L’Insostenibile Leggerezza dell’AiKi-Do


Traendo spunto da un recente articolo di Ellis Amdur, pubblicato in traduzione da Aikido Italia Network, abbiamo chiesto a Pasquale Mazzotta, fine polemista e ricercatore delle arti del Budo e non solo, di darci una sua opinione sulla dubbia rappresentazione del conflitto nella pratica dell’Aikido e sul supposto senso di armonia che ne consegue

di PASQUALE MAZZOTTA

“Mi piacerebbe impegnarti su questo tema, espresso da Ellis Amdur così [1]:
Le relazioni umane, sia a livello fisico che spirituale, sono caratterizzate da livelli multipli di comunicazione, e quindi da costanti micro aggiustamenti tra i due individui. Questo è vero sia per quanto riguarda il combattimento che per la conversazione. I racconti su Ueshiba Morihei illustrano un uomo che, in molti modi, personificava la sensibilità e la sottigliezza che esemplificano questo stato. L’allenamento in Aikidō, tuttavia, è quasi sempre caratterizzato da movimenti inequivocabili in cui l’attaccante rimane coerente nel suo attacco dall’inizio alla fine. Ciò vale anche per le tecniche di Aikidō utilizzate per gestire questi attacchi non ambigui. Rispetto alla spontaneità del movimento e alla risposta umana che Ueshiba Morihei avrebbe esemplificato, i movimenti di Aikidō sono piuttosto stereotipati e limitati. Inoltre, anche se la stragrande maggioranza dei praticanti di Aikidō si allena solo nel Taijutsu (tecniche disarmate), l’affermazione che derivi dalle tecniche di spada domina le teorie tecniche sull’Aikidō. Il lavoro con le armi Aiki, tuttavia, è particolarmente semplice e non aperto a multiple interpretazioni, e quindi non rende giustizia alla ricca e ingarbugliata natura della realtà dell’interrelazione umana all’interno del conflitto. Se l’Aikidō deve essere un’arte che consenta la riconciliazione degli esseri umani in conflitto, stiamo praticando un abbozzo piuttosto che l’arte”.
Ossia gli attacchi stile kamikaze in Aikido e la loro totale irrealtà, mancanza di sofisticazione e logica, ecc. Quindi le conseguenze a livello tecnico e psicologico di allenarsi e diventare “esperti” in un’arte le cui premesse iniziali sono la stupidità dell’attaccante e il suo suicidio rituale”.
(S. Chierchini)

Salve a tutti,

E’ con grande piacere che aderisco all’ invito di Simone Sensei di scrivere un articolo relativo a questa grandiosa disciplina che è l’AiKi-Dō, sperando con ciò di contribuire anche un minimo (una persona sola che accolga il messaggio) allo sviluppo dell’AiKi-Dō, se non altro italiano.

Sebbene infatti ci siano persone senz’altro più qualificate e titolate di me per questo compito, forse sono uno dei pochi che ha cercato per lo meno di costruirsi una esperienza ben specifica nel rapporto tra le arti marziali tradizionali, e la realtà.

E partiamo dalla realtà.

Che cos’è la realtà? Perché non c’è assolutamente una sola realtà, ma tante quanto quelle in cui ci troviamo a vivere nel contesto sociale in cui ci muoviamo, un contesto che può cambiare di momento in momento, se solo abbiamo un po’ di turistica voglia di girare, invece di risiedere eternamente nella nostra comfort-zone.

Cosa voglio dire con ciò?

Presto detto. E’ quanto mai ovvio che in un mondo che va avanti, l’essere umano sviluppi esigenze diverse, e diversi modi più o meno evoluti di rispondere a tali esigenze.

Anche l’AiKi-Dō, nel momento in cui fu inventato, rispondeva a una esigenza, e così il Daito Ryu, e così il Ju-Jutsu in generale, e il Koryu Bu-Jutsu. Ho qui ripercorso a ritroso il cammino, anche se, prima ancora che queste discipline fossero inventate, la necessità bellica già esisteva, da una parte come esigenza interiore dell’ uomo e parte della sua natura di auto-affermazione e di delimitazione dei propri confini territoriali, e dall’altro come desiderio di egemonia nel momento in cui il termine conflitto ha cominciato a essere esigenza di gruppi prima, e di eserciti poi.

