La Vera Frontiera dell’Aikido


Chierchini Simone 03

La vera frontiera dell’Aikido… portarne gli insegnamenti ove il campo è ancora da arare. Più nuove iniziative ove l’Aikido manca, più lavoro con i giovani e nelle scuole, meno associazioni, gradi, supershihan, e business relativo

di SIMONE CHIERCHINI

Se invece di litigare in nome di una presunta superiorità tecnica, o di lignaggio, per accaparrarsi le poche migliaia di praticanti attivi che l’Aikido riesce annualmente a produrre, l’intelligentsia dell’Aikido nostrano si dedicasse a conquistare nuove platee, non assisteremmo allo spettacolo desolante delle continue divisioni intestine e al conseguente frazionamento che caratterizzano sempre più la nostra comunità.

Potete citare un esempio che sia uno di programma organico prodotto dalle maggiori associazioni nazionali per promuovere la disciplina sul territorio? Sui mass-media? Nelle scuole? Nel mondo dello sport? Nell’ambito della cultura nazionale? A parte lodevoli episodi locali, frutto della buona volontà individuale, sotto il vestito non c’è assolutamente niente.

Come si iniziò a fare alla fine degli anni Sessanta – quando le associazioni nazionali erano in embrione – arriviamo al 2012 e nulla è cambiato. A tutt’oggi le uniche attività associative restano i seminari con gli shihan. Le varie associazioni nel loro complesso producono annualmente parecchie decine di migliaia di euro di bilancio e utilizzano questi fondi esclusivamente per fornire agli associati pessime coperture assicurative e – soprattutto – per pagare i servizi dei baroni dell’Aikido.

Poco, così poco che ogni individuo dotato di buon senso dovrebbe porsi una domanda o due rispetto ai veri fini delle associazioni in questione, al di là di quelli dichiarati nei rispettivi statuti. Pensare di cambiare le cose restando all’interno di queste associazioni e lavorando politicamente in esse è pura utopia. Se ciò fosse possibile, vivremmo anche in condomini migliori, in città migliori, in una nazione migliore. E non si tratta neppure di fare ciò che suggeriva Indro Montanelli, ossia di votare turandosi il naso. No, grazie. Io non partecipo, il sistema è marcio. Anche la marmellata culturale pseudo-democratica in cui siamo affogati non è stata progettata per farci finire dove siamo finiti. Tuttavia è stata utilizzata a meraviglia per i fini di controllo e in ultima analisi di dominio.

noi piccoletti cosa possiamo fare? Nel nostro microcosmo aikidoistico, tanto per cominciare, prendere a insegnare con l’esempio… le persone di buona volontà inizino. I baroni dell’Aikido sono eliminabili, una volta che una nuova generazione di aikidoka cresca SENZA l’indottrinamento cui la nostra è stata sottoposta.

Educhiamo gli allievi  e formiamo nuovi uomini, non promuoviamo degli pseudo-atleti

Sul tatami gli insegnanti parlino di filosofia morale, di ideali sociali, di obiettivi umani da conseguire attraverso la pratica dell’Aikido. Educhino gli allievi e formino nuovi uomini, non promuovano degli pseudo-atleti. Per quello esistono sport più completi e professionali dell’Aikido. Lasciamoli lavorare senza scimmiottarli. La nostra funzione è diversa.

Lavoriamo di più, e con più convinzione tra i giovani e comunque tra i neofiti. Quando lo facciamo e parliamo con loro, però, chiudiamo la porta alla “santificazione” dei supershihan, facciamo attenzione a non rendere Morihei Ueshiba il nostro Padre Pio, e inoltre leviamo il focus dai gradi, dal programma di esame, dal merchandising Aikikai e corbellerie simili.

Noi possiamo insegnare facendo a meno per primi – personalmente – di certa dottrina piena di falsità e sottomissione: ossia insegnando con piena responsabilità di quello che si dice, senza la copertura assicurativa di fare certe cose solo perché l’ha detto Pinco Pallino Sensei 8° discendente collaterale del portiere dello stabile della famiglia Ueshiba.
Gli allievi giovani ci ascolteranno, perché convinti dall’eventuale bontà di ciò che proponiamo, dato che il loro approccio non è corrotto dalla propaganda fideistica su cui si basa il rapporto maestro-allievo convenzionale – vengo da te perché sei illuminato e ti ha toccato il grande maestro prima di me – o dalla filosofia utilitaristica del do ut des, ti seguo perché mi conviene, cioè perché mi darai gli agognati gradi, meglio ancora se dell’Aikikai Hombu.

Insegnanti, creiamo una nuova generazione di aikidoka che ci segue non perché pensa che siamo magici, oppure con l’atteggiamento di un branco di coyotes in attesa che qualcuno gli tiri l’osso. Investiamo nel futuro insegnando quello che dovremmo, secondo gli intenti universalmente riconosciuti, accettati, sbandierati e puntualmente SEMPRE DISATTESI dell’Aikido: migliorare noi stessi e gli altri, per creare una società almeno un pochino meno peggio di quella orribile in cui siamo finiti a vivere.

