La Pratica dell’Aikido Come Strumento di Trasformazione


L’Aikido deve essere visto, in un’ottica corretta e complessiva, non come mero metodo per picchiare brutalmente un avversario, ma neppure come una sorta di balletto in costume da praticare tra musiche “new age”

di CARLO CAPRINO

Non è possibile trasmettere il vuoto
per mezzo delle parole.
Le parole producono qualche effetto
solo quando giungono alle orecchie
non istruite dei bambini.
(Huang-Po)

Premessa

Una delle particolarità dell’Aikido, nel vasto ambito delle Arti marziali sino-giapponesi, è quella di essere stata, se non la prima, sicuramente tra le più note tra quelle che hanno esplicitato come proprio obbiettivo non tanto l’eliminazione fisica di un avversario ma la sua “trasformazione”, da operarsi tramite un controllo che nuocesse poco o nulla alla sua integrità fisica.

Questa profonda impronta etico-morale ha causato in alcuni praticanti un certo fraintendimento del messaggio di Ueshiba Morihei, Fondatore dell’Aikido, che ha affermato in più occasioni: “Aikido wa ichiban budo desu” ovvero “l’Aikido è prima di tutto un’arte marziale”. L’Aikido deve essere visto, quindi, in un’ottica corretta e complessiva, non come mero metodo per picchiare brutalmente un avversario, ma neppure come una sorta di balletto in costume da praticare tra musiche “new age”.

Figlia di un’arte marziale quale il Daito Ryu Aikijujutsu, che nell’arco di dieci secoli di applicazione sui campi di battaglia aveva affinato metodi sempre più efficaci ed efficienti per sopraffare un avversario, l’Aikido si sviluppa e trova compimento dopo la seconda guerra mondiale, che al Giappone aveva causato lutti e distruzioni inimmaginabili.

Con le radici nell’era della Guerra, l’Aikido fiorisce nell’epoca della Pace, con Ueshiba Morihei profondamente convinto che il modo migliore di vincere una battaglia è quello di non combatterla. Fortemente intriso di spiritualità per via dell’appartenenza del fondatore alla setta shintoista dell’Omoto-Kyo, l’Aikido pone un notevole accento sulla formazione complessiva del praticante e questo fatto non può essere trascurato nell’affrontare lo studio di quest’Arte così come non è di secondaria importanza nell’affrontarne le peculiarità che, se apparentemente simili a quelle di altre discipline di combattimento nella pratica, spesso ne mostrano la distanza ad una indagine più approfondita.

Queste caratteristiche hanno fatto si che l’Aikido venga considerato da molti esperti come l’esempio più evoluto di arte marziale, opinione supportata anche dal fatto che Ueshiba Morihei fu insignito dall’imperatore della onorificenza di «tesoro nazionale». Questa premessa è necessaria per dare una idea – sia pure sintetica e superficiale – di quanto sia importante ed imprescindibile quella parte dell’Arte che va oltre il fisico ed il visibile.

Avvolgere e Travolgere

Il Fondatore dell’Aikido attribuiva grande importanza alle tre figure geometriche di Cerchio, Quadrato e Triangolo, e le utilizzava spesso per spiegare ed illustrare i principi dell’Arte.

Un’altra figura geometrica molto importante in Aikido è quella della Spirale (“Rasen”, in giapponese), che trova applicazione sia nella applicazione pratica (ad esempio, le tecniche in esecuzione ura) che nella spiegazione del fondamento etico che deve essere alla base di queste, tanto che il Fondatore ripeteva spesso ai suoi allievi: “Quando il nemico vi attacca, avvolgetelo in una spirale d’amore e deponetelo a terra come fareste con un neonato per non fargli del male“.

Questo ultimo aspetto è particolarmente importante e merita un invito alla riflessione. Come in molte altre discipline, tanto orientali quanto occidentali, il “corpus” dell’Arte non era evidenziato con ponderosi tomi quanto piuttosto tramite brevi frasi, il cui significato veniva lasciato “maturare” nell’intimo del praticante, a cui si sarebbe rivelato se e quando quest’ultimo sarebbe stato in grado di comprenderlo (etimologicamente, “prenderlo con sé”, ovvero farlo suo).

