La Pratica del Buki-waza Come Strumento di Riflessione


Corallini Paolo 04

“Un soldato dovrebbe seguire internamente la via della carità
ed esternamente quella del coraggio;
quindi il monaco impari dal soldato il coraggio
e il soldato impari dal monaco la carità”.
Y. Tsunetomo, “Hagakure” [1]

di CARLO CAPRINO


Buki waza
, il perché di una pratica con le armi

Se è riduttivo considerare lo Aikido come mera Arte marziale da combattimento, lo è ancora di più voler giudicare la pratica dell’Aiki-ken (la spada dell’Aikido e dell’Aiki-jo (il bastone dell’Aikido) solo dal punta di vista “pratico”. Se un malaugurato evento può portarci a dover applicare una tecnica di tai-jutsu, è quantomeno improbabile la necessità di impiegare una spada o un bastone per difendere la nostra o la altrui incolumità.

Perché la pratica del Buki-waza (termine con cui si indica la pratica delle armi) allora? Certamente per rispetto alla Tradizione dei samurai in cui l’Aikido tuffa le sue radici, sicuramente perché didatticamente le armi costituiscono uno strumento ottimale per evidenziare errori ed apprendere correttamente posture, spostamenti, gestione del timing e della distanza da applicare poi nella pratica a mani nude.

Tutto vero e tutto giusto.

Ma se è vero come è vero che in Aikido non ha senso distinguere la pratica armata da quella a mani nude, tanto che spesso viene ripetuto che “Jo Ken Tai ichi” (il bastone, la spada e il corpo sono [o dovrebbero essere] una cosa sola) e se è vero come è vero che la pratica di Aikido deve essere vista anche come strumento per una migliore comprensione di sé stessi, dell’altro da sé e del mondo che ci circonda, allora ne discende che anche l’impiego delle armi può essere utilmente sfruttato a questo scopo.

Non si tratta di snaturare il ruolo di strumenti come la spada o il bastone per trasformarli in qualcosa di “diverso” dalla natura che è loro propria, quanto piuttosto di sfruttarli in una visione più ampia e utile. Se insomma è facile – vedendo un martello – pensare che serva a piantare un chiodo nel muro, si tratta di compiere uno sforzo di immaginazione (e non di fantasia, si badi bene!) e pensare a come – con lo stesso attrezzo – scolpire una statua.

Nulla è casuale e tutto è causale, potrebbe chiosare qualcuno a metà tra psicologia dell’inconscio e filosofia spicciola; uscendo dai giochi di parole possiamo cominciare a chiederci il perché nella pratica di Aikido siano stati compresi solo il bastone e la spada, scelti nell’ampio panorama bellico del Bu-jutsu nipponico. Certamente la spada era l’arma principe dei samurai giapponesi, ed altrettanto sicuramente il bastone ricorda, per dimensioni e strategie di impiego, sia la lancia che la baionetta, nel cui maneggio il Fondatore dell’Aikido era particolarmente versato, ma oggi, a noi uomini e donne occidentali del XXI° secolo, così lontani dai campi di battaglia giapponesi dei secoli scorsi, queste armi quali “perché?” suggeriscono?

Ci può venire in aiuto Platone, uno dei pilastri della filosofia occidentale, ed in particolare la concezione che la via di accesso alla conoscenza dell’intelligibile passi attraverso la “anamnesi” o “riminiscenza”: ovvero conoscere è ricordare nelle cose attuali le “forme” che abbiamo già visto e conosciuto, e quindi presenti nella nostra Anima (o nel nostro inconscio, suggerirebbe qualche adepto di Jung…). Seguiamo questa traccia ed esaminiamo in maniera rapida la simbologia sottesa a queste due armi, sempre ricordando che queste brevi note non hanno certo la pretesa di esaurire in maniera esaustiva un campo di indagine tanto vasto, quanto – più modestamente – offrire lo spunto per una riflessione individuale.

