Suck It Up or Go Home – Intervista a Simon Gray


Suck It Up or Go Home è uno straordinario libro sull’Aikido e su cosa vuol dire resistere. Vi presentiamo la nostra stimolante conversazione con l’autore, Simon Gray, sul famoso/famigerato corso Senshusei organizzato dallo Yoshinkan Aikido Hombu Dojo a Tokyo

di SIMONE CHIERCHINI

Probabilmente uno dei corsi di arti marziali più difficili al mondo, spesso descritto come 11 mesi di “inferno”, il corso internazionale Senshusei Yoshinkan Aikido è l’argomento del libro “Suck It Up or Go Home – A True Story About The Courage To Stand Up, Keep Going And Never Give In!”. Il libro traccia i primi anni di vita dell’autore, partendo dal suo essere stato vittima di bullismo a scuola, al ring di Muay Thai, fino a Tokyo, in Giappone. Si tratta molto più di un semplice libro sulle arti marziali: contiene lezioni di vita sul coraggio, la disciplina e la determinazione ad andare avanti, qualunque cosa accada.

CHIERCHINI
Ciao a tutti, qui Simone Chierchini di Aikido Italia Network. Ho appena finito di leggere un libro molto molto interessante (quello è quello giusto): Suck It Up or Go Home. È una storia incredibile, devo dire, ed è per questo che oggi siamo qui a parlare con l’autore. Simon Gray è qui con noi e ci racconterà tutto. Ovviamente quello che dovreste fare è leggere il libro, lo dico prima di tutto. Questo è un buon antipasto e spero di stimolare la vostra curiosità. Simon, puoi dirci qualcosa di te prima di iniziare a parlare del libro in sé? Ho fatto le mie ricerche e so che hai un passato nelle arti dello sport da combattimento, e ad un certo livello dovrei dire. Quindi puoi parlarcene un po’? Perché finiremo per parlare molto di Aikido, ma il tuo è un punto di vista molto interessante.

Guarda l’intera video-intervista sul nostro canale di Youtube

GRAY
Va bene, certamente. Ebbene, prima di tutto è un piacere essere qui Simone. Grazie mille per avermi invitato a parlare alla tua rete. Sono davvero contento che ti sia piaciuto il libro e risponderò a tutte le domande che mi farai oggi, non importa quali. Quindi sentiti libero di chiedermi qualsiasi cosa.
Hai assolutamente ragione, prima di andare in Giappone nel 2005 e fare il Senshusei 2006-2007 – Corso per la Polizia Antisommossa, ho fatto molte arti marziali. Dunque, ho fatto circa 15-16 anni di boxe Muay Thai, ho fatto un po’ di Kung Fu, un po’ di MMA, un po’ di boxe, ma sono stato introdotto all’Aikido probabilmente intorno al 2003-4 e l’arte mi ha affascinato.
Credo di essere cresciuto guardando i film di arti marziali degli anni ’80, Bruce Lee, Steven Seagal… e l’Aikido mi è sempre apparso bello ed estremamente efficace, quindi ho iniziato a praticarlo nel Regno Unito. È arrivata poi l’opportunità di andare in Giappone e ho pensato che sarebbe stato un viaggio affascinante: andare a vedere cosa fosse veramente l’Aikido nel suo paese d’origine, avendo in più un background nelle arti da combattimento. Comunque è da lì che tutto è partito, davvero, dalle arti da combattimento.

Simon con il compagno di corso Senshusei Matt (a sinistra) presso lo Shudokan dojo a Nottingham (GB)

CHIERCHINI
Posso chiederti che tipo di Aikido praticavi nel Regno Unito? Quale stile?

GRAY
Lo stile che praticavo nel Regno Unito si chiamava Shudokan. Era simile in parte allo Yoshinkan, ma si trattava di un’organizzazione autonoma, separata. Diventa un po’ complicato parlare dei diversi tipi di Aikido.

CHIERCHINI
Eh già, Come al solito. Non c’è niente di semplice nell’Aikido.

GRAY
Si trattava di un’organizzazione separata, ma molte delle forme e delle tecniche sono assai simili, ma con alcune lievi differenze nei waza di base, tecniche e fondamentali. Immagino che fosse una sorta di derivato dell’Aikido Yoshinkan. Condivideva molte cose, molti tratti comuni con lo Yoshinkan Aikido.

Simon pratica Muay Thay Boxing a Bangkok, Thailand (1992)

CHIERCHINI
Ovviamente hai sempre nutrito un interesse per la parte marziale dell’allenamento, come la tua carriera ampiamente dimostra. Da dove proviene? Ciascuno ha un diverso approccio al Budo e ad alcune persone questo approccio non piace granché: in realtà è molto divertente, ma a molti sembra non piacere il marziale nelle arti marziali. Qual era la tua opinione a questo proposito in quel momento, prima del corso?

GRAY
Per me le arti marziali sono sempre state un mezzo per darmi la capacità di badare a me stesso, ho sempre visto le arti marziali come metodi di autodifesa.
Il mio viaggio nelle arti marziali è iniziato da ragazzino, quando frequentavo una scuola piuttosto difficile – da adolescente, quando avevo 13 anni, andavo in collegio. Era un ambiente molto duro, era molto diverso, penso, rispetto a come un collegio potrebbe essere oggi. Nella mia scuola c’era un ragazzo che era un po’ temuto e un po’ riverito da tutti gli altri e questo ragazzo era un artista marziale. Anche se era solo un anno davanti a me, ragazzi di due o tre anni più grandi di lui o tutti a scuola lo rispettavano e nessuno lo prendeva in giro, mentre io ero stato vittima di bullismo.
Era una cosa affascinante che questo ragazzo era più minuto di me, ma sapeva qualcosa che io non sapevo e quello che sapeva era il Kung Fu. Promisi a me stesso che quando avrei lasciato quella scuola, tre anni dopo, avrei intrapreso il mio viaggio nelle arti marziali, perché avevo visto cosa aveva fatto per lui e volevo imparare a proteggermi. Quindi è lì che la mia storia d’amore con le arti marziali è iniziata davvero, all’età di circa 16 anni.