Non pensate che io sia un’utopista, o un novello Don Chisciotte. Siamo in tanti a nutrire questo desiderio interiore, tra quelli che sono sui tatami in posizione di responsabilità. Alcuni ci ascolteranno, altri no, e li lasceremo fare la loro strada, in attesa di udire il rumore dei loro denti, quando inevitabilmente sbatteranno sui soliti muri… Ci abbiamo urtato anche noi, ma ci siamo poi risvegliati. Alcuni di loro allora usciranno dal torpore, e ci raggiungeranno in questa sfida.

A livello emozionale, come avevo scritto altrove, se il sottoscritto non sta arando e seminando, dopo 40 anni e più sul tatami per me tutto il resto è noia… Ma cosa mi può più importare di vedere la quarta variazione a sinistra del terzo segreto tramandato (o inventato) dal super-esperto di turno? Posso scoprirle benissimo da solo, e normalmente le insegno nel mio dojo a 35€ al mese, non a 100€ a weekend.

Perché dovrei fare il 30° seminario estivo con lo stesso maestro, quando c’è un mondo intero là fuori che mi aspetta (fuori dalle palestre!) e io non potrò mai vederne neppure una milionesima parte? I seminari nei fine settimana? Magari quando non ho nulla da fare, ma se la vita vera incalza… Oggi scelgo sempre la vita vera: educare i miei figli, lavorare il campetto che mi son comprato, visitare una città nuova, o camminare su un sentiero montano non percorso precedentemente.

“Io voglio essere un insegnante diverso e sono consapevole che non sono solo”

Perché dico quello che dico? C’è un limite a quello che la forma può dare ad un uomo, soprattutto quando questo insegnamento della forma è del tutto privo di VERI contenuti umani. Dai miei insegnanti, giapponesi e non, NON ho ricevuto alcun sostegno nel miglioramento della mia personalità. Quel poco che ho fatto, bene o male, l’ho fatto da me, sbagliando un milione di volte. Allora a cosa mi sono serviti questi benedetti sensei? A imparare una qualche inutile tecnica militare tardo-medievale giapponese? Io voglio essere un insegnante diverso e sono consapevole che non sono solo.

La dottrina di sottomissione di cui parlavo precedentemente si incentra principalmente sulla insensatezza dell’insegnante di Aikido medio italiano che – come quella dell’italiano medio – è basata su un senso di inferiorità culturale rispetto al resto del mondo che gli tarpa SEMPRE le ali, facendogli pensare che lo straniero sia sempre migliore di lui. Di conseguenza il proprio conterraneo che invece non soffre di complessi di inferiorità – ed è dotato – deve essere annientato, perché la sua vista fa male come il sale su una ferita. L’insegnante deve essere di fuori, perché essendo diverso da me, non lede il mio amor proprio e quindi posso accettarne il valore. In questo modo non mi fa male…

Tuttavia, che si tratti di insegnanti stranieri o made in Italy, il rispetto e l’affetto per il proprio mentore non richiedono MAI di essere maltrattati e a volte anche abusati psicologicamente… oltre che fisicamente, come succede di frequente. A questo proposito non posso che riportare le parole di Ellis Amdur, che fotografano i fatti con precisione millimetrica:

Nell’ambiente del dojo non ci dovrebbe essere assolutamente alcuna abrogazione di qualsiasi diritto legale o umano, e un insegnante che fa del male deliberatamente ad uno studente sta commettendo un’aggressione, anzi, peggio, un’aggressione con percosse. Si tratta di un crimine, puro e semplice. Un compagno praticante di arti marziali che cerca deliberatamente di farvi del male sta commettendo un crimine, punto e basta. Un insegnante che cerca di portarsi a letto tua moglie, tuo marito o tua figlia/o, è, nella migliore delle ipotesi, uno squallido essere umano. Ogni tentativo di presentare questo fatto all’interno di un’ottica di insegnamento è una fesseria”.

Personalmente ho avuto due shihan giapponesi (Hosokawa e Fujimoto) nella mia vita – non solo aikidoistica – e li ho entrambi assai amati e, pur non rientrando in nessuna misura nelle categorie esemplificate da Amdur, quando per me è arrivato il momento, li ho entrambi del tutto lasciati. Sono anni che non mi rifaccio a loro né tecnicamente, né come forme autoritative. Umanamente ho smesso di avere rapporti con loro ben prima che le vicende della vita tristemente li portassero lontani dal tatami, e non sono tornato indietro. Sono un ingrato? Non credo. Quello che loro mi hanno dato, gliel’ho reso moltiplicato per mille quando eravamo vicini.

Oggi cammino da solo, non mi ricopro del loro nome, o faccio denaro insegnando stage come loro allievo “prediletto”, come fanno certi, nonostante forse ne avrei più titoli, avendo passato nel loro dojo molto più tempo di diversi dei suddetti messi assieme… Semplicemente, per me, il loro modello di insegnamento andava nella direzione generale, cioè dell’insegnamento della tecnica per la tecnica, ed è un pezzo che questo che non mi soddisfa, anche se è solo di recente che inizio ad avere una maturità sufficiente per capire quello che davvero desidero. Non gliene voglio nel modo più assoluto per questo, anche perché nel mondo dell’Aikido quasi ovunque convenzionalmente si insegna così. La vera sfida è superare questo modello didattico.

