Filiazione e Trasmissione


L’accostamento di questi due termini dovrebbe suscitare in ogni aikidoka una riflessione approfondita. È chiaro infatti che – quali che siano la scuola, lo stile, l’orientamento seguiti – la questione della trasmissione incide a fondo sull’identità del praticante. Ognuno si definisce come aikidoka facendo riferimento al proprio legame con un maestro o con una persona qualificata, la cui autorità risiede nel legame diretto o indiretto con il fondatore della disciplina

di ANDRÉ COGNARD

Ma è possibile concepire una trasmissione senza filiazione? Penso che questa domanda ci proietti nel cuore della problematica dell’Aikido moderno, dove tale tema è nondimeno evitato e i suoi corollari vengono rinnegati. Il fatto è sintomatico di un sistema il cui tratto distintivo è l’arresto del tempo, aspetto che si esprime con una confusione dei piani generazionali. Come accade di consueto in casi analoghi, la soluzione provvisoria escogitata consiste in una scissione interna, fenomeno che rimane però inconscio per la maggior parte degli appartenenti al sistema che di tale soluzione si avvale.

La sottomissione all’Hombu di Tokyo è d’altronde la norma pressoché generale: molti avvertono questa condizione come naturale, al punto tale che anche i più democratici non trovano alcunché da eccepire su una trasmissione di tipo dinastico, inaugurata dal primo Doshu, Ueshiba Kisshomaru. Questa successione di sangue è assimilabile alle monarchie del periodo feudale, e nessuno sembra riflettere, se non sulla legittimità, per lo meno sulla sua utilità e sulle sue conseguenze.

L’Aikido si trasmette in una relazione da corpo a corpo che intercorre tra insegnante e discepolo. L’esperienza dell’azione del maestro, vissuta direttamente su di sé, modifica le capacità del discepolo, prima quelle propriocettive e poi quelle psicomotorie. La pratica con diversi partner, quantunque senz’altro in grado di provocare cambiamenti, non è tale da apportare gli stessi benefici né di garantirne la stabilità: nel momento in cui il riferimento nella relazione varia costantemente, l’allievo è infatti portato a difendersi da ogni cambiamento che potrebbe condurre alla perdita del legame con se stesso.

Il Fondatore con Hirokazu Kobayashi

Queste considerazioni dovrebbero risultare palesi a ogni insegnante. Il corpo di un individuo viene in un primo tempo modificato dalla madre e dal suo modo di muoversi durante la gravidanza. Dopo la nascita a essere decisiva è la maniera di manipolare il bambino: una manipolazione maldestra, tormentata o priva di amore crea infatti paure, trasmettendo angosce che influiscono in modo duraturo sulle capacità psicomotorie. Se si ingenerano traumatismi, questi a loro volta producono rotture nelle catene psicomotorie, le quali impediranno la fluidità e la continuità nel movimento.

Riflesso di questa situazione pregressa sono, nella pratica dell’Aikido, le esecuzioni cadenzate, il famoso uno-due-tre tipico di alcuni insegnanti: oltre a rendere inefficace la tecnica, esse mascherano le carenze di cui si è appena accennato, offrendo quella che è piuttosto un’illusione di abilità motoria. Stessa cosa può dirsi per quelle cesure che si verificano tra le fasi di aspirazione e proiezione riscontrabili di frequente nelle tecniche eseguite nel corso di dimostrazioni di arti marziali. 

Per tutti, indipendentemente dal partner, la pratica richiede la creazione di difese corporee. Il corpo svolge una funzione identitaria essenziale, indispensabile tanto per il mantenimento dell’equilibrio dell’io quanto per quello fisico. Nello specifico il corpo lotta contro il rischio di confusione con i corpi con con i quali viene a confronto proteggendo il proprio spazio pericorporeo. Basta osservare la gestualità impiegata in buona parte delle scuole di Aikido per rendersi conto che shite ha come principale obiettivo quello di mantenere il compagno al di fuori dello spazio pericorporeo; ne consegue il classico riflesso di difesa, frutto del timore inconscio di venire reintegrati nella matrice corporea. La nascita non è un evento automatico: necessita di essere simbolizzata, e ciò si verifica quando il corpo è cosciente della propria indipendenza dalla matrice; il punto è non tanto il sapersi nati, quanto piuttosto che tale coscienza arrivi nel corpo.

In linea di massima il padre riveste un ruolo cruciale in questa acquisizione di indipendenza, creando una triangolazione che consente la simbolizzazione della separazione. È su questa prima separazione che si fondano tutte le separazioni successive; un suo eventuale fallimento è destinato a impedire ogni altra separazione. Uno dei segni di tale fallimento è la compressione dei piani generazionali. Quando la  funzione paterna è carente viene rimpiazzata dal fantasma inconscio della partenogenesi; le matrici rimangono prigioniere le une delle altre, e il rischio, più che quello di una reintegrazione, è che l’inconscio corporeo sia dominato dalla minaccia di non arrivare a nascere, condizione che produce nell’individuo un costante bisogno di difendersi da ogni forma di alterità incarnata. Ne consegue che ciascuno percepisce il corpo dell’altro come la fonte di rischio principale. La persona si batte inconsciamente per proteggere i propri limiti corporei, i quali costituiscono peraltro gli strumenti per accedere a se stessi (ragion per cui devono essere semplici).

