Altre Interessanti Citazioni “Politicamente Scorrette” di Ueshiba


Ueshiba Morihei - Tohei Koichi -Tamura Nobuyoshi -Yamamoto 01-1

Morihei Ueshiba era un uomo dalle forti convinzioni che proveniva da una cultura in cui alla discussione con gli anziani veniva attribuito poco o nessuno spazio. Anche se la maggior parte delle sue citazioni più note si riferiscono ad un generale filosofeggiare buono per ogni occasione, abbiamo centinaia di citazioni indirette dei suoi allievi in cui Morihei sembra non essere solo quel “guru” sorridente che l’establishment dell’Aikido ci ha venduto decenni

di SIMONE CHIERCHINI

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–> Per leggere ciascuna citazione nel suo contesto completo consultare la relativa nota in fondo all’articolo <–

“Ehi tu! Insolente!” [1]
Possiamo solo immaginare il brivido gelato scorrere lungo la spina dorsale dell’individuo sorpreso ad allenarsi nel dojo di Ueshiba senza essere stato adeguatamente presentato e autorizzato a partecipare. Oggi si gode della libertà di calpestare qualunque tatami si voglia e alcuni riescono persino a compiere l’impresa di svicolar via senza pagare la propria quota. Nei primi tempi di Ueshiba sensei, presentarsi al dojo senza preavviso era inaudito e salire sul tatami senza permesso era considerato una grave mancanza di rispetto. Il fondatore era il prodotto culturale delle vecchie scuole di Koryu, dove l’ammissione era sottoposta, tra l’altro, al compimento di un kishomon/keppan nei confronti del Ryu. I giuramenti di sangue venivano prestati allo scopo di proteggere gli insegnamenti, la filosofia e le tradizioni della scuola, e per garantire lealtà e buon comportamento personale in un’epoca in cui la segretezza spesso significava sopravvivenza. Il Kobukan di Ueshiba era un bugei dojo, non veniva richiesto alcun seppan per essere ammessi, poiché i tempi erano già considerevolmente cambiati. L’atteggiamento nei confronti dell’ammissione di nuovi allievi, tuttavia, era simile al passato: ogni nuovo arrivato doveva fornire la raccomandazione di due persone di alto rango, che avrebbero garantito in sua vece. Questo è il motivo per cui la maggior parte degli allievi ante guerra di Ueshiba erano specialisti di Budo o personalità di un certo livello. La sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale cambiò le carte. La povertà divenne estrema; inoltre nessuno voleva più sentire parlare di quelle arti marziali che avevano provocato la distruzione del paese, entrambi elementi che avevano causato una significativa mancanza di nuovi allievi. Era iniziato il processo che negli anni ’60 portò infine Kisshomaru Ueshiba ad aprire l’Aikido per tutti e ovunque.

Ueshiba Morihei - Tohei Koichi 02

L’Aikido è mio, non di Tohei. Non ascoltate quello che dice Tohei.” [2]
La relazione tra Morihei Ueshiba e quello che sembrerebbe esser stato il suo migliore allievo, Koichi Tohei, fu lunga e complessa. Anche se è evidente da molte fonti che i due si sono sostanzialmente amati fino alla fine, come in tutte le migliori storie d’amore ci furono intoppi strada facendo. Pare che il fondatore non amasse particolarmente gli ultimi sviluppi di Tohei e il suo Ki – Body and Mind Coordinated, anche se fu il Secondo Doshu che finì per doversi prendersi la colpa per quello che alla fine divenne uno scontro aperto tra due diversi modi di approcciarsi all’allenamento nell’Aikido. Ueshiba sensei aveva dedicato la sua intera vita allo sviluppo dell’Aikido ed è stato spesso descritto come geloso di esso. Paradossalmente, sembrerebbe che l’unico a fare Aikido secondo i canoni del fondatore fosse lo stesso Ueshiba.

Io capisco Yin e Yang, voi no.” [3]
Un attimo, Yin/Yang non è solo quella piccola immagine rotonda con i puntini bianchi e neri che la gente si tatua sulle braccia. Gli esseri umani e il loro mondo sono espressione di innumerevoli coppie binarie che compongono un’unità. Ciò che Ueshiba si lasciò scappato dire con Henry Kono è che la pratica dell’Aikido si traduce nello studio della connessione tra ogni cosa e il suo contrario. Avvicinarsi all’allenamento con un’enfasi su un singolo punto di vista senza un’enfasi equivalente sull’aspetto opposto allontana dall’esperienza del vero Aiki, che è l’equilibrio delle forze opposte. In Aikido dovremmo essere gli istigatori di un’azione in cui le forze si fondono: Yin/Yang è far muovere due corpi separati come se fossero uno. Per fare ciò in termini pratici, bisognerebbe agire in modo tale da creare un centro comune condiviso dai due corpi.

