Dal Kōdōkan Jūdō al Kobudō Kenkyukai II: Kanō Sensei e la Sensazione dell’Incompletezza del Jūdō


Nel formulare il Kōdōkan Jūdō, Jigorō Kanō aveva escluso le tecniche di armi dal suo programma tecnico, seguendo quella che era la sensibilità del tempo. Successivamente, decise di modificare questa sua impostazione sulla base dei suoi studi giovanili e dei contatti con gli specialisti contemporanei di Budo

di ADRIANO AMARI

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Nella costruzione del Kōdōkan Jūdō, realizzata tra il 1882 e il 1906, Kanō sensei aveva escluso le tecniche con le armi dal suo programma tecnico, se si escludono alcuni attacchi di spada e coltello nelle forme di difesa contenute nel Kime no Kata, a sua volta ispirato ai principi di una delle scuole che padroneggiava, il Tenshin Shin’yō Ryū.

Come ho scritto nell’articolo precedente [1], gli scritti di Kanō sensei motivano la sua scelta ad una sensibilità di quello che era, secondo lui, lo spirito di quel tempo. In seguito, però, il fondatore del Jūdō modificò il suo pensiero: ricordava anche le altre esperienze fatte negli anni della formazione, gli altri suoi studi e i contatti con vari maestri di Arti Marziali suoi contemporanei, così elaborò una nuova linea di ricerca tecnica e didattica.

Le esperienze di Jigorō Kanō sensei nelle Koryū

La sua prima scuola fu il Tenshin Shin’yō Ryū (天神真楊流 – La Scuola dello Spirito del Salice di Spirito Divino) di Fukuda Hachinosuke sensei, scuola specializzata negli Atemi e nella lotta a terra con leve articolari e strangolamenti. Era una scuola di recente fondazione, Fukuda sensei apparteneva alla seconda generazione del sōke, dedicata alla difesa personale. In questa disciplina Kanō sensei ricevette il Menkyo [2].

La scuola Tenjin Shin’yo Ryu (天神真楊流)

La seconda scuola seguita da Kanō sensei, in seguito la morte dei principali maestri della prima, fu il Kitō Ryū (起倒流), scuola ben più antica, risalente al XVII secolo, in origine una disciplina completa (Sōgo Bujutsu) che comprendeva: Yawara (lotta) e Yoroi Kumiuchi (lotta in armatura), Iai, Jinkama (Falce da Battaglia) e Bō. Ai tempi di Kanō l’insegnamento era ristretto al solo Yawara, vale a dire le “Tecniche di Lancio” o Nage Waza. Il Kitō Ryū è considerato una delle quattro principali scuole storiche di Jū Jutsu insieme al Takenouchi Ryū, il Seigō Ryū e il Sekiguchi Ryū. All’interno di questa scuola Kanō sensei trovò la trattazione della teoria Yang-Yin, qui simboleggiata da “Ki” (起 – Luce, Ascendere) e “Tō” (倒 – Buio, Abbassare) e l’idea di “Ran” o “Confronto Libero di Tecniche”. Anche se la parte armata del Kitō Ryū era ormai trascurata, il Maestro ne fece qualche esperienza. Anche del Kitō Ryū Kanō sensei ricevette il Menkyo [3].

Kito Ryu (起倒流)

Meno conosciuta è l’esperienza che il Maestro fece nella scuola Yagyū Shingan Ryū (柳生心眼流 – La Scuola Yagyū dell’Occhio della Mente) che prevede Kenjutsu, Jū Jutsu (di tipo molto particolare), Bōjutsu, Naginatajutsu, Iaijutsu. Lo studio di Kanō sensei fu solo nel campo del Bōjutsu, senza arrivare a riceverne un riconoscimento, ma comunque abbastanza approfondito [4].

Kanō sensei inoltre fece una ricca raccolta di moltissimi testi originari di svariate scuole e ebbe numerosi incontri con importanti esponenti di queste. La sua cultura nelle Arti Marziali tradizionali così come in quelle emergenti era vasta e approfondita.