Il Fondatore dell’Aikido, come tanti altri Maestri prima e dopo di lui, usava spesso questo metodo di comunicazione, basato su “kuden” e “doka”. I primi sono brevi frasi che esprimono un principio o una regola, i secondi, – letteralmente “canti della Via” – sono brevi poemi, spesso allegorici, composti secondo un preciso schema letterario.

Il kuden citato nelle righe precedenti è tra i più noti tra quelli del Fondatore, e per certi aspetti tra i più rivoluzionari: immaginate lo sconcerto che doveva provare allora (e che ancora oggi prova!) chi debba passare da una idea di annientamento dell’avversario a quella dell’accoglienza dello stesso. Non più travolgere per distruggere ma avvolgere per preservare, appunto [1]. Si tratta, si badi bene, non di confrontarsi con un nostro “amico” ma di approcciarsi al nostro “avversario” (volutamente tra virgolette) come se questi fosse un neonato: impulsivo, imprevedibile, delicato, bisognoso di cure e di attenzione.

Quale responsabilità potrebbe essere maggiore per un adulto che vegliare sulla incolumità di un neonato? Un compito totalizzante, che non ammette distrazioni e che può essere svolto solo da chi, verso il neonato stesso, sia animato da amore e disponibilità assoluta.

Rapportarsi ad un neonato ci obbliga a mettere da parte parole complicate, lunghi discorsi, tortuosi ragionamenti e roboanti dichiarazioni di principio; ci obbliga – e lo sa bene chi a qualunque titolo abbia vissuto una simile esperienza – ad agire col cuore più che col cervello, entrando in “armonia” con l’infante, ci obbliga a essere “qui ed ora”, ovvero nell’ “ima” [2] in cui tante volte ci invitano ad essere i nostri Maestri, dentro e fuori dal tatami.

Ritorno al Futuro

Un’altro dei kuden di Ueshiba Morihei, quello forse più citato dai praticanti di Aikido è senz’altro “Masakatsu agatsu” (まさかつあがつ) che possiamo tradurre come “La vittoria più grande è quella su se stessi”. Un insegnamento che più di altri mostra analogie con quanto affermato da altri Maestri del passato, a partire dal “Conosci te stesso” (Γνῶθι σεαυτόν, gnôthi seautón), iscritto sul tempio dell’Oracolo di Delfi.

Lasciando la briglia sciolta a sillogismi e libere associazioni potremmo allora seguire questo percorso: La vittoria si ottiene contro un avversario —> la vittoria migliore a cui posso aspirare è quella su me stesso —> io sono il mio avversario —> devo trattare l’avversario come fosse un neonato —> devo considerare me stesso come un neonato.

Un volo di fantasia eccessivamente ardito? Neppure troppo, se consideriamo che un’altro dei più noti kuden di O’Sensei Ueshiba Morihei recita: “Sonaona kimochi de Aikido wo ayate”, ovvero “Bisogna praticare l’Aikido con lo spirito di un bambino”.

Anche in questo caso, una affermazione agli antipodi rispetto all’atteggiamento di molti praticanti che più che in un Dojo di Aikido credono di essere nel “Cobra Kai” reso celebre dal film “Karate Kid”, in cui l’insegnante urla agli allievi che non bisogna provare pietà e compassione per l’avversario.

Ma cosa poteva voler dire O’Sensei con questa affermazione quasi paradossale? Come può un Arte che vuole renderci Uomini invitarci a praticare come fossimo bambini? Cominciamo col chiederci cose volesse intendere Ueshiba Morihei, a quali “bambini”, o meglio quali caratteristiche dell’infanzia voleva richiamare. Non certo, ipotizzo senza grande timore di essere in errore, a quelle citate nel paragrafo precedente, l’obbiettivo non è quello di praticare come un neonato impulsivo, imprevedibile, delicato, bisognoso di cure e di attenzione.

Quali, allora?

Prima di proseguire nella specifica analisi della affermazione di O’Sensei, richiamiamo ancora una volta gli insegnamenti di un Maestro come Gesù il Cristo, e non tanto per tentare paragoni che potrebbero sembrare bizzarri o irrispettosi, ma per dimostrare come certi concetti siano più condivisi di quanto si possa credere.

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “ Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?”. Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli.”

(Vangelo di Matteo 18:1-4)

Allora, gli furono presentati dei fanciulli, perché li toccasse, ma i discepoli sgridavano coloro che li portavano. E Gesù, nel vedere ciò, si indignò, e disse loro: “Lasciate che i piccoli fanciulli vengano a me e non glielo impedite, perché di tali è il regno di Dio.”