Ueshiba Morihei 46

Quello che voi state facendo, gente, non è Aikido.” [4]
Per un attimo, facciamo finta che O’Sensei tornasse a dare un’occhiata al modo in cui ci alleniamo oggi. Probabilmente non sbaglierei nel supporre che l’Aikido del XXI secolo non lo affascinerebbe affatto. Sembrerebbe che non gli piaceva assai neanche nel suo Hombu Dojo! È pazzesco pensare a come tutti i suoi allievi lo amassero e rispettassero, a come sottolineassero l’eccellenza della sua arte nei confronti del mondo del Budo esterno, mentre facevano qualcosa di completamente diverso nel quartier generale del fondatore. Non c’è spazio per aver dubbi sul significato delle parole di Kenji Shimizu: quello che facevano non era quello che Ueshiba voleva che facessero. Aveva mostrato loro il modo corretto di allenarsi, e consapevolmente non lo seguivano – o forse non erano in grado di farlo. Non sorprende quindi che noi, allievi di terza generazione, abbiamo poca fortuna nel metterlo in atto con buoni risultati.

La verità dell’Aikido potrebbe essere colta in un brevissimo momento. Se si cattura il segreto, diviene possible fare quello che io faccio in tre mesi.” [5]
L’Aikido non è le sue tecniche. Ci sono migliaia di tecniche in Aikido, e se il proprio studio è basato sul tentativo di impararle una ad una (come la maggior parte delle scuole di Aikido sembra intenzionata a proporre ai loro membri), ci vorrebbero decenni per impararle – il che è esattamente quello che accade. Uno stile di insegnamento basato sulle tecniche soddisfa la necessità delle organizzazioni di Aikido di trattenere i membri nei propri registri il più a lungo possibile. Nutre inoltre il sistema di promozioni attraverso il quale sopravvivono e prosperano, grazie all’emissione di certificati di grado. L’affermazione di Ueshiba qui riportata – e il buon senso – suggerirebbero invece che i principi dovrebbero essere l’oggetto di qualsiasi studio, non i dettagli su cui quei principi dovrebbero essere applicati. Una volta chiariti quali sono i principi dell’Aikido, per impararli un abile budoka non ci metterebbe più di 3 mesi. Parola del Signore!

Ueshiba Morihei in Hokkaido

Dove, quando, con cosa uccidere l’avversario.” [6]
Qualsiasi esperto artista marziale vedendo l’Aikido in azione è in grado di percepire le tecniche armate nascoste dietro la pratica dell’Aikido a mani libere. Le tecniche armate sono tecniche progettate per uccidere un avversario, su questo non possono sussistere dubbi. Questo è quanto Ueshiba imparò da Takeda Sensei, un uomo della vecchia scuola per il quale chiunque era potenzialmente un nemico. È abbastanza probabile che Ueshiba stesso abbia ucciso alcuni briganti durante le sue avventure al tempo del tentativo di stabilire una colonia in Mongolia con Deguchi. Ueshiba era stato anche un soldato, e i soldati non predicano la pace, combattono e uccidono per non essere uccisi. Il disastro della Seconda Guerra Mondiale aprì gli occhi al fondatore, che sperimentò kokoro no tenkan, un “cambiamento di cuore”. Si rese conto di stato parte del problema, come ammette coraggiosamente nella sua intervista del 1957: “Dal momento che io stesso ho insegnato arti marziali perchè venissero usate allo scopo di uccidere altri soldati durante la guerra, dopo la fine del conflitto sperimentai un profondo turbamento.” Il risultato di questa crisi personale è lo sviluppo di quel vero spirito dell’Aikido che oggi noi tutti condividiamo. Ueshiba si è mosse da un Budo visto come aiuchi, dove entrambe le parti possono essere potenzialmente uccise, ad ainuke, in cui l’esito del confronto consente a ciascuna parte di sfuggire al danno. L’Aikido di Ueshiba divenne un’arte ainuke in cui l’uno non fa male all’altro, e nessun danno ne viene a te stesso.