Jigorō Kanō sensei, il Jūdō e le armi

Nel 1918, in un articolo sulla rivista del Kōdōkan, “Jūdō”, Jigorō Kanō sensei scrisse l’articolo “Discorso sui tre livelli del Jūdō”. Nel testo il Maestro afferma:

(…) Uno degli obiettivi del Jūdō è imparare l’arte dell’attacco-difesa. È una tecnica in cui, ad eccezione di alcuni casi come l’esercizio Kata, in generale, ci si allena a mani nude e in cui, a questo proposito, sto pensando in questi giorni di introdurre alcune novità…” e ipotizza la pratica dei Kata di Kendō (il Nihon Kendō Kata era stato ufficializzato nel 1912 e pensato anche per la pratica nelle scuole, dove allora il Kendō era obbigatorio), “…In questo modo, imparate a colpire o stoccare l’un l’altro, così come a fermare e schivare questi colpi, questo è ciò che vorrei, incorporare un po’ di Kata dei già attivi insegnamenti di Kendō nel Jūdō come un allenamento quotidiano (…)”.

Un ritratto dall’infanzia di Jigoro Kano (a destra)

Il Maestro continua: “(…) Permettetemi di spiegare che le lance, la Naginata e altre armi usate per difendersi da un attacco dovrebbero essere inclusi nello studio del Jūdō. Spade e bastoni, tuttavia, hanno la maggior parte degli usi come armi, mentre il Kendō è uno degli elementi essenziali della conoscenza del Jūdō, quindi deve essere incluso al suo interno.
È necessario non solo come Kata ma anche come una forma di competizione…”
.

Da questo scritto possiamo evidenziare alcuni punti:

  • Kanō sensei riconosce l’importanza dello studio delle armi tanto da proporre lo studio dei Kata di Kendō nell’attività didattica ordinaria del Kōdōkan, Kendō che già trovava spazio (penso Kihon e Suburi) nelle stesse lezioni;
  • Anche altre armi vanno inserite nello studio ma soprattutto il Kendō (cioè la Spada) è essenziale (“…insomma il Kendō contiene degli elementi che sono essenziali per il Jūdō…”;
  • Va trovata una forma di competizione che utilizzi le armi, evidentemente “differente” da quella già in uso.

Il Maestro auspica un interscambio: “(…) i praticanti di Kendō vedono la necessità di imparare il Jūdō come essenziale, quindi credo che il Jūdō e il Kendō attuale dovrebbero essere uniti (…) anche scambi di studio con Boxe, Sumō e Savate (…)” e riconosce: “(…) le armi che perseguono l’obiettivo di difendere contro un attacco dovrebbe essere incluse nello studio del Jūdō (…)”.

È una visione molto aperta e costruttiva.

Lo studio incessante di Kanō sensei l’aveva portato a comprendere come le Arti Marziali giapponesi fossero tutte in relazione con la scherma di spada, rendendosi conto dell’altissimo valore tecnico e didattico delle discipline armate e che il settore Atemi del Jūdō dovesse essere rinnovato. Sono registrati numerosi viaggi del Maestro attraverso il paese per incontrare e instaurare rapporti con sōke o sensei di alto grado di diverse discipline. In questi viaggi conobbe ad Okinawa il Karate, in un altro si recò presso il santuario di Katori per rendersi conto di persona della leggendaria scuola di Iizasa Ienao. Gli fu offerta una dimostrazione completa da parte dei principali istruttori della scuola. Fu un colpo di fulmine per il Maestro, che volle assicurarsi la docenza di questi istruttori presso l’istituzione che aveva in mente di realizzare.

Kano e un altro famoso spadaccino: Takano Sakaburo

Kanō sensei aveva maturato una importante evoluzione del suo pensiero e si era maggiormente reso conto come il contenuto delle scuole tradizionali, in primis quelle di spada, fosse troppo grande e troppo importante per essere messo da parte. In quei tempi giravano ancora spadaccini formidabili, il livello tecnico del Kendō in formazione ereditava una perfezione disciplinare inarrivabile. Di questi principali esponenti ve ne erano parecchi molto conosciuti come Takano, Nakayama, Naitō, Shirai, e altri meno famosi, come i vari sensei delle Koryū decentrate.

Problemi e deviazioni nel Jūdō

Nel 1926 Jigorō Kanō era piuttosto deluso dall’eccessiva importanza che nell’ormai diffusa pratica del Jūdō veniva data alle competizioni, si rammaricava del distacco dai suoi ideali formativi e dalle sue linee didattiche che si verificava in molti corsi di Jūdō. Si era reso conto, inoltre, che al Jūdō mancavano delle parti, importanti, che ai tempi aveva ignorato. Si lanciò allora nel nuovo e impegnativo progetto, cercando di concretizzare così molte delle ricerche che aveva già portato avanti per tutta la vita.