(Vangelo di Marco 10:13-14)

Proviamo ad immaginare quale potesse essere il comportamento di questi bambini: senza orgoglio, senza ambizione, senza rancore o malizia, senza voglia di sopraffare il compagno di giochi ma con il desiderio sincero di divertirsi insieme a lui. Siamo stati tutti bambini, proviamo a ricordarci di quegli anni, di come vedessimo il mondo, di come tutto ci sembrasse nuovo, meraviglioso ed affascinante

Se riusciamo a compiere questo tuffo nella nostra memoria, se riusciamo a vedere la luce che brilla negli occhi di un bambino che abbiamo vicino sicuramente comprenderemo cosa questi Maestri volessero dirci con le loro affermazioni, solo in apparenza paradossali. Sicuramente possiamo leggervi l’invito a praticare con gioia, con entusiasmo, con serenità e voglia di imparare, condizione che dovrebbe essere propria di ogni praticante di qualsiasi Arte, marziale o no che sia, tanto che Meng-Tzu, un Maestro buddhista cinese dei secoli passati affermava che: “L’uomo grande è uno che non perde il suo cuore di bimbo.

Praticare come bambini” ci rimanda all’excursus tipico dell’apprendimento di una Arte, che si può dividere in due grandi fasi: [3] in una iniziale si procede “in mettere” e nella successiva “in levare”, nella prima si acquisiscono tecniche e nozioni, nella seconda le si lascia andare dopo averle fatte proprie, come la zattera della parabola buddista. Due grandi fasi complementari tra loro come lo Yin e lo Yang, come il bianco ed il nero, che sono non a caso i colori delle cinture che stringono la casacca dei praticanti di Arti marziali giapponesi.

Seconda una certa interpretazione del percorso di formazione, il principiante comincia con una cintura bianca, che simboleggia la sua “verginità marziale”, il suo essere un foglio pulito. Via via che passa il tempo, a causa della pratica, la sua esperienza aumenta e la sua cintura si sporca e diventa sempre più scura finché non è prima grigia e poi nera, perché tradizionalmente non dovrebbe mai essere lavata. A questo punto si suppone che il praticante abbia raggiunto un grado di perizia tecnica bastevole a consentirgli di iniziare a comprendere i principi della pratica.

La cintura nera, che molti praticanti occidentali considerano un punto di arrivo, altro non è che un punto di partenza, tanto che il termine che indica la cintura nera di prima nomina è “shodan” ovvero “principiante” (letteralmente, “primo gradino, piccolo livello”). Costui non è ancora padrone dell’Arte, ma ha con le tecniche ed i principi una dimistichezza sufficiente a permettergli di cominciare il vero studio; come dire che non sa ancora scrivere frasi di senso compiuto ma ha solo imparato a tracciare con mano più o meno sicura le lettere dell’alfabeto.

Col tempo e la pratica continua, per l’usura e gli sforzi a cui è sottoposta la cintura nera perde il colore e si sfilaccia, sino a mostrare la sua intima trama che è di colore… bianco! Il tendere al bianco significa proprio quanto detto, il dover tornare principianti, bambini, nel senso di recuperare quello stato mentale che ignorava tecniche e tutto quanto aveva a che fare con la razionalità mentale per lasciare spazio al gesto spontaneo, che il corpo e lo spirito generano senza pensare. E’ la fine che si origina dall’inizio e viceversa, senza soluzione di continuità, come suggerito dalla nota immagine dell’ouroboros, il serpente che si morde la coda che dalla fine trae energia per un nuovo inizio [4].

Ouroboros, il serpente che si morde la coda

Prima di praticare lo Zen, le montagne mi sembravano montagne e i fiumi mi sembravano fiumi.
Da quando pratico lo Zen, vedo che i fiumi non sono più fiumi e le montagne non sono più montagne.
Ma da quando ho raggiunto l’illuminazione, le montagne sono di nuovo montagne e i fiumi di nuovo fiumi.

