Atemi, il Colpo che Vale una Vita


Nelle Arti marziali e nelle discipline da combattimento rivestono fondamentale importanza – come è facile immaginare – le tecniche di percussione. Come e dove colpire [1] sono stati per secoli argomenti esplorati in teoria ed in pratica [2], e sempre conoscenze custodite gelosamente all’interno delle Scuole che le avevano sviluppate. Il modo di colpire un avversario, la direzione e l’intensità del corpo, la parte del proprio corpo con cui colpire e la parte del corpo avversario da percuotere assursero al rango di vera e propria scienza, esplorando tutte le infinite possibilità di applicazione, legate anche alla tipologia di scontro in atto [3]

di CARLO CAPRINO

Adesso pregheremo.
Pregheremo per l’unica cosa
che sconfigge un pellegrino quando
trova la propria spada: i Vizi Personali.
Per quanto egli apprenda dai Grandi Maestri
a maneggiare la lama, il suo peggior nemico
sarà sempre una delle sue mani.
Pregheremo perché, qualora tu riesca a trovare
la tua spada, la impugni sempre
con la mano che non ti tradisce”
(Paulo Coelho, “Il Cammino di Santiago”)

Anche l’Aikido, essendo un’Arte marziale, prevede l’impiego di tecniche di percussione, ma essendo l’Aikido un’Arte marziale che ha – nelle intenzioni del suo Fondatore Ueshiba Morihei – un obbiettivo diverso dalla mera sottomissione o neutralizzazione fisica dell’avversario, non è difficile immaginare che le tecniche di percussione possano essere esaminate sotto una luce un po’ diversa da quella che serve per illuminare il modo per colpire in maniera più efficace ed efficiente possibile un avversario.

Valga qui ed oltre una opportuna avvertenza: scopo di queste righe non è l’affrontare tecnicamente l’analisi e la spiegazione delle tecniche di percussione; chi scrive non ha esperienza bastevole a questo scopo e chi legge potrà facilmente trovare insegnanti, libri e supporti didattici multimediali che si propongono questo obbiettivo [4]. Piuttosto, questa riflessione vuole indurre chi legge (e – ovviamente – chi scrive…) a riflettere su quello che è – o potrebbe essere – l’ulteriore apporto che forniscono alla nostra pratica delle tecniche apparentemente così semplici e, non di rado brutali, almeno apparentemente.

Colpire, dove e perché

Come in altre occasioni, un primo spunto di approfondimento lo possiamo trovare dall’analisi etimologica dei termini che indicano l’argomento che trattiamo [5].

La percossa portata con una parte del proprio corpo (solitamente con una o più parti del braccio o della gamba, ma non solo) verso il corpo di un avversario viene genericamente indicata nelle Scuole marziali giapponesi con il termine “atemi”.

Atemi (当て身) è composto da due parti principali: la prima deriva dal verbo “ateru” (当てる) che può avere diverse traduzioni, tra cui: portare a contatto, appoggiare, applicare, premere, urtare, battere; ma anche esporre alla luce o al sole, indovinare, assegnare qualcuno o qualcosa, destinare, chiamare, interrogare o indirizzare. Se la prima serie di termini è certamente adatta ad indicare una percussione fisica con lo scopo di ledere un avversario, non possiamo non considerare anche le altre possibili traduzioni, specie considerando che – senza voler ipotizzare una errata resa fonetica del termine – il verbo “ataru”, molto simile tanto nella resa fonetica che in quella grafica, con le sue possibili traduzioni, di toccare, urtare, colpire scontrarsi, battere, essere esposto, essere designato, vincere, opporsi, competere, risultare esatto, essere vincente, o subire un danno, parrebbe prestarsi un po’ meglio a descrivere cause ed effetti di un pugno o di un calcio.

La parte finale del termine, ovvero “mi” (身) ha, tra le altre, le possibili di traduzioni di “corpo” e “sé stesso”, e quindi potremmo tradurre “atemi” come “colpire col corpo”, il che certamente rappresenta chiaramente lo scopo e la dinamica di un pugno e di un calcio; ma perché non immaginare per un attimo i risultati delle altre possibili traduzioni/permutazioni? Perché escludere a priori che anche “colpire sé stesso”, “interrogare sé stesso” o “interrogare sé stesso e portare alla luce col corpo” possano essere possibili indicazioni di pratica?

L’ipotesi potrebbe essere meno peregrina di quanto possa apparire a prima vista e cercheremo di percorrerla senza eccessivi voli di fantasia, basandoci – per quanto possibile – su dati di fatto. Dal punto di vista storico è noto che il Fondatore dell’Aikido praticò per molti anni il Daito Ryu Aikijujutsu, Arte che può a buon diritto considerarsi la principale fonte di ispirazione tecnica (e non solo…) dell’Aikido. Come abbiamo evidenziato in una nota precedente, nel curriculum tecnico del Daito Ryu Aikijujutsu le “atemi waza” hanno una notevole importanza, ed è quindi facile immaginare che anche in Aikido tale importanza si sia mantenuta, tanto da far affermare a Ueshiba Morihei che: “L’Aikido è irimi e atemi” [6].

