L’Uso delle Armi nell’Allenamento di Aikido


In che modo la pratica delle armi contribuisce o inibisce gli scopi dell’Aikido? La natura essenziale di un’arma è che si tratta di un oggetto creato per fare del male agli altri: tagliare e squarciare la carne, spaccare le ossa, infliggere dolore, anche togliere la vita. Qualsiasi altro scopo, come l’uso dell’arma come emblema di potere o come mezzo di avanzamento spirituale, sono sviluppi secondari. Pertanto, la prima domanda: la tecnica delle armi in Aikidō è efficace come arte marziale da combattimento? E poi, se le tecniche dell’Aikido sono state create al servizio di uno scopo più elevato, lo studio delle armi favorisce la risoluzione del conflitto umano attraverso relazioni armoniose?

di ELLIS AMDUR

È ovvio che la spada è una cosa con cui si taglia e la lancia è una cosa con cui si colpisce di punta… Il taglio ha le sue regole e la stoccata ha le proprie, e se non conoscono le funzioni, allora non gli si farà piena giustizia. Anche se il cuore può essere forte, se la forma non è appropriata, il colpo finirà dove non dovrebbe finire. Se ci si discosta dal principio della tecnica, non si otterrà ciò che desidera.

—Tengu Geijutsu Ron

Dovremmo smettere di fare tachi-dori e jō-dori durante le dimostrazioni pubbliche. Ci sono molti veri specialisti di spada nel pubblico, persone che sono davvero esperte con le armi e sanno che non possiamo veramente togliere spade e bastoni dalle mani di chi ci attacca. Ci stiamo prendendo in giro da soli.

—Kuroiwa Yoshio, Aikikai shihan

I sistemi di combattimento non sono raccolte di tecniche assemblate per ragioni arbitrarie. Ogni arte marziale emerge da una matrice culturale e ambientale, creata da individui che sono l’incarnazione vivente di quell’ambiente. Uno studio intensivo di qualsiasi arte marziale porta a sperimentare sia questa matrice che le persone che l’hanno creata, non solo a livello intellettuale, ma anche come esperienza emotiva e somatica. Ogni arte marziale possiede una sua “anima”.

Le tradizioni marziali spesso si deteriorano dopo solo poche generazioni. In molti casi, le condizioni della società cambiano e l’arte diventa un’anticaglia piuttosto che un’entità ancora effettivamente utilizzata. Inoltre, gli insegnanti potrebbero aver nascosto ciò che è più essenziale o gli allievi successivi semplicemente non lo hanno appreso quando è stato offerto, e le generazioni successive potrebbero non avere accesso alle metodologie di formazione specializzate e alle applicazioni nascoste che sono essenziali per la vera pratica dell’arte.

Molti insegnanti apprendono dall’amara esperienza che persino un’istruzione meticolosa sulle parti essenziali della loro arte può essere sprecata. Troppi si allenano per divertirsi o per avere qualcosa di interessante con cui riempire alcuni momenti della loro vita, e non dedicheranno mai le migliaia di ore necessarie per imparare cosa viene loro spiegato. Non solo, se uno ha bisogno che gli vengano spiegate troppe cose, è molto probabile che quel qualcuno non abbia comunque il talento per imparare. Troppo spesso ho sentito gente lamentarsi in Occidente, accusando gli istruttori asiatici di nascondere informazioni essenziali. Raramente l’ho sperimentato. I miei maestri mi hanno mostrato di più, non appena ho mostrato (e dico mostrato, non fatta vedere una lealtà a pagamento) quello che mi avevano già insegnato. Ad esempio, recentemente ho preso parte a una lezione con un anziano istruttore di Tai Chi Chuan che non parlava inglese e io non parlo cinese. La sera prima, per diverse ore aveva lavorato su una tecnica con l’uomo nella cui casa alloggiavo, e il giorno successivo aveva dedicato un’altra ora per insegnare la stessa tecnica durante la lezione. Tutti erano affascinati dall’apparente complessità della leva articolare, che sembrava avere una serie di componenti. Tuttavia, mi sono reso conto che quello che stava facendo con le braccia era quasi irrilevante. Piuttosto, stava squilibrando l’avversario, usando il suo tantien (punto centrale del corpo) e bloccandolo, ogni volta in modo diverso, a seconda di come si organizzava per riconquistare l’equilibrio. Ho cercato di fare quello che gli avevo effettivamente visto fare, piuttosto che il blocco articolare, di per sé. Un altro studente ha detto: “Non è quello che stiamo facendo, vero, sifu?” Sbrigativamente gli ha risposto: “Beh, è ​​un altro modo, suppongo”. Quindici minuti dopo, mentre mi esercitavo da solo, è venuto e mi ha mostrato i perfezionamenti di ciò che avevo visto, ancora e ancora, controllando la mia tecnica fino a quando non era contento della mia capacità di squilibrarlo. Quando sarò davvero in grado di farlo bene, mi mostrerà di più.