Spada

La Spada è da sempre il simbolo del Guerriero, del soldato, del combattente, tanto in Oriente quanto in Occidente. È strumento che toglie la vita, di freddo metallo, virile per eccellenza. Il Bastone è lo strumento del pellegrino, del monaco, del Pastore (di greggi o di anime…), è di legno, un materiale “vivo” anche se tagliato dal suo tronco, è sostegno alla vita, aiuta l’anziano nel suo passo incerto, piantato nel terreno lega a sé il tenero arbusto che rischia di essere spezzato dalla furia del vento. Legno e Metallo sono entrambi figli della Terra, ma il primo da questa parte alzandosi verso il Cielo, quasi anelando ad una ricongiunzione col Divino; il secondo è invece nascosto nel suo grembo, costituendo spesso l’ambito premio per chi lo cerca con forza d’animo e costanza di intenti, come testimoniato – ad esempio – dall’acronimo V.I.T.R.I.O.L. [2]

5 Elementi

Ancora, nella “teoria dei cinque elementi” del taoismo cinese, Legno e Metallo sono legati attraverso un mutuo rapporto di creazione e distruzione, che passa anche attraverso gli altri elementi di Fuoco, Terra ed Acqua.

La Spada e il Bastone (il maiuscolo iniziale è voluto) sono quindi solo apparentemente opposti ma in realtà complementari, così come complementari possono essere la via Guerriera e la via Sacerdotale che a volte si sono unite nella vita di eminenti personaggi (da Takeda Shingen a Jaques de Molay, per citare due tra i più noti…).


La Spada del Guerriero

Come detto, la Spada è da sempre il simbolo stesso del soldato, pur nelle sue varie forme e nei diversi materiali (dal preistorico bronzo all’acciaio più moderno) in cui è stata realizzata, prova ne sia che anche se l’arma da fuoco è da secoli padrona incontrastata dei campi di battaglia, al fianco della divisa di gala degli ufficiali quest’arma ancora oggi non manca mai. Per la sua caratteristica di oggetto in grado di dare la morte, questa arma ha sempre avuto un simbolismo particolare; è con un colpo di spada che l’ordinazione di un Cavaliere veniva e viene sancita, è con la spada in mano che viene rappresentata la Giustizia.

Quasi per proprietà transitiva, chi volesse impugnare un simile oggetto non può non incarnarne in sé le sue peculiari qualità: a colui che voglia armare la sua mano è richiesto di essere retto come la sua lama, freddo come il suo acciaio, resistente a tutto come la sua tempra, come testimonia ad esempio questo passaggio tratto da un codice cavalleresco risalente all’XI° secolo:

“Un Cavaliere è devoto al valore, il suo cuore conosce solo la virtù.
La sua spada difende i bisognosi,
la sua forza sostiene i deboli.
Le sue parole dicono solo verità, la sua ira si abbatte sui malvagi”

oppure la formula di investitura di un Cavaliere crociato a cui l’officiante – dopo che il Capitolo aveva verificato ed approvato la intenzione del postulante – si rivolgeva chiedendo:

“Fratello, voi chiedete molto, poiché del nostro amato Ordine, come di una quercia non vedete che la parte esterna, la corteccia. La corteccia che voi riuscite a vedere sono i nostri cavalli, le nostre armature, i nostri mantelli e i nostri pasti, e perciò credete che tutto ciò sia bello e che starete bene. Ma voi non immaginate nemmeno sotto la corteccia di quest’albero quali durissime regole vigono all’interno del nostro amato Ordine, voi che siete un signore dovrete far da servo agli altri, perché d’ora in avanti non potrete più fare i vostri comodi: se vorrete dormire sarete svegliato, se vorrete mangiare vi dovrete alzare e sarete comandato altrove, se vorrete essere sveglio vi si comanderà di dormire, se volete digiunare vi sarà comandato di mangiare, se vorrete andare in terra di Acri vi si manderà ad Antiochia, se vorrete rientrare a Sion sarete inviato in Francia o in Inghilterra, se vorrete andare da una parte vi si manderà da quella opposta e voi non potrete domandarne il perché, tutte le dure parole di rimprovero che avrete dovrete sopportarle in nome di Dio. Se così volete, alzatevi a fate un passo avanti.”