CHIERCHINI
In modo simile a tanti… poi ovviamente, più avanti, ci sono tante altre motivazioni che ti spingono oltre. Cominciamo ad avvicinarci al nostro argomento. Hai deciso di andare in Giappone e fare questa “cosa”. Prima di descrivere la tua esperienza, puoi fornire una breve introduzione a chi non ha familiarità con il Corso Senshusei Yoshinkan?

GRAY
Ho iniziato Aikido nel 2003-04 nel Regno Unito e all’incirca in quel periodo negli spogliatoi e persino sul tatami la gente parlava di questo libro chiamato Angry White Pyjamas. Non ne avevo mai sentito parlare, ma ero piuttosto preso dall’Aikido e gli ho dato una letta. Leggendo il libro, ho scoperto che esisteva un qualcosa chiamato Senshusei o Corso per la Polizia Antisommossa, come viene spesso chiamato a Tokyo, in Giappone. Quello che ho imparato dalla lettura del libro è stato che si trattava di un campo di addestramento di arti marziali lungo 11 mesi, che ti portava dalla cintura bianca alla cintura nera e oltre, fino a ottenere una licenza di istruttore dal Giappone. Ho letto il libro e sono rimasto affascinato dalle storie, sono rimasto affascinato dai personaggi, e ho iniziato a pormi la domanda: “E se andassi in Giappone? E se facessi un viaggio simile? E se andassi in Giappone, mi allenassi con i veri maestri e facessi una vera esperienza culturale, una vera esperienza buddha? Iniziai a mettere in atto un piano d’azione in primo luogo per andare in Giappone e poi, una volta in Giappone, decidere se avrei fatto il corso Senshusei.
Senshusei significa effettivamente “specialista”. In Giappone, come Senshusei, essenzialmente sei la forma di vita più bassa nel dojo – cosa che comunico in tutto il libro, ed è molto ovvio quando sei lì e leggendo il libro – ma sei anche considerato uno studente specializzato che si allena in un’arte marziale al massimo livello presso lo Yoshinkan Aikido Hombu Dojo di Tokyo. Si chiama Corso per la Polizia Antisommossa perché inizialmente era stato avviato per far fare un’esperienza in un’arte del Budo a chi doveva qualificarsi per la Polizia Antisommossa. Lo Yoshinkan Aikido Hombu Dojo ha una relazione di lunga data con la polizia metropolitana di Tokyo.
Gli occidentali volevano andare a fare questa cosa, quindi dopo molti anni di addestramento per la polizia, è stato aperto anche agli occidentali. Il nostro era il 16° Corso Internazionale Senshusei e ci siamo allenati a fianco del Kidatai, la Polizia Antisommossa per un bel po’ di tempo, anche se il loro corso è durato nove mesi e il undici. Quindi si potrebbe probabilmente dire che il nostro corso è stato un po’ più difficile.

All the Senshusei had bloodied knees during the second phase (Dai Ni) of the Senshusei course

CHIERCHINI
Ebbene, da quello che racconti nel libro, sicuramente lo era! Che tipo di follia ti ha preso? Perché hai deciso di fare questa cosa? Capisco la sfida, ma dopo aver letto il tuo libro quello che ho davvero pensato è stato “Perché l’ha fatto?”. Qual era il tuo scopo? Era solo una sfida o qualcos’altro?

GRAY
È un’ottima domanda e, come saprai dal libro, ho fatto molta ricerca interiore. Inoltre, ho scritto il libro 13 anni dopo aver partecipato al corso, quindi è stata un’opportunità per riflettere con occhi forse più maturi. C’è un capitolo nel libro chiamato “My Everest” – forse te lo ricordi. In esso faccio un’analogia con il motivo per cui la gente scala l’Everest: perché lo fanno? È un’esperienza che mette a rischio la vita, è un’impresa molto dura e ardua, quindi perché lo fanno? Nel libro sostengo che in un certo senso probabilmente lo fanno perché è lì e loro sanno che c’è. Se ti piace l’alpinismo o l’arrampicarsi, allora è l’apice di quello che potresti fare, e finché non lo fai, è una specie di sensazione fastidiosa in testa, un costante “forse lo farò, forse non lo farò”. Quindi per un marzialista come me, mentre studiavo Aikido nel Regno Unito, il mio Everest era il corso Senshusei dello Yoshinkan Aikido. Non ero a conoscenza di nessun altro corso di arti marziali al mondo che durasse così tanto tempo e la cosa mi aveva affascinato. Era il mio Everest che dovevo scalare. Mi ero già allenato all’estero in precedenza, ho studiato Muay Thai Boxing in Thailandia, ma si trattava di periodi di due settimane alla volta. Il Corso Senshusei durava 11 mesi e dovevo farlo, perché sapevo che era lì e volevo mettermi alla prova e vedere se sarei riuscito a superarlo.

CHIERCHINI
Quindi alla fine riesci a vendere la tua roba, metti insieme i tuoi risparmi e vai in Giappone. Non parli una parola di giapponese, ho capito bene?

GRAY
Sì, non molto. A quel tempo avevo comprato un frasario e un audio CD e ho studiato un po’ prima di partire. Ricordo distintamente che mentre ero sull’aereo che volava verso Tokyo praticavo il giapponese con chiunque. Ricordo di aver avuto un audience di giapponesi sull’aereo che tornavano a casa dal Regno Unito. Praticavo le mie frasi sull’aereo, tanto determinato ero che, dato che volevo vivere in questo paese, era mia responsabilità (e parte del rispetto che provavo) di avere l’obbligo di imparare la lingua o almeno di fare del mio meglio.

CHIERCHINI
Questo fa parte della sfida complessiva, suppongo, perché non hai fatto solo un corso di Aikido. Prima di tutto hai preso parte ad un’esperienza culturale e sociale.
Sei lì, alla fine scopri dove si trova lo Yoshinkan Hombu Dojo ed entri. Cosa trovi?