A dire il vero, ci sono sempre stati insegnanti che dicono “ruba la mia tecnica”. Alcuni lo usano come metodo di insegnamento. Altri l’hanno usato egoisticamente per proteggere le loro conoscenze, facendo del proprio meglio per rendere difficile, se non impossibile, che gli allievi imparassero per davvero, persino risentendosi con loro quando ci sono riusciti. Nella mia esperienza, tuttavia, molti più insegnanti di alto livello sono ben felici di insegnare, se si dimostra di essere qualcuno cui vale la pena insegnare, anche se si proviene da un’altra nazione o cultura. Potranno però anche essere felici di insegnarti, ma non ti nutriranno boccone per boccone. Piuttosto, una volta che rubi un pochino, “lasceranno” un po’ di più sul tavolo da farti raccogliere, ma sei tu che devi notarlo, nascosto a metà sotto un mucchio di tecniche e altre distrazioni.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, l’apprendimento automatico non è mai stato il metodo centrale di allenamento negli studi marziali; lo è solo nelle fasi iniziali. Non si dà vita a una tradizione marziale attraverso l’imitazione senza vita o l’innovazione immatura. Bisogna portare uno spirito simile a quello nell’affermazione di Bassho: “Non cercare ciò che facevano i vecchi maestri; cerca ciò che hanno cercato“.

È quindi imperativo che chiunque desideri raggiungere la vera grandezza non possa prendere gli insegnamenti al valore nominale. Questo non significa essere scettici, significa che è necessario ridurre ciò che si sta imparando ai suoi principi essenziali ed essere consapevoli di ciò che si sta effettivamente facendo, piuttosto che semplicemente “ripetere a pappagallo”, come viene insegnato. Questo di solito richiede innumerevoli ore di ciò che la gente di solito chiama “ripetizione”, ma piuttosto che mille ripetizioni, bisogna eseguirla una volta, una volta, una volta, mille volte di seguito.

Lo stadio più basilare della pratica consapevole è comprendere chiaramente l’intenzione della disciplina in cui ci si sta allenando. Senza comprendere gli obiettivi dell’arte marziale e quelli dell’insegnante che dice di starla insegnando, come possiamo sapere cosa dovremmo imparare? Dobbiamo quindi considerare se possiamo raggiungere gli obiettivi asseriti della scuola attraverso la pratica della sua metodologia. Ad esempio, se la scuola afferma di basarsi sulla sopravvivenza a tutti i costi, presenta un sistema di tecniche che offre le migliori possibilità di sopravvivenza? In quale contesto? Queste tecniche si applicano alle condizioni che ci si troverebbe effettivamente ad affrontare nell’ambiente in cui si vive? [1] O, se l’arte si occupa dello sviluppo spirituale, i suoi movimenti promuovono effettivamente la creazione di individui più realizzati e maturi?

Tenendo presente quanto sopra, in che modo la pratica delle armi contribuisce o inibisce gli scopi dell’aikido? [2] La natura essenziale di un’arma è che si tratta di un oggetto creato per fare del male agli altri: tagliare e squarciare la carne, spaccare le ossa, infliggere dolore, anche togliere la vita. Qualsiasi altro scopo, come l’uso dell’arma come emblema di potere o come mezzo di avanzamento spirituale, sono sviluppi secondari. Pertanto, la prima domanda: la tecnica delle armi in Aikidō è efficace come arte marziale da combattimento?

Non ho mai visto alcuna metodologia di “armi-aiki” di nessun praticante di Aikido che costituisca una preparazione adeguata per il combattimento. Questo non vuol dire che alcuni aikidōka non siano altamente qualificati nella pratica del loro sistema di armi e che non ci siano potenti tecniche qua e là nel loro curriculum. Non c’è dubbio che alcuni praticanti potrebbero arrecare gravi danni alle persone se lo desiderassero. Tuttavia, il loro metodo di allenamento e le tecniche praticate non sono più appropriati per il campo di battaglia o per i duelli di quelli del Kendō (scherma sportiva giapponese) o Iaidō (estrazione della spada volta alla disciplina e alla coltivazione del proprio spirito). Le tecniche di jō-dori, tachi-dori e tantō-dori (tecniche di disarmo rispettivamente del bastone corto, della spada e del pugnale), nonostante il loro merito nell’allenare il coraggio e l’entrare nell’arco di un oggetto in movimento, non sarebbero mai efficaci contro qualcuno abile nell’uso di queste armi come strumenti per uccidere. Le forme a coppia di spada e bastone, nonostante tutti i numerosi modi immaginabili in cui possono migliorare la comprensione della tecnica disarmata, sono concentrate sul mettere insieme movimenti per studiare l’equilibrio e l’orientamento del corpo. La distanza è spesso inadatta all’allenamento per il combattimento; molte delle parate potrebbero essere “abbattute” da colpi inferti con forza; e molti degli attacchi potrebbero essere deviati o evitati. Le forme di armi a coppie hanno spesso una persona che “fa da uke” in un modo fin troppo comune in Aikidō – ossia attaccando in modo da rendere possibile l’esecuzione della tecnica da parte dell’altra persona. Se i movimenti e la tecnica di uno non sono autentici, non lo saranno neanche quelli dell’altro. Se il tuo obiettivo è l’efficacia nel combattimento e pensi di starti allenando per raggiungere questo obiettivo basandoti sul lavoro con la spada, il bastone o il coltello dell’Aikido, stai mentendo a te stesso, o per lo meno, qualcuno ti ha mentito.