Non proclamo l’abbandono della forma, del rispetto, del legame tra maestro e studente, tutt’altro. Nel Budo, la sacralità del rito è centrale, ma quando il rito diventa una vuota espressione meccanica, per me raggiunge la stessa insensatezza attualmente espressa dalle religioni organizzate tradizionali.

Sintetizzando, fare Ikkyo, o Ichi no tachi, o i Kata di Aikijo di Tada non rendono nessuno un essere umano migliore, anzi, spesso a lungo andare, peggiorano la persona dal punto di vista fisico, visto l’eccesso di rotazioni sulle ginocchia presente nell’Aikido. Se questi esercizi ginnici pseudo-marziali non vengono utilizzati in un forte contesto morale ed educativo, rimanendo invece un vuoto vaniloquio regolato da un rito di cui ben pochi conoscono origini, modalità e significato, allora qualcuno ci dovrebbe spiegare a cosa servano, a parte gonfiare il proprio ego in una presunta valenza che vigliaccamente non viene mai verificata in un contesto marziale competitivo.

In questo caso preferisco zappare la terra e insegnare ai ragazzi e a quelli che l’Aikido non lo hanno mai sentito nominare, per fortuna.

Foto di Eliana Zinno ©2012 scattate durante l’International Kids Summercamp 2012 – Toscolano, Umbria

Copyright Simone Chierchini ©2012
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4 pensieri riguardo “La Vera Frontiera dell’Aikido”

  1. bella sintesi… sono quasi 2 anni che vago nel limbo del “ricomincio ad allenarmi? da solo? con amici? cerco un nuovo dojo? cambio disciplina? ricomincio con l’insegnamento senza garanzie per chi vorrà il diplomino firmato da parecchi dan più dei miei? ma uno spiraglino di luce mi si è aperto… grazie mille simone

  2. Che belle parole!! Su tutte l’aver letto “migliorare noi stessi e gli altri, per creare una società almeno un pochino meno peggio di quella orribile in cui siamo finiti a vivere”, anche se personalmente preferirei positivamente trasformare in “una società in cui siamo finiti a vivere, certo, ma che possiamo migliorare grazie ai nostri piccoli-grandi sforzi quotidiani, dentro e fuori il tatami”

    Sempre più persone sto piacevolmente scoprendo affini a questi pensieri, che si dedicano alle arti marziali ma sanno far splendere nella vita quotidiana quei valori come l’amore e la famiglia, quelli che fanno crescere il vero budoka. L’aikido è una disciplina difficile da coltivare, da far comprendere a chi non ne ha mai assaggiato i frutti… il nostro umile compito è continuare a seminare, dissetando questo terreno, con fiduciosa speranza in un mondo migliore.

    E non esiste parola migliore che grazie di cuore, per ciò che scrivi e per ciò che ogni persona potrà fare a seguito delle tue parole. A presto

  3. Bello sfogo…no, non sei solo.
    Personalmente oramai sono 4 anni che lavoro secondo un principio di assoluta semplicità. Niente gradi, niente federazioni, niente gerarchie, niente business solo divertimento ed allenamento compatibile con la famiglia.
    Unico cruccio la continua formazione(che mi accorgo non basti mai) per cercare di dare un contributo il più professionale possibile. Si, l’esperienza di vita e l’esempio sono importanti, ma nel ruolo d’insegnante non ci si può adagiare. Ma se penso a quanti centinaia di stage a pagamento ho fatto in giro per il mondo, per acquisire briciole d’informazione date col contagocce, è poca cosa quello che spendo adesso mirando a formazioni ad hoc dove quello che riporto è enorme in termini di qualità e quantità.
    Unico appunto sul discorso atleti…Su questo non sono d’accordo, personalmente ritengo di dover preparare anche in quel senso, se analizziamo l’origine della parola
    athletés, da âthlos, lotta, se ne deduce che fa parte dei nostri doveri preparare dei lottatori, secondo determinati principi, ma non dimenticandoci l’origine pratica della nostra disciplina. Oltretutto insegnare a dei bambini presuppone conoscenze tecnico-sportive, obbligatorie a mio avviso, e che fanno parte del bagaglio di un buon preparatore sportivo. Naturalmente il discorso non deve cadere sul preparare atleti agonisti, ma è un’altra cosa. Ciò non toglie che un preparatore/formatore/insegnante/maestro/sensei debba conoscere “bene” i principi dell’allenamento perchè rappresentano, insieme ai principi fisici della propria disciplina, la base. Dico e sottolineo questo perchè penso sia la madre dei problemi che hai espresso nel tuo post. Se ci fosse stato un sano pragmatismo sportivo nella nostra disciplina, ci sarebbero anche molte meno stupidate e falsità. Purtroppo invece vedo sempre di più sul web un sacco di “chiacchiere e distintivo”. Naturalmente non mi riferisco a te che fai un lavoro encomiabile e per quanto ne so onesto e pulito, ma parlo in generale, meglio specificare.

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