La storia delle arti marziali è la storia di come l’uomo si è rapportato con il conflitto, e con il senso dello stesso. Dal momento in cui la scimmia ha preso il primo osso in mano per bastonare i suoi simili molta acqua è passata sotto i ponti.

L’ uomo è passato attraverso i più sanguinosi conflitti, e le arti marziali, sia in Oriente che in Occidente, sono figlie di questo passare attraverso la storia, attraverso la realtà del conflitto, nate per dominare il conflitto.

Il conflitto, sia a Occidente come ad Oriente, è stato anche oggetto di studio anche della filosofia, tanto è grande la sua importanza nella vita umana, e non solo.

Già Eraclito parlava di conflitto, e ne parlava positivamente, quando diceva che dalla discordanza nasce la più grande armonia, quando diceva che “POLEMOS è il padre, l’ origine, di tutte le cose”. Questo è vero per il nostro tanto a livello materiale che a livello della mente. Questo perché materia e logos, corpo e mente, sono due facce della medesima medaglia. La mente rispecchia la realtà, la realtà è ordinata dalla mente.

Il Principe ShakyaMuni in fondo, quando scoprì il cammino di mezzo, non intendeva certo la strada centrale tra sinistra e destra, non era a un trivio, perché la via del centro di cui parlava non ha una sua esistenza inerente: il centro è laddove gli opposti si bilanciano, è un punto dinamico, non fisso, che è sotteso da 2 o più forze opposte e agenti anche in direzioni differenti. Il saper relazionarsi a quelle opposte forze, anche aggiungendo la propria forza in questo caso, è quanto permette alla corda della lira, dell’ arpa, attraverso la ricomposizione di quel conflitto, la sua ri-modulazione potrei dire, di produrre il suono più melodioso, un suono che nasce da quel conflitto “creativo” e che ci permette di trovare anche il centro del nostro essere nel momento che lo udiamo. Tale è la forza creativa dell’impermanenza, del cambiamento continuo, che altro non è che l’aspetto costruttivo del conflitto, una fiamma che bruciando lo stoppino, produce luce, che attraverso la distruzione di qualcosa, genera qualcos’altro.

Questo rapporto tra il distruggere e il costruire è peraltro ben esemplificato anche nei celebri classici della letteratura cinese del Ba Gwa, e nella teoria dei 5 Elementi.

In quest’ottica la crescita biologica, umana, spirituale, è conflitto. E’ il passare dall’essere al non-essere-ancora.

Questa premessa logica mi sembrava doverosa, per gettare nuova luce sull’idea di conflitto, che in questa epoca di politically correct è oltremodo bistrattata. E c’è da dire che però l’ AiKi-Dō ha introdotto questo politically correct fin dagli albori della sua esportazione in occidente, senza la comprensione di quel famoso contesto in cui esso era inserito. Senza capire sostanzialmente quell’Ai, ben delimitato nel come trascrivo AiKi-Dō, la via della ricomposizione delle Energie, Energie che sono in conflitto (vanno in direzioni diverse) e che bisogna pertanto ricomporre, anzi, che sono già ricomposte dal punto di vista dell’Universo, se noi sappiamo accettare l’ idea che in fondo Tutto è Uno, che tutto è come deve essere, che tutto nasce dal conflitto tra Yin e Yang, dove solo una etica convenzionale e arbitraria inquadra in Yang (la luce) il buono, e in Yin (Ombra/Oscurità) il cattivo. Dal punto di vista universale, Yin non vince mai su Yang, e Yang non vince mai su Yin. Il giorno che una delle due forze sopraffacesse completamente l’altra, l’ Universo collasserebbe su se’ stesso. Ma noi abbiamo una cultura delle 2D, Dio e il Diavolo. Mentre in Oriente Yin e Yang fanno parte del medesimo quadretto non dualista se non in apparenza, e la D è una sola, quella del Dao.