Mentre però in molte Scuole marziali, cosi come in molte branche di Daito Ryu Aikijujutsu, almeno nella pratica di base, gli atemi hanno lo scopo di inabilitare in maniera temporanea o definitiva il proprio avversario, in Aikido lo scopo è più ampio, anche considerando l’obbiettivo etico dell’Aikido che vorrebbe il praticante in grado di proteggere la propria incolumità infliggendo il minimo danno possibile all’avversario.

Pur rimanendo fedeli a quanto sopra affermato e senza quindi volere (e potere…) affrontare tecnicamente le applicazioni pratiche degli atemi, possiamo dire che nella pratica ortodossa dell’Aikido questi sono portati solo con gli arti superiori e quindi non tratteremo di calci, ginocchiate o testate, anche se i principi dell’Aikido – con i necessari adattamenti – possono trovare pratica attuazione anche contro questo tipo di attacchi.

Una delle prime distinzioni che possiamo fare è quella di considerare la condizione di partenza da cui si origina la necessità o l’opportunità di un atemi, ovvero considerare se dobbiamo gestire un attacco già in atto, uno in fase di partenza o addirittura uno ancora non evidente.

Con il termine “sen” (先) – che può essere tradotto come “iniziativa” – si compongono tre situazioni che Tori [7] si trova a gestire. Go-no-sen indica la situazione in cui l’attacco è già in atto ed in tutto o in parte completato, percui è necessario difendersi parando o schivando una percossa o liberarsi da una presa. Sen-no-sen indica una azione di Tori sostanzialmente contemporanea a quella dell’attaccante, mentre con Senzen-no-sen si indica una azione di Tori che – percepita l’intenzione aggressiva dell’avversario – agisce prima ancora che l’attacco venga effettivamente agito.

Dal punto di vista prettamente fisico, l’attacco di Uke agito tramite un atemi ha lo scopo di simulare con il massimo realismo possibile (compatibile con l’esperienza e l’incolumità dei praticanti) il tentativo di recare danno a Tori colpendo una o più punti del suo corpo. Dal punto di vista di Tori invece – già dalla pratica di base – bisognerebbe sviluppare una consapevolezza adeguata dello scopo dell’atemi, senza limitarsi all’idea che basti colpire prima, più forte e più velocemente rispetto a quanto intenda fare Uke.

Uno degli scopi degli atemi inflitti da Tori verso Uke è quello di interrompere la sua azione di attacco, “spezzarne” lo sviluppo fisico e metterne in crisi intenzione e concentrazione. La dinamica di azione è molto ampia e meriterebbe spazio ed esperienza non disponibili allo scrivente, basti quindi dire che solitamente l’azione di Tori vada a colpire (effettivamente o minacciando di farlo con sufficiente determinazione) una parte del corpo di Uke che è scoperta a causa della sua stessa azione di attacco oppure come risultato della prima azione di difesa di Tori.

In parallelo a quanto sopra detto, l’azione dell’atemi di Tori può avere lo scopo di “mimetizzare” l’azione difensiva che Tori intende effettivamente attuare. Questo tipo di azione viene paragonato alla nebbia, che nasconde a volte quanto accade anche a pochi metri da noi. Ovviamente non si tratta di creare una barriera visiva, quanto distrarre Uke, portando la sua attenzione in un punto diverso da quello dove poi Tori andrà effettivamente ad agire [8].

Un ulteriore scopo dell’atemi sul piano di vista fisico, è quello di sbilanciare Uke o costringerlo ad assumere una determinata postura per proteggersi dalla percossa minacciata o a causa del dolore provato dalla percossa subita, in maniera tale da favorire ed agevolare la successiva azione di Tori.

Fin qui siamo ancora nel campo prettamente fisico, ma rimane la domanda iniziale: una percossa può servire a qualcos’altro che non a debilitare un avversario? Affrontiamo la questione nel prossimo paragrafo.

Un colpo, una vita

Il titolo di questo paragrafo è un esplicita citazione tratta da “Lo Zen ed il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel, libro per certi aspetti sopravvalutato ma certamente non privo di un certo fascino. Uno dei concetti compresi nel libro è che il gesto “giusto” dell’arciere è quello che gli consente, in maniera quasi inconsapevole, di colpire il centro con un colpo nel quale arco, freccia, bersaglio e arciere diventano un tutt’uno, la freccia scoccata mette in gioco tutta la vita dell’arciere e il bersaglio diviene l’arciere stesso.

In termini più pratici, una vita si salva o si perde – a volte – anche per un solo colpo più o meno sconsiderato, e questo concetto lo si ritrova, sia pure sotto una luce diversa, anche in altre riflessioni di personaggi illuminati [9].

