
Lo Yǒng Héng Bù Kě Zhī Jīng è molto più di un semplice testo oracolare: è un enigma che invita il lettore a perdersi tra i suoi simboli, a lasciarsi guidare dall’intuizione e dalla fiducia nei curatori, per scoprire come ogni minimo dettaglio racchiuda universi di significato. Un viaggio di scoperta che trasforma la curiosità in chiave d’accesso a ciò che appare invisibile
Se, come si suole dire: Il buongiorno si vede dal mattino [1] le prime difficoltà si sono avute già nel rendere il senso del titolo dell’opera. Si è infine optato per 永恆不可知經 (Yǒng Héng Bù Kě Zhī Jīng), tradotto come Il Libro dell’Eterno Inconoscibile, preferendolo ad altre versioni che lo indicavano come Classico dell’Immenso Nulla, Oscura profondità o Canone dell’Ignoto senza tempo. Versioni altrettanto condivisibili, come si vede, e per questo riportate indicando il titolo scelto come primus inter pares.
Anche la scelta del corpus del testo non è stata agevole, come si dirà più in dettaglio nella successiva nota testuale; basti qui dire che in buona parte dei casi si è operato con una prima scrematura rigorosamente filologica e decidendo la scelta finale in base alla sensibilità del curatore.
Dell’autore, come spesso accade in questi casi, si sa ben poco; in alcuni casi è indicato come 明顯欺騙 (Míng Xiǎn Qīpiàn), in altri come 巴博麻 (Bā Bó Má), in altri ancora è del tutto omesso. Rispetto ad altri testi dalla origine oscura però, lo Yǒng Héng Bù Kě Zhī Jīng sembra avere quantomeno una origine più facilmente individuabile, essendo assai probabile che sia nato (o sia poi diventato) una sorta di commentario o – piuttosto – di versione “parallela” del ben più noto Yì Jīng (o I-Ching) [2], come ben attestano sia gli argomenti trattati nelle brevi composizioni del corpus che la loro redazione in otto strofe, numero che si riverbera in se stesso, se vogliamo considerare non casuale il fatto che il numero totale di capitoli sia 88.
Occorre dire a questo proposito che sul numero totale dei capitoli non vi è accordo completo tra gli studiosi; alcuni propendono per la tesi che indica il numero totale originario in 64, richiamando il principio di “8 volte 8” che si ritrova nel già citato I-Ying e vedendo come aggiunta successiva e quasi posticcia quella dei capitoli necessari per arrivare al totale di 88. Altra tesi invece ritiene 88 come il numero effettivo e pienamente rispondente alla immagine di un 8+8 non inteso come mera addizione ma come un raddoppio speculare. Terza ipotesi è che il numero originario di capitoli fosse 108 e che in seguito alcuni siano stati eliminati per segnare la distanza da determinati orientamenti religiosi che attribuiscono particolare importanza a questo numero. [3]
Di fatto, l’epoca di composizione e l’autore restano incerti ed oggi la maggior parte degli studiosi ritiene che il testo non sia opera di un singolo, ma che si tratti piuttosto del risultato dell’opera di vari autori risalenti a epoche diverse, dal periodo dei regni combattenti all’inizio della dinastia Han. Autori diversi di epoche diverse che hanno dato vita ad un’opera a suo modo coesa e coerente, maturata nel tempo ed affinatasi grazie alle successive elaborazioni che ne hanno sempre più armonizzato il contenuto originario e le aggiunte successive, sino a giungere alla versione che viene oggi presentata.
Non poche sono le opere che nascono destinate ai posteri, oscurate dal successo di altre a loro contemporanee e poi velate dall’oblio del tempo sino ad una – a volte fortuita – riscoperta. Non sapremo mai quale fu il motivo ispiratore dell’autore che vergò la prima strofa e neppure quelli di chi ne continuò il lavoro, sappiamo invece che lo Yǒng Héng Bù Kě Zhī Jīng ha una sua dignità artistica, un suo valore poetico ed un interesse storico, e convinti di questo lo proponiamo all’interesse dei lettori di oggi, con l’auspicio che possano rendergli il posto che merita.
Prof. Chen Xiaobo,
Università Tsinghua di Pechino
Nota testuale
I manoscritti che riportano un testo che – in diversa misura – si può ricondurre allo Yǒng Héng Bù Kě Zhī Jīng sono circa una decina. Alcuni sono gravemente mutili, altri sono quasi completi ma con alcune differenze anche notevoli tra i vari testi, frutto evidentemente di errori o differenti scelte da parte dei successivi redattori. Facile immaginare quindi l’arduo compito a cui ha atteso il curatore assumendosi l’onere di restituire ai lettori un testo che fosse quanto più completo ed aderente allo spirito originale, senza peraltro aggravare con aggiunte ed omissioni un panorama gia abbastanza confuso.
Laddove il testo si presentava dubbio o lacunoso si è cercato di ricostruire il senso più probabile, anche in base al già citato – e peraltro evidente – riferimento allo Yì Jīng, in particolare nella decisione di escludere alcuni motti ridondanti, uniti o confusi tra loro, per restituire una uniformità formale al risultato finale.