Se tu non sei mai stato ad Iwama, perché allora usi il bokken?” [7]
O’Sensei non ammetteva che nel suo dojo si facesse allenamento incrociato nelle arti armate e aveva espresso questa regola in modo assai chiaro. Il suo Buki-waza era stato appositamente progettato per l’allenamento dell’Aikido e pensato per funzionare in combinazione con le tecniche a mano libera (Taijutsu). Questo è ciò che insegnava a Iwama e aveva spesso ribadito che, proprio come il vecchio jujutsu era una cosa del passato e inaccettabile nella sua scuola, nessuno dei suoi allievi avrebbe dovuto osare proporre pratiche non Aikiken/Aikijo nei dojo Aikikai (a partire dall’Hombu). Questo è il motivo per cui nessuno era stato autorizzato a insegnare armi nell’Hombu Dojo prima che Morihiro Saito venisse nominato per farlo: il fondatore riteneva che nessun altro avesse una sufficiente comprensione del lavoro con le armi dell’Aikido sviluppato a Iwama. Era irremovibile nella sua convinzione che gli approcci derivati ​​da Iaido o Ken-jutsu non avrebbero affatto funzionato, essendo essi basati su approcci tecnici e filosofici diversi da quelli da lui sviluppati nell’ambito della sua Arte della Pace, oltre a non essere affatto utili a costruire posture e posizioni di base dell’Aikido.

Ueshiba Morihei - Noquet Andre

No, no, no, signor Nocquet, non legga, lei deve praticare di più con il corpo, non si allena abbastanza. Non ha senso che un Aikidoka dica di essere stanco, la stanchezza non esiste.”[8]
Potremmo ampliare questa citazione usando un altro – più famoso – precetto di Morihei Ueshiba: “Il progresso arriva a coloro che si allenano e si allenano; la dipendenza da tecniche segrete non vi porterà da nessuna parte”. La conoscenza non può essere equiparata a insegnamenti segreti, tuttavia questo messaggio di Ueshiba – un messaggio dato a Nocquet sensei, che all’epoca non era un principiante! – è di non dedicare troppo tempo alla ricerca di informazioni sull’Aikido. Probabilmente Nocquet appariva un po’ troppo intellettuale e pigro agli occhi di un uomo le cui imprese fisiche erano state leggendarie. Il fondatore gli consigliò di concentrarsi costantemente sull’allenamento e poi ancora di più sull’allenamento. Nelle parole di Ueshiba, la stanchezza non esiste, a meno che non gli si permetta di insinuarsi nel proprio cervello. Leggere sull’Aikido mette a rischio il non iniziato di formare preconcetti che potrebbero in seguito ostacolare le scoperte spontanee che solo un approccio pratico e personale alla nostra pratica può fornire.

Questo non è un dojo di Judo.” [9]
Scommetto che voi tutti avete avuto una qualche esperienza diretta di essere vittima di bullismo su un tatami di Aikido. Sfortunatamente, sembrerebbe che molti dojo ospitino uno o più “spaccaossa” residenti, abitualmente praticanti di sesso maschile e allievi anziani, se non addirittura l’insegnante stesso. Sebbene l’Aikido sia noto e lodato per essere un’arte marziale non competitiva e non violenta, la famosa “Arte della Pace” di cui tutti sono orgogliosi, la verità è che dietro il sipario va in scena tanta competizione e bullismo. Non molti provano a resistere ai bulli sul tatami e spesso questa finta mascolinità comanda persino una sorta di deferenza: chi osa lamentarsi o resistere, infatti, subisce una ritorsione immediata e spesso dolorosa. Alla fine di queste sotterranee competizioni, nessuno assiste all’assegnazione di medaglie, tuttavia esse sono comunque progettate per creare una invisibile gerarchia all’interno del dojo di Aikido con tanto di vincitori e vinti, proprio come in qualsiasi altro sport. Questa sete di potere fa cadere molti nella trappola del narcisismo e l’allenamento dell’Aikido con il suo Uke cooperativo è un fertile terreno, perfetto per questo. La cosa divertente è che non è raro che, negli anni, questo tipo di persone faccia carriera nell’Aikido, diventando istruttori, e poi arrampicandosi tra i ranghi tecnico-amministrativi delle rispettive associazioni – luoghi perfetti da cui espandere ulteriormente il loro narcisismo.

Ueshiba Morihei - Tohei Koichi - Saito Morihiro - Kisshomaru Ueshiba Families

Koichi mio, sei tu? Voglio chiederti di fare il possibile per mio figlio, per favore.” [10]
L’amore paterno è universale. Sul suo letto di morte, Ueshiba sensei chiede al suo migliore studente, quello che tutti pensavano che gli sarebbe succeduto come nuova Guida dell’Aikido, di sostenere suo figlio. Il suffisso –chan con cui il fondatore si rivolge a Tohei, chiamato anche per nome (insolito nella società giapponese al di fuori della famiglia e degli amici intimi), parla ad alta voce dei sentimenti dell’insegnante per il suo seguace preferito. Tutto sommato, questa citazione ci lascia con un dolce sentimento nei confronti del grande vecchio – era proprio come tutti noi. La storia racconta come Koichi e Kisshomaru sarebbero durati solo 5 anni a gestire insieme l’eredità di Ueshiba prima di separarsi.