Ancora, a volte basta un semplice colpo per cambiare drasticamente la propria vita, come accade al praticante dello Zen che, colpito da un bastone mentre fa Zazen, raggiunge all’improvviso l’illuminazione [10] oppure come accadeva al Cavaliere che veniva e viene nominato tale mediante dei colpi inferti con il piatto di una spada sulle sue spalle e sulla sua testa.

Insomma, in alcune situazioni un colpo, un solo colpo, può cambiare nel bene o nel male la vita di un uomo; vale allora la pena partire da questo assunto per proseguire la nostra analisi, e “metterci in gioco” attraverso gli atemi che applichiamo e subiamo nella pratica marziale.

Paradossi logici

Noi uomini occidentali moderni abbiamo non di rado un approccio alle situazioni della quotidianità ottusamente derivato da una sorta di logica che – seppure evidentemente contraddetta più e più volte – continua ad orientare i nostri giudizi. Non rinunciamo a considerare Bene o Male ciò che riteniamo essere tale anche se ci dimostra il contrario con i fatti. Siamo insomma come il bambino che giudica cattivo e malvagio lo sconosciuto che gli punge il braccio con un ago, ignorando che si tratta di un dottore che gli sta iniettando un farmaco o un vaccino che gli salverà la vita. Filosofi, scrittori ed artisti hanno tante volte affrontato questo paradosso, ed il più noto è forse Fabrizio De Andrè, che in un conosciutissimo verso ci ricorda che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” [11].

Insomma, anche chi apparentemente ci sta facendo del male potrebbe in realtà farci del Bene, e questo concetto è alla base della pratica di molte Scuole marziali giapponesi, che prevedono una modalità di addestramento in coppia o con più praticanti, il cui principio è condensato dall’espressione “Jita kyo ei”, che può essere tradotto come “praticare insieme per progredire” [12].

Sin dalle prime lezioni sul tatami,ai principianti viene subito insegnata la differenza che c’è fra colui che esegue una tecnica (Tori) e colui che la subisce (Uke) e quasi tutti, comprensibilmente, mostrano scarsa propensione ad interpretare il ruolo di Uke, preferendo di gran lunga il ruolo più attivo, più divertente e, per certi versi, più gratificante di Tori. Molte cose cambiano durante gli anni in cui si sviluppa la pratica, questa insofferenza invece, spesso rimane costante se pure non peggiora: tanti praticanti ormai esperti (o presunti tali) continuano a considerare quello di Uke come un ruolo secondario e subordinato e ritengono quasi un reato di lesa maestà l’eventuale ipotesi di indossare questi panni. In effetti il ruolo di Uke non è dei più piacevoli: deve subire leve e percosse, deve cadere al suolo e patire le conseguenze dell’irruenza o dell’imperizia del suo compagno di pratica mettendo a dura prova la propria pazienza e la propria resistenza fisica.

Eppure, nonostante le apparenze, il ruolo di Uke è fondamentale tanto quanto quello di Tori, di cui è complementare [13]. Nonostante il significato etimologico del termine (Uke deriva dal verbo ukeru, che significa “ricevere”) Uke è “colui che dà”, colui che si mette a disposizione del compagno, colui che si offre affinché Tori possa progredire nella pratica sfruttando le proprie qualità tecniche e mentali per svolgere questo compito nel modo più proficuo.

Innanzi tutto, Uke deve conoscere sufficientemente bene la tecnica che subirà per essere in grado di aiutare veramente Tori attraverso un corretto atteggiamento del proprio corpo: non dove, cioè, essere troppo rigido o troppo morbido, oppure deve muoversi in un certo modo per offrire a Tori le necessarie opportunità o creargli le giuste difficoltà (sute geiko), o ancora deve attaccare con sincerità quando, per esempio, Tori si sta esercitando nelle tecniche di reazione (kaeshi waza) tanto che, ad esempio, in molte scuole di ken-jutsu (Spada giapponese) è il praticante esperto che assume il ruolo dell’Uchdachi “perdente” e guida la sequenza dell’esercizio [14].

Oltre alla conoscenza tecnica poi, non meno importante è l’atteggiamento mentale: lasciando da parte il proprio ego e abbandonando ogni idea di sé, Uke deve mettersi completamente a disposizione del compagno e volere che l’altro impari, che progredisca. In conclusione, il ruolo di Uke è importantissimo e molto difficile ed è essenziale capirlo fin dall’inizio della pratica: anche un principiante, infatti, deve poter svolgere questa funzione e, pur con tutti i limiti della propria poca esperienza, deve farlo con la più assoluta sincerità e dedizione.

Questo tipo di addestramento permette così a ciascuno dei praticanti di imparare ed insegnare allo stesso tempo, sia dal proprio lavoro che da quello del compagno. Così più il compagno sembra “cattivo” mettendoci in difficoltà, più bisogna essergli grati perché così facendo evidenzia i nostri limiti e le nostre lacune; come afferma un amico assai più avanti di me sulla Via: “…la spada colpisce dove lo scudo non arriva, e lo scudo manca di svolgere il suo ruolo a causa di un braccio inesperto o animato da cattiva o scarsa volontà…”.