Un noto detto giapponese afferma che “pennello e spada sono la stessa cosa”, a significare che come non è possibile cancellare dalla carta di riso un segno di inchiostro una volta che questo sia stato tracciato col pennello, così è impossibile “cancellare” gli effetti di un colpo di spada. Il “dopo” è stato, è e sarà sempre diverso dal “prima”, ed è per questo che – come accennato – la presenza della spada è così frequente nei riti di iniziazione, che altro non sono che una morte alla vita profana per rinascere con nuova e diversa consapevolezza. A differenza di quanto spesso (e purtroppo…) avviene oggi, in passato il rito iniziatico era davvero una prova terrifica e impegnativa, superata solo da chi avesse forza, capacità e conoscenze tali da affrontarlo con successo; un evento di “rottura”, una esperienza indicibile a chi non la avesse già affrontata, un momento tanto terribile quanto grande era il premio riservato a chi riuscisse a superarlo, che potremmo descrivere con i versi di uno dei suoi più noti componimenti di Musashi Myamoto:

Sotto la spada levata dritta
c’è l’inferno che ti fa tremare.
Ma vai avanti e troverai
la terra della beatitudine.

S. Antonio


Il bastone del monaco

Seppur meno conosciuto, il simbolismo del Bastone è tanto importante quanto quello della Spada. Come detto, possiamo vedere in lui il simbolo del Sacerdote, del monaco, del praticante la Via religiosa. Non intendo con questo riferirmi tanto al moderno appartenente ad uno dei tanti ordini religiosi, quanto all’adepto che con la sua pratica anelava il ricongiungimento col Divino e l’armonia col Creato.

Col termine “Sacerdote”, etimologicamente, si indica colui che compie un atto sacro, o rende tale un luogo o un oggetto. Citando un compagno di pratica assai più esperto di me, è sacro ciò che è sacro ed è sacro ciò che è reso sacro secondo opportune modalità d’azione eseguite da chi abbia qualità e conoscenze tali da compiere il rito con cognizione di causa ed effetto. [3]

Come Perseo vince Medusa osservandola attraverso uno specchio magico per la impossibilità di guardarla direttamente, così un Divino inconoscibile poteva e può essere compreso (anche in questo caso, nel senso etimologico del termine) non attraverso una indagine diretta (una parte che comprende il Tutto è una contraddizione in termini…) ma solo con una attenta osservazione “di riflesso” del suo Creato. Ecco allora che l’adepto della Via sacerdotale si dedica alla osservazione di sè stesso in quanto creatura ad immagine divina [4] ed alla ricerca delle leggi di Natura che della Volontà divina sono il risultato.

Comprendere le leggi di Natura significa prevederne i fenomeni ed in qualche modo poterli riprodurre, e questo passaggio ci porta dal Sacerdote al Mago, altra figura mitica non a caso raffigurata spesso con un bastone o con una bacchetta di legno, in grado di comandare animali e fenomeni naturali [5]

Anche in questo caso, prima di suscitare sospetti di blasfemia, è utile chiarire che col termine “Mago” non si indicano prestigiatori o imbonitori in grado di stupire il popolino con effetti speciali, bensì ci riferiamo a Sacerdoti, spesso anche Re (ed anche in questo caso, è appena il caso di far notare che uno dei simboli del potere regale è lo scettro, ovvero ancora una volta un bastone …) dotati di un non comune grado di coscienza e conoscenza.