L’Occidente ha fatto corrispondere sin dall’inizio l’AiKi-Dō con la propria esigenza di pacifismo hippy post-conflitto mondiale, semplicemente perché questa è la realtà storica nella quale è stato importato, e non perché l’AiKi-Dō sia nato per soddisfare quella esigenza specifica, figlia del momento. Il motto avrebbe potuto essere “Fate l’AiKi-Dō, non fate la guerra”. Questo è ciò che ha affascinato milioni di “intellettuali” occidentali desiderosi di costruire una strana ideologia dell’ amore in risposta agli orrori della guerra, ma costoro hanno solo costruito una ideologia che togliendo forza al conflitto, ha tolto in definitiva all’ uomo la forza creativa, che nasce anche dal fatto di poter dire “NO”, di poter opporsi. In altre parole si è tolta la materia di cui l’Armonia è fatta, il conflitto. Dal Caos emerge sempre Armonia, ma questo non lo cogliamo perché vogliamo che sia un nostro soggettivo concetto di armonia, un nostro punto di vista, a prevalere. Questo è egoismo, non Armonia. L’ Armonia si nutre anche dei nostri egoismi, ma non corrisponde a una nostra idea di armonia. Per questo Tohei ha tanto insistito e incoraggiato a porsi nella prospettiva non soggettiva dell’ Universo, e Ueshiba in altro modo diceva “Io sono l’ Universo”. Anche se a onor del vero, Tohei stesso ha cavalcato una certa onda, cogliendo il vuoto che i suoi studenti occidentali volevano colmare, e proponendo una certa filosofia che a tratti, nel suo linguaggio ambiguo, strizzava l’ occhio ai complessi psicologici degli occidentali.

Il punto è, ancora oggi siamo sulla falsariga di una interpretazione storica ben determinata, una sorta di decadentismo marziale che arti come l’ AiKi-Dō, e le Arti Interne cinesi (anche se questa distinzione in Arti Interne ed Esterne è alquanto ingannevole), ancora pagano oggi, limitando fortemente sia la pratica che lo sviluppo fisico, mentale e spirituale dei suoi praticanti.

Le arti marziali, di cui l’ AiKi-Dō è uno degli ultimi eredi, nascono in principio per risolvere il conflitto, ovviamente a proprio favore. Il Bu-Dō moderno parte da quel genere di addestramento per creare persone più forti nel corpo e più consapevoli nello spirito. Le tecniche di gestione mentale e fisica del conflitto vengono utilizzate per migliorare le persone, per aiutarle a trovare una soluzione anche agli stress della vita quotidiana: purtroppo, laddove la figura dell’ avversario è eliminata, tutte le implicazioni fisiche, tecniche e psicologiche, e il cammino che si basa sulle stesse, viene eliminato, dal momento che è vero che in fondo il vero avversario di ciascuno è se’ stesso, ma non si può comprendere bene cosa questo significhi, in assenza di un uke che in quanto ci avversa, funge da specchio delle nostre paure, dandoci modo di affrontarle sul piano fisico, tecnico, spirituale. Sicché l’ unico effetto anti-stress è nella lucidità del gioco aikidoistico, senza però alcuna abilità fisica e mentale ne venga sviluppata. Le uniche cose che crescono sono gli anni di pratica vuota, e il grado sul BuDo-Pass.

Per capire dunque il conflitto a cui le arti marziali tecnicamente e specificamente fanno riferimento, non possiamo non confrontarci con la guerra e con le sue ragioni. E finiamo con lo scoprire che le ragioni della guerra in sostanza sono le stesse ragioni dell’ amore: l’ affermazione e il superamento della dicotomia Io/Altro passano o dalla totale accettazione dell’ altro (dove il massimo risultato è il perdersi espandendosi in qualcosa di più grande, addirittura il morire) alla negazione dell’ altro (eliminando la concorrenza) , in una guerra per lo spazio del proprio corpo, perché occupare lo spazio dell’ altro è quello che si fa in ambo i casi. Unire (Osaeru)/Separare (Nageru/Atemi Waza). Due dei poli di HachiRiki, gli 8 Poteri.

Ora, se in fondo noi già viviamo nell’Armonia dell’Universo, e non nella nostra intellettuale e piccola visione della stessa, non c’è bisogno di avere quella paura che nasce dalla minaccia fisica o mentale che un altro, un avversario, uno che ci avversa, porta alla nostra ristretta visione delle cose, perché ciò che accade, è ciò che semplicemente deve accadere. Affrontare liberamente lo scontro è affrontare lo scontro dal punto di vista superiore dell’Universo. In questa libertà spirituale, in cui ti sei liberato anche del concetto di avversario (e dell’attaccamento al sentimento di paura che il vederlo provoca), puoi fare il miglior uso della tua Energia e delle armi mentali e fisiche di cui ti sei dotato attraverso un allenamento al contempo fisico, mentale e spirituale. E in tutto questo non è coinvolto nessun aspetto etico!