Il busto di Kancho Gozo Shioda all’entrata dello Yoshinkan Hombu Dojo in Ochiai

GRAY
Sono rimasto piuttosto scioccato, se devo essere onesto, perché si ha un’immagine di come potrebbe essere lo Yoshinkan Aikido Hombu Dojo, e credo che la mia immagine di come sarebbe stato era probabilmente quella che ho trovato a Iwama, dove c’ è il dojo di Ueshiba sensei – sai, un dojo tradizionale. Quindi, trovo la strada per Ochiai che so che è dove sta il dojo, ma non mi riesce di trovarlo. Era in un palazzo di uffici e l’unico indizio dalla strada, se puoi immaginare una strada abbastanza trafficata, l’unico indizio dall’esterno era “Ai-Ki-Do” scritto sulle finestre. Il primo giorno ricordo di essere entrato in questo edificio pieno di uffici, ho preso l’ascensore (l’unica volta in cui ho usato l’ascensore, perché i senshusei non erano autorizzati a usarlo) e sono salito al secondo. Sono uscito verso sinistra e mi son trovato davanti la porta dello Yoshinkan Aikido Hombu Dojo. Due cose che mi hanno colpito: innanzitutto, la prima cosa è stata una grande statua di Kancho Gozo Shioda, un grande busto, quindi sapevo di essere nel posto giusto; l’altra cosa che mi ha colpito è stato il rumore, perché tutto quello che potevo sentire era “Osu! Osu!” e il suono di piedi nudi che correvano tutt’intorno al dojo.

CHIERCHINI
Alla fine sei entrato e hai praticato, ma la prima volta che ti sei effettivamente allenato nell’Honbu Dojo non lo hai fatto come partecipante al corso Senshusei, perché in pratica ti sei iscritto a una delle classi normali.

GRAY
Sì, esatto. Devo ammettere che la prima volta che sono entrato nel dojo ero piuttosto spaventato. Voglio dire, è una sensazione completamente diversa dall’entrare in un dojo nel Regno Unito. Ho provato una sensazione molto simile – e faccio questo paragone nel libro – all’entrare in una palestra di Muay Thai Boxe in Thailandia, perché sai di essere nel posto dove c’è il meglio del meglio: ed è un’esperienza che fa abbastanza paura.
Sono arrivato lì nel maggio 2005, quindi mi sono perso l’inizio del corso 2005-2006 e mi sono iscritto all’ippan, le lezioni aperte a tutti. Mi allenavo sulla stessa materassina dei senshusei, ma sul lato opposto del dojo. La cintura nera che ho ricevuto nel Regno Unito dallo Shudokan se ne è andata via e sono tornato cintura bianca. Ho iniziato ad allenarmi nei corsi generali, ma a dire il vero quelle lezioni per me non erano sufficienti e a volte non mi facevano nemmeno sudare. Non sentivo il livello di intensità che avevo provato allenandomi nel Regno Unito e una parte di me era un po’ delusa da questo. Sapevo che se volevo davvero praticare Aikido in Giappone e fare un’esperienza adeguata, dovevo essere dall’altra parte del tatami, dove avevo visto in prima persona che i senshusei venivano puniti, torturati, sgridati, dove c’erano le urla e gente che di dava da fare. È lì che volevo essere, quindi ho preso la decisione abbastanza rapidamente e non vedevo l’ora che iniziasse il corso 2006-2007.

Gli allievi del Corso Senshusei 2006-07 ritratti assieme il primo giorno del corso

CHIERCHINI
Quando finalmente è iniziato il corso, in quanti eravate? Quante persone vi prendono parte normalmente?

GRAY
L’anno prima del nostro mi pare che c’erano cinque persone, due giapponesi e tre studenti occidentali. Nel mio anno eravamo un gruppo piuttosto numeroso: eravamo in 13, due giapponesi e 11 occidentali, me compreso. Venivamo dal Regno Unito, Australia, Stati Uniti, Canada e Israele, quindi eravamo un gruppo di persone molto eterogeneo. Eravamo in tanti; all’inizio ci fu un incontro introduttivo e mi ricordo che una persona ha abbandonato dopo questa sessione, perché ci fecero stare a sedere in seiza, in posizione inginocchiata, per circa 40 minuti. Un ragazzo è scomparso dopo quell’incontro e non si è più visto. Alla fine si è ripresentato, ma non si è allenato con noi durante il corso, ha mollato.

Il seiza “infernale”

CHIERCHINI
Probabilmente ha fatto bene a farlo, vista la quantità di seiza che avete dovuto subire.

GRAY
È la cosa nascosta che non immaginavamo sarebbe stata una parte così importante di questi undici mesi di esperienza. Ne è stata una parte enorme a causa del dolore associato ad esso e chiunque qui sia rimasto seduto in seiza per più di 10 minuti sa di cosa sto parlando. Se non l’hai non te lo consiglio, ma se vuoi provarlo, prova per 40 minuti o forse anche un’ora e mezza… Un giorno sono stato in seiza per quattro ore con pause molto brevi, il che è stata un’esperienza orrenda.

CHIERCHINI
Simon, che tipo di allievo è il tipico praticante senshusei? Ce n’è uno, secondo te esiste un tipo specifico di budoka che va lì? In realtà, ho sentito che ci sono persone che non hanno mai fatto budo prima di partecipare – uno è l’autore di White Angry Pyjamas, per esempio.

Delizia post-zagaku!

GRAY
Sì, e ne sono rimasto piuttosto sorpreso, ad essere sincero, perché avevo letto da qualche parte che per fare il Corso Senshusei dovevi essere almeno una cintura nera di secondo grado in un’altra arte marziale. Per me aveva senso, perché se hai intenzione di passare 11 mesi di inferno, allora devi avere un certo livello di condizionamento fisico e una certa comprensione tecnica.

CHIERCHINI
Sicuramente è un controllo di qualità.

GRAY
Sì, e nel pacchetto informativo che mi era stato inviato nel Regno Unito si diceva che dovevi essere presentato da un istruttore di Yoshinkan Aikido, quindi dovevi essere raccomandato – e questa era stata stata la mia esperienza in Thailandia: per andare ad allenarmi dovevo essere presentato presso una particolare palestra. Quindi, quando ho iniziato il corso, sono rimasto piuttosto scioccato nello scoprire che c’erano persone che non avevano mai praticato arti marziali in precedenza e non si erano mai allenate nello Yoshinkan Aikido. Non ho mai capito del tutto come abbiano fatto a entrare nel corso, ma dopo averlo completato e aver compreso qualcosa di quello che questi corsi rappresentano, alla fine ho capito che il programma Yoshinkan Aikido è essenzialmente un modello di business: un modello che è progettato per far passare gli allievi attraverso una prolungata e assai difficoltosa esperienza, al fine di imparare le basi dello Yoshinkan Aikido e quindi per ottenere una licenza di istruttore,
Penso l’idea presenti una aspetto contradditorio: da un lato cercavano artisti marziali seri, ma si rendevano conto che per diffondere il verbo dello Yoshinkan Aikido, se qualcuno era interessato, beh forse era meglio accettarli e sperare che ce la facessero – sperare che si innamorassero dell’Aikido e andasero a diffondere il verbo a livello internazionale. Il messaggio erano un po’ confuso.