Il fondatore dell’Aikido, O’Sensei Ueshiba Morihei, definì la sua pratica proprio “Takemusu Aikido” dove gli ideogrammi di “Takemusu” significano tra l’altro “sorgente inesauribile”, a significare che, una volta raggiunto quel livello di Conoscenza, il praticante fa sua l’Arte, la interpreta in maniera tanto individuale quanto Universale, individuale perché è il frutto della sua essenza e della sua esperienza, Universale perché questa non può che fluire ed alimentarsi con l’energia dell’Universo. Si arriva ad un punto in cui non c’è più progresso “tecnico”, si cambia binario, per così dire, ed il lavoro diventa più sottile, intimo e spirituale.

Il programma tecnico in Aikido ed in molte altri Arti marziali è codificato fino al 4° o 5° Dan, poi fino al 9° Dan non ci sono altre tecniche da studiare, si tratta di battere e ribattere il ferro, fare un “solve et coaugula” della materia fino a distillarne sempre nuova essenza. Shopenhauer in un suo saggio parlava di un lavoro in larghezza e di uno in profondità; ecco, il senso è un po’ questo: un primo o un secondo Dan saprà citare e parlare diffusamente delle tecniche; altri praticanti più avanzati nella Via, difficilmente riusciranno a rendere a parole il punto in cui sono, non per ammantarsi di mistero o per fare i preziosi, ma proprio perché, come si suole dire, chi non sa parla e chi sa non parla.

Educare, Educarsi, Farsi Educare

Belle parole e concetti intriganti, quelli sopra esposti, però il rischio è che li si interpreti nel modo sbagliato, che “essere spontanei” si trasformi in mancanza di disciplina, che il cercare una espressione individuale si trasformi nel rifiuto di una guida, di una correzione, di una didattica.

Il mito del “buon selvaggio”, basato sulla convinzione che l’uomo in origine fosse un “animale” buono e pacifico, solo successivamente corrotto dalla società e dal progresso, è tanto affascinante quanto smentito dalla realtà dei fatti e della Natura. Ogni cucciolo viene educato ed ammaestrato dai genitori o dagli adulti del branco cui appartiene, ogni giovane virgulto appena spuntato dal seme necessita di un tutore da cui farsi sostenere o a cui abbarbicarsi.

Quest’ultima analogia è quella che preferisco, forse anche per la tradizione agricola che caratterizza la città in cui vivo e che tanto ha ancora da insegnare a noi “cittadini”. Qualunque contadino sa che un ramo ancora troppo poco robusto e quindi non ancora in grado di sopportare il proprio peso o le sollecitazioni del vento ha bisogno di essere legato ad un palo tutore per sostenersi. Se la legatura è troppo lasca diventa inutile, poiché il ramoscello non ha sostegno alcuno; se la legatura è troppo stretta, “strangola” il ramo e ne impedisce crescita e sviluppo.

Con le stesse precauzioni dovrebbe comportarsi chi, a qualunque titolo – genitore, insegnante, istruttore – abbia l’onore e l’onere di educare un bambino: troppa indulgenza renderà il bambino quasi certamente indisciplinato; una eccessiva inflessibilità causerà probabilmente insicurezza e rigidità.

In tanti conoscono i versi che Gibran Kahlil Gibran ha dedicato ne “Il Profeta” ai figli, ma rileggerli è sempre un piacere:

[…] E una donna che aveva al petto un bambino disse: Parlaci dei Figli.
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé.
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro,
E benché stiano con voi non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
Perché essi hanno i propri pensieri.
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime,
Perché le loro anime abitano nella casa del domani, che voi non potete visitare, neppure in sogno.
Potete sforzarvi d’essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi.
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con ieri.
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e con la Sua forza vi tende affinché le Sue frecce vadano rapide e lontane.
Fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere;
Perché se Egli ama la freccia che vola, ama ugualmente l’arco che sta saldo.

Versi illuminanti, specialmente nella parte conclusiva, in cui è racchiusa l’essenza stessa dell’educazione. Ma se educare un figlio è sostanzialmente un obbligo, istruire un allievo è una scelta, e come tale deve essere ponderata con cura, a partire dalla scelta di entrambi i soggetti. L’istruttore deve scegliere “cosa”, “come” ed a “chi” insegnare, l’allievo deve scegliere “cosa”, “come” e da “chi” imparare.

Oggi in tanti credano che basti iscriversi ad un corso e pagare una retta, per guadagnare il “diritto” di essere addestrati e per ottenere, quasi senza nessuno sforzo da parte loro, l’istruzione desiderata ed attesa. Speranza vana e pretesa arrogante, che non di rado viene stimolata ed alimentata da istruttori più interessati al guadagno economico che alla selezione degli allievi.