In quest’ottica si lascia spiegare una forma di fissità nella postura riscontrabile in alcuni praticanti; essa conferisce al movimento un aspetto quasi caricaturale, sintomatico della presenza di un’armatura interna. Il tutto è caratterizzato da una limitazione della mobilità interna tra le mani e il centro, tale da costringere il praticante a mantenere una certa tensione tra le mani (punto di contatto con seme) e il bacino (luogo della rappresentazione primaria di sé), condizione necessaria per garantire la sicurezza dell’io.

Kobayashi sensei: Itsumo mannaka

Resto sempre sorpreso da queste singolari forme di deambulazione che ricordano quelle dei robot. Ancor più stupefatto rimango del fatto che nessuno pare farvi caso e attribuirvi importanza. Dobbiamo forse pensare che l’Aikido porti a plasmare caricature di esseri prodotti in serie?

Tutto ciò a dire il vero non avrebbe importanza se l’Aikido fosse una semplice attività sportiva o ludica. In generale lo sport modifica il corpo dei praticanti in funzione della disciplina svolta. Sennonché anche nell’Aikido più moderno e desacralizzato persiste una rivendicazione di unicità e peculiarità rispetto agli sport ordinari. Una specie di nebbia filosofica o di bruma esotica offrono l’alibi a comportamenti che rivendicano una differenza rispetto ad altre discipline. Si tratta però di un atteggiamento destinato a sortire spesso l’effetto contrario. Rivendicare eccessivamente la normalità non è infatti forse una ammissione del suo opposto?

Che cosa infatti è anormale nella pratica corrente? Lo è per certo la maniera di muovere il corpo un po’ come dei burattini, insieme a ciò che ne è riflesso. In innumerevoli occasioni ho assistito alla seguente scena: due partner cominciano a praticare; uno esegue un’azione che viene riconosciuta dall’altro come un gesto codificato; il secondo risponde con una caduta eseguita in controtempo, priva di relazione con il gesto iniziale, quasi a rimarcare – in forma consapevole o meno – la propria indipendenza nonché l’assenza di efficacia dell’azione del partner; segue immancabilmente una fase in cui ci si oppone al gesto dell’altro al fine di proiettarlo a terra; lo scambio ha termine con la deposizione di ogni resistenza in seguito a un altro gesto codificato o con la separazione dei due, fieri entrambi – l’aria complice ne è chiaro segnale – di non aver ceduto al compagno. Tutta l’interazione è quindi finalizzata a mantenere il controllo su di sé, a proteggere la propria identità superficiale e a rifuggire il problema relazionale che la pratica di una gestualità condivisa comporta. Shite e uke sono e restano separati, e in questa separazione risiede un sentimento di vittoria.

La difesa dell’identità superficiale produce una gestualità anch’essa superficiale, qual è quella appena descritta. La postura rimane soprattutto psichica e la linea di scontro è tra la psiche e la profondità emotiva. Il fine è quello di mantenere a tutti i costi la postura inconscia, ivi comprese le tensioni muscolari e i limiti articolari che fungono da riferimenti identitari.

La ricerca che conduciamo, e che ha ricevuto impulso da Kobayashi Hirokazu Sensei, si pone agli antipodi. Per noi la pratica consiste nel lasciar entrare l’altro nel nostro spazio pericorporeo. Ciò diviene possibile e senza pericoli nel momento in cui applichiamo i principi del meguri e del controllo costante del centro di seme mediante irimi.

La linea di scontro non è più tra piano psichico e piano emozionale ma tra piano emozionale e piano impulsivo. Si tratta di accettare che l’altro modifichi la mia postura, rivelando attraverso la tecnica i vincoli imposti dalle mie tensioni muscolari e limitazioni articolari, le stesse che esprimono le tensioni psichiche. Ciò produce un cambiamento profondo: i miei riferimenti identitari si modificano e scopro altri modi di accedere a me stesso mentre nel contempo acquisisco una capacità di empatia di gran lunga superiore. Si apre così un mondo di tolleranza e solidarietà che nasce da un sentimento inalienabile di essere se stessi, una sicurezza dell’io che non necessita più di essere difesa dal corpo, che è la parte più vulnerabile in quanto più vicina all’altro.

Diventa dunque possibile mettere il proprio corpo nelle mani di aite laddove se ne sia già fatta esperienza con uno shite di cui si abbia fiducia assoluta, se si è cioè superata ogni paura di reintegrazione e di confusione. È all’interno di questa dinamica che la questione della filiazione si fa ineludibile. Al contrario di ciò che si suole affermare negli ambienti dell’Aikido convenzionale, i maestri non sono intercambiabili, non basta avere una tecnica da insegnare per essere un vero maestro.