I più noti sono quelli che tutti noi abbiamo imparato a conoscere attraverso la riproposizione del Natale e della Epifania di Gesù il Cristo, con l’omaggio dei Re Magi [6] che, con l’atto della adorazione del neonato Gesù, ne riconoscono la natura divina compiendo – secondo una particolare lettura dell’evento – un vero atto simbolico di consacrazione. [7]

Aikido, la Via del Guerriero e del Sacerdote

Quanto sopra sarebbe un mero sfoggio di nozionismo raccogliticcio o poco più, se non avesse un minimo di riscontro con l’oggetto d’origine di queste riflessioni. Ebbene è noto a tutti i praticanti di Aikido che il Fondatore O’Sensei Ueshiba Morihei fu nella sua vita un imbattibile marzialista, un soldato coraggioso e di valore ed un fervente praticante della setta scintoista della Omoto-Kyo. Possiamo quindi a ragione affermare che in lui, come negli altri personaggi prima citati, si unirono in maniera indissolubile il Guerriero e il Sacerdote, il monaco e il soldato, dando origine ad Arte che dall’una e dall’altra Via traeva origine e pratiche, in qualche modo “trasfigurandole”.

Ueshiba Morihei 39

Ecco allora che la Spada dell’Aikido deve essere anche Bastone (ed infatti il simulacro che si usa nella pratica dell’Aiki-Ken è in legno e non ha punta, proprio come un bastone) e che il bastone dell’Aikido deve essere anche Spada (e non a caso nella pratica dell’Aiki-jo non mancano esercizi in cui viene impiegato in colpi e con impugnatura tipici della Spada), in un certo qual modo rispondendo alla citazione dello “Hagakure” riportata all’inizio di queste note.

Per meglio tentare di evidenziare quanto sopra, citerò un esercizio di Aiki-Ken ed uno di Aiki-jo e le conseguenti riflessioni stimolate dalle spiegazioni offerte da Paolo N. Corallini shihan, ribadendo ancora una volta che lo scopo di queste note non è di fornire spiegazioni tecniche o indicazioni di “ortodossia” aikidoistica.

Go no tachi, o il ritratto di Dorian Gray

Nella pratica dell’Aiki-ken, si comincia con i suburi, serie di sette esercizi individuali, si prosegue con quattro awase, esercizi svolti in coppia al fine addestrare la “armonizzazione” con il compagno di pratica e di giunge poi a cinque kumi-tachi, letteralmente “incontro di spade”, in cui le abilità acquisite vengono ulteriormente raffinate.

Come in tutte le Arti tradizionali, marziali o no che siano, il percorso di formazione dell’adepto non è arbitrario o affidato ai gusti del praticante o al ghiribizzo dell’istruttore, ma segue una precisa progressione didattica, dovuta non da una passiva accettazione dell’ipse dixit del Maestro ma indispensabile alla corretta comprensione di quanto studiato, poiché una casa si costruisce partendo dalle fondamenta e via via aggiungendo mattoni.

E come in una casa il solaio di un piano inferiore è anche il pavimento del piano superiore, così nell’Aiki-ken una serie di esercizi è propedeutica alla comprensione della serie successiva inoltre, poiché una delle caratteristiche più evidenti dell’Aikido è la sua circolarità, ad un occhio attento non sfugge che spesso il termine di una serie ha ben più che casuali coincidenza con l’inizio della stessa.

A questa peculiarità non si sottraggono i cinque Kumi-tachi, ed in particolare il quinto ed ultimo della serie, chiamato appunto Go-no-tachi, a cui dedichiamo le righe seguenti. Cominciamo col raffrontarlo con lo Ichi no tachi, il primo esercizio della serie, al fine di rilevare affinità e differenze tra i due. [8]

Proviamo di seguito a fare una breve analisi dei movimenti che compongono l’esercizio:

Gonotachi - Ichinotachi

1) Uchitachi attacca con un fendente frontale, Uketachi non lo para ma evade compiendo un rapido movimento semicircolare in senso orario, “minacciando” Uchitachi. Se in Uchitachi vediamo il “Male” e in Uketachi il “Bene” , possiamo dire che quest’ultimo non accetta lo scontro frontale, non si limita a proteggersi ma anzi agisce attivamente per mettere l’avversario in difficoltà. In senso lato quindi abbiamo un Bene “attivo” che re-agisce e non un passivo “non Male”.