Atemi, una possibile analisi simbolica

Come detto, scopo di queste righe non è fornire una analisi tecnica delle modalità di esecuzione delle tecniche di percussione, quanto fornire uno spunto di riflessione utile (speriamo…) a vedere l’atemi come qualcosa di più rispetto ad una semplice azione di attacco aggressivo. Per concludere questa analisi, dedichiamo qualche riga anche ad una possibile analisi simbolica di alcune delle più note tipologie percussive. Ribadiamo che questa simbologia, aldilà della sua condivisibilità (tutt’altro che scontata…) non può e non deve sostituire o mettere in secondo piano la sincera ed efficace esecuzione pratica, che rimane il presupposto indispensabile delle atemi waza.

Nel prosieguo verranno anche trattate alcune prese al corpo, che pur non avendo le stesse finalità di una percossa, hanno però una dinamica esecutiva ed una intenzione aggressiva abbastanza simile.

Lo shomen-uchi (正面打ち) è un fendente frontale che con una traiettoria verticale colpisce l’avversario “tagliando” dal centro della testa sino all’addome. Il colpo simula un fendente di spada e, quando praticato a mani nude, viene portato con la mano aperta a taglio [15]. La traiettoria, aldilà della sua efficacia pratica che ha l’obbiettivo di tagliare a metà la vittima, può essere “letta” simbolicamente sotto diversi punti di vista. Una prima analogia è con uno dei principali meridiani della Medicina Tradizionale Cinese, chiamato Ren Mai, tradotto come “Vaso del Concepimento” o “Canale della Funzione”, che parte dal basso ventre, sale lungo la linea mediana dell’addome e del busto e giunge sino agli occhi dopo essersi separato in due rami attorno alla bocca. Se il meridiano si occupa del “creazione” e della “funzione” del corpo [16] è facile immaginare che un fendente con direzione contraria abbia come obbiettivo la “distruzione” e la “disfunzione” del corpo stesso. Sulla stessa traiettoria possiamo inoltre considerare i sette “chakra” [17] che verrebbero ad essere colpiti e “squilibrati” dal fendente [18] inferto.

Simile a questo è lo yokomen-uchi (横面打ち), un fendente laterale che nelle tecniche a mani nude colpisce le tempie del bersaglio. Estremizzando, possiamo immaginare questo colpo come un fendente quasi orizzontale che “recide” il legame tra l’Uomo e il Cielo [19], ma il fatto che vada a colpire proprio quelle zone che istintivamente massaggiamo quando siamo affetti da emicrania non è casuale, così come forse non è casuale che sia lo stesso punto che alcuni toccano con l’indice per indicare un folle o uno squilibrato. Se lo shomen-uchi interessa tutto il corpo (almeno a livello virtuale), lo yokomen-uchi va invece ad interessare un bersaglio più ridotto ma non meno efficace, ovvero quei due emisferi in cui si ritiene alberghino tanto le capacità razionali quanto quelle immaginative, che distinguono l’Uomo dagli altri animali.

Lo tsuki (突き) è il terzo atemi compreso nel curriculum di base dell’Aikido. In linea di massima è un pugno diretto, solitamente portato al’addome (chudan tsuki) per poter effettuare un colpo sufficientemente energico senza grossi rischi per chi lo subisce in fase di allenamento. Come i due precedenti viene simulato un colpo inferto con un arma, e se per shomen-uchi e yokomen-uchi la mano si comporta come una spada, con lo tsuki è l’intero braccio che si comporta come una lancia, “trafiggendo” il ventre di chi lo subisce. Se – come detto –lo chudan tsuki va ad impattare su una zona come quella addominale che a livello pratico lo renderebbe scarsamente efficace, di tutt’altro valore è invece il suo significato simbolico. Come sanno coloro che hanno anche una minima conoscenza della cultura orientale, l’addome è considerato il “serbatoio energetico” dell’uomo e non a caso era la zona che veniva squarciata durante la cerimonia del seppuku con cui veniva eseguito il suicidio rituale da parte dei samurai. Colpire l’addome equivale a voler colpire il tanden, il “centro” fisico, energetico, emotivo e spirituale dell’Uomo, con tutte le conseguenze che questo potrebbe comportare!

Esaurito il campo degli atemi propriamente detti [20], passiamo ad esaminare alcune prese che, pur non avendo una esecuzione strettamente “percussiva”, condividono con gli atemi sia la traiettoria dinamica che – soprattutto – l’intenzione di nuocere alla controparte. Anche in questo caso l’esame sarà ridotto ad alcune tipologie tra quelle più comuni nella pratica dell’Aikido [21], lasciando al lettore – se lo vorrà – il compito di sviluppare l’indagine per proprio conto.