Note:

[1] Poi improvvisamente un uomo basso con gli occhi intensi apparve da una stanza sul retro e gridò: “Ehi tu! Insolente!” Mi stavo chiedendo chi fosse stato sgridato, ma lui mi disse che si stava rivolgendo a me. Ne fui sorpreso perché non avevo intenzione di essere insolente con nessuno. “Intende me?”, chiesi, e lui annuì e mi domandò chi mi avesse dato il permesso di allenarmi nel dojo. Gli dissi che in effetti nessuno mi aveva dato il permesso ma gli spiegai che ero venuto con il signor Mori, e pensavo andasse bene. Lui mi rispose: “Questo è quello che io chiamo insolenza”. Gli chiesi che cosa avrei dovuto fare perché mi insegnasse. Mi disse che avrei dovuto portargli una lettera di presentazione da parte di una “certa” persona.
http://members.aikidojournal.com/public/interview-with-ikkusai-iwata-1/ (Consultato il 24/05/2020)

[2] PRANIN – Quale fu l’atteggiamento di O-Sensei quando lei iniziò a basare il suo insegnamento sui principi del ki?
TOHEI – Era geloso e si mise a dire alla gente di non ascoltarmi. Andava dicendo “L’Aikido è mio, non di Tohei. Non ascoltate ciò che dice Tohei”. Veniva nel dojo e diceva cose del genere, soprattutto quando insegnavo a un gruppo di donne. In quelle occasioni, nella sua immediatezza e mancanza di sofisticazione era come un bambino. Era molto spontaneo e innocente.
https://aikidojournal.com/2015/07/07/interview-with-koichi-tohei-1/ (Consultato il 24/05/2020)

[3] “O-Sensei, come mai non riusciamo a fare quello che fa lei? “Lui sorrise e rispose: “Io capisco Yin e Yang, voi no”. Come se non fosse niente, mi aveva offerto il segreto dell’Aikido.
http://www.guillaumeerard.com/aikido/interviews/interview-with-henry-kono (Consultato il 15/05/2020)

[4] Quando arrivava, tutti si immediatamente si mettevano in seiza. All’inizio, pensavo che si trattasse di una questione di cortesia nei suoi confronti. Tuttavia, non era solo quello. L’altra cosa è che il tipo di pratica che stavamo facendo era diversa da quelle che O-Sensei si aspettava che facessimo. Una volta perse la pazienza con noi. Nessuno si rese conto che era arrivato e lo sentimmo gridare: “Quello che state facendo non è Aikido”. Le sue grida erano così potenti che sembrava la terra stesse tremando. All’epoca aveva settant’anni, ma la sua voce quasi trafisse i nostri timpani. Tutti si rimasero in silenzio e sembravano sentirsi in colpa.
http://members.aikidojournal.com/public/interview-with-kenji-shimizu/ (Consultato il 24/05/2020)

[5] La pratica non significa nulla. Ciò che O’Sensei pensava è importante. Basava i suoi movimenti su di una matrice invisibile che noi non riusciamo a comprendere. Tutti pensavano che potesse fare quel genere di cose perché aveva 65 anni di pratica. Io non l’ho mai vista in quel modo. Per me, era importante quello che lui sapeva. Non tutti lo guardavano in quel modo. [Henry mi mostra una citazione di Sugano Sensei, che dice: “Era come se O-Sensei stesse facendo Aikido mentre tutti gli altri stavano facendo qualcos’altro.”] Quindi cosa facevamo? Quello che facevamo sul tatami non era quello che lui stava facendo.” Mi mostra un’altra citazione da un articolo di Bob Nadeau su Aikido Today Magazine, che dice: “Un giorno O’Sensei mi disse in modo chiaro ed enfatico che la verità dell’Aikido potrebbe essere colta in un brevissimo momento. “Se si cattura il segreto”,  mi disse, “diviene possible fare quello che io faccio in tre mesi”.
http://members.aikidojournal.com/public/interview-with-henry-kono/ (Consultato il 15/05/2020)