2) Uchitachi para l’attacco di Uketachi e riattacca con un altro fendente frontale, Uketachi para indietreggiando. Possiamo dire che in questa fase il “Bene” offre al “Male” la possibilità di redimersi, dopo avergli mostrato la vanità del suo attacco. Il “Male” non viene quindi soppresso rispondendo alla violenza con una violenza maggiore ma gli si offre la possibilità di decidere del proprio destino.

3) Uketachi avanza verso Uchitachi e questi fa altrettanto con le spade a contatto, che assumono la posizione tsuba zeriai con le guardie paramano a contatto. In maniera simile al primo movimento, il “Bene” impegna il “Male”, non fugge il confronto ma anzi lo stimola. Mentre nel primo movimento le spade solo a livello chudan – Medio – Uomo, in questo caso salgono passando al livello jodan – Alto – Cielo, come a sublimare la violenza indirizzandola non in senso distruttivo verso l’Uomo ma bensì dirigendola verso il Divino, come fosse una offerta sacrificale (sacrificio = eseguire un atto sacro). In questo passaggio non solo le tsuba sono a contatto, ma a distanza ravvicinata sono anche gli occhi, il busto e l’addome dei due praticanti, ovvero, mente, cuore e hara che quasi si toccano e si influenzano reciprocamente. Il confronto non è solo fisico, le lame salgono in alto, sgombrano il campo e lasciano il passo a tsura kamae, intenzione e coraggio. Le energie sottili dei praticanti si annodano e le spade compongono una specie di X, due triangoli uniti per il vertice, una coppa che attende di essere riempita dall’alto, un imbuto che canalizza ciò che proviene dal Cielo.

4) Uchitachi si sposta di ulteriori 90° in senso orario lungo la circonferenza e cala un fendente tentando di tagliare dietro il ginocchio di Uketachi, che si sposta anche lui lungo la circonferenza parando l’attacco. Il “Male” non accetta l’offerta del bene e dallo Zenith precipita al Nadir, riportando l’azione e le energie a livello gedan – Basso – Terra, quasi a ribadire la “bassezza” del suo intento.

5) Uchitachi riattacca con un altro fendente frontale, Uketachi para senza indietreggiare, deviando il colpo e controllando la spada di Uchitachi. E’ la fase finale dell’esercizio, il “Male” si è dimostrato sordo a tutti gli inviti del “Bene” ed ha continuato nella sua azione distruttiva, sino a quando questa non è stata neutralizzata. Si badi bene che in questo esercizio, come in tutti gli altri, non è prevista la eliminazione fisica dell’aggressore ma solamente la neutralizzazione del suo attacco e della sua intenzione di nuocere. In questa fase finale il “Bene” è dove era il “Male” all’inizio e viceversa. Ciascuno dei praticanti – come nel tai no henko che da inizio alla pratica dei tai-jutsu – è al posto dell’altro, ne assume il punto di vista fisico al fine di comprenderne quello spirituale.

6) Uketachi e Uchitachi ritornano nelle posizioni iniziali percorrendo un semicerchio in senso antiorario, con il primo che continua a controllare con la propria spada la lama e le azioni del secondo. Al “Male” viene offerta una nuova possibilità, al suo libero arbitrio è affidata l’alternativa tra il proseguire o abbandonare la sua vana azione distruttiva; il “Bene” si è provato nel confronto, ha subito la tentazione di cedere alla Ira, al desiderio di dominare l’altro, di dimostrarsi più forte, più abile, più “giusto” dell’avversario. Metaforicamente, ciascuno dei due ha superato una prova iniziatica, è stato messo sulla Via ricevendo le indicazioni necessarie al giusto cammino, che è però affidato unicamente alla sua volontà. Si badi bene che il cerchio non è percorso nella sua interezza ma solo per metà; il “Bene” ha ancora bisogno di temprare il suo Bene, il “Male” ha ancora la possibilità di ripudiare il suo Male; lo ouroboros non si morde ancora la coda ma è piegato su se stesso, è tornato sui suoi passi osservando(si) la propria “parte oscura” nello specchio rappresentato dall’ “altro da sé” come avviene per Dorian Gray, il protagonista del romanzo di Oscar Wilde.

