
Nel cuore del budō la caduta non è arrendersi: è un gesto di potenza silenziosa. In questo articolo di Peter Boylan scopriamo che l’Ukemi non è soltanto una “tecnica di caduta”, ma un’intera filosofia del corpo che accoglie, trasforma e risponde all’energia dell’attacco. Dalle spinte laterali alle leve articolari, dalla materia della materassina alla realtà della vita quotidiana, questo testo ci invita a ripensare il rapporto con il tatami e con l’imprevisto – e a chiedere: quanto sei disposto a ricevere per trasformare?
di PETER BOYLAN
Faccio un passo sbagliato e il mio partner se ne accorge subito: mi sbilancia appena, passa davanti a me, ruotando mentre scende, mi trascina ancora più in avanti e, in un attimo, sono proiettato sul suo fianco. Continuando a girare, mi solleva e mi ritrovo in aria, oltre la sua spalla. Un istante prima di toccare il suolo vedo il soffitto incorniciato tra i miei piedi, poi la schiena impatta sul tatami e la mano batte forte per assorbire la caduta.
Questo è l’ukemi da manuale, quello che tutti immaginiamo quando sentiamo la parola. Ma l’ukemi è molto di più che saper cadere in modo spettacolare e sicuro. Le grandi cadute sono solo la parte visibile di un universo più ampio: quello del ricevere.
In judo e aikido si tende a identificare l’ukemi con le tecniche di caduta, ma ogni volta che riceviamo un attacco, stiamo praticando ukemi. Letteralmente, ukemi (受身) significa “corpo che riceve”. Se lo intendiamo così, come il modo in cui rispondiamo a ciò che ci accade, allora le forme di ukemi diventano molte di più.
Nel budō, l’ukemi più ovvio è quello del corpo che riceve un attacco. Nel mio caso, da judoka, uno dei più comuni è imparare a ricevere uno strangolamento (shime-waza). Attacco spesso con queste tecniche a terra, quindi finisco spesso per insegnare agli altri come affrontarle. L’ukemi comincia abbassando il mento, cercando di frapporlo tra sé e l’attacco. Poi ci sono strategie specifiche per ogni tipo di strangolamento, modi per ricevere l’attacco e neutralizzarlo. Tutto questo è ukemi.
Lo stesso vale per i colpi. In karate, ad esempio, i blocchi non sono altro che ukemi: modi di ricevere e assorbire l’energia. Nel judo, il primo movimento del Nage no Kata di fronte a un attacco dall’alto è unire e proiettare con seoi nage. In altre arti ci sono deviazioni, redirezioni, tagli incrociati — come il kiri otoshi e il suriage con la spada.
Nello Shintō Musō Ryū, per esempio, ci sono molte tecniche in cui chi maneggia il jō riceve un attacco di spada. Ma anche chi usa la spada deve saper ricevere le spinte del bastone. Non è certo piacevole trovarsi un colpo al plesso solare, ma imparare a riceverlo correttamente è parte dell’allenamento. Anche questo è ukemi.
Una delle forme più sottili di ukemi è quella nei confronti delle leve articolari. La resistenza fisica pura non serve: il segreto è rilassarsi. Quando il corpo è rilassato, le articolazioni si muovono meglio, i muscoli che devono opporsi lo fanno in modo più efficace, e quelli antagonisti non interferiscono. Questo ukemi è difficile da imparare perché, come nella caduta, bisogna restare rilassati proprio quando tutto invita a irrigidirsi. Ma mentre la caduta dura un istante, una leva può prolungarsi. In randori, molti esitano a cedere: resistono finché possono — o fin troppo. Serve pazienza per imparare a ricevere correttamente anche questo tipo di attacco.
Sotto il grande ombrello dell’ukemi si imparano anche la discrezione e la misura: capire quando è il momento di resistere e quando invece conviene cedere per evitare di farsi male. A meno che non stiate puntando a una medaglia olimpica, resistere a una leva al gomito non vale la salute del vostro braccio. Il percorso più sicuro è quasi sempre quello di seguire la tecnica, di “andare con lei” e cadere. Ci vogliono tempo, colpi e qualche livido per sviluppare questo discernimento.
In ogni arte, e nel judo in particolare, l’ego sussurra: “non può proiettarmi… è troppo piccolo, troppo lento, troppo debole”. L’ego sa trovare mille ragioni per opporsi, ma imparare l’ukemi significa anche imparare a mettere da parte l’orgoglio. Fare ciò che è sano e giusto conta più che difendere la propria immagine.
Nel tempo ho capito che le abilità di ukemi sono tra le più preziose apprese sul tatami. Scivolare sul ghiaccio, cadere da una bici, inciampare — sono tutte situazioni in cui quelle capacità diventano immediate.
