L’Uso degli Atemi nell’Aikido


In questo articolo desidero discutere sulla necessità dell’utilizzo o meno degli atemi durante la pratica dell’Aikido. Dopo molti decenni di pratica le domande ed i dubbi si moltiplicano. Questo perché un serio praticante di una qualunque arte marziale è sempre e per sempre sarà un “ricercatore”, una persona che cerca risposte a domande che si pone allo scopo di migliorare la comprensione e la pratica dell’arte da lui amata

di ANTONINO CERTA

La Domanda

Occorre usare gli atemi durante una tecnica di Aikido? Riporto qui un’intervista a O’Sensei di molti anni fa che dà una prima risposta:

Domanda: Quindi, come possiamo capire l’atemi e il suo posto all’interno della pratica di Aikido?
Ueshiba: Fondamentalmente possiamo classificare gli atemi in tre livelli:

  • L’atemi di contatto letale come una tecnica in sé che rende un uke incosciente, paralizzato o morto.
  • L’atemi non letale ma doloroso, utilizzato per creare distrazione o squilibrare corpo dell’uke.
  • L’atemi non a contatto che viene utilizzato per creare un’apertura nella guardia dell’attaccante, consentendo così l’applicazione di una tecnica che neutralizza l’uke senza ulteriori lesioni.
Morihei Ueshiba applica atemi su Kiyoshi Nakakura, al tempo suo figlio adottivo

In generale, quando un atemi è impiegato nell’Aikido, è nel senso del secondo o terzo caso qui sopra. Tuttavia, ciò che la maggior parte degli aikidoka non è a conoscenza è che essere in grado di “catturare il suo ki” e l’attenzione come nel terzo caso, richiede competenza nel primo livello.

Descrivo la mia esperienza di partecipazione a centinaia di stages, frequentati in tutti gli anni passati di pratica nell’Aikido, guidati da molti shihan giapponesi e non. No! Gli atemi disturbano l’esecuzione di una tecnica portata in maniera fluida (ki-no-nagare), così dicevano gli shihan. A volte ho assistito a spiegazioni minime sull’uso degli atemi in alcune tecniche, come nei kansetsu-waza, osae-waza, quali ikkyo, nikyo, etc. Per questo motivo e in queste particolari tecniche si può spezzare il flusso dell’energia e frammentare l’azione con uno o più atemi. Se poi parlassimo dei numerosi kokyu-nage il loro l’utilizzo sarebbe impossibile. Alcuni shihan hanno spiegato che durante determinate tecniche ci sono degli atemi, senza mai averli dimostrati, aggiungendo: “Ma questo non è interessante per la pratica dell’Aikido“.

Una Proposta

Non ho volutamente approfondito l’aspetto etico dell’arte che spesso definisce l’Aikido come “arte di pace”, in contrapposizione ad un Aikido visto come arte marziale, e quindi “militare, atta la guerra” (dal termine latino martialis derivato da Mars, Martis, “il dio Marte”). Di conseguenza, essendo l’Aikido un’arte di pace, eticamente non è concepibile che si pratichino tecniche devastanti per il corpo dell’uke, come sono gli atemi.

La mia proposta è squisitamente tecnica: portare un atemi durante una tecnica d’Aikido non è né giusto né sbagliato a priori; dipende da diversi fattori. Penso che il primo fattore da prendere in considerazione è l’iniziativa (sen), mentre il secondo è la distanza (ma). Di conseguenza occorre utilizzare gli atemi in Aikido? La mia risposta è: dipende! Se cerchiamo di considerare l’utilizzo degli atemi utilizzando una visione più ampia e strategica, per esempio attraverso il contesto e la combinazione dei tre sen e dei tre ma, allora possiamo tentare di dare una risposta razionale e coerente alla domanda.

I tre Sen ( 三つの先)

Sen: viene tradotto come iniziativa, con una connotazione intrinseca di tempo.

