Spunti di Riflessione sulla Pratica Secondo le Koryū


“…Il Budō non dovrebbe essere studiato con solo un blando interesse come se uno si occupasse di un hobby, né sprecare energia su un verdetto di vittoria o sconfitta. Se l’insegnante guarda il Budō come uno sport forestiero, ciò che sembra imparato con successo svanirà presto e le virtù marziali si perderanno, e l’interesse personale, l’egoismo e il calcolo saranno incoraggiati. Una cosa così non deve succedere. Bisogna esercitare una assidua vigilanza su questo…”

di ADRIANO AMARI

Il libro “Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Budō Kyōhan”, scritto nel 1942 da Sugino Yoshio sensei e Itō Kikue sensei, è una importante testimonianza della filosofia delle Koryū, del sistema con cui affrontano pratica e modo di praticare, in rapporto con la vita e lo sviluppo dell’individuo [1].

Abbiamo scelto alcune frasi del testo per illustrarli.

Non possiamo che partire da una affermazione del Sōke in carica nel periodo in cui il libro fu scritto, Iizasa Kinjirō: “…il nostro scopo principale durante tutto questo tempo è sempre stato allenare umili persone che considerano la spada come la loro stessa vita…”

La Spada ha un ruolo centrale nella cultura giapponese, simile e parallelo a quello che ricopre nella cultura occidentale. Pensate alla spada del dio Nuada dei Tuatha de Danan, ad Excalibur di Re Artù, alla Durlindana di Orlando, alla Balmung di Sigfrido, alla Hrunting di Beowulf, alla Tizona del Cid Campeador, tutte spade che sono qualcosa in più della semplice arma e che idealmente, attraverso l’epica, rappresentano tutte le spade che sono state al fianco dei guerrieri nella storia e nella leggenda. In Oriente e in Occidente la Spada è la manifestazione dell’Asse del Mondo, del principio maschile, della Giustizia del Cielo, della volontà di proteggere e preservare, è la garanzia del Retto Agire da parte dello spadaccino. In Giappone due ideogrammi diversi identificano la Spada: “Ken” (剣) indica la “spada divina” che salva e distribuisce la giustizia, ammonendo contemporaneamente il possessore del rischio di subire danni se compie una violazione; Tō (刀) indica la “spada umana”, fallace e succube delle passioni, che possono portare a violenza inutile ed egoistica.

Dato che la Spada è il centro di tutto e l’arma di base e di riferimento, nel Bujutsu e nel Budō spesso si definisce e simboleggia con “Spada” tutta l’Arte Marziale.

Nella scuola Katori Shintō Ryū – indicativa per tutto lo scenario – sin dai tempi del fondatore Iizasa Ienao l’insegnamento andava oltre l’aspetto esteriore e visivo, e attraverso la pratica d’armi – la “Spada” – l’adepto comprende la Natura e le sue variazioni, dove l’essere umano, com’è giusto, è parte della Natura stessa.

La citazione di Iizasa Kinjirō sensei esprime proprio questa visione: è necessario che l’adepto sia umile, abbandoni le sue convinzioni, e si lasci portare dalla disciplina a scoprire il vero Sé e il suo ruolo, cercando la Sapienza, evitando il superfluo, impegnandosi sempre nello studio.

Il libro di Sugino e Itō sensei, edizione originale e edizione in italiano

Questo concetto viene ripreso dall’attuale Sōke Iizasa Yasusada: “…io mi auguro che lo spirito giapponese del Kobudō abbia un effetto positivo sulla cultura spiccatamente materialistica del mondo d’oggi…”

È un invito a tutti gli istruttori di Arti Marziali. Occorre andare oltre lo spirito sportivo decoubertiniano – oltre che respingere l’egoismo agonistico di oggi – ed affidarsi alla disciplina attraverso un paziente lavoro sulle basi. Il Kobudō non è un semplice insieme di nozioni, movimenti e idee su come vincere uno scontro. È un modo di conoscere attraverso il confronto e, come detto riferendoci alla Spada, dà un sistema di essere in armonia. Oggi la cultura è ristretta a slogan di mercato e la si vuole soggetta alla moda, condizionata da ipotesi restrittive e di parte generate da sistemi politici, oppure mistificata dalla superficialità del futile consumismo. L’istruttore deve avere fiducia nella sua disciplina e insegnarla con un forte riferimento alle basi, lasciando che queste agiscano sul trinomio corpo/mente/spirito dell’allievo. Al momento giusto lui guiderà l’allievo ad approfondire la cultura da cui proviene la disciplina e gli fornirà esempi ed istruzioni adatte a rompere gli schemi prestabiliti e a far progredire l’individuo.