CHIERCHINI
Suppongo che questo sia sempre il dilemma: trovare un esperto e provare a insegnargli o trovare qualcuno che è fondamentalmente come una pagina e cominciare da capo. Simon, hai trascorso undici mesi nel dojo e hai iniziato con una certa idea in mente. Leggendo il tuo libro, ora so che a un certo punto hai davvero attraversato un tuo inferno personale, o dovrei dire più di una volta. Puoi dirci quanto sia stato davvero impegnativo? Abbiamo già detto che il seiza era terribile, ma in generale quanto è stato impegnativo, non solo in termini di ore di pratica: qual era la vera sfida quotidiana?

Simon riceve ukemi da Tsutomu Chida sensei, al tempo Dojo-cho dello Yoshinkan Hombu

GRAY
Lasciate che vi racconti una breve storia che c’è nel libro. A metà del corso, ricevevamo ospiti dall’estero che venivano a vedere la lezione dei senshusei. Ricordo di essere stato in una di quelle classi e di aver sentito gli ospiti parlare tra loro sul lato del tatami e dire: “Non sembra poi così male. Potrei farlo!”, e avevano assolutamente ragione. Quella particolare lezione non era stata poi così dura, ma ciò che rende il Corso Senshusei davvero difficile è il fatto che dura undici mesi ed è cinque giorni alla settimana per undici mesi – ci sono alcune pause per Natale e varie festività; in Giappone hanno molte feste nazionali, non me ne rendevo conto, ma è così.
Non è la lezione individuale che ti spezza o ha il potenziale per spezzarti. È la monotonia e la ripetizione, e se sei infortunato o malato non c’è tregua, devi andare avanti. Un modo per descriverlo, è un po’ come un processo di logoramento: se uso un’analogia con i samurai, non è un taglio che ti finisce, è una morte attraverso mille tagli. Ogni giorno hai un fastidioso infortunio, devi alzarti presto la mattina… E ricorda, oltre al fatto che ci dovevamo alzare molto presto, non c’era solo l’allenamento: dovevamo stare nel dojo, fare le pulizie, c’erano un sacco di doveri cerimoniali, c’erano enbu per cui dovevamo prepararci, dovevamo partecipare l’allenamento speciale estivo e a quello invernale, che iniziavano alle 7 del mattino, e quindi alcuni di quei giorni avevano cinque ore di allenamento. Abbiamo dovuto fare tutto questo per undici mesi. Ho avuto delle difficoltà lungo il percorso, come tutti. Fisicamente mi sono infortunato, ma penso che la cosa più difficile sia stata il lavorio mentale, la sfida mentale di presentarmi, alzarmi la mattina alle cinque e venti, prendere tre treni attraverso Tokyo e sapere che per le quattro o cinque ore successive sarei stato in un ambiente in cui ti sgridavano, urlavano addosso, dove il tuo tempo non è il tuo, il tuo processo decisionale non è il tuo, dove devi fare come ti viene detto e farlo alla svelta. È una cosa molto difficile da fare.

CHIERCHINI
Sì e penso sia importante sottolineare che questa non è la tipica esperienza dell’Aikidoka occidentale che va all’Aikikai Hombu Dojo per un paio di lezioni. L’ambiente è totalmente diverso: ho ragione a dire che è come essere in un campo di addestramento dell’esercito?

GRAY
È più o meno così, sì, è così che probabilmente lo descriverei. Non sono mai stato nell’esercito ma, come sai dal libro, faccio paragoni con la vita militare: penso che sia molto simile all’induzione che devi fare quando inizi il servizio militare, il tuo addestramento di base, ma la formazione di base non dura 4-6 settimane, dura invece 11 mesi. Perché alla fine si tratta un corso base, un corso sui fondamentali. Sai, forse all’inizio mi aspettavo che alla fine del corso il mio Aikido sarebbe nettamente migliorato. La realtà è stata che alla fine del corso le mie basii miei fondamentali, il modo stavo in kamae, come mi muovevo in kihon-dosa erano tutti molto, molto meglio, ma ero ancora un principiante. Come descritto da Chino sensei ero una “cintura nera baby”.
Per tutto il corso ho combattuto contro gli infortuni, come tutti, quindi non ti potevi mai allenare completamente in salute, non potevi mai praticare del tutto fisicamente integro. Si arriva alla fine con una buona immersione e comprensione della cultura giapponese e di cosa significhi praticare Aikido in Giappone, ma secondo me non ha elevato il livello del mio Aikido tanto quanto pensavo avrebbe fatto all’inizio.

Simon pronto per andare al lavoro!

CHIERCHINI
C’è un’altra difficoltà da aggiungere a quelle che hai avuto: non partivi con in tasca un qualche tipo di pensione! Come la maggior parte delle persone che fanno un’esperienza simile, hai dovuto sostentarti, prima di tutto perché c’è bisogno di un visto per rimanere in Giappone così a lungo. Di nuovo, non stiamo parlando della tipica esperienza del turista di Aikido che va in Giappone per allenarsi per un paio di settimane con un visto turistico. In realtà dovevi bilanciare la vita con tutto quello che hai appena descritto, oltre a vivere in Giappone come uno stipendiato. Puoi parlarci un po’ di questo?