Ben si comprende quanto impegnativo sia stato il tentare di restituire a questo testo – che forse nel nome aveva già il suo destino – il rilievo che riteniamo meriti; si è giunti a questo risultato attraverso un percorso tortuoso ed impervio, non privo di vicoli ciechi e deviazioni impreviste, facendosi non di rado guidare nel buio sentiero del passato dalla fiaccola della verosimiglianza, sfuggendo – speriamo con successo – dal voler portare al traguardo più di quanto non fosse necessario ed opportuno, difetto che affligge non pochi viaggiatori.
In virtù della nuova veste che questa opera si accinge ad avere, riteniamo opportuno rimarcare che benchè questa esponga valori e concetti che possiamo ritenere universali, non le renderemmo giustizia se volessimo forzatamente farla aderire sempre e comunque ad un “qui ed ora” distante dai tempi e dai luoghi che le diedero luce. Allo stesso tempo e per il medesimo motivo, chiunque si accosti a questi capitoli con il rispetto e la attenzione che meritano, vi troverà senz’altro una voce capace di farsi ascoltare ed in grado di raccontare qualcosa di interessante.
Non sarebbe la prima volta che l’Occidente prova a leggere l’Oriente attraverso le lenti della propria cultura, della propria storia e dei propri pregiudizi, ed è un rischio che bisogna tenere sempre presente; ma è un rischio che vale altresì la pena di correre, se in cambio possiamo avere la possibilità di confrontarci con una visione tanto attuale quanto antica.
Non sempre la lettura sarà di facile comprensione, nonostante gli sforzi dei curatori; al lettore perplesso che, a termine di qualche capitolo, si chiederà: “Cosa avrà voluto dire?”, seggeriamo di riformulare la domanda in “Cosa avrà voluto dirmi?”, favorendo con ciò una probabile migliore comprensione. Ogni opera è uno specchio in cui lo spettatore riflesse su e con sé stesso, e questa non fa eccezione, ed anzi è bene ribadire che un’opera che si irrigidisca in una sterile unilateralizzazione altro non ottiene che una aridità comunicativa che perde il contatto con l’altro da sé, tagliando alla radice i possibili fecondi richiami all’inconscio del fruitore.
Non sta a chi presenta questo testo fornire ulteriori indicazioni o illustrare con eccessiva dovizia di particolari le modalità filologiche attraverso cui si è giunti al testo così come lo si propone nelle pagine seguenti. Ci limitiamo quindi ad invocare la pazienza e la benevolenza dei lettori, che costituiscono – se non l’unico – quantomeno il più importante giudice del lavoro svolto, augurandoci che questi trovino nella lettura lo stesso piacevole coinvolgimento che i curatori hanno provato nel redarre il presente testo.
Prof. Guǎn Mò Yán,
Università Fudan di Shanghai
Come leggere il libro
Senza voler contraddire quanto scritto nelle pagine seguenti, riportiamo di seguito alcune indicazioni relative alle modalità popolari di impiego di questo libro. Al pari del già citato Yì Jīng , anche lo Yǒng Héng Bù Kě Zhī Jīng è stato per secoli utilizzato dalle classi dalla popolazione cinese come strumento divinatorio per avere indicazioni su situazioni ed accadimenti personali.
Chiariamo subito che nulla è più lontano dalle nostre intenzioni che il voler affermare che nei capitoli che seguono il lettore potrà trovare tutte le risposte ai quesiti sul futuro che lo assillano e allo stesso tempo, riteniamo inutile ritornare su quanto già accennato nelle pagine precedenti in merito al rapporto tra conscio ed inconscio del fruitore di una opera d’arte e di come ciascuno possa (o debba?) vedere qualcosa di diverso nella stessa opera osservata da altri.
Fatte queste premesse possiamo allora dire che nella lettura dello Yǒng Héng Bù Kě Zhī Jīng è possibile analogie e assonanze su quanto ci accade e cogliere una sorta di suggerimento su come la situazione potrebbe evolvere. Nessuna certezza, nessuna funzione oracolare, nessun messaggio predittivo; solo una sorta di risonanza sincronica che ciascuno potrà interpretare come meglio crede in funzione delle faccende contingenti che si trova a vivere.
A questo proposito, per aiutare il lettore in questa consultazione, forniamo alcune indicazioni che potranno essere utili per meglio interagire con le pagine che seguono.
Ci sono diversi modi di consultare questo testo per leggervi un riferimento ad una questione personale; potremmo anzi dire che ne esistono tanti quanti sono i lettori, tra i tanti ne elenchiamo alcuni tra quelli più frequentemente adottati, ribadendo al lettore l’invito a farsi guidare nella consultazione più da un sentire personale che da asettiche istruzioni per l’uso Il primo è più semplice modo di consultazione è ovviamente quello di scegliere un capitolo a caso, leggerlo e riflettere su come e quanto quello che abbiamo letto si adatta al caso nostro.