Esiste una coscienza corporea che in qualche modo è consapevole se un movimento marziale è vero o falso. Se si crede a livello intellettuale ed emotivo di essere forti, ma si dubita della propria forza a livello inconscio (e l’inconscio comunica sempre prima attraverso il corpo), ciò si rifletterà nel proprio comportamento. Quanto sopra può manifestarsi con un atteggiamento difensivista rispetto alla propria forza (o quella della propria arte marziale); con un atteggiamento settario e religioso nei confronti delle tecniche e della dottrina della scuola, nonché nei confronti del fondatore e degli esperti più anziani dell’arte; o con il bullismo verso chi è meno esperto o con il mettersi a litigare con chi è chiaramente più debole, per dimostrare la potenza di ciò che uno dubita nel proprio cuore. Tutto ciò l’ho osservato all’interno della comunità dell’Aikidō.

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Se una persona non comprende veramente cosa è effettivamente in grado di fare, potenzialmente, ripeterà un atto illusorio migliaia e migliaia di volte. L’illusione ripetuta abbastanza spesso diventa una visione del mondo. Paradossalmente, l’allenamento pseudo-combattivo può avere un effetto più brutalizzante sui suoi praticanti rispetto alle tecniche da combattimento efficaci, se il primo non viene riconosciuto nella sua vera natura. È come usare una lima tonda per tagliare la propria bistecca a cena; si tirerà fuori qualcosa da mangiare, ma si finirà il pasto sia affamati che in mezzo a un macello.

Questo non dovrebbe essere un punto di vista controverso, dato che sia Ueshiba Morihei che Ueshiba Kisshomaru, fondatore e figlio, sono stati abbastanza espliciti sul fatto che l’Aikidō non è un metodo da guerra. Se il lavoro con le armi in Aikidō non è stato sviluppato come addestramento marziale in senso combattivo, ottiene l’obiettivo spesso sostenuto nell’Aikidō, ossia che le tecniche sono state create al servizio di uno scopo più elevato, la risoluzione del conflitto umano attraverso relazioni armoniose?

Le relazioni umane, sia a livello fisico che spirituale, sono caratterizzate da livelli multipli di comunicazione, e quindi da costanti micro aggiustamenti tra i due individui. Questo è vero sia per quanto riguarda il combattimento che per la conversazione. I racconti su Ueshiba Morihei illustrano un uomo che, in molti modi, personificava la sensibilità e la sottigliezza che esemplificano questo stato. L’allenamento in Aikidō, tuttavia, è quasi sempre caratterizzato da movimenti inequivocabili in cui l’attaccante rimane coerente nel suo attacco dall’inizio alla fine. Ciò vale anche per le tecniche di Aikidō utilizzate per gestire questi attacchi non ambigui. Rispetto alla spontaneità del movimento e alla risposta umana che Ueshiba Morihei avrebbe esemplificato, i movimenti di Aikidō sono piuttosto stereotipati e limitati. Inoltre, anche se la stragrande maggioranza dei praticanti di Aikidō si allena solo nel Taijutsu (tecniche disarmate), l’affermazione che derivi dalle tecniche di spada domina le teorie tecniche sull’Aikidō. Il lavoro con le armi Aiki, tuttavia, è particolarmente semplice e non aperto a multiple interpretazioni, e quindi non rende giustizia alla ricca e ingarbugliata natura della realtà dell’interrelazione umana all’interno del conflitto. Se l’Aikidō deve essere un’arte che consenta la riconciliazione degli esseri umani in conflitto, stiamo praticando un abbozzo piuttosto che l’arte. [3]