[6] Tecnicamente, ciò che insegno ai miei allievi sono le tre W: quando, dove, con cosa. Questo è anche l’insegnamento di O-Sensei. “Where” sta per studio della distanza e dello spazio, ossia ocuparsi dello spazio. “When” è il tempismo. “What” è la singola tecnica. Bisogna imparare, ripulire, educare, disciplinare il proprio corpo per intero attraverso questi tre principi mediante l’apprendimento delle forme, e assimilare in questo processo ciò che viene definita consapevolezza, consapevolezza marziale. Se dovessi ripetere le esatte parole parole pronunciate da O-Sensei, dovrei dire “dove, quando, con cosa uccidere l’avversario”. Lo disse il Fondatore. Disse pure, tuttavia, che l’Aikido sceglie di non uccidere, ma di guidare. In questo c’è tutto, per quanto mi riguarda. C’è un profondo principio di tecnica marziale. Nelle sue parole, in quell’insegnamento dei tre elementi, le tre W, c‘è un profondo principio spirituale.
http://www.aikidosphere.com/kc-e-interview-pt-3 (consultato il 15/05/2020)

[7] “Quando O’Sensei andava a insegnare all’Hombu Dojo prendeva la spada e diceva a qualcuno: “Attaccami” e mostrava delle tecniche. Dimostrava delle tecniche, ma poi non faceva usare il bokken a tutti e gliele faceva provare. Quando vedeva che gli allievi dell’Hombu Dojo prendevano il bokken ed eseguivano delle tecniche, tecniche che lui non aveva mai spiegato, diceva: “Siete pazzi! Chi ve l’ha detto di fare questo? Chi vi ha detto di fare così?” e si arrabbiava moltissimo. Il Fondatore era molto fiero del proprio pensiero e quindi non tollerava che qualcun altro lo “reinterpretasse”. (…) Se vedeva qualcuno all’Hombu Dojo con un bokken in mano gli diceva: “Se tu non sei mai stato ad Iwama, perché allora usi il bokken?” Così, forse, gli allievi dell’Hombu Dojo, fraintendo le sue intenzioni, pensarono che lì fosse vietato toccare il bokken, visto che O’ Sensei si arrabbiava se vedeva una cosa del genere. La sua idea invece era che chi voleva fare Iaido dovesse andarsene a farlo in un dojo di Iaido, o Jodo in un dojo di Muso ryu, ecc.”.
https://simonechierchini.com/2011/09/21/interview-with-hitohira-saito/ (Consultato il 25/05/2020)

[8] Significa che ci vuole tanta pratica e una volta raggiunto il terzo o il quarto grado Dan in Aikido, allora si può iniziare ad affrontare l’aspetto spirituale. Spesso, nel dojo di Ueshiba, io leggevo, ma il maestro mi disse: “No, no, no, signor Nocquet, non legga, lei deve praticare di più con il corpo, non si allena abbastanza”. Gli dissi che ero stanco, e lui mi rispose: “Non ha senso che un Aikidoka dica di essere stanco, la stanchezza non esiste”.
http://www.guillaumeerard.com/aikido/interviews/interview-with-andre-nocquet-8th-dan-pioneer-of-aikido-in-europe (Consultato il 14/05/2020)

[9] A volte mi hanno costretto ad andare giù con la forza, anche se non stavo resistendo alle tecniche del mio partner. È stato così doloroso che mi hanno fatto vedere le stelle. Ho provato a fare la stessa cosa con loro, ma non sapevo come. Quindi a volte proiettavo i miei partner usando tecniche di Judo. Una volta O-Sensei mi rimproverò dicendo: “Questo non è un dojo di Judo”. (Ride) Non è giusto forzare in malo modo qualcuno che non sta resistendo. C’erano delle persone grezze: ho ancora un bozzo nel gomito per colpa di un tizio del genere.
http://members.aikidojournal.com/public/interview-with-kenji-shimizu/ (Consultato il 24/05/2020)

[10] Ho avuto il privilegio di essere al fianco del Maestro durante le sue ultime ore. Mi disse: “Koichi mio, sei tu? Voglio chiederti di fare il possibile per mio figlio, per favore. ” Gli risposi che fintanto che me ne fossi in qualche modo occupato, non aveva nulla di cui preoccuparsi. “Va bene… te lo chiedo,” mi disse e chiuse gli occhi. Poco dopo trasse il suo ultimo respiro. Sonoda mi ha suggerito diverse volte di diventare Doshu, ma ero determinato a mantenere la mia promessa. Per consentire a Kisshomaru di assumere un ruolo stabile, spinsi l’idea che avrebbe dovuto essere sia Doshu che amministratore delegato. Lui espresse la sua gratitudine per i miei sforzi, ma circa un anno dopo, il suo atteggiamento cambiò.
http://members.aikidojournal.com/public/interview-with-koichi-tohei-1/ (consultato il 17/05/2020)

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