Il secondo modo prevede invece la scelta – sempre casuale – di due capitoli, il primo dei quali sarà riferito alla situazione attuale, il secondo a come la stessa situazione si potrebbe evolvere nel futuro.
La terza modalità ricorre alla lettura di tre capitoli; il primo sarà ancora una volta riferito alla situazione attuale, il secondo alle cause che nel passato la hanno originata, il terzo a come la situazione si potrebbe evolvere nel futuro.
Per poter interpretare in maniera soddisfacente la risposta, è opportuno rivolgere correttamente la domanda; evitate questioni che prevedano risposte secche e ultimative, niente “si o no”, insomma. Piuttosto immaginate una richiesta di chiarimenti, una spiegazione, una guida per interpretare una questione che non riuscite a esaminare in tutti i suoi aspetti.
Nessuno chiederebbe un consiglio a qualcuno di cui non si fida; approcciamoci quindi alla consultazione con un atteggiamento di ascolto attento e disponibile, pur sempre consapevoli che starà poi a noi interpretare ciò che leggeremo.
Il tempo è una risorsa preziosa, e non vi è attività più deleteria che sprecarlo inutilmente. Evitiamo quindi domande sciocche, questioni banali, quesiti ironici e provocatori. Evitiamo insomma di chiedere i numeri da giocare alla lotteria oppure dove comprare il “gratta e vinci” che ci farà diventare milionari.
Detto questo, passiamo brevemente a esaminare come si può procedere alla scelta del capitolo da consultare. Il modo più semplice è – ovviamente – aprire il libro a caso e cogliere al primo sguardo la risposta che ci viene proposta.
Un po’ più complessa da realizzare è la estrazione casuale di un numero compreso tra 1 e 88, che può essere effettuata ricorrendo a foglietti, tessere o sassolini numerati, custoditi all’interno di un contenitore.
Altri metodi si affidano al “suggerimento” del numero indicante il capitolo da leggere ottenuto dall’osservazione di ciò che ci circonda: il numero civico di un palazzo, la targa di una automobile, il prezzo di un oggetto esposto in vetrina, l’ultimo numero telefonico da cui abbiamo ricevuto una chiamata sono solo alcuni dei modi possibili.
Quale che sia la modalità che sceglieremo, vale sempre in consiglio di approcciarsi alla consultazione con sincerità d’animo e disponibilità all’ascolto condite da un sano realismo, ricordando sempre che la risposta che riceveremo potrebbe non essere quella che volevamo ricevere.
Buona lettura!
[1] Abbiamo reso con il noto proverbio italiano la locuzione cinese originaria 一日之计在于晨 (yī rì zhī jì zài yú chén) che si potrebbe tradurre come: “La mattina presto è il momento d’oro della giornata”.
[2] Lo Yì Jīng (易經), conosciuto anche come “Libro dei Mutamenti”, è ritenuto il primo dei testi classici sin da prima della nascita dell’impero cinese. Considerato da Confucio libro di saggezza, è stato utilizzato a livello popolare a scopo divinatorio e dagli studiosi per approfondire aspetti matematici, filosofici e fisici.
[3] 108 è un numero sacro in diverse religioni come l’Induismo, il Buddhismo, il Sikhismo o il Giainismo. Solo per rimanere in ambito sino-giapponese, è il numero di grani del Mala (il rosario indiano e del Akṣamālā buddhista), è il numero delle stelle considerate sacre nell’astrologia cinese ed è il numero di rintocchi di una campana che in Giappone, viene suonata alla fine dell’anno per salutare il nuovo anno (ciascun rintocco rappresenta una delle 108 tentazioni materiali cui una persona deve resistere per raggiungere il Nirvana).
永恆不可知經 – Yǒng Héng Bù Kě Zhī Jīng
Il Libro dell’Eterno Inconoscibile
The Ran Network – Lo SCrigno del Dragone N. 2
Classico dell’Ignoto, Canone dell’Immensurabile, Testo delle Profondità Oscure
Da un’epoca remota, forse mai esistita, ci giunge un libro la cui origine è avvolta in nebbie fitte quanto le verità che sussurra. Ottantotto capitoli come ottantotto riflessi di uno specchio infranto, ognuno frammento di saggezza, enigma, intuizione.
Scritto da mani sconosciute, forse da un solo uomo, forse da molti, questo fratello sconosciuto dello Yì Jīng sopravvive agli abissi del tempo come un messaggio in bottiglia lanciato nel mare della Storia. È un compagno silenzioso per il viandante dell’anima, un oracolo che non predice, ma riflette; non consola, ma provoca; non spiega, ma suggerisce.
Leggerlo è come ascoltare una voce antica – forse la propria, forse quella dell’universo.
Consultarlo è come domandare al vento dove soffierà domani.
Capirlo è forse impossibile, ma anche il solo tentare è già risveglio.
Questo non è un libro. È una soglia.
Sta a te varcarla.