GRAY
Avevo bisogno di un lavoro e avevo bisogno di trovarlo in fretta, perché per rimanere in Giappone per un lungo periodo di tempo era necessario un visto. Inizialmente sono andato in Giappone con un visto turistico, ma la promessa dell’Hombu Dojo, nei documenti che mi hanno mandato prima dell’inizio del corso, era che avrebbero potuto aiutarmi a ottenere un visto culturale, perché effettivamente questa è stata un’esperienza culturale. Quando sono arrivato in Giappone, ho capito abbastanza rapidamente che questa non era un’opzione, quindi avevo l’obbligo di trovarmi un lavoro per ottenere un visto e anche avevo bisogno di un lavoro per vivere. Una giornata tipo per me era la seguente: in piedi alle cinque e venti del mattino, prepararsi, viaggiare in treno per arrivare al dojo, fare tre lezioni, fare tutti gli inchini, raschiare e pulire, andar via verso le due; di solito avevo circa un’ora per recarmi da qualche parte in una delle scuole Berlitz – ho trovato lavoro per una scuola di lingua inglese – quindi insegnare in Berlitz dalle 15:00 alle 22:00 la sera. Era una giornata molto molto lunga e dovevi essere te stesso: eri sempre in mostra, per così dire, perché sul tatami, all’Hombu Dojo, dovevi essere presente, dovevi essere reattivo, dovevi ascoltare, e poi quando insegnavo inglese non potevo mica addormentarmi, non potevo distrarmi, perché avevo studenti a cui insegnare. Quindi, mentalmente dovevi essere in funzione per una buona parte della giornata, poi tornare a casa velocemente, dormire un po’ e poi tutto ricominciava il giorno successivo.

CHIERCHINI
Hai ricevuto un qualche tipo di insegnamento filosofico? Oggi si fa un sacco di filosofia attorno all’Aikido e a volte sembra che ci sia più filosofia che allenamento. Durante questi undici mesi, c’è stato qualcosa di quel genere o era solo allenamento?

GRAY
In termini di ciò che ci hanno insegnato in Giappone, è stato molto fisico. Quello che ci proponevano erano movimenti fisici. Avevamo una lezione settimanale chiamata zagaku – zagaku significa star seduti e imparare – e non si trattava comunque di una sessione di meditazione. Era un evento in seiza in cui Inoue Kancho, il caposcuola dello Yoshinkan, veniva e chiedeva a ciascuno di noi (non sapevamo mai a chi avrebbe chiesto, erano due di noi ogni volta) di contribuire con un hansei , una riflessione e uno shukan, un’abitudine. Dovremmo esprimerci in giapponese e poi ricevere feedback da uno dei sensei o da Inoue Kancho stesso. Zagaku era più sul filosofico, si trattava di un esercizio di auto-riflessione, ma nella mia esperienza non c’era davvero nulla di spiritualmente profondo che veniva insegnato in quel contesto. Verso la fine, quello che ho provato – e lo si capisce verso la fine del libro – è stata un’esperienza profondamente spirituale a livello personale. Quando ti sottoponi a un livello di difficoltà in un ambiente molto diverso, in una cultura diversa, impari tante cose su te stesso. Durante quel corso ho scoperto molto su me di me e ho imparato molto sulla forza e sulla disciplina mentali, ed è solo quando arrivi alla fine di qualcosa del genere che credo che quella aspetto spirituale, più profondo emerge. Viene fuori come per caso, a causa dell’esperienza che hai avuto.
Sai che non pratico più l’Aikido, ma sono ancora in contatto con la maggior parte dei sensei anziani in tutto il mondo. Stavo parlando con uno di questi insegnanti internazionali online su Messenger e gli ho detto che non pratico più Aikido, ma l’Aikido è ancora nel mio cuore e lo è moltissimo, perché l’Aikido per me è un principio di vita. Ma gari non mi alleno più sul tatami, ma pratico nella vita quotidiana.

I Senshusei visitano il dojo di Ueshiba a Iwama

CHIERCHINI
C’è una frase che ripeti più volte nel tuo libro: che eravate “il livello più basso di vita all’interno del dojo”.

GRAY
Vero.

CHIERCHINI
Puoi spiegarci cosa vuol dire? Perché suppongo che ai nostri occhi il dojo sia uno e tutti siano uguali. C’è un livello di rispetto per l’istruttore, ma senior, junior, sensei più o meno sono la stessa cosa. Questo non è il tipo di situazione che hai trovato all’interno dello Yonshinkan Hombu Dojo.

Inoue Kancho durante il Kagami Biraki del 2007

GRAY
No, c’era una gerarchia molto rigida nel dojo: Kancho in cima, Senshusei in fondo. Anche se facevamo il percorso più duro, sebbene fossimo sulla pista dell’avanzamento veloce, per così dire, se arrivava un nuovo allievo e si iscriveva quel giorno, era più importante ed era visto come più importante dei Senshusei. Noi facevamo tutti i lavori che nessuno voleva fare, tutte le pulizie, servivamo le bevande e roba simile. Era una cosa a doppio senso, tuttavia, perché da un lato ci veniva detto che eravamo più bassi dei infimi e dovevamo subire tutti quei lavori che nessuno voleva fare, ma dall’altra chiunque fosse Senshusei – durante corso e sicuramente chiunque avesse completato il corso – poteva andare ovunque nel mondo ed entrare in qualsiasi dojo di Aikido e guadagnare un livello di rispetto immediato per aver preso parte quel corso.

CHIERCHINI
Sempre nel libro c’è una bella frase: “Cadi sette volte, rialzati otto”. Questa è la filosofia di base, sì?

GRAY
Nana korobi ya oki, cadi sette volte, rialzati otto. È proprio all’inizio del libro: è un proverbio giapponese che riassume cosa significa essere un Senshusei e penso anche cosa significhi vivere. Se guardiamo l’ambiente in cui ci troviamo in questo momento – come mondo stiamo affrontando collettivamente la pandemia di coronavirus – dobbiamo alzarci ogni giorno e andare avanti, non importa quali notizie che riceviamo, la quarantena… Dobbiamo solo andare avanti e questo è proprio lo spirito Senshusei.

Due dei grandi dello Yoshinkan Aikido presso l’Honbu Dojo il giorno degli esami pwe shodan degli Senshusei (2007): Inoue Kancho e Chida Dojocho

CHIERCHINI
Puoi parlarci del tuo eame di Shodan? Ti sei allenato per così tanto tempo per farlo, hai fatto diversi test si prova, ecc. Quando l’hai fatto davvero, come è andata?

