Il Maestro Shimizu, uno Sguardo da Vicino


Kampfsport / Hemkemeier

Mi siedo a tavola finalmente a rilassarmi e scrivere un po’ dopo tre settimane di fuoco, bellissime , ricche e intense , che sono valse la stanchezza che mi hanno procurato. Lo scorso fine settimana il mio dojo ha ospitato il Maestro Kenji Shimizu, uchi deshi di O’Sensei e fondatore della scuola Tendoryu, organizzando il primo seminario italiano di questo celebre maestro di Aikido

di MAX GANDOSSI

La palestra del centro Saini trasformata per l’occasione in dojo con un talami di 600 mq era colma di persone entusiaste, alcune desiderose di vedere il maestro per la prima volta altre desiderose di rivederlo anche solo dopo una settimana dall’ultimo incontro e magari dopo 25 anni da quando hanno iniziato a seguirlo.

Inutile dire che organizzare il tutto e per la prima volta è stato un impegno che ha procurato non pochi mal di testa e ne avrebbe sicuramente procurati di più e ben più intensi se non fosse stato per l’incredibile impegno profuso da tutti gli studenti che hanno fatto un lavoro di squadra impressionante, con una dedizione e una concentrazione da soldati al fronte ma sempre col sorriso sulle labbra e con una grande voglia di divertirsi.

C’erano ospiti da vari paesi europei e studenti e insegnanti dagli altri tre dojo italiani (Milano, Leno, Aosta) che fanno parte dell’associazione Tendoryu Italia e tra i due giorni di stage abbiamo fatto un party particolarmente ben riuscito sabato sera al CAM Gorlini del parco di Trenno, dove, ad un certo punto, ho alzato lo sguardo e ho visto persone di ogni provenienza radunate intorno ai due biliardini disponibili che giocavano e si divertivano insieme, fuori dal tatami così come sul tatami.

Il Maestro ha mostrato le sue rotonde e fluide forme, la sua interpretazione dinamica che esprime in modo così evidente l’aspetto fisico del concetto di Aiki, e ha gettato le basi per la costruzione di un lavoro di studio tecnico del suo stile  che in Italia è nella sua fase iniziale. Lo stage è riuscito molto bene e i partecipanti sono rimasti molto soddisfatti e affascinati dalle parole con le quali il Maestro ha intervallato le dimostrazioni tecniche. Parole che raccontano i giorni vissuti da uchi deshi, le esperienze di insegnamento ai tanti allievi nell’arco di 45 anni di lavoro vissuto con passione e totale dedizione.
Al termine dello stage ho avuto il piacere di ricevere l’autorizzazione al passaggio di grado a shodan di 4 miei studenti, anzi più precisamente di 3 studenti del mio dojo e uno del dojo di Aosta affiliato alla mia associazione.

Shimizu Sensei in azione durante il seminario di Milano

Questo è quello che è successo fuori da me, i dettagli, tecnici e non, saranno visibili sui video che posteremo su youtube e che saranno resi disponibili in versione integrale sul nostro sito, dentro di me invece ho avuto una ulteriore, importante prova di come coesistano tante persone, alle volte troppe e non sempre concordi tra di loro!

Certo il conflitto interiore e la contraddizione è un fatto umano e talvolta è la base da cui parte un percorso di crescita, e a questo aspetto della natura umana mi voglio ricollegare per raccontare il mio personale “stage” col Maestro Shimizu, stage che ha avuto luogo più a tavola tra pranzi cene e cappuccini presi ad ogni ora del giorno piuttosto che sul tatami.

Ho parlato tanto col Maestro che ho iniziato a vedere con gli occhi di uomo, da uomo a uomo. Mi conosco abbastanza da sapere che la devozione formale e la sudditanza non fanno per me, e che relegato all’interno delle sbarre della pura forma mi sento una tigre in gabbia e alla prima occasione non tardo a dimostrarlo. Pertanto proprio per non gettare le basi per un rapporto fallimentare, ho colto l’occasione fornita dall’offerta del Maestro di fargli qualunque domanda desiderassi, chiedendo senza freni e scrupoli, in modo più sincero e diretto di quanto non abbia fatto precedentemente in Belgio o in Giappone.

Ho deciso di iniziare a parlare in modo sincero e chiaro, manifestando non solo curiosità per i suoi racconti ma anche perplessità e dubbi, problemi del mio percorso di praticante e insegnante di una disciplina che oltre a offrire grandi soddisfazioni e occasioni di crescita, spesso da origine anche a manifestazioni degli aspetti più bassi della natura umana manifestandosi con gelosie, megalomanie, egoismi di ogni genere.
Ho chiesto al Maestro perché avesse sentito il bisogno di creare un proprio stile e se non fosse proprio l’esistenza di diversi stili e l’enfasi che in questi stili viene data alla componente tecnica a portare una separazione laddove ci sarebbe invece bisogno di unione.