A livello filosofico, l’Aikidō ha profondamente influenzato il mio lavoro di specialista in interventi di crisi, la capacità di entrare in una situazione caotica e, attraverso il proprio potere, creare ordine, come se si stesse diventando “l’occhio” attorno al quale ruota l’uragano. Tuttavia, non mi sono mai trovato in una situazione simile alla classica tecnica di Aikidō in cui l’attaccante rimane coerente nella forma e nella natura della sua aggressività dall’inizio alla fine. Ad esempio, potrei bussare alla porta di una persona che soffre di psicosi e lui mi risponde, urlando: “Vattene! Esci di qui o ti ammazzo. Sei un servitore degli Illuminati, del club massonico degli Elks Rotariani!” La mia prima mossa sarebbe un atemi, che lo sbilancia: mi scuso per averlo disturbato con assoluta sincerità, ma senza alcun tentativo di ingraziarmi. Mi scuso con forza. La situazione cambia. È ancora ostile, ancora in stato di allucinazione, ma è anche sorpreso. Scopre che non mi presento come si aspetta o teme: né come ufficiale di polizia né come “tipico” operatore di salute mentale. Nonostante le mie dimensioni e (alcuni dicono) un aspetto che non passa inosservato, non presento una minaccia. Quindi ora ci sono due emozioni – in un certo senso, due attacchi – che si verificano contemporaneamente. Man mano che la situazione si sviluppa, immaginiamo che questa persona inizi a credere che devo essere d’accordo con le sue fissazioni sui suoi nemici. Altrimenti, perché dovrei essere così gentile con lui? Questo è un terzo attacco. Poi di nuovo, forse lo sto ingannando. . . un quarto attacco! A un livello molto sottile, devo costantemente adeguarmi e armonizzarmi con la sua presentazione emotiva e fisica multiforme e, nel farlo, mantenere un dominio sottile (irimi), mantenendolo leggermente sbilanciato, ma non così tanto da fargli sperimentare paura (la sensazione che cadrà). La risoluzione segue come un processo silenzioso e sottile; non c’è quasi mai una “tecnica” drammatica con la situazione risolta in un solo colpo. Da questo esempio, dovrebbe essere chiaro che, per il bene della mia professione e della mia sicurezza, non voglio impegnarmi in un metodo di addestramento che rafforzi una visione limitata e priva di fantasia sulla natura del conflitto umano. All’interno dell’Aikidō, noto come questa sia la tendenza più pronunciata nell’allenamento delle risposte a mano libera contro gli attacchi con armi. In questo settore, in modo più chiaro, la tecnica non è all’altezza delle proprie basi filosofiche.

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L’allenamento con le armi aiki presenta tuttavia alcuni benefici. Prima di tutto, ci mantiene in contatto con le sue radici giapponesi. Sebbene l’Aikidō sia un’arte marziale “internazionale”, una perdita del suo patrimonio culturale comporterebbe la sua diluizione in qualcosa con molta meno valenza psicologica. Il contesto culturale è come il condimento che rende un pasto ricco e complesso – senza di esso, si ha semplicemente un assemblaggio insipido di leve al polso e proiezioni. Il lavoro con le armi, in particolare, stimola anche l’immaginazione. Eseguire una forma con un bastone o una spada dà una certa forza alla propria pratica, in cui l’aspetto romantico non viene per ultimo. Infine, aumentando il senso di pericolo, si possono apprendere importanti principi dell’allenamento di Aikidō, come controllo, responsabilità, irimi isoku (entrare in un istante) e awase (“fusione/armonizzazione”).

Se, però, l’allenamento nelle “armi aiki” diventa centrale anziché un supplemento per migliorare il proprio Aikidō, è molto probabile che si arrivi a una comprensione illusoria di se stessi e degli altri in situazioni che richiedono la risoluzione dei conflitti. Piuttosto che Aikidō come manifestazione delle tecniche della spada, dobbiamo spostarci verso l’Aikidō come manifestazione della vera natura delle interrelazioni degli esseri umani. Il lavoro con le armi deve contribuire a questo, se vogliamo fare l’Aikidō che il fondatore e tutti i suoi principali allievi hanno dichiarato sia il suo obiettivo. La maggior parte dei racconti dei principali istruttori di Aikidō suggerisce che, per Ueshiba Morihei, il lavoro con le armi era uno stimolo della sua creatività e un importante metodo di allenamento. Sembra, tuttavia, che questo fosse allo scopo di migliorare la pratica del taijutsu, vista come centrale. Praticata consapevolmente, con piena consapevolezza delle sue capacità e potenzialità, è lì che dovrebbe rimanere.

Lo Studio delle Tradizioni Marziali Antiche Può Essere d’Aiuto nell’Allenamento di Aikidō?