La prima presa che esaminiamo è il katate-dori, ovvero la presa al polso [22], non foss’altro che per il fatto che è con questa presa che normalmente comincia e finisce un allenamento di Takemusu Aikido che segue la didattica di Morihiro Saito sensei. Oggi una presa del genere può sembrare (è per certi aspetti, è) abbastanza inusuale, ma in passato era – tra gli altri – il modo per fermare la mano che stava per impugnare o sguainare un arma da taglio. Da un punto di vista simbolico, il gesto di attacco è simile a quello dello stringere una mano in segno di amicizia, ma con valenza tutt’altro che bonaria. Quindi il primo messaggio è che dobbiamo essere sempre consapevoli che la nostra “offerta di pace” può non solo non essere accolta, ma diventare addirittura l’appiglio per un attacco nei nostri confronti. Dobbiamo quindi considerare le nostre intenzioni e speranze, ma soprattutto essere pronti a rilevare e reagire alla situazione, per quella che realmente è [23]. I polsi sono uno dei punti più importanti del corpo umano; nella Medicina Tradizionale Cinese sono il punto di passaggio di numerosi meridiani energetici [24], ed in Oriente come in Occidente sono il punto che il medico palpava per rilevare eventuali patologie o malattie, così come ancora oggi si fa per rilevare il battito cardiaco. Stringere il polso, ovvero esercitare una determinata pressione su punti specifici di quella zona, non causa solo un intenso dolore anche con una applicazione non particolarmente forte, ma può essere intesa come un vero e proprio “strangolamento” dei canali energetici che passano in quella zona [25].

Per le prese che vanno dal polso al gomito possiamo ritenere valido quanto detto sopra, discorso a parte merita il kata-dori, ovvero la presa alla spalla [26]. Come nel caso precedente possiamo vedere questa presa come non particolarmente efficace dal punto di vista pratico [27], ma con un interessante – anche se non immediato – aspetto simbolico. Nell’ambito del Cristianesimo delle origini, dice lo Pseudo Dionigi Aeropagita: “Le spalle rappresentano il potere di fare, agire, operare” e Teodoto: “La croce è il segno del limite nel Pleroma. Per questo Gesù, avendo portato attraverso tale segno la semenza sulle spalle, l’ha introdotta nel Pleroma stesso; pertanto Gesù è chiamato le spalle della semenza” [28] e conclude Ireneo: “La potenza è sulle sue spalle!” [29]

Consideriamo inoltre che le spalle – come i polsi – sono uno dei punti della parte superiore del corpo che presentano importanti passaggi del sistema circolatorio sanguigno relativamente poco protetti. Vicino alla spalla passa l’arteria succlavia, che se perforata con uno stiletto può portare alla morte in pochi secondi, e non è quindi una ennesima coincidenza il fatto che proprio in quella zona si poggi la mano di chi ci da una “pacca” per consolarci, salutarci o dimostrarci il suo affetto, così come non è probabilmente un caso che proprio sulle spalle impatti di piatto la spada che investa un nuovo cavaliere.

La kubi-shime, o presa al collo per strangolare o strozzare chi la subisce, riprende quanto detto sopra per quanto riguarda tanto il circuito della circolazione sanguigna che quello dei meridiani energetici; a questo si aggiunge l’intenzione simbolica (ma non tanto…) di “staccare la testa dal busto”, ovvero separare il centro intellettivo-spirituale (situato nella Testa) da quello emotivo-empatico (situato nel Cuore) [30].

Discorso simile possiamo farlo per le eri-dori e le muna dori, ovvero per le prese al bavero ed al colletto della giacca indossata nella pratica. La presa fisicamente afferra l’indumento, ma possiamo simbolicamente immaginare che l’attacco sia portato al busto, ovvero al plesso cardiaco ed ai chakra situati in quella zona. Attaccare il Cuore – come abbiamo detto – significa in qualche modo tentare di compromettere una delle qualità essenziali dell’Uomo, la sua capacità di provare emozioni, sentimenti ed empatia ed anche in questo caso, le tante leggende, canzoni e favole [31] che vedono il cuore (non inteso – ovviamente – solo come muscolo cardiaco) donato alla persona amata, trafitto dalle pene affettive o citato come sede degli affetti e degli ideali più cari [32] non può essere del tutto casuale.

Rimanendo nell’ambito della parte superiore del corpo [33], un cenno meritano le prese effettuate dietro chi le subisce. Aldilà della parte che viene afferrata o stretta, che è principalmente collo, polsi, gomiti e spalle [34] e di cui abbiamo già trattato sopra, un attacco alle spalle – simbolicamente – vede l’aggressore quasi sovrapporsi all’aggredito, “penetrarlo” e diventare un tutt’uno con lui, sottometterlo quindi non solo fisicamente, ma anche energeticamente, poiché in questo caso si trovano a contatto più o meno stretto il punto energetico Ren 6 situato sul meridiano “Vaso della Concezione” dell’addome dell’aggressore ed indicato con il nome Qihai che può tradursi come “Oceano dell’energia vitale”, ed il punto energetico Du 4 situato sul meridiano “Vaso Governatore” della zona lombare dell’aggredito ed indicato con il nome Mingmen che può tradursi come “Porta della Vita”. “Sfondare” la porta della Vita della nostra vittima, avere libero accesso alla sua zona lombare dove – per la Medicina Tradizionale Cinese – viene distillata la Energia Vitale e con questa riempire il nostro oceanico serbatoio svuotando quello altrui è una immagine certo un po’ truculenta ma non troppo lontana dalle intenzioni di chi attua questo tipo di attacco.