Quest’ultimo è un punto “scomodo” oggigiorno, ma che in passato era ben chiaro a chi aveva la responsabilità dell’insegnamento e della trasmissione dei principi dell’Arte. Riporto di seguito alcuni estratti da “Sottomissione alla autorità nella Koryu”, che è la traduzione ed adattamento di “Submission To Authority In The Koryu” di Peter Boylan.

Nel dojo di una koryu persino il solo pensare di discutere il sensei è inaccettabile poichè fare parte di una koryu in Giappone implica la completa sottomissione alla autorità del sensei senza eccezioni di alcun tipo. Questo potrebbe essere abbastanza stressante ma bisogna ricordare cha una koryu giapponese non ha tradizioni di conservazione culturale, ed al massimo della sua liberalità è comunque abbastanza reazionaria, percui nel dojo stai zitto, fai quello che ti viene detto di fare e ami tutto ciò. L’unica alternativa è lasciare il dojo. Così è. Ovviamente gli insegnanti non sono divinità, fanno errori anche lori ed io ho un po’ di ammaccature che mostrano dove loro hanno erroneamente creduto che io fossi pronto per fare ciò che volevano. Naturalmente ne ho molte di più che dimostrano quanto io non fossi abbastanza attento a ciò che stava per succedere.

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Questa possibilità [di utilizzare nella pratica tecniche che non facciano parte della Scuola, NdT] non esiste nei dojo delle koryu; dove ognuno deve fare solo quello che indica l’insegnante e deve farlo ieri. No, non ci sono molte possibilità di dimostrazione di autorità, ma ne sono richieste poche. Noi ci inchiniamo entrando, e ci inchiniamo uscendo, ognuno sa chi comanda e chi no e chi è il più alto in grado tra i presenti.

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Questa è l’altra faccia della medaglia: tu ti sottometti completamente alla autorità nel dojo, in cambio l’autorità si assume la completa responsabilità delle sue decisioni.

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L’addestramento in una koryu, nonostante utilizzi armi anacronistiche, ha comunque lo scopo di addestrare l’individuo a combattere in qualsiasi condizione. Una ultima cosa rispetto alla richiesta sottomissione alla autorità nelle koryu: non è arduo come si può pensare, quando non sai nulla di quanto ti accade intorno non è difficile tacere e seguire le indicazioni ricevute facendo del nostro meglio. In aggiunta, ciascuno di noi, gaijin o giapponese che sia, ogni tanto fa un errore, o immagina qualcosa e fa una prova basandosi su quella idea. Quasi sempre sbagliando e spiaccicandosi a terra nel dojo. Usualmente questo avviene per la nostra immediata sicurezza, in maniera da impedirci di provare a fare qualche stupidaggine la prossima volta. Se si riesce a comprendere questo, si capisce che ci sono ragioni profonde per fare le cose come vengono fatte e così si smette di mettere in dubbio l’autorità, perfino nella propria mente. Questo avviene solitamente nello stesso momento in cui cominci a comprendere alcune delle ragioni per cui fare le cose come le fai, dopodichè più che mettere in discussione l’autorità, si tratta di provare a capirla al meglio, ed una volta che l’hai capita, questa ti rilascia un menkyo [tradizionale attestato di completa trasmissione dell’Arte, NdT], ma per questo serve un bel po’ di tempo, ed io non ci sono ancora arrivato.

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Per studiare una koryu bisogna essere completamente sottomessi alla autorità, l’unica alternativa è lasciare il dojo; non ci sono altre opzioni e se ci sono, non stiamo praticando una koryu.

Quanto sopra può sembrare brutale e anacronistico ma tant’è. Qualcuno potrebbe pensare che questo atteggiamento derivi dalla natura marziale delle Scuole, che dovendo queste formare dei soldati adottassero un atteggiamento simile a quello del sergente istruttore protagonista della prima parte del film “Full Metal Jacket”. Nulla di più sbagliato! Chiunque abbia praticato per un po’ di tempo in una scuola Zen, di Chado, di Shodo o qualunque altra disciplina tradizionale, confermerà che l’atteggiamento è lo stesso, sia che si insegni come disporre i fiori che come preparare il tè.