La figura di Ueshiba Morihei è diventata mitica. Persone che non l’hanno mai incontrato creano ogni sorta di fantasie su di lui, mentre quelle che l’hanno incontrato hanno ciascuno il loro “proprio” Ueshiba Morihei, una figura che sembra essere più colorata dalla personalità di chi ricorda che una vera figura storica. Se si pratica solo Aikidō, si pratica attraverso l’obiettivo del proprio insegnante e si vede l’Aikidō proprio come lui o lei. I risultati raggiunti nell’Aikidō possono spesso essere limitati dalla portata della visione del nostro insegnante, piuttosto che dalle possibilità insite nell’arte. Lo studio di una seconda arte può consentire di apprendere la prima arte sia dall’interno che da una prospettiva leggermente distaccata, quella di un altro studio marziale. Sebbene non sia un compito facile, è possibile impegnarsi completamente nella visione del proprio insegnante mentre si pratica Aikidō, e poi, attraverso l’allenamento in una seconda arte marziale, ottenere una visione più obiettiva di ciò che si sta facendo. Naturalmente, questo funziona anche al contrario, creando una fenomenale tensione creativa.

Uno degli aspetti più straordinari del personaggio di Ueshiba Morihei fu il suo incessante sforzo di continuare ad allenarsi dopo che, in effetti, aveva creato la logica tecnica del suo Aikidō. Come vediamo nei filmati appartenenti a diversi periodi, Ueshiba fissò l’ampia struttura tecnica della sua arte abbastanza presto nel tempo, il che non sorprende dato che era quasi interamente derivata dal Daitō-ryū, un’arte che aveva studiato per diversi decenni. Trascorso questo tempo, apportò modifiche su livelli più sottili rispetto a dove mettere una mano o un piede. Possiamo attribuire il suo continuo sviluppo creativo e spirituale alla sua formazione in discipline esoteriche e al suo studio, sia come osservatore che come partecipante, di altre arti marziali. Entrambi questi aspetti hanno continuato ad essere presenti fino ad una fase abbastanza tarda della sua vita. Pertanto, la continua ricerca di migliorare da parte di Ueshiba Morihei era dovuta a una trasformazione più profonda nel suo spirito e intelletto, nonché a un rivolgersi verso l’esterno alla ricerca di nuove informazioni che, nella loro acquisizione o rifiuto, servivano per affinare ulteriormente le sue capacità e intuizione. In questa sede non ho intenzione di intraprendere alcuna discussione sulle pratiche spirituali di Ueshiba, ma certamente ho osservato come l’allenamento in altre arti marziali possa influenzare la pratica di Aikidō in modo estremamente positivo. Tra gli studi di Ueshiba c’erano le arti marziali classiche, conosciute come koryū, create prima del 1867, quando il Giappone si aprì al mondo moderno.

I sistemi classici possiedono una loro integrità e valori etici che sono categoricamente sviluppati come quelli che si trovano nell’Aikidō. Una delle esperienze più profonde della mia vita è stata il mio studio con Nitta Suzuō, caposcuola di diciannovesima generazione di Toda-ha Bukō-ryū. L’ho osservata in situazioni di notevole stress sociale, in cui è stata capace di ottenere il miglior risultato possibile attraverso inappuntabile buona educazione. Osservarla ha davvero cambiato il mio atteggiamento nei confronti di ciò che si impara attraverso le arti marziali, poiché la sua cortesia proveniva da una costante forza interiore che era chiaramente un prodotto del suo allenamento.

Nitta Suzuō, caposcuola di diciannovesima generazione di Toda-ha Bukō-ryū

Oltre alla sua raffinatezza tecnica come metodo di utilizzo della naginata (falcione giapponese – una lama curva montata su una lunga asta), nel Toda-ha Bukō-ryū la cortesia è enfatizzata in grande misura sia nella sua essenza che nella sua espressione rituale. Devo sottolineare che il reigi (“l’obbligo di inchinarsi”) non è affatto assente in Aikidō, né come pratica in sé, né come spesso esemplificato a livello individuale, ma il carattere particolare del Toda-ha Bukō-ryū, la sua “personalità”, per così dire, in questo studio è enfatizzato in modo unico e potente.

Studiare un sistema classico può, quindi, spezzare il pensiero quasi religioso sull’Aikidō come unico sistema etico marziale e può anche offrire altre alternative etiche a cui non si può arrivare attraverso l’allenamento di Aikidō.

Un secondo vantaggio deriva dal praticare due sistemi che hanno presupposti radicalmente diversi su ciò che accade all’interno del conflitto. Piuttosto che accettare a prescindere ciò che si impara nel proprio dōjō di Aikidō, si dovrebbe effettivamente pensare e riflettere su due o più alternative ugualmente valide. Essere consapevoli dei presupposti di base all’interno della tecnica e della filosofia dell’Aikidō consente di esprimere l’Aikidō nella propria vita in un modo vitale, piuttosto che formalistico.