Chiaramente, questa è la mia conclusione, il fine della pratica del Bu-Jutsu, e del Bu-Dō che non è altro che l’enfasi filosofica del primo, è il ritrovare questa libertà spirituale che permette il pieno dispiegamento del proprio potenziale umano. Questo è un Risveglio!

Meditare in ZaZen, liberandosi dei nostri pensieri intellettuali, seguendoli come uno spettatore esterno senza agganciarsi ad essi ed identificarvisi, fossero pure i più grandi pensieri umani sull’ armonia cosmica, è come lanciare uno tsuki sul compagno, senza farsi delle aspettative o meditando sulle conseguenze. E’ un gesto libero e totale.

Meditare in ZaZen pensando all’ armonia che ne deriverà, alla pace nel mondo, e così via, tutto è fuorché Armonia del Mushotoku. Vestire il proprio ZaZen di altruismo è soltanto un intellettualizzare e moralizzare la pratica che non porta ad alcunché se non a rafforzare il proprio ego, dipingendolo come buono e bello, una rappresentazione che facciamo per gli altri, e per noi stessi in quanto ci permette di piacere agli altri.

Tirare uno tsuki al compagno pensando a non fargli male, o a facilitare la sua risposta, per un intellettuale e soggettivo pensiero di armonia, e così falsando la risposta, è solo un recitare l’ AiKi-Dō. Non è fare AiKi-Dō, e certamente non è essere AiKi-Dō. In ogni caso non è Armonia quella così raggiunta, ma solo una falsa rappresentazione della stessa. Falsa in quanto manca l’elemento su cui costruire l’Armonia, ovvero il conflitto. Anche quando si parla di assertività nei vari corsi di conflict management, si fa di tutto per evitare il termine conflitto. Ma non è evitando di usare il termine conflitto o lasciandosi soccombere agli stessi che i conflitti spariscono, e se spariscono, spariscono portandosi appresso noi. In questo modo si creano persone che sono incapaci di difendersi e che hanno come unica strada la fuga, anche da se stessi. Gestire il conflitto, esterno o interno, significa allenarsi all’interno del conflitto, e gestirlo.

Intendiamoci, non che fuggire sia sbagliato, anche Sun Tsu nell’ arte della Guerra, se ricordo bene ne parla. Ma nell’ Arte della Guerra se ne parla come una delle possibili strategie, da inserirsi in un ventaglio di varie strategie che uno CONSAPEVOLMENTE sceglie. La fuga non è la Via; L’Arte della Guerra, nel suo complesso, lo è. E l’AiKi-Dō nasce, anche se in era moderna, come conseguenza di quel contesto.

Ora, un passo indietro, torniamo alla realtà. La nostra realtà sociale non è certo quella fatta di assoluti dei Samurai, ne’ facciamo la vita di totale dedizione alla Grande Ricerca dei Monaci Zen. Come abbiamo detto, l’AiKi-Dō e’ nato in un contesto Hippy, o è servito a qualcuno per riempire i vuoti di un certo cristianesimo occidentale. Ma 2 vuoti non fanno un pieno! Non siamo riusciti a dare all’ AiKi-Dō la giusta posizione, a causa del fatto che lo abbiamo voluto rivestire di idee e concetti che non gli sono propri.
Ora, abbiamo un tempo limitato da dedicare alle discipline, e sta a noi decidere il grado dell’ impegno e della ricerca.

Se scegliamo l’ Arte Marziale, in questo caso l’AiKi-Dō, possiamo deciderlo di farlo da saltimbanchi, cosa che comunque dona una certa agilità al corpo; o da pensatori hippy che tra una canna e l’ altra, citano frasi del Fondatore mettendole assolutamente fuori contesto, seguendo una pratica che ha valore solo nel DoJo, al di fuori del quale sono le persone meschine di tutti i giorni, perché in fondo una morale intellettualizzata o una filosofia posticcia non cambiano assolutamente le persone; o in molti altri modi socialmente accettati, come se fosse una ginnastica orientale, che non mette assolutamente in pericolo l’organizzazione psico-sociale che dall’ alto ci si vuole proporre per appiattire le coscienze, come altri pensatori anche occidentali prima di me hanno detto. Perche’ tanto tutto viene spiegato senza alcun grado di approfondimento come se non fosse una organizzazione del corpo e della mente da quello che una certa istruzione meccanicista ci impone sin dai tempi della educazione fisica a scuola.