A questo aspetto specificamente legato alla visione energetica orientale possiamo (dobbiamo…) unire una aspetto simbolico più generale, che in qualche modo si porta a “chiudere il cerchio” rispetto alla presa con cui abbiamo cominciato questa esposizione, ovvero la considerazione che un attacco alle spalle è da sempre considerato un attacco vile, sleale, da traditore; chi ci attacca alle spalle evita sia buona parte dei nostri strumenti di percezione (vista, soprattutto) che quelli di difesa e questo è uno degli ammonimenti che questo attacco ci ricorda, ovvero che possiamo essere vittima di un attacco non solo quando meno ce lo aspettiamo, ma anche li dove non siamo pronti ad affrontarlo [35]. Ecco quindi che sperimentare questo attacco rende quanto mai attuali tanto gli ammonimenti del Fondatore dell’Aikido: “[…] è necessario affinare e perfezionare l’esecuzione di ogni movimento, in modo tale da poter affrontare non solo coloro che vi attaccano in modo diretto, ma anche tutti quelli che vi avvicinano con intenzioni ostili, da qualunque direzione provengano” [36] che gli ammaestramenti evangelici: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. […] Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate , il Figlio dell’Uomo verrà” [37].

Conclusioni

Come negli scritti precedenti, anche questo altro non è che un personale tentativo di proporre argomenti di discussione e riflessione, senza nessuna velleità di affermare verità o distribuire ammaestramenti. Quanto sopra è il distillato dei tanti stimoli, suggerimenti e ammaestramenti ricevuti in tempi e modi diversi dai tanti più avanti di me sulla Via, ma è solo dello scrivente la responsabilità di errori, imprecisioni, omissioni ed inesattezze.

Note

[1] In alcune Scuole marziali di origine cinese l’efficacia della percossa si ritiene dipende anche dal periodo del giorno in cui viene inferta, poiché ciascun organo del corpo ha – durante il giorno – periodi di minore e maggiore attività, ed alla stessa maniera una percossa potrà risultare più o meno lesiva anche in base all’orario in cui viene inflitta. In base a questa teoria quindi, i punti da colpire all’alba saranno diversi da quelli da colpire a mezzogiorno o al tramonto.

[2] Già in epoca Heian (794-1195) in Giappone fu codificata e documentata la struttura delle prime tecniche dell’Arte che poi sarebbe divenuta il Daito-ryu Aikijujutsu. La tradizione orale del Daito-ryu Aikijujutsu attribuisce l’origine dell’arte a Shinra Saburo Yoshimitsu Minamoto (1057-1127) terzo figlio di Yoriyoshi Minamoto discendente della quinta generazione dell’imperatore del Giappone, della dinastia Minaomoto, Fujiwara Seiwa (850-881). Il clan Minamoto era uno dei maggiori del Giappone e Yoriyoshi Minamoto, principe militare ereditario (daymio) della provincia di Chinjufu era stato inviato dall’imperatore a sedare una rivolta del clan Abe. La guerra durò per 11 anni (1051-1062) sino a quando Sadatou Abe fu sconfitto nella battaglia di Yakata Koromogawa. Successivamente i figli di Yoriyoshi combatterono nella guerra Gosannen (1083-1087) contro il clan Kiyohara. Minamoto Yoshiie (uno dei figli) era in difficoltà, fu raggiunto dal fratello Yoshimitsu e insieme espugnarono la fortezza di Kanazawa. Dei due si racconta la ferocia e l’innovativo approccio “scientifico” all’arte marziale: avrebbero sezionato i cadaveri dei nemici sconfitti per meglio comprendere il funzionamento delle articolazioni che erano coinvolte nelle tecniche di kansetzu (rottura e lussazione articolare) proprie dell’Aikijujutsu di cui era maestro Yoshimitsu.

[3] Ciascuna Scuola adottò le tecniche di percussione più opportune in base anche al periodo storico in cui si trovò ad agire; è di tutta evidenza che le tecniche applicate in uno scontro in campo aperto contro un avversario munito di armatura non possono essere le stesse applicabili all’interno di una piccola stanza contro un aggressore vestito da un leggero kimono di seta.

[4] Rimanendo nell’ambito delle discipline di origine Orientale, le Scuole di Chinna cinese o di Kyusho-jutsu giapponese basano gran parte del loro curriculum su questo tipo di studio. Nel campo editoriale, un testo di riferimento rimane il tanto discusso quanto interessante “L’Arte Sublime ed Estrema dei Punti Vitali” di Fujita Saiko ed Henry Plèe, edizioni Mediterranee.