Quando si studia musica, non è possibile suonare immediatamente Bach o Beethoven a livello di concerto. Bisogna passare anni a praticare scale e altri fondamenti prima di poter iniziare a rendere giustizia alla musica. Se si prende in esame il gokui (“insegnamenti più profondi”) di quasi tutte le arti marziali classiche, si noterà che la maggior parte sono alcune tecniche molto criptiche, apparentemente semplici, ma che sono quasi indescrivibilmente ricche di informazioni, anche se questo non è evidente per i non iniziati. Bisogna allenarsi per molti anni, facendo l’equivalente delle scale, per avvicinarsi a un livello in cui queste tecniche possono essere espresse con integrità e grazia in una situazione incontrollata.

Nell’Aikidō, tuttavia, è come se Ueshiba Morihei stesse camminando sulla neve trascinandosi dietro dei rami per cancellare le sue orme. Tutto ciò che insegnava era il gokui; o, per meglio dire, tutto ciò che mostrava fu il gokui, senza spiegarlo chiaramente [4]. Studiare un sistema classico può  permette ad alcuni, in un certo senso, di lavorare con ipotesi tecniche ed etiche simili a quelle con cui studiò Ueshiba Morihei e da cui, in una certa misura, si allontanò quando era più giovane. Queste sono alcune delle “scale perdute” dell’Aikidō. Pertanto, l’allenamento in una tradizione marziale classica consente di ripercorrere, in qualche modo, alcuni dei passi di Ueshiba Morihei e sperimentare parte del dilemma morale che lo ha portato a creare il suo Aikidō.

È vero che molti in Aikidō affermano che è sufficiente praticare solo le tecniche di base dell’Aikidō. In un certo senso, hanno ragione, ed è giusto forse per il 98% delle persone che entrano in un dōjō. Tuttavia, cosa ha reso l’Aikidō di Ueshiba Morihei molto più notevole di quello di qualsiasi suo successore? Che cosa lo ha dotato del suo carisma e potere? Non è sufficiente semplicemente dichiararlo un genio. Era la passione creativa che metteva costantemente nella sua arte e vita. Si muoveva da uno stato di insoddisfazione per ciò che aveva raggiunto e lavorava costantemente per rifarlo ex novo. La maggior parte degli aikidoka di oggi, invece, sembra muoversi in uno stato di fede – nel quale ci viene presentata l’arte marziale ideale, eredità dell’uomo ideale; se ci conformeremo a questo e basta, dovremmo essere in grado di raggiungere lo stesso livello del fondatore medesimo. Non si può, tuttavia, copiare Picasso o Rembrandt e affermare di aver creato un’opera d’arte. Senza spirito creativo, tutto ciò che rimane è un’imitazione vuota. Questo non vuol dire che ciascuno di noi attraverso lo studio di un sistema classico debba creare la propria arte marziale come Ueshiba Morihei ha creato l’Aikido. Significa invece che, attraverso il conflitto generato tra gli ideali delle arti antiche e quelli della visione di Ueshiba Morihei, l’Aikido può diventare un’espressione vivente del nostro spirito. Studiare un’arte marziale classica può preservare in noi una “mentalità da principianti”, aperta all’apprendimento della verità piuttosto che alla memoria meccanica.

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Ancora una Volta: l’Allenamento delle Armi in Aikidō e l’Uso Efficace di un’Arma da Combattimento Devono Essere Reciprocamente Esclusivi?

Questo articolo doveva essere una cosa semplice per la seconda edizione di Dueling con O-sensei, una rielaborazione della prima. Si tratta di una delle prime cose che io abbia mai scritto sull’Aikidō, ed ha raccolto un discreto apprezzamento. Devo confessare che ne sono sempre stato un po’ scontento, in quanto tradisce più che un tocco di arroganza. Ciò si riflette in un punto di vista da tutto o niente, ossia che uno si alleni in un modo o nell’altro: in sostanza, suggerivo l’idea che per conformarsi ai principi dell’Aikidō, il lavoro con le armi doveva essere, per definizione, irrealistico e in alcuni modi fondamentali, inefficace. Avevo ragione a sostenere che per allenarsi con le armi in Aikido bisogna essere inefficaci dal punto di vista combattivo, e che non appena la metodologia di allenamento acquista integrità in quel contesto, non è più Aikido? Non credo più che sia così.

