Riflessioni Sull’Aikido Come Via Individuale


Ueshiba Morihei 04

Qualunque sia la Via che abbiamo deciso di intraprendere, certamente questa ha una caratteristica: se vogliamo giungere all’obbiettivo che ci siamo prefissati, questa non può essere percorsa da altri che da noi

di CARLO CAPRINO

“Il vero signore è simile ad un arciere:
se manca il bersaglio
cerca la causa di questo in se stesso”
(Confucio)

Premessa

Tanto in Occidente quanto in Oriente, numerose discipline che hanno come obbiettivo il “miglioramento” (termine da intendere evidentemente nella particolare accezione legata a questo aspetto) del praticante vengono indicate come “Vie”. In questa definizione vengono comprese numerose pratiche, a volte (almeno apparentemente…) inconciliabili tra loro, afferenti tanto discipline exoteriche che esoteriche, da quelle relate all’aspetto spirituale fino a quelle maggiormente incentrate sull’aspetto fisico.

Non è nelle intenzioni e nelle capacità di chi scrive l’approfondimento dell’analisi del termine nelle sue varie sfumature ed applicazioni; basterà qui ricordare solo alcuni degli esempi più noti, dai sentieri percorsi ancora oggi dai pellegrini che si recano nei luoghi sacri al loro culto (dalla Mecca a Santiago di Compostela, solo per citarne due tra le più conosciute e frequentate), alla “Quarta Via”, che raccoglie gli insegnamenti e i metodi di Georges Ivanovitch Gurdjieff, o le “Considerazioni sulla via iniziatica” di René Guénon.

Ai praticanti di discipline sino-giapponesi è invece ben noto il suffisso “Do”, che deriva dalla traslitterazione e contrazione del cinese “Tao” il cui ideogramma Dave Lovry, nel suo “Lo spirito delle Arti Marziali”, così analizza: “Nel pennello del calligrafo, Do è un carattere composto. I tratti che indicano «principale» o «fondamentale» sono uniti a quelli del radicale che significa «movimento». Perciò Do significa «strada importante», una Via da seguire in armonia e sintonia con le vicissitudini che l’universo suggerisce, un sentiero lungo il quale scoprire l’unicità degli elementi della vita nell’universo”.

Verso e direzione

Qualunque sia la Via che abbiamo deciso di intraprendere, certamente questa ha una caratteristica: se vogliamo giungere all’obbiettivo che ci siamo prefissati, questa non può essere percorsa da altri che da noi. Sembra una banalità, eppure basta riflettere un attimo per constatare quanti siano coloro che cercano scorciatoie, corsi modello “tre anni in uno”, promozioni “honoris causa” e via dicendo. Non è certo questo il pulpito da cui puntare l’indice accusatore verso gli altrui comportamenti, ma senza ipocriti buonismi non si può tacere di un certo malvezzo che fa preferire a molti un “pezzo di carta” più o meno oscuramente ottenuto rispetto ad una formazione praticamente esperita. Continuando ad utilizzare la analogia del viaggio, insomma, vero è che le moderne tecnologie di fotoritocco permettono a ciascuno di noi di preparare una immagine che ci veda in qualunque luogo, così come è altrettanto vero che oggi è possibile esplorare virtualmente qualunque città della terra con un livello di dettaglio impossibile sino a pochi anni fa, ma avere una foto che ci mostri di fianco alla Sfinge o esplorare la zona delle piramidi con Google Earth senza essere stati in Egitto non potrà mai sostituire la presenza fisica, qualunque progresso facciano le moderne tecnologie.

Capita così che sempre più spesso sia l’istruttore a cercare l’allievo, e non viceversa, come dovrebbe essere. Capita anche che l’allievo – piuttosto che guadagnarsi il “diritto” di imparare, ritenga che l’istruttore abbia il “dovere” di insegnare, arrivando addirittura a presupporre che la conoscenza possa essere infusa in maniera osmotica, sulla base di un mero atto di volontà e senza sforzo o impegno alcuno, così come Neo, nel film “Matrix”, impara decine di stili di combattimento collegandosi ad un computer.

