivendo.
È giusto che ci siano scuole più leggere oppure più tradizionali e più difficili, ognuna delle quali troverà la sua ragione d’essere in questa società.

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Claudio A. Regoli:
La Spada Giapponese – Storia, Tecnica e Cultura

The Ran Network – I Classici del Budo #4

Se fino a tempi recenti l’ammirazione per la spada giapponese era un fatto ristretto a collezionisti e appassionati di oggetti d’arte, la popolarizzazione delle arti marziali ha aiutato a farne apprezzare il valore a un pubblico sempre più esteso. La Spada Giapponese – Storia, Tecnica e Cultura si rivolge a questa platea più ampia, fornendo una guida completa all’apprezzamento e alla valutazione delle lame delle spade giapponesi, presentando nel contempo tutto il background necessario ai lettori per entrare a far parte del novero degli intenditori della materia.

Il testo fornisce una sintetica esposizione introduttiva della storia del Giappone, essenziale per la comprensione delle origini e degli sviluppi del Nihontō, la spada giapponese, per poi passare alla trattazione dei miti che ne avvolgono l’apparire. Attenzione viene successivamente posta sulla storia della spada e della sua fabbricazione in Giappone, concentrandosi ulteriormente sulle caratteristiche che distinguono le varie scuole di produzione delle lame, i relativi forgiatori, gli specifici metodi produttivi, la politura, il montaggio e il collaudo delle lame. Ampio spazio viene inoltre dedicato alla descrizione tecnica della spada e dei suoi elementi costitutivi.

Nessuna trattazione sulla spada, tuttavia, sarebbe completa senza un esame dettagliato del suo utilizzo in combattimento, risultato dell’opera delle scuole guerriere che si sono fatte carico dello studio e dell’insegnamento di come padroneggiare l’arma che maggiormente rappresenta lo spirito del Giappone. L’autore traccia la storia delle maggiori Koryū, le scuole marziali classiche, passando quindi a illustrare la cambiata funzione dello studio della spada nei tempi moderni, con l’avvento delle pratiche di tipo Dō e della missione formativa delle arti marziali.