Ueshiba Morihei - Saito Morihiro 05

Dopo il go no tachi si pratica il ki musubi no tachi, un esercizio in cui le spade non si toccano più, in cui il Ki dei praticanti – come dice il nome – si annoda in maniera salda in cui non vince più il più forte, il più bravo, il più veloce ma colui che ha trasceso il piano meramente fisico. Non a caso questo non è considerato “il sesto kumi tachi”, non sono più le spade ad incontrarsi, ma l’anima e il cuore dei praticanti.


Roku no Jo, il fine dell’infinito

Sulla progressione didattica dello studio dello Aiki-jo vale quanto detto prima per lo Aiki-ken, ciascun esercizio ha senso compiuto in sé ma anche come parte di un programma più ampio in cui la sequenza di addestramento ha una logica che non può e non deve essere modificata.

Checché se ne dica una tecnica marziale è una opera d’arte, e come tutte le opere d’arte fornisce al fruitore stimoli diversi in funzione della sua esperienza; se un quadro, una statua o una sinfonia musicale provocano reazioni diverse in diversi spettatori/ascoltatori, così la stessa tecnica e lo stesso esercizio forniscono a praticanti di diversa esperienza feedback affatto diversi tra loro. E’ anche e soprattutto per questo che è usuale constatare come anche Maestri marziali di pluridecennale esperienza eseguano quotidianamente gli esercizi che alcuni pensano siano riservati ai soli principianti.

E’ questo il caso tipico del roku no jo, esercizio col bastone composto da sei movimenti che è compreso nel programma d’esame di gokyu, il grado più basso del praticante di Aikido. Capita spesso che si pensi che le tecniche che si studiano all’inizio dell’addestramento siano le più semplici, in realtà sono invece le “fondamenta” dell’Arte, senza la cui almeno minima comprensione è impossibile procedere e quanto sopra è tanto vero che dello stesso programma d’esame fanno parte tecniche di tai-jutsu che impiegano i principi di ikkyo e iriminage, di cui O’Sensei Ueshiba Morihei diceva: “ikkyo issho iriminage san nen”, che potremmo tradurre come: “[per comprenderli bisogna studiare] ikkyo per una vita e poi iriminage per altri tre anni”.

Roku no jo come fondamenta della pratica di Aiki-jo quindi. Il motivo al principiante appare evidente: nei sei movimenti ci sono i colpi, le parate, le guardie e gli spostamenti di base della pratica, una specie di “Bignami” del lavoro col jo. Ma fatto salvo il fatto che repetita juvant anche ai più esperti, quale è il plus che questa serie di movimenti offre al praticante avanzato ovvero, quali riflessioni questi può ricavarne?

Possiamo partire dai numeri, che per noi occidentali nipoti di Pitagora, hanno un fascino tutto particolare: i movimenti sono sei e questo numero ha una ampia valenza simbolica che proviamo a riassumere. Sei è pari a due volte tre, e se tre è il numero perfetto, sei è quindi due volte perfetto; Sei sono i movimenti di base nello spazio (avanti, dietro, destra, sinistra, in alto, in basso) e – se restringiamo lo sguardo all’Aikido – sei sono le facce del cubo, che è la proiezione solida del quadrato, una delle forme sacre alla base dell’Arte, come sei sono i gradi Dan che il praticante deve aver conseguito per poter essere insignito del titolo di shihan (letteralmente: “persona da imitare”).