1. “Go no sen” significa vincere rispondendo all’azione di un uke che è venuto ad attaccarci. È una tecnica di risposta con cui si vince portando la nostra tecnica in ritardo rispetto al suo attacco. “Go no sen” non significa essere passivi e lasciare l’iniziativa all’uke, bensì significa che mentre si vede e si riceve il suo attacco, si rimane tranquilli interiormente, e subito dopo si contrattacca. [IN RITARDO]

Gozo Shioda mostra come rispondere con atemi all’attacco nel momento in cui parte (Sen-zen no sen)

2. “Sen-zen no sen” (scritto anche Sen-sen no sen) significa rispondere a nostra volta all’attacco dell’uke nell’istante in cui esso parte. In pratica rispondiamo ad un’attacco con un altro attacco; oppure con una parata-contrattacco portata senza soluzione di continuità (nessun tempo morto fra le due azioni). [NELLO STESSO TEMPO]

3. “Sen” o “Sen no sen” è una tecnica con cui si parte attaccando in anticipo l’uke. Si attacca cogliendo l’insorgenza del ki dell’uke, che nasce nell’istante in cui esso ha già preso la sua decisione di attaccare e si appresta a metterla in atto. Significa ottenere la vittoria attaccando sull’intenzione aggressiva dell’uke, nello stesso istante in cui l’uke si muove per attaccarci. [IN ANTICIPO]

Vediamo ora l’aspetto pratico nell’Aikido:

1) Go no sen

Si parte in “ritardo” sull’azione di attacco dell’uke, essa è l’azione più diffusa al livello iniziale della pratica, si attende l’attacco e poi si applica una tecnica.  L’uso degli atemi permette di riequilibrare a nostro favore lo scontro. In altre parole l’azione di portare un atemi, anche non decisivo, sul corpo dell’uke ci da il tempo di reagire nei migliore dei modi, riposizionando il nostro corpo ad una giusta distanza e applicando una tecnica adeguata. In questo caso il tempo perso nella reazione viene compensato con l’atemi. 

2) Sen-zen no sen

Si parte nello stesso istante sull’azione di attacco del nostro uke. Non abbiamo bisogno di portare un’atemi, perché interromperebbe il movimento fluido della nostra tecnica, anche se nelle tecniche di kansetsu-waza a volte aiutano l’efficacia della nostra tecnica. Quest’azione di rispondere nello stesso tempo è un grande passo avanti nello sviluppo del nostro Aikido, essa dimostra la nostra solida preparazione tecnica e psicofisica.

In Shomenuchi Ikkyo Omote, Morihei Ueshiba attacca per primo (sen no sen). Vedere video al minuto 10:45

3) Sen no sen

Si parte prima dell’azione di attacco del nostro uke. Riporto come esempio illuminante le immagini e la descrizione contenute nel libro Budo scritto da Morihei Ueshiba alle pagine 41 e 42 dell’edizione italiana. Prima di applicare ikkyo omote, O’Sensei attacca per primo con la propria tegatana. Alla reazione istintiva e naturale di uke che para, O’Sensei applica la tecnica di ikkyo proprio sul braccio della parata. Questo esempio mostra chiaramente come applicando un atemi in anticipo il Fondatore mostra la sua tecnica fondamentale: ikkyo. È questa strategia, a mio parere, che mostra il livello più alto da raggiungere nel nostro Aikido. Essere costantemente in uno stato di seme ed anticipare l’attacco di uke, utilizzando un atemi per condurre l’uke là dove desideravamo!

Affrontiamo ora il secondo fattore determinante per l’uso degli atemi: la distanza (ma).

4. Ma-ai (間合)

Questo termine è usato spesso in ogni arte marziale giapponese per via della sua importanza. Gli esperti lo definiscono il fattore determinante per una sicura vittoria in uno scontro. Viene tradotto in questo modo: il primo kanji = intervallo (nozione di tempo e di spazio). Il secondo kanji = armonia (unione, coordinazione). Si tratta di un concetto complesso che incorpora non solo la distanza tra due avversari, ma anche il tempo delle due azioni: l’attacco e la difesa.

Generalmente si distinguono tre tipi di distanza teorica:

1) To-ma: la distanza lunga; essa necessita di diversi passi per poter attaccare l’uke.

2) Chu-ma: la distanza media; essa necessita di un solo passo per attaccare l’uke. A volte chiamata anche Itto-ma.

3) Chika-ma: la distanza breve, di solito circa trenta-cinquanta cm; cioè la distanza di uno scontro corpo a corpo.