Gli autori del libro, a loro volta, appoggiano e completano i punti espressi dai capiscuola:

“…in realtà, il Budō non può esistere senza la conoscenza della Spada…”. Con questa osservazione fanno presente un argomento molto importante, che sfugge alla maggioranza dei praticanti di Arti Marziali giapponesi moderne: la centralità e ineluttabilità della Spada anche nelle loro discipline, anche se, apparentemente, trattano una attività senz’armi o con un’arma diversa (Jūdō, Aikidō, Shorinji Kenpō, Sumō nel primo caso, Kyudō e Atarashi Naginata nel secondo – escludiamo il Karate, che non può essere propriamente considerata un’Arte Marziale “giapponese”). Occorre imparare la “Spada” comunque.

Colla restaurazione Meiji e la proibizione di portare la spada, le discipline Budō che emersero nel nuovo scenario sociale apparentemente puntarono sulla pratica a mani nude. Esemplare in questo il Jūdō di Jigorō Kanō sensei. Però, una volta completata la stesura del programma tecnico del Jūdō, verso la fine degli anni ’20 del Novecento, lo stesso Kanō sensei era ormai perfettamente conscio del valore educativo e tecnico delle armi, per cui ambì alla redazione di un Jūdō armato attraverso l’istituto Kobudō Kenkyukai che aveva progettato per questo compito [2]. E si rese conto che la comprensione piena può avvenire solo attraverso la conoscenza dei fondamentali della spada.

Oggi, spesso, si vedono istruttori che usano in modo tremendamente impreciso la spada per coreografie impossibili, in dimostrazioni. Altre volte, specie nell’Aikidō, la stessa spada viene usata “sventolandola” un po’ a caso, semplicemente come supporto ai movimenti del corpo. Occorre procedere in senso contrario.

Sugino Yukihiro sensei e Higuchi sensei all’Honbu Dōjō

Un altro punto importante ed interessante: “nel Bujutsu ogni tecnica è in relazione con le altre, come labbra e denti fra di loro. Sono inseparabili tra di loro e si supportano vicendevolmente in una relazione chiusa…”

È interessante perché sfugge a molti praticanti e anche agli istruttori quanto e come le tecniche siano legate tra di loro.

Colpi, proiezioni, leve e varie armi. Usando una spada si comprende meglio non solo come eseguire, per esempio, Shiho Nage, Seoi Nage, Robuse (Ikkyo), Ashi Barai o Kote Kudaki (Nikkyo). Ma non solo come movimento o matrice meccanica corporea, anche come principio, il come/dove/quando portare l’avversario nel Waza [3]. Una tecnica di lancia o Bō può guidare tutti gli Irimi, gli Atemi e il Sen no Sen. Sugino e Itō sensei fanno ben capire che occorre studiare con corpo e testa cercando di essere molto ricettivi, con uno spirito che esplora, che penetra la tecnica superando le apparenze.

Per questo fanno presente che: “…la pratica moderna con una vittoria o sconfitta ipotetica (come nello sport) e il modo in cui questo si decide, contraddice il vero Budō ed è una cosa che noi vogliamo particolarmente sottolineare…”

Per comprendere questo punto occorre esaminare la forma di apprendimento della tecnica e dei principi che viene usata nelle Arti Marziali giapponesi: il Kata a coppia, che riporta situazioni di combattimento e le soluzioni. Uno dei due esecutori del movimento, che rappresenta l’attaccante-avversario, è di regola un allievo anziano o un istruttore, attraverso l’attacco e il suo dipanarsi istruisce il collega-allievo ad una esecuzione corretta e continuamente migliore [4]. Possiamo riassumere che lo scopo è aiutare l’altro a migliorare e, nel farlo, riceviamo a nostra volta stimoli e sensazioni che migliorano, a loro volta, la nostra pratica, la tecnica. “Combattere” per una supremazia senza stimoli che non siano rivalità o voglia di affermazione, è un esercizio che può essere utile ogni tanto, ma sterile a lungo. Perché in questo modo si segue l’ego, ma si possono unicamente migliorare le caratteristiche innate, non aggiungerne altre né superare le proprie debolezze. Diventa impossibile comprendere le variazioni e mutazioni attraverso l’esercizio, o estendere le abilità dal confronto alla vita.