GRAY
Negli sport da combattimento c’è un detto che recita “allenarsi duramente, combattere facilmente” e io ci ho sempre creduto. Per i miei combattimenti di Muay Thai mi alleno duramente, quindi nella speranza che il combattimento sia facile – comunque raramente lo sono stati. In relazione al test per shodan, se riesci a immaginare di fare qualcosa così tanto da non doverci più pensare, sentire il comando e istantaneamente il tuo corpo risponde – che è un po’ come l’intera filosofia di Bruce Lee “Io non colpisco, il colpo colpisce”. Eserciti le cose a una tale intensità che poi rispondi automaticamente.
La cosa più difficile dell’esame di shodan è stato probabilmente il fatto che dovevamo stare in seiza prima di dover saltare in piedi e correre a raggiungere le nostre posizioni in kamae, pronti per essere testati. Questa era probabilmente la cosa più preoccupante, perché conoscevo le tecniche a fondo. Sapevo di poter fare una buona figura, ma la difficoltà è cercare di alzarti in piedi con gambe che non riesci a sentire, e riuscire a fare qualsiasi cosa decentemente, questa era la vera paura per tutti noi. Ci era stato permesso di strisciare letteralmente fuori dal dojo e di sgranchirci le gambe appena prima che ci venisse richiesto di alzarci e fare l’esame, ma poi siamo dovuti tornare indietro e rimetterci in seiza, saltare in piedi e metterci in posizione.
Non è stata una prova particolarmente dura. Penso che il mio test di shodan nel Regno Unito sia stato probabilmente più duro, ma poi non mi sono allenato così duramente come ho fatto per il mio test di shodan in Giappone.

CHIERCHINI
La struttura didattica del corso prevedeva che fondamentalmente tutti i principali sensei conducevano le lezioni seguendo una rotazione abbastanza casuale, se ho capito bene. Non c’era un piano specifico, non sapevate chi sarebbe uscito dalla porta e avrebbe tenuto la lezione vera e propria. Tra il sensei e voi ragazzi c’erano due figure, i vostri supervisori – chiamiamoli così. Puoi spiegarci come si comportavano con voi i Sewanin?

Il 16° Corso Internazionale Senshusei esegue tecniche di kihon-waza al Kagami Biraki Enbu presso l’Hombu Dojo di Ochiai a Tokyo, Giappone

GRAY
Sewa significa prendersi cura e nin significa persona, quindi tecnicamente queste persone erano lì per prendersi cura di noi. La realtà è che non erano davvero lì per prendersi cura di noi, erano lì per applicare il rituale e la routine del dojo, per assicurarsi che non uscissimo fuori dalla linea. Con i sewanin ho avuto un rapporto complicato. Erano due tipi molto diversi, un canadese e un inglese. Erano lì per fare un lavoro e all’epoca, sai, la metà del tempo non li potevo sopportare. Perché ci mettevano pressione, ci urlavano e strillavano addosso. Tutto ciò che Facevamo non era mai buono abbastanza.

CHIERCHINI
C’era un discreto livello di abuso?

GRAY
Sì, c’era, c’era. Sai, oggi viviamo in un mondo molto diverso; stavo parlando di questo argomento con qualcun altro: oggi sarebbero permesso questo tipo di abuso, gli strilli e le urla? Probabilmente no, perché ci siamo evoluti nella direzione di rimuovere o cercare di rimuovere quel tipo di comportamento dalla società. Ho avuto un rapporto molto controverso con i sewanin, ma devo dire – e questo credo che sia chiaro dal libro – che avevano un lavoro da fare. Stavano imparando a essere sewanin, proprio come io stavo imparando a essere senshusei, e i sewanin erano stati in precedenza dei senshusei. Senza i sewanin e senza come ci hanno trattati, non avrei avuto l’esperienza che ho avuto. L’esperienza che ho fatto in Giappone è stata resa ancora migliore grazie a entrambi i sewanin, che mi hanno spinto oltre il mio limite e poi ancora oltre. Quindi senza i sewanin non ci sarebbe stato quel livello di difficoltà. A volte penso che devi andare dritto nel profondo di te stesso in termini di difficoltà per crescere e imparare davvero. Devi spingerti così lontano dalla tua zona di comfort, è allora che cresci davvero.
Ho scritto il libro, inviato una copia firmata a entrambi i sewanin, ma non ho ricevuto risposta da nessuno dei due. Si spera che, dopo averlo letto, sappiano che la mia intenzione nello scrivere il libro era di ritrarre una visione onesta di come mi sentivo nei loro confronti in quel momento, ma anche di ritrarre una visione onesta di quanto sono grato verso di loro per quello che hanno fatto, anche se in quel momento non capivo veramente che quello che stavano facendo mi avrebbe giovato a lungo termine.

CHIERCHINI
Hai passato 11 mesi a stretto contatto con gli altri e ne è nata una vera amicizia. Suppongo che ci siano stati momenti in cui vi siete scontrati, ma anche momenti in cui vi siete divertiti molto insieme. Puoi raccontarci qualcosa sulle persone che erano con te? C’era anche una donna, è importante sottolineare che questo corso non è solo una cosa per maschi.

GRAY
No, per niente. C’erano 12 uomini, me incluso, e una donna, Victoria, dal Canada. Abbiamo formato un legame davvero molto stretto come gruppo. La cosa interessante di quel gruppo è che eravamo tutti assieme in un’esperienza culturale molto difficile in Giappone, e tutti abbiamo portato esperienze culturali molto diverse in termini di come siamo stati allevati o com’è vivere nei nostri paesi. A volte ci siamo scontrati, come è naturale. In un gruppo come quello si diventa più amici delle persone maggiormente simili a te e si formano naturalmente gruppi all’interno del gruppo. Ma ciò che era davvero molto evidente è che se qualcuno provava a dar noia ai senshusei sulla materassina, cosa che a volte accadeva quando gli allievi deli corsi normali si allenavano con noi, raggruppavamo come un’unica unità e ci assicuravamo che ci fosse un adeguato ritorno.
Anche se abbiamo discuso e litigato – sai, è come un matrimonio: magari si litighi e bisticcia, ma se qualcuno sfida quell’unità, Ci si riunisce. Come ho scritto all’inizio del libro, eravamo dodici fratelli e una sorella in armi e quella canzone dei Dire Straits (Brothers in Arms) è stata una specie di inno su come ci sentivamo l’uno nei confronti dell’altro e su cosa avremmo fatto luno per l’altro.
Sono ancora in contatto con la maggior parte dei miei compagni, e sono molto molto vicino a due o tre di loro, come Ronan e Matt che era venuto dal Regno Unito a fare il corso con me. Ho un legame molto stretto con entrambi e sono ancora in contatto regolare con loro; mi sento con Ronan quasi tutti I giorni. Non ci saremmo mai incontrati, lui ha un background molto diverso dal mio, ma si attirano le persone e ci si avvicina alle persone con cui si ha qualcosa in comune. All’interno del gruppo dei senshusei eravamo comunque un’unità compatta, assolutamente.