La distanza Chu-ma è chiamata nell’arte del Kendo issoku-itto-no-ma, cioè “la distanza di un solo passo”. Si intende come la distanza che intercorre tra due avversari, la quale permette di attaccare l’altro facendo un solo passo con il proprio shinai. La distanza non si può insegnare (così come il kamae), essa dev’essere sentita con l’intuizione e la percezione istintiva dello spazio che ci circonda al momento di uno scontro e che ingloba il nostro uke. Quindi il ma si svilupperà dopo un lungo periodo di serio allenamento. Possiamo accostare questi tre tipi (teorici) di distanze con l’uso delle armi. Se io mi allenassi per un lungo periodo con una lancia (yari) con il tempo si svilupperà in me una percezione spaziale e temporale di circa quattro-sette metri. Questo perché nell’arte del sojutsu (arte dell’uso di una lancia) alcune scuole giapponesi usavano lance lunghe anche sette metri. Mentre se io mi allenassi con una spada (iaito oppure un bokuto) con il tempo si svilupperà una consapevolezza di circa due-tre metri. E per finire se io mi allenassi in una delle tante arti marziali a mani nude, la mia consapevolezza si ridurrebbe ad uno-due metri. Questa consapevolezza mi accompagnerà anche fuori dal dojo, nella mia vita comune.

Vediamo ora l’aspetto pratico nell’Aikido:

In questa foto tratta dalla serie del Noma Dojo (1936), Morihei Ueshiba applica atemi a breve distanza

1) Chika-ma

L’uke ci attacca da una distanza breve, circa cinquanta centimetri, un metro. L’applicazione di un atemi è obbligatoria allo scopo di fermare la sua azione, per pochi secondi, e quindi riprendere la distanza ottimale con un taisabaki. Anche nell’impossibilità di prendere una giusta distanza l’applicazione di un’atemi decisivo ci permetterà di difenderci e di uscire vincitori dello scontro.

2) Chu-ma

L’uke ci attacca da una distanza ideale, circa due metri. La sua azione è pulita (raramente essa è così ideale) e potente. Qui a mio parere abbiamo due scelte: la prima applicare la tecnica senza l’utilizzo dell’atemi, una tecnica veloce e potente che sconfigge in pochi secondi l’uke. La seconda portare un’atemi di disturbo per creare un punto debole dell’azione di uke (suki) o per squilibrarlo (kutsushi), ed applicare la mia migliore tecnica di controllo o di nage.

Gozo Shioda mostra l’uso di atemi per neutralizzare un attacco da lontano

3) To-ma

L’uke ci attacca  da una distanza di circa tre quattro metri. La sua azione è irruente e travolgente. L’applicazione di un atemi ci permetterà di fermare l’impeto della sua azione ed il suo corpo. Possiamo quindi riposizionare con un taisabaki il nostro corpo in una postura (e posizione) ottimale con l’obiettivo di applicare una qualunque tecnica.

Il Kiai (気合)

Ho inserito in questo articolo un paragrafo sul kiai perché spesso, se non sempre, durante l’utilizzo di un atemi essi sono accompagnati da un kiai. Il kiai nelle arti marziali, come tutti sappiamo, è l’emissione sonora che accompagna i momenti topici di un’azione dove si raggiunge la massima energia vitale. Il praticante unisce l’energia del proprio corpo, emettendo un urlo, all’azione difensiva e/o offensiva. Tutta l’azione della tecnica e il gesto muscolare si concentra e si fonde con l’intenzione mentale di un attacco o di una difesa venendone amplificata, cosa che non potrebbe avvenire senza il kiai. Possiamo teorizzare alcuni tipi diversi di kiai:

  1. per rafforzare l’acme della nostra azione; 
  2. per distrarre l’attenzione dell’uke:
  3. per sfidare l’uke;
  4. per intimorire l’uke. 

L’Aikido ha perso l’uso del kiai per motivi storici. In origine O’Sensei utilizzava i kiai durante molte tecniche, basta vedere il famoso filmato del 1935. Poi, verso la fine della guerra, la sede centrale dell’Aikido (honbu dojo) era piena di sfollati civili. Durante quei pochi allenamenti giornalieri non si poteva disturbare gli ospiti. Quello che era stato, qualche anno prima, il “dojo dell’inferno” (il Kobukan dojo) ora era diventato un dojo silenzioso; era stato vietato l’uso dei kiai.

La Risposta

Ecco, la mia proposta è stata illustrata. Ho voluto descrivere la questione da una prospettiva più ampia, ma solamente tecnica. La combinazione dei sei fattori descritti sopra fa in modo di rendere l’uso degli atemi quasi indispensabili nella pratica dell’Aikido. Per me se non vengono utilizzati gli atemi durante una tecnica l’Aikido, perde il suo aspetto marziale per essere una “Via” (Do), vincolandosi con gli aspetti filosofici, etici e morali. Ma il bello dell’Aikido è che ognuno trova la propria dimensione personale e la propria soddisfazione in qualunque modo e con qualunque obiettivo esso venga praticato.

Copyright Antonino Certa ©2020
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