È molto esauriente questo commento degli autori: “…Il Budō non dovrebbe essere studiato con solo un blando interesse come se uno si occupasse di un hobby, né sprecare energia su un verdetto di vittoria o sconfitta. Se l’insegnante guarda il Budō come uno sport forestiero, ciò che sembra imparato con successo svanirà presto e le virtù marziali [Butoku – moralità del Budō] si perderanno, e l’interesse personale, l’egoismo e il calcolo [排他的 – Haitateki, 功利的 – Kōriteki, 打算的- Dasanteki] saranno incoraggiati. Una cosa così non deve succedere. Bisogna esercitare una assidua vigilanza su questo…”

Ancora: “…mentre si studia il Budō la cortesia penetra nella gestione della tecnica. Dimenticando questo, si diviene come un thug, usando la forza senza cervello. Dovreste esercitare voi stessi perché questo non accada…” [5]

Lo Iai-Jutsu del Katori Shintō Ryū presenta dei Kata a singolo che sono l’eccezione che conferma la regola appena espressa. Sugino e Itō sensei spiegano: “…ciò che avviene nella pratica dello Iai-Jutsu è l’apprendimento all’uso della spada giapponese…durante la pratica mente e corpo vengono allenati, ed insieme a questi, nello stesso tempo viene coltivato lo spirito giapponese…una persona riceve dalla pratica dello Iai-Jutsu un serio potere mentale [気力 – Kiryoku (“Forza del Ki”)] nella vita di ogni giorno. Possedere questo potere mentale e preservarlo è un elemento necessario ed importante nella vita…”

Si sottolinea la concentrazione e della visualizzazione di quanto si fa e accade, “…utilizzare il corpo e la mente nella loro interezza…”. “…si apprenda prima di tutto l’ordine della tecnica e dopo si suppone che ci si eserciti abbastanza…” perché “…bisogna raggiungere la raffinatezza [妙味 – Myōmi] e comprendere la profondità mistica [妙理 – Myōri] che è profondamente nascosta nella tecnica, altrimenti non vi è alcun senso nella pratica…”

La pratica dello Iai nel Katori Shintō Ryū inizia qualche mese dopo aver intrapreso l’allenamento nel Kenjutsu. L’uso dello Iaitō dà sensazioni assai simili a quelle fornite da una spada reale, uno Shinken. I primi tempi, l’adepto è concentrato con la successione dei movimenti e con le difficoltà date dalla spada in metallo e dal fodero. Ma già ha fatto una certa esperienza, anche se elementare, nella prima forma a coppia. Man mano che i movimenti diventano familiari, facendo paralleli a questa esperienza dei Kata a due del Kenjutsu, l’allievo inizia ad immaginare il “partner che non c’è” e il valore della tecnica che fa. Quando i sensei parlano di “profondità mistica” intendono molte cose che chi ha una pratica ed esperienza di decenni in un’Arte Marziale può comprendere. Cito solo il livello della “percezione” di sé, della tecnica e del circostante.

Riuscire a raggiungere uno stato di “mentale pulito” e/o “spirito calmo” è uno dei punti più interessanti della pratica delle Arti Marziali. Sugino e Itō sensei dicono: “…La pulizia della tecnica corrisponde alla pulizia della mente…” chiarendo come la realizzazione del “Corpo Unificato” (Ittai Furi” Corpo/Mente/Spirito) sia fondamentale. “…La pulizia della mente corrisponde alla forza fisica vitale [Tairyoku Ousei]. Per mantenere un corpo sano, un modo di vita sano è essenziale…”

Qui si sottolinea un altro punto sempre battuto nel Bujutsu e nel Budō: la promozione della salute personale e la costituzione di un fisico tonico, flessibile, agile. L’esercizio non deve mai forzare le proprie caratteristiche né andare in modo pesante oltre i limiti. Il bravo istruttore sfiora questi limiti e tiene l’allievo su un filo, leggermente oltre, senza farlo sfiancare, ma portandolo un poco più in là. L’allievo comprenderà che il vero limite è più in su, e migliorerà.