Nella pratica, dopo l’esecuzione dei sei movimenti distinti tra loro, il secondo ed il terzo diventano un unicuum; questo passaggio possiamo interpretarlo come “la fusione degli opposti”: il secondo movimento è una parata alta eseguita indietreggiando, il terzo è un fendente eseguito avanzando; due diventano uno come un uomo e una donna diventano una famiglia unita nel corpo e nel cuore.

Nodo

E come un uomo ed una donna generano un figlio, così nel livello successivo dalla coppia si passa alla trinità ed in un unico passaggio si uniscono secondo, terzo e quarto movimento. Qui gli esempi si sprecherebbero: alla Trinità ben nota ai cristiani aggiungiamo quella della Trimurti induista composta da Shiva, Visnù e Brahma; il Tempo umano è composto da Passato, Presente e Futuro; tre sono i lati del triangolo, altra figura sacra dell’Aikido e tre sono Spirito, Corpo e Anima che O’Sensei considerava un unica cosa quando affermava: “Shin Gi Tai ichi”.

Eseguito in maniera dinamica questo movimento comporta la tracciatura del primo anello che compone il simbolo di infinito con un haya gaeshi (veloce cambio di guardia sul posto) effettuato con un saltello: solo abbandonando fisicamente, sia pure per un istante, (ma volendolo per sempre, nella intenzione) la “materialità” rappresentata dalla Terra, l’Uomo può tentare di elevarsi verso il Cielo, rappresentando la sua tensione verso il Divino.

Il secondo anello dell’infinito viene tracciato al passaggio successivo, in cui sono il quinto ed il sesto movimento ad essere uniti; ed infine l’opera è compiuta quando tutti i movimenti dal secondo al sesto sono eseguiti senza soluzione di continuità, in un unico tempo, in un unico spazio, in una unica intenzione, in un unico kiai. Il movimento del jo è quasi sempre effettuato di fronte allo hara, focalizzando ancor più l’attenzione su questo centro energetico, in specie se l’esercizio è eseguito in coppia, armonizzando i movimenti dei due praticanti. In questo caso è come se i praticanti allacciassero i loro Ki stringendoli insieme nel nodo tracciato dai due bastoni, non a caso conosciuto proprio come “nodo d’amore”.


Conclusioni

Come spesso mi accade in questi casi, ho la sensazione di aver scritto molto senza aver detto nulla, ma mi consola il ripensare alla affermazione di un Maestro che spiegava che “a chi sa non c’è bisogno di dire nulla, a chi non sa non serve dire nulla”. Non si tratta di egoistica avarizia del proprio bagaglio di conoscenze (peraltro – nel mio caso – ben misero) quanto proprio della impossibilità di tradurre in parole comuni esperienze individuali comprensibili solo a chi, come noi, le abbia sperimentate.

Mi auguro comunque, nonostante la difficoltà di trattare l’argomento affrontato e la mia scarsa esperienza di pratica, di essere riuscito almeno a risvegliare la curiosità ed il desiderio di guardare alla propria pratica con occhi nuovi, in grado di osservare panorami più ampi di quelli che credevamo di poter scorgere.

Un ringraziamento particolare è dovuto al Maestro Paolo N. Corallini, sempre prodigo di consigli ed indicazioni, che ancora una volta ha voluto mostrarmi quante possibilità di approfondimento offra la pratica dell’Aikido.

Note

[1] Lo “Hagakure” (letteralmente “All’ombra delle Foglie”) è uno scritto del 1700, pubblicato solo nel 1906, composto da 11 volumi, in cui l’autore Yamamoto Tsunetomo (ex samurai ritiratosi a vita monastica dopo la morte del suo signore) raccoglie, con l’aiuto del suo allievo Tashiro  Tsuramoto, brevi aforismi che possono essere definiti i precetti della Via del Samurai.

[2] V.I.T.R.I.O.L. Visita (visitando) Interiora Terrae (la terra interiore, l’inconscio, l’infero personale) Rectificando (correggendo) Invenies (troverai) Occultum Lapidem (la pietra nascosta, la tua vera essenza). Così viene illustrato il postulato sulla metamorfosi iniziatica che ritroviamo nell’Opera in Bianco dell’Alchimista spirituale.