[5] Come in ogni occasione in cui si deve tradurre da una lingua ideogrammatica come il giapponese in una lingua alfabetica come l’italiano, s’impone una precisazione di fondo: nella maggior parte dei casi i caratteri sino-giapponesi posseggono una vastità di significati intrinseci alla struttura simbolica dell’ideogramma che li rappresenta, tale da rendere quasi impossibile trovare un’unica parola o perifrasi in grado di renderli pienamente tutti. L’avvertito lettore vorrà così scusare questa limitazione e tenerne da conto, ricordando che – quando verrà fornita una traduzione – questa sarà non certo l’unica possibile ma solo quella meglio nota a chi scrive e da questi ritenuta più adatta al caso in esame.

[6] L’affermazione è molto nota, un interessante approfondimento è presente nel libro “Aikido – Etichetta e Disciplina” di Tamura Nobuyoshi, Edizioni Mediterranee

[7] Tori e Uke indicano due ruoli codificati nella pratica dell’Aikido, il primo è colui che si difende da un attacco e neutralizza l’aggressore, il secondo è colui che effettua l’attacco e subisce la tecnica di difesa di Tori. Nella pratica delle armi (Buki waza) i termini diventano Uke-tachi nella pratica dello Aiki-ken e Uke-jo nella pratica dello Aiki-jo per indicare colui che si difende da un attacco e neutralizza l’aggressore, e Uchi-tachi nella pratica dello Aiki-ken e Uchi-jo nella pratica dello Aiki-jo per indicare colui che effettua l’attacco e subisce la tecnica di difesa.

[8] Si tratta di un principio tattico-strategico applicato da sempre nelle guerre e nelle battaglie. Nel classico di strategia cinese conosciuto come “I 36 stratagemmi” viene descritto come: “Creare clamore a Oriente e attaccare a Occidente”.

[9] Un testo affascinante che affronta questo concetto è, ad esempio, “La spada che dà la vita” di Yagyu Munenori, Edizioni Mediterranee

[10] Con il termine “kyosaku”, tradotto come “bastone del risveglio” o “bastone del Buddha”, viene indicato un bastone di legno con cui chi lo impugna colpisce, quando lo ritiene opportuno o su richiesta di chi lo subisce, un punto specifico alla base del collo di chi pratica Zazen.

[11] Conscio del rischio di apparire scurrile e coprolaico, non posso sottrarmi dal ricordare in proposito il famoso aneddoto che vede protagonista un uccellino caduto dal nido, una vacca che lo sommerge con i suoi escrementi per riscaldarlo ed il lupo che lo toglie da quella maleodorante sistemazione per poi divorarlo.

[12] Nella lingua giapponese Ji può tradursi come “sé stessi”, Ta come “gli altri”, Kyo come “insieme” ed Ei come “benessere, vantaggio, progresso, successo, prosperità”

[13] Anche per questo, nella pratica in coppia, aldilà della esperienza e del grado, i partner si alternano nei due ruoli.

[14] Si veda l’articolo “Uchidachi & Shidachi” di Nishioka Tsuneo, disponibile presso http://koryu.com/library/tnishioka1.html

[15] Questa postura della mano in Aikido viene indicata come tegatana, letteralmente “mano-spada”.

[16] Questo meridiano comprende 24 punti energetici, molto importanti per determinare la salute e il funzionamento degli organi interni del corpo.

[17] “Chakra” è una parola sanscrita che significa “ruota” ed indica una sorta di “centri di energia” situati in punti specifici del corpo.

[18] Va considerato a questo punto il valore della “Intenzione” e la potenza della “proiezione energetica” di chi esegue il colpo. Anche se fisicamente il colpo a mano nuda si ferma sulla sommità della testa di chi lo subisce, l’intenzione è quella di tagliare a metà la vittima. Se questa intenzione è vissuta con sufficiente determinazione il risultato potrebbe essere altrettanto devastante. Su questo tipo di credenza si basano le pratiche di “magia proiettiva” praticate anche in Occidente tanto a fin di bene (preghiere, invocazioni, imposizioni delle mani) che a fini nocivi (malocchio, jettatura)

[19] In molte religioni e filosofie l’uomo è visto come una sorta di “tramite” tra la Terra ed il Cielo, con la prima è in contatto fisico attraverso i piedi, con il secondo il contatto è spirituale ed avviene tramite una sorta di canale che ha come punto di ingresso fisico la “fontanella” alla sommità del cranio, ovvero quella zona oggetto di tonsura da parte dei membri di diverso ordini monacali orientali ed occidentali. In alcune Scuole marziali cinesi una lama non dovrebbe mai passare sulla testa di chi la impugna per non tagliare questo legame energetico che i praticanti di Takemusu Aikido vedono riprodotto nella parte iniziale del terzo suburi dell’Aiki-ken.

[20] In realtà la tipologia degli atemi è assai più vasta di quella descritta qui, ma – come detto – lo scopo di queste righe non è una analisi tecnica. Poiché la quasi totalità degli atemi condividono zone di impatto e modalità esecutive con quelli descritti, abbiamo ritenuto sufficienti al nostro scopo i soli tre principali sopra analizzati.