Dipenderà allora dalla cultura propria del Paese del Sol Levante? Si e no, perché se è vero che la peculiarità della cultura nipponica ha un peso fondamentale nel determinare questo atteggiamento, è altrettanto vero che il rapporto “maestro – discepolo” nelle nostre botteghe artigiane non era – sino a pochi anni fa – poi così diverso da quello sopra descritto.

Un punto tanto fondamentale quanto spesso sottovalutato nell’esaminare la didattica di una Scuola è che lo scopo principale di questa, che come di una qualsiasi altra organizzazione o associazione, è quello di assicurare la sua sopravvivenza nel tempo, tramandando principi e regole da una generazione all’altra e mantenendo ininterrotto il lignaggio. Lo scopo principale di un istruttore quindi, e del Caposcuola sopratutto, è quello di scegliere e formare tra i tanti allievi almeno uno che possa succedergli. Non conta la quantità degli allievi, ma questa è funzionale alla possibilità di disporre di un maggior numero di candidati alla successione. In altre parole avere molti allievi non è il fine della Scuola, ma il mezzo attraverso il quale raggiungere il fine di addestrare il successivo erede dell’insegnamento [5].

Possiamo citare ancora le parole di Gesù il Cristo, e non è poi così assurdo pensarle pronunciate da un Sensei giapponese:

“Vi sceglierò uno da mille e due da diecimila; staranno ritti perché sono uno solo”

(Vangelo apocrifo di Tommaso, 38: 1-4).

Oggigiorno il rapporto sembra quasi invertito, non sono più gli allievi a fare di tutto per rendersi degni di ricevere l’insegnamento e l’attenzione dell’istruttore, ma – viceversa – è questo che cerca di accaparrarseli promettendogli grandi risultati con il minimo sforzo, perché più allievi ci sono, più incassa la scuola. Purtroppo però, qualità e quantità raramente vanno insieme ed i risultati di questo andazzo sono sotto gli occhi di tutti.

Su questo argomento, esaminato in altri ambiti, ha scritto molto e bene Filippo Goti, in articolo intitolato “Operatività e Degenerazione delle Strutture Tradizionali”, pubblicato nel numero 29 della rivista digitale “LexAurea” e disponibile sul sito www.fuocosacro.com, da cui traggo gli estratti che seguono:

E’ ovvio che ogni atteggiamento inadeguato da parte di un associato o affiliato, ad una realtà iniziatica tradizionale, è in parte non secondaria frutto di una erronea valutazione di colui o coloro che lo hanno da un lato presentato, e dall’altro valutato. Colui che chiede di accedere ad un Ordine o una Fratellanza iniziatica dovrebbe essere sempre attentamente pesato sulla bilancia.

….

Moltissime strutture tradizionali sono oggi ridotte a salotti di discussione, i riti degenerati in commedie, i simboli ridotti a simulacri, la docetica in un novero di insegnamenti morali, l’ideale iniziatico in idealismo illuminista, e il laborioso impegno ridotto a virulenza politica o affaristica. E’ ovvio che ciò accada qualora, dopo una lenta ma inesorabile degenerazione, le porte del tempio sono aperte a chiunque possa sopportare il peso dell’obolo, a prescindere dalle qualità sostanziali richieste all’iniziato. Se l’accesso non è più limitato a chi desidera conoscere (dove per conoscenza intendiamo solamente la sintesi operativa, frutto di un’attitudine sperimentale), ma investe espressioni della profanità del bussante e assieme a colui che bussa. Dobbiamo interrogarci anche attorno alla reale natura del sorvegliante, dell’iniziatore e dell’esperto.

….

Qualora nella comunità gli iniziati virtuali (coloro che non possiedono i requisiti sostanziali), prendono numericamente il sopravvento, essi come un polo magnetico attireranno altri della stessa specie, piegando alle loro logiche dialettiche e profane la struttura stessa che li accoglie.

….

Ecco quindi la necessità di far vivere il rito sia nella sfera fisica, che in quella psicologica, che in quella intima. L’incapacità a cogliere tale risultato non deriva solamente da un’assenza delle qualità introspettive necessarie, o da debiti formativi nella specifica cultura sapienziale atta a creare simpatia fra lo strumento e il suo utilizzatore, ma anche dalla carenza o assenza metodologica. La colpa di tale mancanza deve essere quindi attribuita da colui che ha la responsabilità formativa nei confronti dell’iniziato. Nella mia ottica è l’eccellenza qualitativa, e non l’eccedenza quantitativa che deve essere ricercata in un consesso realmente iniziatico.