La confusione dei piani generazionali conseguente al mantenimento di O Sensei quale punto di riferimento univoco legittima il sistema dinastico, e pone tutti gli aikidoka in una relazione di apprendimento il cui principale (ma non ultimo) difetto risiede nel fatto che non può essere vissuta da corpo a corpo, come è tipico invece della relazione maestro-discepolo, visto e considerato che O Sensei è morto e nessuno può oggi rivendicare una simile relazione con lui. Si finisce in tal modo col praticare l’Aikido da orfani, laddove coloro che avrebbero dovuto accedere al ruolo paterno – al ruolo cioè del maestro – si configurano in realtà come fratelli maggiori. In quest’ottica l’Aikido moderno si rivela una forma di matriarcato.

Nella quarta generazione dopo O Sensei, taluni tendono ancora a rapportarsi a un insegnante specifico. Sennonché i riferimenti sono vari e molteplici, e qualsiasi insegnante giapponese accreditato dall’Hombu di Tokyo assurge a punto di riferimento. Questa situazione finisce per ratificare una posizione, che ho spesso riscontrato, in base a cui il praticante rivendica: “Io vado dappertutto, da diversi maestri, e prendo da ciascuno il meglio che ha da offrire per forgiare il mio Aikido”. Si diventa in tal modo il proprio stesso punto di riferimento e ci si erge a giudici dell’opera dei suddetti maestri. L’Aikido diventa così una Via dell’incremento dell’ego, della pretenziosità e dell’autocompiacimento.

Ci sono ancora persone, almeno nell’ambito della terza generazione, che si riferiscono al loro maestro come al depositario di un insegnamento ricevuto direttamente da O Sensei (in qualche caso addirittura come all’unico erede), ma non affrontano in modo serio e compiuto la questione della filiazione. La prova implicita nelle loro affermazioni risiede nel fatto che il loro insegnamento è del tutto conforme a quello che O Sensei avrebbe trasmesso al loro maestro in virtù di una relazione esclusiva, il che comporta la stessa dinamica per loro. La questione della filiazione viene quindi data per scontata e si finisce con il non affrontare ciò che comporta davvero.

Il più delle volte, a prenderne il posto è un aneddoto concernente un evento descritto come straordinario. Ricorre quasi sempre lo stesso racconto: “Questo maestro, superiore a tutti gli altri, un giorno mi ha proiettato in un modo tale che non ho visto nulla, non ho capito nulla, ma è stato meraviglioso. Lo ha fatto con una facilità tale che è fuor di dubbio che sia dotato di poteri straordinari”. Vi viene sottinteso che la favolosa caduta altro non sia che un evento iniziatico in cui il maestro ha adottato una sua scienza segreta per impartire un insegnamento all’uke-narratore, assurto pertanto ad un altro livello (superiore) rispetto agli altri. L’evento costituisce inoltre la prova di un peculiare legame di filiazione tra il maestro e il narratore.

In questo genere di racconti mi pare di cogliere l’eco di una nostalgia genuina per una forma di relazione idealizzata, cui il sistema impone di rinunciare. È in atto una confusione tra il ruolo di maestro e quello di padre. È pur vero che tali ruoli all’inizio presentano analogie, volti a liberare il corpo del soggetto praticante dalla dominazione della matrice. Il ruolo del maestro nondimeno si spinge più in là, dovendo egli liberare il discepolo dalla dominazione della materia e guidarlo verso l’essere in sé. I fratelli maggiori, quand’anche giapponesi, non possono fare alcunché in campo spirituale. Possono tutt’al più assolvere a una funzione educativa indicando il quadro normativo, ma non possono essere il “meta-educatore” che permette di affrancarsi da esso. Questa, a mio avviso, è una tra le cause principali del calo del numero di praticanti. Non solo l’Aikido non fa più sognare, ma impedisce addirittura di sognare.

Va ammesso peraltro che in varie scuole esistono ancora insegnanti che hanno ricevuto una vera trasmissione in una relazione di filiazione autentica, ma sono rari e si definiscono per lo più allievi diretti di O Sensei.

Essere allievi è una tappa nel percorso che porta a diventare discepoli. Per essere allievi però non è sufficiente frequentare qualche stage all’anno, seguire qualche corso, e men che meno correre da un insegnante all’altro. Si tratta piuttosto di impegnare tutte le proprie energie e il proprio tempo, di donarsi alla pratica, il che necessita della presenza di un solo ed autentico maestro, ovverosia di un essere libero.

Il maestro un po’ alla volta libera la struttura psicosomatica dell’apprendista-discepolo, organizza momenti corpo a corpo propizi all’allargamento del campo propriocettivo nonché situazioni di relazione quotidiana in grado di favorire lo sviluppo affettivo e le capacità intuitive. Il maestro insegna costantemente poiché anche lui si è donato alla Via; non appartiene più a se stesso e può in tal modo trasmettere all’allievo dapprima la rinuncia al potere sugli altri e poi al potere su se stesso, tappe irrinunciabili verso l’oblio di sé. Senza una vera filiazione la trasmissione si limita a un sapere sulla Via dell’Aikido che non conduce né alla conoscenza né ad alcuna forma di realizzazione.

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