[21] Così come già detto per gli atemi, le prese esaminate sono quelle più frequenti nel curriculum di base dell’Aikido; non verranno quindi trattate prese che, seppure efficaci e/o presenti in altre discipline, non fanno solitamente parte della pratica standard.

[22] Quanto detto in questo paragrafo vale senza grandi istinzioni per tutte le prese con dinamica simile, quindi la hantai-katate-dori o kosa-dori, il ryote-dori, la ushiro-ryote-dori, hiji-dori, morote-dori, ecc.

[23] Scrive Musashi Myamoto nel “Libro del Fuoco”, compreso nel suo “Gorin no sho”: “Valutare le circostanze” significa conoscere l’entità del nemico in battaglia: […] Questo significa avere una grande abilità nel vedere le cose come sono e se ti identificherai completamente in Heiho potrai facilmente valutare il nemico ed avere la massima possibilità di vincere.”

[24] Non è forse casuale che una delle tecniche di suicidio più praticate e tristemente efficaci sia proprio quella di tagliare le vene in corrispondenza dei polsi.

[25] Nella zona del polso sono situati, tra gli altri, quattro punti su cui viene applicata pressione con l’indice per attuare lo yonkyo; anche in questo non è forse una coincidenza che il nome con cui questa pressione è nota è tekubi osae, ovvero, letteralmente: “bloccaggio/controllo del collo della mano”.

[26] Come nel caso precedente, nell’esame del kata-dori raggruppiamo tutte le tecniche di presa alla spalla, singole e doppie, frontali, laterali e posteriori.

[27] In realtà, la presa alla spalla – quando correttamente eseguita – blocca tutto il braccio corrispondente, impedendogli di muoversi tanto per liberarsi, quando per impugnare un’arma o parare una percossa. Le modalità di esecuzione delle prese sono molto importanti e vengono studiate nell’ambito delle tsukami waza.

[28] Si veda “La Croce nei tempi precristiani e cristiani” di Erica Tiozzo alla URL http://www.fuocosacro.com/pagine/gnosticismo/crocetempicristiani.htm

[29] “Tutto il simbolismo converge in Ireneo verso la teologia della potenza della Croce, che egli vede significata particolarmente nelle parole di Isaia 9,5: “Sulle sue spalle è il segno della sovranità” (cfr. Dem. 56)” in I. Grego, “Ireneo e il simbolismo della croce”, nota presente in “La cristologia adamitica: tentativo di recupero del suo significato originario” di Mauro Gagliardi. Grazie a Fulvio Mocco per il prezioso suggerimento.

[30] Il termine shin (心) ha numerosi significati in giapponese, tra cui “mente” e “cuore”. Non si indica con shin l’organo fisico (cervello e muscolo cardiaco) quanto piuttosto il complesso dei loro effetti, che – per certi aspetti – sono tra le caratteristiche peculiari dell’animale Uomo. In ogni atto umano “mente” e “cuore” non opereranno mai a “compartimenti stagni” ma si influenzeranno vicendevolmente, e quindi, un atto che miri a separare (fisicamente simbolicamente) la Mente dal Cuore tende, in ultima analisi, ad eliminare l’Uomo in quanto tale. Per una analisi più approfondita di questo (come di molti altri) carattere ideogrammatico, si veda “Lo spirito delle Arti Marziali” di Dave Lowry, Oscar Mondadori.

[31] Solo per citare alcuni esempi, si ricordi la favola di Biancaneve, in cui la matrigna chiede al cacciatore incaricato di ucciderla di riportare indietro il cuore della fanciulla, o la canzone “La ballata dell’amore cieco” di F. De André.

[32] Il giuramento prestato con la mano sul cuore è un gesto condiviso in molte culture, anche se oramai siamo abituati a vederlo solo in occasione di qualche importante evento sportivo durante l’esecuzione degli inni nazionali.

[33] Come detto, le tecniche di calcio non fanno parte del curriculum di base delle tecniche di Aikido e per questo non se ne farà cenno. Ovviamente molto di quanto già detto può essere applicato, con opportuni adeguamenti, alla parte inferiore del corpo tanto quando usata per colpire che quando oggetto di percosse.

[34] Nelle Scuole di Jujutsu, tra cui il Daito Ryu a cui l’Aikido è debitore di un notevole bagaglio tecnico, viene anche studiato un attacco in cui l’aggressore “cintura” con le braccia il suo avversario. Questo attacco non è compreso nel curriculum di base delle tecniche di Aikido e per questo non se ne farà cenno, ma anche per questo caso vale quanto detto nella nota precedente.

[35] Si pensi, ad esempio, ad un tema oggi tristemente attuale come la violenza subita dalle donne nell’ambito familiare, o a fenomeni perpetrati spesso in ambito domestico o lavorativo come il mobbing o lo stalking, che il termine anglosassone non rende meno odiosi.

[36] Tratto da: “Aikido – La pratica” di Kisshomaru Ueshiba, Edizioni Mediterranee

[37] Vangelo di Matteo, 24, 42-44

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