Endo Seijiro 02
“Rubare il mestiere con gli occhi”

Purtroppo o per fortuna così non è, e se in tutte le Arti e discipline l’insegnamento viene trasmesso nei tempi e modi più opportuni dall’esperto al principiante, è quest’ultimo che – come si suole dire – deve “rubare il mestiere con gli occhi”, pena restare garzone a vita. Restando vicini alla pratica marziale, i consigli del Senpai, gli insegnamenti del Sensei, le lunghe ore passate sul tatami in koshukai e gasshoku ben poco possono insegnare a chi non ha voglia di imparare. Quanto sopra potrà sembrare sin troppo ovvio ai più, ma non è forse così scontato, se Stanislas De Guaita – uno dei più noti esoteristi dell’ ‘800 – ebbe ad affermare, in un ammonimento che possiamo intendere rivolto ad ogni e ciascuno di noi: “Noi ti abbiamo ‘cominciato’: il ruolo degli Iniziatori deve fermarsi qui. Se tu perverrai da te stesso all’intelligenza degli Arcani, tu meriterai il titolo di Adepto; ma sappi bene ciò: è invano che il più sapiente dei Maestri ti riveli le supreme formule della scienza e del sapere magico; la Verità Occulta non si può trasmettere con un discorso: ciascuno deve evocarla, crearla e svilupparla in sé. Tu sei Iniziato: sei uno che gli altri hanno messo sulla Via; sforzati di divenire Adepto; uno cioè che ha conquistato la scienza da se stesso, o, in altri termini, il Figlio delle sue opere”.

Altro pernicioso malvezzo – in buona parte favorito dalla sempre maggiore abbondanza di supporti didattici, libri e video – è quello di chi, piuttosto che salire sull’albero con fatica ed attenzione per raccoglierne i frutti posti sulle cime più alte, taglia il tronco alla base per abbatterlo e far così cadere i frutti a terra per poi prenderli senza sforzo. Un atteggiamento che René Guénon, nel suo “La crisi del mondo moderno” così commenta: “È difficilissimo far capire ai nostri contemporanei che vi son cose le quali, per la loro stessa natura, non sono da discutersi. Invece di cercare di innalzarsi fino alla verità, l’uomo moderno pretende di farla scendere fino al proprio livello”.

A costoro sarebbe forse utile meditare quanto afferma ne “Il Profeta” K. Gibran, quando scrive: “Nessun uomo può rivelarvi nulla, se non quello che già sonnecchia nell’alba della vostra conoscenza. Il maestro che cammina all’ombra del tempio tra i suoi discepoli non offre il suo sapere ma piuttosto la sua fede e il suo amore. Se egli è saggio non vi inviterà ad entrare nella dimora del suo sapere ma vi guiderà piuttosto verso la soglia della vostra mente” o su quanto M. Musashi scrisse nel suo “Go-rin no sho”, dove leggiamo che: “Non si può provare il vero sapore di Heiho leggendo un libro; non ci si può impadronire delle cose qui descritte scorrendo le pagine e cercando di praticarle per imitazione. Scoprirai il vero significato di molte cose inerenti alla Via solo esercitandoti senza tregua e praticando molto duramente”.

Impegno costante e sincero che è quindi la condizione primaria per proseguire sulla Via, perché ben poca strada percorre chi, pur avendo gambe robuste, ha poca o nulla voglia di camminare, magari sperando in un più comodo ausilio che provenga da altri viandanti più volonterosi. Compito dell’insegnante è quindi non solo quello di valutare le potenzialità dell’allievo, ma anche quello di provarne la volontà, mettendolo nelle condizioni di poter guadagnare ciò che merita, come spiega Louis Claude de Saint-Martin ne “Il mio libro verde”, dove si legge il seguente passo: “Quando l’uomo vano chiede perché non gli si direbbe la verità, poiché essa è fatta per tutti, si può rispondere che non si dà l’elemosina a colui che potrebbe lavorare, perché sarebbe mantenere la pigrizia”. Se invece di concentrarci sulla nostra pratica personale pretenderemo di giudicare anche quella altrui, potremo allora rilevare delle apparenti “ingiustizie” nel modo in cui ad alcuni viene assegnato un cammino piano e diritto e ad altri un percorso ripido e tortuoso, ma nulla è per caso ed a ciascuno è dato ciò che per lui è più giusto ed opportuno, come possiamo leggere nel “Vangelo di Filippo: “Un capofamiglia acquista ogni cosa: figli, servi, animali, cani, maiali, grano, orzo, paglia, erba, ossi, carne e ghiande. E’ un uomo saggio, e conosce il nutrimento adatto a ognuno: mette pane, olio d’oliva e carne davanti ai figli; pone olio di ricino e grano davanti ai servi; getta agli animali orzo, paglia ed erba; getta ossa ai cani; ai maiali getta ghiande e avanzi di pane.