Ma finora abbiamo parlato del back-ground in cui la disciplina va posta dal punto di vista storico, e del contesto moderno in cui essa è stata forzatamente e indegnamente ricacciata, con cio’ spogliandola dei potenziali benefici che può offrire. Ma tecnicamente parlando? Qual è il punto? Come cambia la pratica in conseguenza di quanto detto? Tecnicamente tutto questo si allena (o si dovrebbe allenare) attraverso i Kata ed il Randori, con situazioni di studio prima, e di Caos (implicante un maggiore o minore conflitto di volontà) dopo.
Occorre comprendere le ragioni dell’ attacco, per svolgere bene sia in fase di studio che in fase di randori, il ruolo dell’ attaccante: questo vuol dire scegliere il momento e lo spazio per impiegare la propria energia nell’azione.

Tirare male un colpo in attacco non è AiKi-Dō, dal momento che non è possibile che nell’arte, in nessuna arte, si educhi per metà del tempo il corpo, la mente e lo spirito, a scegliere male le coordinate del movimento appena citate – cosa che vuol dire essenzialmente non allenarsi a essere e agire nel tempo presente (allenandosi dunque a perdere attraverso un utilizzo erroneo di MaAi e Hyoshi, Spazio e Tempo) – , sperando che le medesime coordinate siano seguite correttamente quando invece si opera da tori.
O si ha sempre un corretto impiego di spazio, tempo ed energia da parte di entrambi gli attori, con ciò rendendo reale il conflitto, o non ve n’è da parte di nessuno dei 2, e allora o l’ Uke segue il braccio del compagno come un cagnolino potrebbe seguire il suo osso, quindi con artifici che rendono il tutto irreale, o il castello di vane speranze collassa. E’ per questo che Tori e Uke sono stati momentanei e sempre alternantisi all’ interno della medesima azione. E’ per questo che Morihei eseguiva Ikkyo da tori, prendendo anche l’ iniziativa nell’ attacco (attaccare in fondo non è una parolaccia, significa solo “prendere l’ iniziativa”), come ha fatto notare, un po tardivamente aggiungerei, lo stesso storico dell’ AiKi-Dō Stanely Pranin. Ad esempio nella seguente foto, Morihei va incontro al suo destino, l’ appuntamento, l’incontro con Uke, che diventerà Uke suo malgrado, in questa guerra per la conquista del sen.

Vale la pena notare, anticipando qualche possibile contestazione, che è vero che Ueshiba in una circostanza ha detto che concetti come Sen no Sen e Go no Sen, e così via, non trovano spazio nell’ AiKi-Dō, ma questo avviene in una lettura intuitiva e ad un livello intuitivo, laddove uno spirito costantemente vigilante, dunque con le sue parole “prima dello Spazio e del Tempo”, non ha bisogno di coltivare alcuna strategia che non sia l’ essere nel tempo presente. Da fuori invece possiamo ancora cogliere astrattamente, e proporre dunque nel Kata, modelli di Sen no Sen e Go no Sen. O addirittura di Sen Sen no Sen.

Per esempio Tohei sembra aver praticamente rinunciato a diversi degli aspetti menzionati, pur avendo egli profondamente analizzato certe dinamiche corporee dando loro un senso attraverso i suoi famosi Motti sulla Unificazione Mente-corpo e le sue Strategie Relazionali (mettersi al posto dell’ avversario con ciò comprendendone le ragioni, sostituire il proprio centro al suo, guidarlo nel suo proposito fino al compimento della sua azione senza conflitto). Ed infatti propone un diverso modello di Ikkyo, dove non è l’ aikidoka che entra dentro l’ avversario con corpo e mente unificati, ma si attende lo shomen uchi del compagno, accettandolo passivamente nel proprio spazio di azione, perché in fondo, siamo i buoni, no? Peccato che il braccio sinistro di Uke sia cosi’ incline al perdono, cosi’ ci si perdona a vicenda, e non si fa AiKi-Dō. Ma sicuramente questa filosofia (pseudocristiana?) è accettabile per gli Americani dell’ epoca.