…..

Necessariamente un’operatività, per essere reale e non un coacervo di tecniche, si deve fondare su di una prospettiva spirituale in grado di fornire una direzione a queste tecniche, e all’operatività tutta. Colui che ricerca strumenti, non avrà di che lamentarsi se invece che dedicare il proprio tempo all’iniziazione, lo mettesse a disposizione di una semplice ricerca in libreria, o tramite internet, o frequentando qualche corso infrasettimanale di yoga, reiki, danza sacra, ecc.. L’antica formazione ci ricorda come il giovane dotato nelle arti e mestieri fosse mandato a bottega. In modo da apprendere l’esistenza degli strumenti, il corretto uso degli stessi, la correlazione che sussiste fra essi e l’opera che si deve compiere. Mentre tale antica formazione non contemplava che il giovane fosse lasciato prono al proprio capriccio, in assenza di disciplina mentale e fisica.

Ecco allora che “praticare con lo spirito di un bambino” significa anche (soprattutto?) mettere da parte l’orgoglio di sapere ed avere l’umiltà di imparare, avere nei confronti di chi ci trasmette il suo insegnamento lo stesso rispetto e la stessa gratitudine che dovremmo esprimere ai nostri genitori [6], vivere ogni giorno come una occasione di scoperta, di crescita e di progresso, salire sul tatami senza malizia, senza cattiveria, andando verso l’insegnante con fiducia e verso il compagno con disponibilità, pronti a dare ed a ricevere per proseguire insieme lungo la Via.

Conclusioni

Ancora una volta sono il primo a stupirmi di quanto ci sia da riflettere ed approfondire su ogni singola frase dei Maestri che ci hanno preceduto. E’ impressionante quanto si celi, in maniera neppure troppo recondita, dietro affermazioni apparentemente semplici e banali, e viceversa quanta logica ci sia in dichiarazioni che possono apparirci assurde o contraddittorie [7].

Naturalmente, quanto sopra può essere considerato – e non posso escludere sia – solo il frutto dell’aver lasciato correre troppo la fantasia, leggendo nelle parole dei Maestri citati significato lontanissimi dalle loro intenzioni. Per questo, come sempre, invito tutti i pazienti lettori a mettersi alla prova nella stessa impresa, interrogando sé stessi ed i Maestri presenti e passati.

Questa analisi non sarà mai vana, se condotta con sincero desiderio e sufficiente impegno, e ci porterà a scoprire che anche l’altezza della porta di accesso al Dojo ha tanto da insegnarci.8

Ancora una volta, il mio dovuto e sentito ringraziamento va proprio a quei Maestri, ed in particolare al M° Paolo N. Corallini shihan ed a Filippo Goti, che con i loro suggerimenti ed i loro stimoli mi hanno fornito sprone e mezzi per le riflessioni riportate in questa nota.

Note

[1] Saito Morihiro sensei fu per 24 anni allievo diretto del Fondatore, praticando quotidianamente con lui nel Dojo di Iwama. Non tutti sanno che il suo nome di battesimo venne cambiato da O’Sensei Ueshiba Morihei in Morihiro [守人] che può tradursi come “Colui che preserva grandemente”. Se il senso del nome era certamente quello di una persona adibita a proteggere un qualcosa, e nella fattispecie l’insegnamento ed i principi dell’Aikido, ci piace pensare che questa protezione si possa estendere anche ai praticanti.

[2] Ima è un termine giapponese reso con l’ideogramma 今 , che si può tradurre come “adesso”, “proprio ora”, “nel tempo presente”

[3] In realtà, l’addestramento del praticante di un’Arte tradizionale viene in Giappone suddiviso in tre fasi, chiamate Shu, Ha e Ri. Come sempre accade in questi casi, ad un singolo termine appartengono molteplici significati e sfumature interpetative. Possiamo dire che Shu indica il periodo in cui l’allievo studia e segue le orme del suo istruttore in maniera fedele, imparando per imitazione. Ha indica il momento di rottura, di “crisi” nel senso etimologico del termine, in cui l’allievo si confronta con il suo istruttore e prende consapevolezza delle differenze tra loro. Ri rappresenta invece il momento in cui il praticante non è più allievo, si stacca dal suo istruttore e procede su un percorso personale.
Per un approfondimento di questa tipologia di formazione si veda, tra gli altri, “La didattica di Shu-ha-ri, ovvero le tappe dell’assimilazione attraverso il kata” di C. Barioli. E’ appena il caso di notare come questa suddivisione in tre “livelli” di formazione si possa ritrovare in altri ambiti, scuole ed associazioni con nomi diversi ma concetti simili.