È compito dell’allievo seguire l’insegnante con costanza e dedizione: “…dovete allenarvi assai e recarvi all’allenamento con serietà sufficiente. Dovete mostrare che il cuore e la tecnica si adattano perfettamente. In questo modo sarà raggiunto lo scopo originario…”. L’allievo deve “fare”, è il suo impegno. Oggi, spesso, chi arriva per frequentare un’Arte Marziale spesso è troppo tiepido, tradisce la sostanza per l’apparenza e l’autogratificazione. I sensei ricordano: “…la mente delle vere Arti Marziali [Shinbu – il “Guerriero Celeste” che vince senza uccidere] viene trascurata. Non deve accadere. La parte più importante [Semei] dell’allenamento è che la tecnica corretta venga migliorata [Migaku] da un enorme numero di ripetizioni…”

Ogni giorno pratichiamo per migliorare, senza pausa, né tregua.

Brandiamo la spada del corpo e della mente, questo è l’invito, lavoriamo il Waza, la “tecnica” andando sempre più oltre. Le Arti Marziali classiche chiedevano l’impegno dell’allievo, lo testavano con severità prima di accettarlo nella classe. Questi istruttori erano consci della molta fatica che avrebbero dovuto fare per istruire il nuovo allievo e poi portarlo alla maestria di sé stesso. Nel Katori Shintō Ryū era richiesto un impegno firmato col sangue, che conteneva l’avviso e la coscienza: “…se io dovessi violare uno di questi articoli, sottometterò me stesso alla punizione del Katori-Daijin [香取大神 – Grande Divinità di Katori] e del Teki-ichibai-Daijin [敵一倍太神- la Piu Pericolosa/Minacciosa Divinità]. Io faccio testimonianza di questo alla Grande Divinità…”

L’impegno e la pratica corretta sono l’elemento più importante. Il resto segue o va a braccetto.

Note

[1] Sugino Yoshio – Itō Kikue “Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Budō Kyōhan”, edito nel 1942 – edizione in italiano (2019) e in inglese presso – lulu.com – ISBN 978-0-244-21243-8

[2] Il Kobudō Kenkyukai è un istituto di ricerca fondato da Jigorō Kanō sensei nel 1926, riservato a un numero ristretto di istruttori del Kōdōkan. Kanō sensei invitò a fare lezione diversi maestri di altissimo livello di Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū, Shindō Musō Ryū, Iai, Aikidō, Karate. È in preparazione un articolo su questo argomento.

[3] “Waza” (技) – tradotto genericamente come “tecnica” in riferimento ad una specifica azione (es.: Uki Waza), o ad una categoria di azioni (es.: Atemi Waza, Emono Waza, Koshi Waza), in realtà ha un significato più ampio che, oltre il movimento fisico, comprende i principi che vi sono contenuti, la loro applicazione, gli aspetti strategici e tattici, il tutto secondo il “taglio” impresso da una scuola o dal singolo praticante e, infine, l’esecuzione che ne riesce a fare il praticante.

[4] Vedere l’articolo “Kata – Il Grande Incompreso” su questo blog: https://simonechierchini.com/2020/06/23/kata-il-grande-incompreso/

[5] Per comprendere la definizione di Budō e i suoi contenuti è importante leggere lo “Statuto del Budō” (Budō Kenshō), un importante documento elaborato dal Nippon Budō Kyogitai (organizzazione riconosciuta dal governo che riunisce le scuole di Arti Marziali antiche e moderne) il 23/04/1987 e controfirmato dalle organizzazioni giapponesi di Arti Marziali (https://www.nipponbudokan.or.jp/english/budochater – versione in inglese). Lo scritto descrive le condizionalità necessarie per praticare correttamente il Budō giapponese. Altrimenti si sta facendo un qualcosa di autoprodotto e non originale. Anche su questo testo è in preparazione un articolo.

Copyright Adriano Amari ©2020
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