Dove voglio arrivare? Giustificare certe azioni al limite del ridicolo, attraverso artifici, come ad esempio congelare il tempo di chi attacca e consentire a chi si difende di fare 4 o 5 azioni a bocce ferme, oppure quando si allena il Ki no Nagare, una volta che uno attacca, continuare ottusamente per inerzia l’azione anche in presenza di un vistoso Tai Sabaki di Tori, rientrano nella categoria dell’irrealtà, queste cose non hanno alcun senso in termini di educazione psico-motoria, non importa quanto potenzialmente sia forte l’attacco, se comunque è lanciato nel vuoto o in modo da farsi intercettare, oppure con la sindrome del perdono come da foto precendente, dove Uke lascia volontariamente la mano sinistra in tasca (se ne avesse una).

E non importa dire che l’AiKi-Dō nasce dal Ken, se poi la pratica armata usa gli stessi paradigmi erronei del Tai-Jutsu.

Per costruire correttamente la tecnica, occorre che l’azione sia corretta da parte di entrambi, e che sia considerato AiKi-Dō anche la tecnica di attacco, come del resto si vede nella lettura tecnica di Saito, che riprende semplicemente quello che Ueshiba ha sempre detto (e fatto, come dimostrano innumerevoli filmati anche in tarda età), e che è stato modificato dai più perché semplicemente appare etico che vinca chi si difende, e non chi attacca. Una cosa che evidentemente Ueshiba non ha mai pensato, non importa quante frasi da Baci Perugina abbia scritto, e come le si sia volute interpretare.

Quando invece nel conflitto ognuno fa la sua azione nel giusto tempo e spazio, nasce il conflitto, e contemporaneamente nasce l’armonia che lo regola. E maggiore è l’abilita, maggiore sarà l’armonia che si potrà vedere nello scontro. Ma soprattutto, sarà Armonia con la A maiuscola, e non l’armonia priva di vita che trasforma l’arte dell’amore in un postribolo a buon mercato. Non importa se per superare questa problematica, ci si rivolge al Tai Chi, al Ju-Dō, o a qualsiasi altra disciplina, se poi le si rivolta a entrare a forza nello stesso meccanismo mentale e negli stessi paradigmi che intrappolano e distruggono l’AiKi-Dō come espressione di AiKi. Si aumenta solo il numero di forme che invece di liberarci, ci rendono ancora più schiavi. Beh certamente è un buon sistema per fare più soldi per chi vende trappole. La disciplina è per l’uomo, non l’uomo per la disciplina!

Smettiamo di utilizzare le prese di Uke o i suoi pre-annunciati attacchi in Uchi o Tsuki, come fulcro fisso della azione. Questo è un Aikido meccanico che esiste solo perché è nota sin dall’ inizio la azione del compagno. E’ lui che si armonizza, non chi fa l’azione aikidoistica successiva. Quindi diciamolo chiaramente, E’ FALSA! E’ inutile che ci riempiamo la bocca di attacco coerente dall’ inizio alla fine, o di religiose parole vuote di significato a quel punto, come sincerità della pratica! Se ne prenda atto, c’è qualcosa di sbagliato nel metodo, fondamentalmente. E non è possibile che il metodo che potrebbe servire a un totale principiante, per imparare a bocce ferme, sia lo stesso che si adotta nella pratica avanzata. E dove starebbe l’avanzamento? Nella velocità di esecuzione e nel maggiore stato di rilassamento, più magari qualche extra-trucchetto (dipendente naturalmente dal sapere in anticipo l’ attacco >>> altro che QUI E ORA) di chi ha il terzo Dan invece che il terzo Kyu? E’ il kata di AiKi-Dō in qualche modo la versione marziale del Grande Almanacco Sportivo, che garantisce sempre vittoria perché sappiamo sempre in anticipo quello che gli altri faranno? Siete amanti del Biff-Dō?

Buona riflessione!

Pasquale Mazzotta,
non DANnato, ma Ricercatore.

[1] Amdur, Ellis, L’Uso delle Armi nell’Allenamento di Aikido, 2020, Aikido Italia Network https://simonechierchini.com/2020/08/03/luso-delle-armi-nellallenamento-di-aikido/

Copyright Pasquale Mazzotta ©2020
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