Analizziamo alcune parti del testo “Il Kōdōkan Jūdō” pubblicato sulla rivista “Sakko” del Marzo 1926 [5]:
(…) l’arte del Jūdō o del Jū Jutsu, insomma, è l’applicazione di varie teorie che comprendono «anche» il principio Jū-no-Seigō [6] (…)”.

Questo è un aspetto importante che Kanō sensei sottolinea per supportare l’evoluzione del suo scritto nelle righe seguenti. Un punto che oggi non è abbastanza chiaro o che viene frainteso: l’aspetto “Jū” non basta [7], deve essere accompagnato dall’aspetto attivo/duro/forte “Gō”.

Il Maestro continua: “(…) Alla domanda se si possa definire il vero contenuto dei termini “Jū Jutsu” e “Jūdō”, suggerisco questo: l’Arte (Jūjutsu) o la Via (Jūdō) della massima efficienza nell’uso dell’energia…”
Qui “cadono”, nelle parole del Maestro, molte delle prevenzioni già rivolte da istruttori o studiosi verso il Tradizionale (Jū Jutsu) e ancora oggi sostenute da chi ritiene il Jūdō, magnifica disciplina, sia assolutamente il definitivo superamento delle scuole storiche e la sua evoluzione, e che non sia più utile lo studio delle scuole antiche [8]. Il concetto di “Massima efficienza nell’uso dell’energia” è comune, trasversale, appartiene a tutte le scuole di Arti Marziali.

Kano sensei e il famoso spadaccino Nakayama Hakudo (a destra di Kano sensei nella foto)

“…una volta capito di cosa tratta il contenuto, i nomi diventano secondari e puoi usare “Jū Jutsu” se enfatizzi la tecnica, o ” Jūdō” per enfatizzare la Via e capire: «i principi della Via»…”
Ci siamo? Andiamo avanti!

“…secondo la comprensione comune, il Jū Jutsu fa parte del Bujutsu (L’Arte [per la] Guerra), come il Kenjutsu (maneggiare la spada) e il Sōjutsu (lancia); perché allora si combatte nel Jū Jutsu a mani nude senza l’ausilio delle armi? …”
Qui, in verità, c’è un punto non chiaro: molte scuole di Jū Jutsu come il Takenouchi, lo Yōshin, lo Yagyū Shingan, il Sekiguchi, o il Kitō originale, o quasi tutte le altre, in blocco comprendono l’uso della spada e di un vasto arsenale di armi a fianco – o meglio “prima” – delle tecniche a mani nude (chiamate Yawara, Koshi no Mawari, Tai Jutsu, Kumiuchi, Tai Jutsu e in tanti altri modi) e questo Kanō sensei non poteva non saperlo…

“…nell’arte del Jū Jutsu non c’è alcuna prescrizione riguardante l’uso delle armi al posto delle mani nude; ma solo il significato di Jū-no-Seigō è consigliato, così come lo interpretiamo noi, cioè come l’arte della massima efficacia nell’uso dell’energia… è importante esercitare questo principio, indipendentemente dall’uso di armi o mani nude.”
Però qui il concetto è rafforzato: non importa se sei a mani nude o con armi, è il principio il punto importante. È applicato o no? Se le discipline sono autentiche, se applicano il “Jū-no-Seigō, indipendente di come lo fanno, va bene, è corretto.

“…il Jū Jutsu veniva spesso praticato in un addestramento disarmato nelle scuole di Bujutsu, insieme allo studio delle armi usando strumenti di legno o bambù. E poiché il Bujutsu consiste nello studio della difesa contro l’attacco, questa ottica ha concepito il Jū Jutsu come: «l’arte della massima efficacia nell’uso dell’energia, con l’obiettivo della difesa dall’attacco»; provocando una domanda: c’è quindi un Jū Jutsu fuori dalla disciplina del Bujutsu? …”
Io studioso – c’è il problema che devo lavorare su traduzioni senza indicazioni degli ideogrammi usati – ho delle domande, su questi passaggi, parrebbe che Kanō sensei non conoscesse bene le scuole Koryū. È strano, anche considerato come le stesse fossero molto chiuse e riservate. C’è da notare che molti viaggi e incontri con capiscuola avverranno dopo questa data e dunque è da ritenere che la piena comprensione di alcune cose avverrà più tardi.