Il Maestro mi ha guardato negli occhi, da uomo a uomo, e ha iniziato a parlare con naturalezza della storia che ha accompagnato la sua vita aikidoistica, partendo da come lui in qualità di uchi deshi, senza avere una famiglia facoltosa alla spalle che lo sostenesse (da uchi deshi non percepiva un vero e proprio compenso e i suoi genitori tentarono di farlo desistere da questo intento) mise tutte le sue forze e energie nella pratica dell’aikido e nel servizio reso a O’Sensei, e di come, probabilmente in virtù del suo talento, peraltro già precedentemente messo a frutto nel judo, divenne molto velocemente un allievo apprezzato da O’Sensei, apprezzamento (sue parole) che gli fece scalare velocemente la graduatoria interna all’aikikai, portandolo nei primi posti dopo Tohei, Kisshomaru Ueshiba, Osawa, scatenando non poche reazioni di gelosia da parte di chi si sentiva così surclassato.

Ho avuto un sussulto interno a questo racconto, una comprensibile (conoscendomi) reazione di rifiuto ad un’immagine così concreta, fin troppo umana e competitiva dell’entourage del fondatore. Ma come? C’erano dinamiche simili proprio intorno al grande maestro fondatore dell’AIkido? Gelosie? Graduatorie? Mi sono sentito confuso e i dubbi hanno iniziato a propagarsi nel mio cervello come l’alcool si propaga nelle vene , velocemente e procurando non meno stordimento.

Ho risposto con sincerità cercando di ripagare la stessa sincerità del Maestro. “Maestro ma non crede che l’aikido dovrebbe proprio eliminare gli egoismi dalle persone? Non abbiamo forse un’ambizione spirituale?” e lui mi risponde con disillusione e tranquillità (mentre ceniamo al ristorante “Al Less” di via Lombardia a Milano bevendo dell’ottima barbera)

E’ il momento per qualche interessante racconto….

“Vedi Max, queste sono caratteristiche della natura umana, dobbiamo accettarle, in noi stessi e negli altri, se fai qualcosa e hai il coraggio di dire quello che pensi, troverai sempre il cinquanta percento delle persone che ti sosterranno e il restante cinquanta che ti criticherà anche in modo feroce, devi imparare a creare un distacco con le persone che ti permetta di non essere ferito dalle critiche, lo dico sempre anche a mio figlio Kenta, in fondo ti rimane sempre il cinquanta percento delle persone che ti sostiene!”

I dubbi si diffondono, ma come? A me che amo creare rapporti profondi e intensi con le persone dice di creare distacco? Lo insegna al suo giovane figlio che dovrebbe, alla sua età, avere una naturale fiducia negli altri esseri umani?

Poi , come per magia si mette a parlare un’altra voce dentro di me, una voce che ascoltai quella volta che salendo sulla pedana di fronte al tatami del Maestro Fujimoto con le ciabatte, fui arringato con un “Eh ma allora sei proprio scemo!”  e che mi disse “ok bell’inizio Max, ma se ti offendi sei tu a perdere un’occasione, lascia che si manifesti il senso di tutto questo”; la ascoltai e le sono grato tutt’ora.

Quella sera al ristorante la voce mi ha detto la stessa cosa mi ha suggerito di dormirci sopra , magari anche più di una notte e di aspettare che si manifesti il senso di quanto ascoltato. Poi il Maestro continua e mi dice ” Tieni presente che nel tuo lavoro ti troverai anche nella posizione di dover dire cose che non piaceranno ai tuoi allievi, che non soddisferanno il loro bisogno di conferma (e qui qualcosa inizia a prendere forma nella mia mente) e in quella occasione sarai di fronte alla scelta di essere coraggioso e dire quello che devi dire (e che realmente pensi) o essere diplomatico e stare sulla superficie”… boooom mazzata , colpita e affondata la portaerei.

Per fortuna dopo un po’ il Maestro mi da un’altra occasione di difendermi mentalmente sul mio campo da gioco, dicendomi che gli esseri umani tendono alla pace solo perché ricordano gli orrori della guerra altrimenti sarebbero naturalmente portati a quella, in virtù dei loro egoismi.

Reagisco, gli chiedo “ma non crede che se siamo qui, ora, vivi , parlando di questi argomenti, è perché gli esseri umani in buona parte si amano?”  e lui mi risponde “molti fraintendono le parole di O’Sensei perché non lo hanno conosciuto da vivo, con le sue contraddizioni, tante e grandi, e pensano che lui facesse qualche discorso di new age alla ” volemose bene” mentre i suoi discorsi sull’armonia erano relativi alla capacità di armonizzarsi con l’universo, e con i suoi movimenti (non quelli umani) e con il fare ciò che è giusto coraggiosamente senza ipocrisie.