Il giorno della cerimonia di graduazione

CHIERCHINI
Vorrei chiederti una cosa a cui puoi rispondere o che puoi evitare, se preferisci.

GRAY
No, no, voglio risponderti. Ecco, non avrei dovuto dire una cosa del genere, vero?

CHIERCHINI
Lo Yoshinkan Aikido funziona davvero? Oppure non importa se funziona o meno?

GRAY
OK, grossa domanda. Mi piace e ho una visione assai specifica su questo. Prima di darti la risposta, credo di essere in qualche modo qualificato per rispondere a questa domanda, essendomi allenato in altre arti marziali. Perché la vera domanda è: l’Aikido funziona? E poi all’interno di questo: lo Yoshinkan Aikido funziona? La mia risposta alla domanda è che dipende dal praticante. Sono stato sui tatami e ho visto gente fare cose ad altri con l’Aikido che non era possibile fingere. Ho sentito delle tecniche applicate su di me – anche da qualcuno molto più piccolo di me, molto più leggero di me – la cui potenza era incredibile e non io non ero in grado di sopportare quel dolore. Chino sensei, per esempio, che ho davvero rispettato durante il corso e ha passato molto tempo a insegnarci. Forse non è il sensei più popolare nei circoli Yoshinkan, ma io posso solo giudicare per quello che ho provato, la sua tecnica e la sua incredibile forza.

Simon Gray con Susumu Chino sensei nel nuovo Yoshinkan Hombu Dojo a Takadanobaba (2010)

Dipende dal praticante e dipende da ciò per cui si viene ad imparare Aikido. Credo che l’Aikido sia un’arte marziale molto diversa dalle altre. Se vai a fare Muay Thai, o se vai a fare Brazilian Jiu Jitsu, in cui mi stavo allenando in Giappone contemporaneamente al corso per Senshusei – sai che c’è un’aspettativa che tu faccia sparring. Si tratta di un combattimento libero per mettere alla prova le proprie abilità. Nell’Aikido questo non esiste. C’è il jiyu-waza, ma il jiyu-waza non è veramente una pratica libera, non stai davvero mettendo alla prova le tue abilità. Quindi puoi studiare l’Aikido senza mai testare veramente la tua efficacia nell’Aikido, perché non c’è lo sparring o il tipo di elemento di competizione che ti permette di testare la tua abilità nell’arte. Ora, non c’è necessariamente niente di sbagliato in questo e significa che l’Aikido attrae persone che non desiderano mai combattere, attrae persone che amano la bellezza dell’arte, il movimento fisico dell’arte. Magari vogliono farlo per mantenersi in forma, potrebbero volerlo fare per ragioni sociali, senza voler mai mettersi alla prova in un confronto fisico, e allora va assolutamente bene. Ci sono altri come me che volevano esplorare l’Aikido per testarne l’efficacia in un confronto. Con quella mentalità, motivo per cui il tutto torna al praticante, se hai una mentalità marziale con l’Aikido, l’Aikido funziona. È tutto? Puoi fare affidamento sull’Aikido in qualsiasi situazione? Probabilmente no. Puoi fare affidamento su una qualsiasi arte marziale in qualsiasi situazione? Probabilmente no. Ho studiato Muay Thai per 25 anni: se qualcuno mi porta a terra, avrò bisogno di qualcosa di diverso.
Questa è una risposta molto prolissa a una domanda molto breve e la risposta è sia sì che no. Il mio problema – e penso che questo sia il problema di altre persone con l’Aikido – è che a volte si assiste a dimostrazioni in cui si vede lo studente, l’uke, volare in giro come per magia. Non mi piace vederlo, a me piace vedere una tecnica efficace e una risposta realistica. Esiste un lato più artistico nell’Aikido e questo perché non è studiato puramente come arte marziale, le sue abilità marziali.

CHIERCHINI
OK. Ottima risposta, diplomatica, ma anche vera.

Sabato 28 ottobre 2006 il 16° Senshusei Internazionale si esibisce nel corso del 51° All Japan Enbu a Tokyo, in Giappone

GRAY
Ho incontrato persone sul tatami che, se avessero usato il loro Aikido su di me, non avrebbe funzionato, mentre mi sono trovato di fronte a persone che quando usavano il loro Aikido su di me funzionava. Penso che sia una forma di autodifesa, ma c’ è anche bisogno di altre cose: devi imparare a colpire – l’Aikido non ti insegna davvero a colpire, anche se Kancho Shioda, secondo quanto riferito, diceva che colpire con atemi è il 70% di un combattimento. Non si colpisce un granchè, e se finisci a terra sei abbastanza nei guai. C’è qualcosa nel libro – non voglio dilungarmi, perché bisogna leggere e seguire l’intera storia prima di capirlo – a volte può esserci un’arroganza o un ego nell’Aikido, conseguenza di cui l’Aikido diviene la risposta a tutti i problemi e a tutte le situazioni conflittuali. Nel libro racconto di quando chiesi a uno degli istruttori: “Cosa succede se un praticante anziano di Aikido viene messo a terra in una rissa? Che cosa gli accadrà? Riuscirà a usare il suo Aikido per sopravvivere?”. La risposta che ho ricevuto è stata la seguente: “Beh, i principi dell’Aikido lo aiuteranno a trovare un modo”, e per me questo non ha senso. Se vuoi combattere a terra, devi esercitarti a terra. Se vuoi combattere in piedi, devi esercitarti in piedi. In una situazione di reale, I principi ti aiuteranno parzialmente, ma non si può fare a meno di un apprendimento esperienziale.

CHIERCHINI
Certamente. Se i principi fossero sufficienti, non ci sarebbe l’allenamento.

GRAY
Esatto. Leggi un libro e prova a usarlo in una situazione da strada. Una volta, dopo che il corso era finito, una delle cinture nere che ci ha insegnato, uno degli istruttori – complimenti a lui, provo molto rispetto per questa persona – è venuto a provare una lezione di Brazilian Jiu Jitsu con me a Tokyo. Siamo andati a terra, abbiamo combattuto insieme e lui non sapeva cosa fare. Non aveva risposte.