Continuiamo. Il passaggio successivo aumenta questi dubbi.
“…la tradizione ha sempre considerato il Jū Jutsu esclusivamente come una disciplina del Bujutsu; ma se per ipotesi il Jū Jutsu fosse stato definito fin dall’inizio come “l’arte della massima efficienza nell’uso dell’energia”, un Jū Jutsu emergerebbe dalla disciplina del Bujutsu, ovvero la difesa contro l’attacco…”

Il Maestro risolve così:
“…possiamo formulare la seguente proposizione: se il Bujutsu è l’arte della massima efficienza nell’uso dell’energia ai fini della difesa contro l’attacco, quella parte dell’arte che cerca il miglioramento fisico sarà chiamata “educazione fisica” mentre l’altro che mira a perfezionare la mente e la virtù sarà chiamato “educazione mentale e morale”; il Jū Jutsu è, quindi, l’arte del miglior uso dell’energia nei tre campi: fisico, mentale e morale (morale o spirituale ? [9]). Nel senso più ampio, il termine Jū Jutsu potrebbe essere interpretato come “azione per fare del bene attraverso il miglior uso dell’energia”; e in questo caso il Jūdō rappresenterebbe il mezzo o la “via” per raggiungere questo fine…”

Kanō sensei qui riconosce al Jutsu di “Bu” e “Jū” la padronanza dell’energia nei tre campi, ribadisce il concetto di Dō come mezzo. Si può dire che nel “Jutsu” il raggiungimento del “miglior uso” è una capacità che viene raggiunta dall’individuo, mentre nel “Dō” questa possibilità viene sistematizzata per tutti.

Nel suo articolo Kanō sensei ritorna sull’efficienza del Jūdō per la salute e progresso del Mondo e di come la fama della disciplina si sia affermata in tanti paesi. E continua:
“…siamo arrivati al punto del discorso: visti i nostri sforzi, da quando è stato creato l’Istituto Kōdōkan e il successo ottenuto fino ad oggi, crediamo nella ferma convinzione di promuovere lo sviluppo della popolazione, per continuare ad andare avanti…pertanto, dopo un viaggio di oltre quarant’anni, siamo arrivati al punto in cui è necessaria un’intensificazione dell’attività, che sarà il tema e l’obiettivo delle nostre azioni future…”.


Lo sviluppo che Jigorō Kanō sensei era aprire un laboratorio di studi su armi, Atemi, Arti Marziali antiche e realizzare una nuova disciplina, basata sui principi organizzativi e formativi del Jūdō, ma più ampia ed universale, in grado di tracciare un “linguaggio-madre” che interpretasse tutto lo scibile del combattimento sviluppato dall’Uomo.

Il laboratorio, un istituto di studi e ricerche, analisi, sperimentazioni e sintesi, si doveva chiamare Kobudō Kenkyukai.

Vedremo nella Terza Parte.

Note

[1] https://simonechierchini.com/2020/10/06/dal-kodokan-judo-al-kobudo-kenkyukai-evoluzioni-nel-pensiero-di-jigoro-kano-sensei/

[2] Nel 1881.

[3] Nel 1883.

[4] Yagyū Shingan-ryū (柳生心眼流) Bōjutsu (video): https://www.youtube.com/watch?v=kceOkMn0MRw

[5] I vari testi citati e riportati in corsivo provengono dai testi:

  • Jigorō Kanō “Fondamenti del Jūdō”, ed. Luni 1977;
  • B.R. Bethers, J.A. Caracena, E. Ōkami “Kobudō Kenkyukai”, ed. Blurb 2020.

[6] 柔能制剛 – “la cedevolezza controlla la forza”.

[7] Come non basta il solo aspetto Aiki nell’Aikidō – Vedi https://simonechierchini.com/2020/10/24/kiai-e-aiki-laikido-e-lindivisibile-diviso/

[8] Sul concetto deviato di “evoluzione” sarebbero da fare diverse osservazioni.

[9] È il problema dell’ideogramma, nell’originale c’è Dōtoku (道徳 – Morale) o Shin (心 – Spirito, Anima)?

Copyright Adriano Amari ©2020
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