Oggi più che mai Reishiki


Ogni piccolo gesto, come allineare gli zoori (o più facilmente le ciabatte) lungo il tatami, non è un gesto inconsapevole fatto per obbligo, ma una forma di autodisciplina in cui il praticante prende coscienza che ogni attimo è nel “qui e ora”

di GIANCLAUDIO VIANZONE

In una società che si sta sempre più affrancando da ogni forma di ritualizzazione e dove il passato sembra avere difficoltà ad andare oltre il presente, quale valore resta da attribuire al reishiki nelle arti marziali? [S. Chierchini]

Purtroppo è una società che non si affranca solo da ogni forma di ritualizzazione, ma cancella sistematicamente ciò che aiuta l’essere umano a evolversi e lo rende sempre più dipendente da ciò che il sistema finanziario progetta per la propria sussistenza sempre più vorace.
In questo degrado socio-culturale, è fondamentale preservare la civiltà, quel vivere che ridà alle persone un’identità svincolata da quel sistema di potere e controllo economico, e consente una pacifica e serena convivenza.

In ciò, ritengo che fosse significativo il titolo del mio libro Reishiki, la consapevolezza marziale, perché con quel termine volevo richiamare quanto tale parola sia stata fondamentale nella formazione dei Samurai, tanto quanto nell’idealità dei Padri del Budo contemporaneo. Prendere consapevolezza di ciò che realmente significa reishiki – termine peraltro desueto nel giapponese attuale – significa ritornare a prendere coscienza della vera essenza di ciò che stiamo praticando.

Consideriamo che già nel semplice salutarsi con un inchino, da noi occidentali spesso vissuto come obbligo e magari pensando ad altro, c’è un’implicazione spirituale profonda che si esprime verso il destinatario dell’inchino, ma altresì verso il nostro sé più profondo. Se pensiamo che anche solo per tale inchino, la respirazione che si esegue deve seguire una specifica e correlata dinamica, al fine di rafforzare il ki e portarci in una dimensione di reale rispetto, quanti di noi lo vivono realmente così?
Ecco allora che il reishiki diventa fondamentale nella pratica del Budo e non rappresenta una mera regola comportamentale, un galateo, ma qualcosa di molto più profondo. È un porre l’attenzione in ogni singolo gesto, così da aumentare l’attività dell’emisfero cerebrale destro e potenziare la propria capacità percettiva.

Per me rimane quindi basilare che si faccia capire quanto ogni piccolo gesto, come allineare gli zoori (o più facilmente le ciabatte) lungo il tatami, non è un gesto inconsapevole fatto per obbligo, ma una forma di autodisciplina in cui il praticante prende coscienza che ogni attimo è nel “qui e ora”: quell’attimo può pertanto rappresentare quello in cui “in un battito di ciglia” si muore. Si tratta di quel morire figurativo e retorico, in cui la responsabilità soggettiva non trova realizzazione verso l’esterno, ma, come per i combattenti giapponesi cui ci ispiriamo, si proietta verso il nostro sé più profondo. E ancora, dimostra come un tale piccolo gesto può contribuire all’armonia anche in un contesto estetico, quella legata alla relazione spaziale delle cose.

Ciò che invece si nota in molte palestre – che non mi sento di chiamare dojo – è che del reishiki, al più, ci si ferma alla mera formalità. Purtroppo in alcune neanche se ne parla. Viceversa è immediatamente riscontrabile come nei dojo in cui il Maestro spende energie su tale argomento, la visione della pratica dei suoi allievi risulta subito più gradevole, più disciplinata. Trovo che un esempio encomiabile di ciò si trovi in alcuni dojo, ad esempio come in quello del Maestro e caro amico Paolo Spagone. E quando la disciplina non è imposta, ma è frutto di un maturo e consapevole autoconvincimento, si inizia a parlare di reishiki.

Spesso osservo, come abitudine sociale, che non si valuta la persona per ciò che è, ma senza neppure conoscerla, la si considera per il ruolo che assume. Per meglio dire, contestualizzando, ho osservato che quando due marzialisti si incontrano e uno dei due è un docente, quando l’altro si pone come allievo, ciò gli basta per trattarlo come tale. Si presta più attenzione a ciò che non sa fare che non alle sue capacità acquisite. Nell’etica nipponica, il curriculum o il lignaggio di un nuovo allievo – posto che allora molti praticavano più arti marziali o ne erano già insegnanti – era molto importante e veniva subito richiesto, così da sapere su quali profili indirizzare il suo studio, mantenendo il rispetto per il ruolo che rappresentava nella propria arte. Ciò viene ben testimoniato da Tada Sensei così come da Tamura Sensei.

Tale differenza tocca nuovamente ciò che è di fatto un modello socio-culturale: infatti quell’insegnante che vede innanzi a sé solo un allievo, perde l’occasione di comprendere e far meglio evolvere nello studio della nuova disciplina il proprio discente. Anche ciò rientra nel reishiki.
La cosa si fa è anche più critica, quando l’insegnante dimostra di non essere un Maestro, non perché privo del titolo, ma in quanto entra in competizione con l’allievo. La speranza di un Maestro dovrebbe essere sempre, che il suo allievo lo superi qualitativamente. Tale “gelosia” accade spesso in modo inconsapevole, ma è facile da osservare e soprattutto è molto condizionata dal modello sociale contemporaneo, fortemente competitivo proprio perché basato sull’enfatizzazione dell’Ego che fa poi risaltare la differenza gerarchica. Un’enfatizzazione che, per quanto riguarda l’Ego, diventa pericolosa quando i deshi che pur giovani acquisiscono troppo in fretta i gradi, esaltati dalla propria fisicità, abbandonano i Maestri per diventare loro stessi insegnanti.

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Pubblicato su Aikido Italia Network con l’autorizzazione dell’editore
Tratto da https://therannetwork.com/il-meditante-intervista-a-gianclaudio-vianzone/


Il Meditante
Intervista a Gianclaudio Vianzone

I Dialoghi Aiki N. 18

“La ricerca è individuale e si manifesta prioritariamente nella pratica, ma anche nel cercare di portare nella propria quotidianità l’anima dell’Aikido. La ricerca è soggettiva, ma la prospettiva offerta da Ueshiba Sensei è universale. Ad esempio, quando diceva ai suoi allievi: ‘Ascoltate il respiro dell’Universo’, dava una grande indicazione. Ma quanti, oggi lo fanno veramente? Spesso osservo e mi soffermo a guardare come la natura ci offre dei doni meravigliosi: il cielo, i fiori, gli animali… però mi accorgo che molti li guardano senza vederli. Sono ostaggi della loro mente pensante e non colgono quanta energia si sprigioni dalla natura.” (G. Vianzone)
La società circostante è frenetica, malata di quella forsennata ricerca verso un falso benessere e ciò influenza tanti. L’Aikido è una delle Vie che ci permettono di vedere da un’altra prospettiva tale situazione, ma tutto è strettamente connesso alla nostra voglia di forzare stantie abitudini culturali e aprirci a una visione differente.
Parliamone con Gianclaudio Vianzone, Il Meditante, marzialista di lungo corso, autore di Reishiki – La consapevolezza marziale.