Per diversi anni ho avuto il privilegio di allenarmi con Bruce Bookman, fondatore e capo istruttore di Tenzan Aikidō. Siamo davvero diventati fratelli di allenamento; lavoriamo insieme nell’Araki-ryū e quando gli acciacchi del mio corpo me lo consentono, mi insegna Brazilian jiujitsu, disciplina nella quale detiene anche il legittimo grado di cintura nera. All’inizio del 2015, mi ha mostrato una delle forme di kumi-jō che aveva imparato dal suo ex insegnante, Chiba Kazuo, uno dei principali shihan dell’Aikikai del dopo guerra. Le forme di ogni insegnante di Aikidō sono leggermente diverse (anche se la maggior parte ha le sue radici nelle forme sviluppate da Saitō Morihiro dall’istruzione astratta che trasse da Ueshiba Morihei). In realtà c’era molto da ammirare nella versione sviluppata dall’insegnante di Bookman. Tuttavia, ci ho scoperto alcuni degli stessi difetti, almeno dal mio punto di vista, che ho osservato fin troppo spesso nell’aikijō: ad una persona nel kata, sentivo, viene insegnato a “perdere” nei confronti dell’altra. In altre parole, stava “facendo” uke per l’altra, e nel caso dei filmati che ho visto, quell’altra persona era sempre l’insegnante. Sono state fatte anche molte ipotesi su come agire in una particolare configurazione corpo/arma che non erano conforme alla mia esperienza durante l’allenamento con praticanti altamente qualificati. Mi è sembrato che questo insegnante, come la maggior parte, abbia prodotto le sue idee creative non attraverso un processo collaborativo, ma attraverso la presentazione di cose ai suoi allievi che si aspettavano, se non richiesti, di modellarsi sulle sue più recenti idee. Sebbene la sua pratica potesse essere assai dura, persino pericolosa, non c’erano test di realtà reciproca. (NOTA: un altro tipo di allenamento nelle armi dell’Aikido enfatizza l’Awase, l’adattarsi l’un l’altro in una neutralizzazione reciproca, o nel mettersi fuori dal raggio di taglio, per lavorare sui principi del movimento, in particolare nell’armonizzazione con un’altra persona. A mio avviso, quasi tutte le armi dell’Aikido sono una miscela di Awase e “imparare a perdere” – quel particolare tipo di fare uke con le armi piuttosto che attaccarsi reciprocamente).

Tuttavia, invece di mettere da parte questa eredità, come ho più o meno fatto nelle parti precedenti di questo saggio, abbiamo deciso di riorganizzare il kata (al plurale). Abbiamo lavorato e rielaborato il/i modulo/i, e presto abbiamo iniziato a sperimentare, usando elementi dei nostri quasi novanta anni cumulativi di allenamento — non solo quello che so da due koryū (e dall’aver osservato innumerevoli altri), ma l’abilità atletica consumata di Bruce e il suo velocissimo tempo di reazione, così come i suoi anni di intenso allenamento con le armi con il suo insegnante di Aikidō. Presto i kata sono diventati abbastanza diversi: l’ordine delle tecniche è cambiato, poi alcune tecniche sono state espunte, alterate o aggiunte. Ogni kata si concentra esclusivamente su uno o due principi essenziali (vale a dire, sul tai-sabaki, sul come fare a scivolare da una parata a un secondo attacco, o sulla forza esplosiva), il che rende quella forma unica rispetto alle altre della serie (alla fine siamo d’accordo nell’averne individuate cinque in totale). Ogni forma è costruita per creare un ciclo infinito: l’ultima mossa della forma è la prima mossa della forma a ruoli invertiti.

Ciò che ha reso questo studio più intrigante è il fatto che Bruce è in grado di aggiungere un qualcosa che io non posso. Nonostante alcuni anni di formazione in Aikidō – per un totale di forse ottomila ore – quando insegno occasionalmente in un seminario di Aikidō sono essenzialmente una sorta di ospite, un esperto esterno in visita. Bruce è, a mio avviso, uno dei migliori praticanti di Aikidō viventi, e per quanto riguarda l’insegnamento, è una delle due o tre persone che consiglierei per prime se volessi imparare questa arte al suo massimo livello. Lo menziono per un motivo particolare: ogni volta che elaboriamo un movimento potente, lui ci ferma e chiede a entrambi se questo modo di muoversi, di contrattaccare, di attaccare sia ancora in accordo con ciò che è necessario per educare adeguatamente uno allievo di Aikidō. Come ho scritto altrove, “quando sei in casa, rispetta la casa”. Esaminiamo quindi il movimento in termini di posizione, di tempistica e, per quanto vago possa sembrare, se attraverso questa pratica si possa migliorare la propria tecnica in Aikidō. Stiamo cercando, nel miglior modo in cui possiamo, di creare qualcosa che non sollevi questioni presso chi sa usare un’arma per ferire o uccidere, ma che favorisca ulteriormente lo sviluppo degli obiettivi dell’Aikidō: una adattabilità fluida, una mente imperturbabile, la capacità di rimanere concentrati e consapevoli in modo tale da non essere mai dominati (squilibrati, scentrati) e che, di contro, è capace di astenersi dal dominare. Non siamo così presuntuosi da affermare di aver sviluppato un completo stile guerriero da combattimento; piuttosto, richiediamo semplicemente che ogni tecnica sia una mossa potente che possa funzionare a dovere contro un avversario e che ognuna incarni un principio generale necessario per l’uso efficace del jo come arma. Speriamo, in un paio d’anni o meno, di aver sviluppato qualcosa che sia un esempio del meglio di ciò che ognuno di noi sa combinato assieme.