Man mano che l’ukemi migliora, aumenta anche la libertà d’azione. Nel judo, ad esempio, le controtecniche nascono proprio dalla capacità di ricevere. Finché non impariamo ad assorbire pienamente l’energia dell’attacco, rovesciarlo è difficile. Ma quando si affina la sensibilità — sentire il flusso, la direzione, l’intenzione dell’altro — diventa possibile trasformare un attacco in un contrattacco fluido, come nello yoko guruma, dove chi proietta diventa all’improvviso colui che viene proiettato.
Se ci si irrigidisce per impedire all’avversario di muoversi, non si imparerà mai a invertire un attacco. Peggio ancora, si verrà comunque travolti. L’ukemi, in fondo, è una lezione continua su una delle correzioni più difficili nelle arti marziali: rilassarsi.
Un corpo rigido non riceve: si rompe. Tutti ricordiamo le prime cadute, dolorose perché tese. Imparare a respirare e restare calmi qualunque cosa accada richiede esperienza — e serve anche fuori dal dōjō. La vita è piena di imprevisti, ma respirare e rilassarsi permette di affrontarli quasi tutti: non solo lo scivolone sul ghiaccio, ma anche quello verbale o l’incontro con la persona arrogante in ufficio. Mantenere la calma e non irrigidirsi spesso consente di riprendere il controllo e capovolgere la situazione.
Questo è il cuore dell’ukemi: non irrigidirsi, restare flessibili. Quando ci si tende, tutto fa più male. La mente si chiude, il corpo perde libertà. Imparare a fluire con l’energia che arriva può fare la differenza — sul tatami come nella vita. La rigidità genera reazioni prevedibili, e un avversario abile saprà sfruttarle. In combattimento, se ci si difende troppo in una direzione, si resta scoperti in tutte le altre.
Rilassati, e diventerai più stabile e adattabile. Potrai assorbire attacchi frontali o laterali, reagire in qualunque direzione. Se sei rigido, puoi opporre forza solo in una — ma il mondo non attacca mai da dove ti aspetti. Rilassati, per poter fluire con ciò che arriva: deviare, controbattere o, se serve, accettare l’attacco e proteggerti nella caduta.
Non importa se l’attacco è fisico o verbale. Se tutta la tua energia è concentrata in una direzione, qualcosa proveniente da un’altra ti farà cadere. Saper ricevere è una competenza vitale.
Come disse una volta un massaggiatore alla mia amica Wendy: “Riconosci subito un marzialista dal tocco: si rilassa nel dolore.”
Rilassati. Fai il tuo ukemi.
Peter Boylan pratica Judo da oltre 25 anni. Fluente in giapponese, ha trascorso 7 anni allenandosi, gareggiando e insegnando a Shiga, in Giappone. È anche un praticante di diverse altre arti del budo giapponese, tra cui Muso Jikiden Eishin Ryu, Shinto Muso Ryu e Shinto Hatakage. Dopo più di un decennio concentrato sulla competizione, ora ha un particolare interesse per i kata e le applicazioni non competitive del Judo. È l’autore di un popolare blog sul Judo e sul Budo, The Budo Bum, e dell’apprezzato volume Riflessioni di un Vagabondo del Budo, uscito in traduzione italiana per i tipi di The Ran Network.
Copyright Peter Boylan ©2016 http://budobum.blogspot.com/2016/01/ukemi.html
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Traduzione di Adriano Amari
Riflessioni di un Vagabondo del Budo
The Ran Network – I Classici del Budo N. 2
di Peter Boylan
Le tecniche sono un contenitore per veicolare tutto ciò che costituisce il Budo. La maggior parte dei libri sulle arti marziali si concentra sulle tecniche, anche se alcuni raccontano la storia, e qualche informazione di natura filosofica. È davvero raro scoprire un libro che combina in modo così fluido tutto questo nel contesto più ampio della cultura e dello stile di vita, e lo fa in un modo così semplice, coinvolgente e accessibile. Riflessioni di un Vagabondo del Budo è un libro che si interessa non tanto al come o al cosa, quanto al perché. Perché chiamare sensei gli insegnanti di Budo? Perché ci inchiniamo? Perché i kata? Perché continuare ad allenarsi?
Peter Boylan, alias il “Vagabondo del Budo”, ha raggiunto un alto grado in diverse arti marziali, dopo aver trascorso decenni di immersione nel Budo, a cavallo tra i mondi e le culture del Giappone e dell’America, traducendo l’una per l’altra.
In questi saggi, il lettore è invitato a camminare al fianco di un uomo tranquillo che si interroga in profondità riguardo ai mondi in cui il Budo è stato creato e viene praticato, e che porta il significato di tutte le cose che sono il Budo nella nostra vita quotidiana.