[3] Da una e-mail privata: “Il concetto della sacralità è la base indispensabile per l’elaborazione umana del sistema magico o religioso che sia. E’ chiaro che quest’astrazione è profondamente relativa, una variabile legata alla cultura di appartenenza ed estrinsecazione; sono stati fatti vari studi per descrivere esaurientemente questa tematica così sfuggente e volubile e ne sono stati isolati tratti e momenti comuni. Uno dei più celebri studi in merito, ancorchè datato, è quello di Rudolf Otto, “Il Sacro”. Lo studioso tedesco, teologo luterano, ha coniato un nuovo termine, “numinoso”, fondando una categoria concettuale nuova, che abbraccia numerosi significati. Altri studiosi, di varie e diverse discipline, hanno sviluppato questo argomento: tra i molti, Mircea Eliade, Marcel Mauss, Evans-Pritchard. Vale la pena, come sempre, di partire dall’etimologia: “sacer”, in latino, da cui deriva l’italiano “sacro”, significa “separato” e con questa parola, per associazione, si voleva indicare tutto ciò che non apparteneva al mondo materiale, alla dimensione terrena, ma a quella spirituale, divina, ultraterrena, soprannaturale e che era, di riflesso, intoccabile. Il vocabolo ha certamente una diretta correlazione con il tabù, con il terrore e l’orrore ma altresì, come è facile intuire, con il mistero e l’adorazione. Tra i composti e i derivati del termine sacro, basterà richiamare “sacerdos”, sacerdoti, “sacrificium” ‘rito sacro’, “sacellum” (da sakro-lo-), “sacrarium”, “sacramentum” , ecc.: come si vede, ognuna di queste parole sviluppa solamente alcuni dei significati che sono compresenti in “sacer” che è veramente ricco di sfumature e sottintendimenti.”

[4] “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creo; maschio e femmina li creò” (Genesi 1, 27).

[5] Quanto non sia poi tanto peregrino questo parallelismo potrebbe dimostrarlo anche una serie di esercizi di Chi Kung di bastone praticati nello stile Fu di Tai Chi Chuan, arte marziale cinese, conosciuti come “il bastone del mago” che la tradizione attribuisce al Maestro taoista Pino Rosso, in grado con questa pratica di comandare gli eventi atmosferici.

[6] “Magi” è la traslitterazione del termine greco magos (μαγος, plurale μαγοι). Si tratta di un titolo riferito specificamente ai re-sacerdoti dello Zoroastrismo tipici dell’ultimo periodo dell’impero persiano. Dice Ludolfo di Sassonia (m. 1378) nel suo “Vita Christi”: “I tre re pagani vennero chiamati Magi non perché fossero versati nelle arti magiche, ma per la loro grande competenza nella disciplina dell’astrologia. Erano detti magi dai Persiani coloro che gli Ebrei chiamavano scribi, i Greci filosofi e i latini savi”.

[7] Da una email privata: “I Magi sono tre, un ternario. Con oro, incenso e mirra sono consegnati a Gesù il potere dei tre mondi o del tre volte grande Ermete, in sostanza la Tradizione. Puoi vederli come tre facce dell’Arte o della Scienza, ma c’è anche chi ha visto passato, presente e futuro per la loro diversa età, o un triregno per via delle razze diverse, ma è soprattutto un fatto di ruoli o poteri (nel senso di potenza, shakti). Oro: potere regale, incenso: sacerdotale, mirra: immortalità – vita eterna”.

[8] Anche in questo caso le parole scritte possono ben poco, e se quanto segue potrà essere abbastanza chiaro a chi pratichi – o quanto meno conosca – la dinamica degli esercizi citati, ben poco potrà comprendere lo shoshinsha principiante) che con lo Aiki-ken non abbia ancora dimistichezza.

Copyright Carlo Caprino ©2020
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