Si comporta così anche il discepolo di Dio. Se è saggio, comprende le qualità di un discepolo; le forme corporee non l’inducono in errore; valuta piuttosto la disposizione d’animo di ognuno e parla con lui. Nel mondo vi sono molti animali che hanno forma umana; allorché egli li riconosce, getta ghiande ai maiali, getta orzo, paglia ed erba agli animali, getta ossi ai cani. Ai servi dà gli inizi (delle lezioni), ai fanciulli dà (l’insegnamento) perfetto”.

Saito Morihiro - Corallini Paolo 1988 Svizzera
Morihiro Saito e Paolo Corallini – Svizzera, 1988

In altre parole, tornando all’argomento di queste modeste riflessioni, se si vuole davvero proseguire sulla Via, occorre essere consapevoli che questa ci offrirà un risultato proporzionale alla quantità ed alla qualità della nostra pratica. Sarebbe fin troppo facile ricordare che il Fondatore dell’Aikido ha continuato ad approfondire e sviluppare la sua Arte sino all’ultimo periodo del suo transito terreno, o che Saito Morihiro, che ne fu fedele discepolo per più di venti anni e vero e proprio custode ed erede del suo lascito marziale, ogni giorno ripeteva gli esercizi individuali che molti principianti ritengono di padroneggiare alla perfezione dopo pochi mesi di pratica. L’imitazione pedissequa da parte dell’allievo di quanto mostrato dall’insegnante è solo il primo passo, la punta dell’iceberg, la chiave che permette di aprire la porta e non può e non deve essere vissuta in maniera passiva ma considerata come un occasione per sperimentare ed apprendere direttamente, consapevoli che: “Il maestro insegna la tecnica senza spendere una parola sul suo significato; egli aspetta semplicemente che lo studente lo scopra da solo. Tutto ciò viene detto: tendere l’arco senza lasciar partire il colpo. Non dà spiegazioni, vero, ma si comporta così non per crudeltà. Lo fa semplicemente perché egli vuole che il suo studente raggiunga la maestria non solo con la pratica ma anche con la totale partecipazione del suo cuore. Quando lo studente si è esercitato con tutto il cuore ed è giunto ad una qualche meta con la sua personale energia, allora se ne va; ma prima si presenta al maestro. Il quale, visto che è il suo proprio cuore che glielo dice, conferma lo studente nella decisione presa. Non esiste impedimento alcuno da parte del maestro“.

Conclusioni

Molto altro vi sarebbe da dire sull’argomento, me il migliore insegnamento è quello che si ottiene semplicemente interrogando sé stessi sul traguardo che si vuole raggiungere, sui motivi che ci spingono a raggiungerlo e sui mezzi che vogliamo impiegare; non vi è giudice più spietato, se si è sinceri nell’interrogarsi e consapevoli di quanto sia spesso facile autoassolversi, tanto che il Fondatore dell’Aikido, in uno dei suoi kuden più noti e citati evidenziava che “La Vittoria più importante è quella su sé stessi”. Procedere Lungo la Via è semplice, ma non sempre facile, ed oggi come sempre – a chi voglia provarsi nel Cammino – potrà bastare il consiglio offerto dal “Mutus Liber” alla XIV Tavola: “Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora e allora troverai”.

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