L’indomani mattina mi racconta ancora che O’Sensei era un uomo a tratti spiritosissimo che scoppiava in fragorose risate , poi mentre tutti praticavano spariva per qualche minuto nel suo ufficio, tornava indietro incavolato nero e scoppiava con altrettanta sincerità in una ramanzina sbraitata a gran voce, e gli altri allievi giovani si radunavano intorno a Shimizu Sensei e gli chiedevano “Ma perché? Cosa abbiamo fatto? Cosa ha fatto Shimizu di sbagliato? (perché normalmente quando il maestro si arrabbia la colpa è del suo uchi deshi che non ha capito cosa doveva fare in quel momento!) come quella volta che entrando in un taxi sbattè la testa e si arrabbiò ferocemente con il giovane Shimizu perché non gli aveva abbassato la testa, urlando con tale trasporto da far scappare il tassista!

Feroci battaglie al biliardino durante il party

Alzandoci da tavola in quel bellissimo ristorante che è “Al Less” e prima di salutare il sig. Piero coetaneo del Maestro e abile oste, il Maestro picchia la testa contro un cartello di latta penzolante nel corridoio e sogghigna tra sè e sè mentre si massaggia la testa borbottando “Aikido no sensei“. Non mi ha sgridato per aver sbattuto la testa! Vorrà dire che non sono abbastanza allievo o che ha semplicemente un carattere più equilibrato del suo Maestro?

A tale proposito gli ho chiesto “Maestro, Leonardo da Vinci diceva che se l’allievo non supera il maestro l’arte non cresce, lei è d’accordo?” e lui “Io non credo di essere meglio di O’Sensei, nè mi preoccupo di questo, O’Sensei era un genio e come spesso succede queste persone sono particolari anche caratterialmente e bisogna prenderle così come sono, io ho deciso di percorrere la mia strada” poi mi guarda negli occhi “ognuno deve percorrere la propria strada, e trovare il coraggio per farlo, una volta gli uomini si parlavano in modo molto più diretto senza preoccuparsi troppo delle conseguenze, oggi si parla sempre in modo “politically correct” cercando di accontentare tutti ma così spesso si resta sulla superficie”.

Ho dormito bene durante le notti di questa settimana sognando tutte le notti almeno una parte dell’esperienza vissuta in quei giorni. Sento crescere un sentimento di profonda gratitudine per il Maestro, per avermi dedicato l’energia di parlare col cuore , dandomi molto di più di quanto mi aspettassi e dandomi qualcosa che non era affatto obbligato a darmi. Sono in uno stato di piacevole e vivissima crisi nel senso greco del termine di “ricerca”.

Cerco orizzonti più nitidi di senso nella disciplina che amo, pratico e insegno, cerco forse solo un senso comune tra quello che vedo al dojo tutte le sere, quell’amore, quel sorriso, quella distensione delle tensioni umane in quella tecnica così ancora acerba e poco pulita, e quello che vedo ai vertici dell’aikido, quella tecnica impeccabile quell’eleganza e sicurezza così come spesso quelle tensioni e difficoltà relazionali con altri componenti dei vertici, cerco un senso che possa far collimare le qualità umane che nascono spontanee dalla disperazione della guerra, tenacia, mente sveglia e coraggio, che forse sono i tesori racchiusi nello scrigno del kanji “Bu” e quell’amore che tutto muove, che mi spinge ad avere un’incrollabile fiducia nell’essere umano.

Cerco un senso che possa evidenziare l’uso della parola come strumento di pace senza che questo mi costringa ai formalismi del politically correct. Cerco e sono certo di trovare prima o poi, quel coraggio che il maestro mi ha detto di cercare.

Copyright Massimiliano Gandossi © 2011 
Ogni riproduzione non espressamente autorizzata dall’autore e’ proibita
Il website di Massimiliano Gandossi e’ 
http://www.bushidokai.it/

2 pensieri riguardo “Il Maestro Shimizu, uno Sguardo da Vicino”

  1. Grazie max per il bel resoconto della tua esperienza. Ci troviamo tutti lì a rimuginare gli stessi problemi. Forse è questo il senso di crescita che questo tipo di esperienze, al limite, o varcando a volte il politically correct, ci da: territori nuovi di indagine. Forse lì scopriamo l’Uomo. Grazie ancora!
    Andrea Re

  2. Caro Andrea ti ringrazio per le parole che hai scritto, tu sei certamente un Uomo, ogni volta che ti ho incontrato ho imparato qualcosa da te, a questo punto spero di incontrarti ancora presto!
    Max

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