CHIERCHINI
Perché non aveva mai visto niente del genere prima.

GRAY
Sì, non si era mai allenato a terra, ma non aveva un ego che gli faceva dire: “Ehi, con l’Aikido posso fare tutto”. Era pronto a mettersi in una situazione diversa e ha capito che a ciascuno bisogna riconoscere il suo.

Questo video è stato girato da Fight! Japan e mette in risalto la vita a Tokyo durante il 16° Corso Internazionale Senshusei (2006-2007)

CHIERCHINI
Non pensi che a volte, non dico sempre, ma spesso nell’Aikido ci sia un approccio da religione? Come se stesse man mano diventando una religione e le persone accettano fideisticamente e credono in cose che non hanno effettivamente sperimentato di persona, oltre a sopravvalutare un bel po’ quello che possono o non possono fare? Cosa vedi per l’Aikido in futuro? C’è un futuro per l’Aikido?

GRAY
Penso che ci sia un futuro per l’Aikido, ma credo che i praticanti di Aikido debbano essere molto onesti con se stessi, e che gli insegnanti di Aikido debbano essere molto onesti con se stessi in termini di ciò che stanno insegnando: stanno insegnando un’arte che bella a vedersi, otima da praticare – beh, a parte il seiza – o stanno insegnando come difendersi e/o affrontare il confronto? Per me, la bellezza dell’Aikido è ciò che ho ricevuto dall’Aikido dopo aver smesso di praticarlo, ossia la comprensione del suo principio. C’è una citazione di Kancho Gozo Shioda in fondo al libro, la includo nelle conclusioni, qualcosa che disse tanti anni fa, ma che è molto rilevante al giorno d’oggi. Riguarda questo famoso argomento, l’armonia. La gente parla di Aikido come la via dell’armonia e la gente non capisce bene cosa significhi realmente quell’armonia. L’Aikido può essere molto molto brutale nei fatti, ma il principio dell’Aikido e la relazione tra shite e uke – come l’Aikido si differenzia in quanto arte marziale – è che non si tratta di scontrarsi direttamente con qualcun altro, si tratta di assorbire la sua energia e reindirizzare quell’energia da qualche altra parte. È una cosa molto molto bella. Si tratta di una cosa molto difficile da imparare ed è un principio per la vita,, dove tutti ci troviamo davanti il confronto, tutti dobbiamo affrontare sfide. Invece di andare direttamente gli uni contro gli altri, il che esaspera il problema, è molto meglio, come ho descritto nel libro, uscire dai binari e lasciare che la negatività scivoli oltre. Se tutti facessimo questa semplice cosa un po’ di più, ci troveremmo in un mondo molto migliore.
L’Aikido per me è molto più di una serie di movimenti, è molto più di una serie di forme, è molto più del sistema sviluppato da Yoshinkan, e spero che l’Aikido continui a lungo nel futuro.

CHIERCHINI
Puoi parlarci dei progetti che hai in cantiere? So che ultimamente sei stato molto impegnato.

Simon impegnato a registrare il suo audiolibro “Suck It Up or Go Home”

GRAY
Ovviamente ho scritto il libro – che puoi vedere dietro di me – Suck It Up or Go Home. Adesso lo sto convertendo in un audiolibro, quindi sono stato in uno studio di registrazione, a registrare tutto quel contenuto. Ora sto controllando le modifiche di questo grosso progetto: mi sembra di star facendo di nuovo il corso!
Ogni volta che leggi o ascolti il tuo libro, ti vengono in mente cose come: “Oh, forse dovrei cambiare questo… Forse dovrei cambiare quello…”. Bisogna avere la disciplina di dire: “Fermati, è finita. L’ho scritto in questo modo e punto”. È un grande progetto, l’obiettivo è di pubblicare l’audiolibro prima di Natale e sto facendo un sacco di lavoro promozionale.
Sebbene il libro piacerà naturalmente agli artisti marziali, volevo che fosse un libro che aiutasse le persone con capacità di recupero mentale. Nel mondo in cui viviamo oggi, stiamo affrontando alcune delle sfide mentali più difficili che abbiamo mai affrontato. C’è pressione finanziaria, c’è pressione emotiva, in alcuni casi le persone non possono lasciare le proprie case, quindi le giornate stanno diventando molto ripetitive, in modo molto simile a quelle del corso Senshusei. Ho scritto il libro su diversi livelli e, a seconda di quello che si va cercando, spero che nel libro lo si possa trovare: i marzialisti troveranno una storia sulle arti marziali; chi vuole trovare una storia su un viaggio spirituale, spero che ce la trovi; chi vuole scoprire com’è vivere e lavorare in Giappone, potrà trovarlo; e se qualcuno vuole intraprendere un viaggio per capire cosa sia la resilienza mentale e come costruirla, spero che anche loro troveranno qualcosa di utile nel libro. Le mogli di parecchi miei amici l’hanno letto, e non hanno mai praticato arti marziali: ha fatto sorridere alcune di loro, altre le ha fatte piangere, perché queelo che cerco di far fare è un viaggio emozionale.
Per tornare alla tua domanda, sto cercando di diffondere un messaggio, perché onestamente credo che una volta letto il libro e capito fino in fondo il messaggio che sto cercando di trasmettere, potrebbe avere una profonda influenza sulla vita del lettore e sulla direzione da scegliere nel proprio modo di vivere futuro.

CHIERCHINI
OK, Simon, grazie mille, molto illuminante.
Amici! Comrate il libro! Simon, dove possono acquistarlo?

GRAY
Il posto migliore per acquistare il libro attualmente è Amazon. È disponibile in versione per Kindle, tascabile e rilegato. L’audiolibro è quasi pronto, ma bisogna aspettare ancora un po’ prima che esca.

CHIERCHINI
Perfetto! Grazie mille, Simon, e speriamo di rivederci per il tuo prossimo libro.

GRAY
Grazie e a presto!

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Per incontrare i personaggi, visitare i luoghi e scoprire di più sul libro, trova Suck It Up Or Go Home su Facebook: https://www.facebook.com/suckituporgohome


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