Notes

[1] È cosa comune descrivere le koryū come arti di guerra. La maggior parte non lo sono – sono, invece, sistemi di combattimento individuale (sistemi di duello) piuttosto che veri sistemi di combattimento, sviluppati molto dopo la fine del periodo delle guerre in Giappone. Anche quelle che si concentrano sulle antiche tecniche del campo di battaglia, sono estremamente circoscritte nel loro curriculum. Poche, se non nessuna, insegnano come prendersi cura della propria armatura, o addirittura come indossarla, tanto meno come agire in una formazione di gruppo, o nelle tattiche sul campo di battaglia – in breve, manca quasi tutto ciò che sarebbe incluso nel curriculum dell’addestramento di base nell’esercito. (Quanto sopra veniva insegnato altrove, non principalmente all’interno del sistema ryū). Vedi Amdur, Ellis, Old School, per una più completa discussione su questo argomento.

[2] Amdur, Ellis, Hidden in Plain Sight, Vedi il capitolo 3, “Aiki e Armi: una Teoria dei Campi Unificata”, per un esame dettagliato della storia di vari aspetti dell’uso delle armi all’interno dell’Aikidō e della natura di quell’allenamento tra le varie fazioni.

[3] Credo che una spiegazione abbastanza intrigante sullo sviluppo delle tecniche di Aikidō e sulla loro disposizione nel curriculum specifico trasmesso da Ueshiba Morihei sia quella di Phillipe Voarino. Voarino cerca di dimostrare che le tecniche di Aikidō che Ueshiba ha selezionato dal compendio di tecniche molto più ampio all’interno di Daitō-ryū sono conformi a una trigonometria, un’impalcatura tridimensionale che si conforma al modo più efficace per applicare forza da un corpo umano all’altro. Questa impalcatura è conforme alla natura, come dice il cliché, in quanto ogni movimento inscrive una spirale. Voarino tenta di mostrare quali tecniche si adattano a quale punto di una struttura a spirale, con una discussione su come la tecnica dovrebbe essere eseguita per conformarsi correttamente a quella struttura. Lo schema di Voarino è stato criticato per tre motivi: prima di tutto, il matematico esperto afferma che la sua trigonometria non è accurata come lui afferma; in secondo luogo, vede somiglianze basate su superficialità piuttosto che elementi essenziali (la spirale di una lumaca, una felce, un’elica non sono intrinsecamente o matematicamente uguali, né sono le stesse delle tecniche di Aikidō; in terzo luogo, ha tentato, in modo imperialista, di presentare lo stile Iwama che lui pratica come l’unico conforme all’ideale che descrive. Tuttavia, trovo che quello che ha fatto sia stato un coraggioso tentativo, in particolare dato che corrisponde alla mia intuizione che in realtà ci fosse una qualche ragione per la quale Ueshiba ha selezionato le tecniche nel modo in cui ha fatto. Vedi Voarino.

[4] Amdur, Hidden in Plain Sight, ibid.  Molti, se non la maggior parte, hanno finito per studiare il guscio esterno, le tecniche che ha usato per “contenere” quegli insegnamenti essenziali. Non sto affermando che il segreto della forza interna sia contenuto nella maggior parte delle tradizioni koryu, perché la maggior parte di esse ha perso queste informazioni molte generazioni fa. Questo è un argomento per un altro saggio o per un libro. Tuttavia, le più antiche tradizioni marziali mostrano la matrice da cui è emerso Ueshiba Morihei. Gran parte di ciò che ha creato – o rielaborato – non può essere compreso se non si capisce qualcosa di ciò che ha dato alla luce la sua arte marziale – e questo va oltre lo stesso Daito-ryu, perché anche il Daito-ryu è emerso dalle tradizioni più antiche.

Fonte: Amdur, Ellis, The Use of Weapons in Aikidō Training
https://kogenbudo.org/the-use-of-weapons-in-aikido-training/
(Consultato il 03/08/2020)

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Tradotto dall’originale da Simone Chierchini (2020)
Pubblicato grazie alla gentile concessione di Ellis Amdur


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