[4] Uno degli esempi più noti e diffusi di questo concetto è lo “sho-shin”,ovvero la “mente del principiante” e sua applicazione nel Buddhismo e nello Zen. Shoshin in giapponese, chūxīn in cinese, è la pronuncia dei caratteri 初心 a loro volta resa in lingua cinese dei termini sanscriti nava-yāna-saṃprasthita e anche prathama-citta che indicano la mente del novizio buddhista. In particolare, nel Buddhismo Zen viene inteso come “Mente del principiante” riferendosi al possedere un atteggiamento di apertura, determinazione, passione e assenza di preconcetti quando si studia una materia, anche quando si studia ad un livello avanzato, proprio come farebbe un principiante. Il termine è anche utilizzato nelle arti marziali giapponesi. Questa termine fu spesso utilizzato dal maestro buddhista giapponese di scuola Sōtō Zen, Shunryū Suzuki (1904-1971) e posto a titolo di una sua opera, largamente diffusa in Occidente, dal titolo “Mente zen, mente di principiante” (Ubaldini Editore, 1976) che riflette il suo tipico insegnamento sulla pratica Zen: “Nella mente del principiante vi sono molte possibilità, nella mente dell’esperto soltanto alcune” (Fonte: Wikipedia)

[5] Molte Scuole sono scomparse proprio perché nessun allievo era ritenuto degno di ricevere la successione o perché il Capo Scuola moriva prima di poter designare il suo erede. A testimoniare che l’usanza di nominare un solo successore, anche in presenza di diversi candidati, vi sono vari esempi; ne citiamo uno tra i più significativi: nel 1588 il Maestro Ittosai della Scuola di scherma Itto Ryu decise che era giunto il momento di ritirarsi e di scegliere un successore: visto che entrambi i suoi migliori discepoli, Zenki e Tenzen, desideravano succedergli, egli stabilì che avrebbero dovuto affrontarsi in un duello mortale per ottenere i segreti dell’Itto-ryu. La sera i tre si scambiarono le coppe di sake in reciproco addio e la mattina successiva si ritrovarono, all’alba, in un ampio campo incolto, a Koganegahara. Ittosai depose il maki (rotolo) dei segreti di Itto-ryu in mezzo al prato, tra la sua spada ed il ventaglio da guerra – proprio in mezzo ai due discepoli – e si sedette lì vicino, dando inizio allo scontro. Zenki e Tenzen si fronteggiarono per interminabili secondi, minuti, ore, immobili, nel vivo silenzio della campagna, pronti ad uccidersi al minimo movimento: alla fine i nervi di Zenki cedettero ed egli corse a raccogliere il maki del suo Maestro, ma in quel momento Tenzen lo tagliò in due con un solo colpo di spada e divenne così il secondo Soke dell’Itto ryu, cambiando il proprio nome in Ono Jiroemon Tadaaki.

[6] Questo concetto è reso in maniera esemplare dalla frase: “I miei genitori mi hanno messo al mondo, il mio Maestro mi ha reso uomo

[7] Mi piace citare a questo proposito “2001: Odissea nello spazio”, il film forse più spettacolare e meno “logico” di Stanley Kubrick. Nella parte finale della pellicola, l’unico astronauta sopravvissuto della missione diretta verso Giove si trova catapultato in una stanza chiusa stile impero, dove sopravvive in solitudine e tranquillità. Molto invecchiato, l’astronauta ha una specie di visione e rinasce in forma di feto cosmico, che in un istante si riporta nello spazio terrestre e osserva pensieroso il pianeta natale.

[8] Nei Dojo tradizionali, la porta è piccola e bassa così che ognuno, entrando, debba chinarsi in segno di umiltà e rispetto per il luogo della pratica, dello studio e della crescita tanto del singolo individuo quanto del gruppo di cui questo fa parte. Un altro chiaro ed evidente richiamo al “farsi piccoli”

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