Kiai e Aiki – L’Aikidō e l’Indivisibile Diviso


Kiai e Aiki sono due parole, due concetti molto dibattuti nel mondo del Budō, dove si passa da illazioni fantascientifiche a semplificazioni e minimalismi

di ADRIANO AMARI

Come molte cose della cultura orientale, Kiai e Aiki sono essenzialmente degli “aspetti naturali”, conoscibili attraverso l’imitazione analogica o il passaggio osmotico della conoscenza da un Cuore/Spirito a un altro Cuore/Spirito, una coppia di soggetti dove uno dei due può benissimo non essere un umano o un vivente.

Questo articolo è una riflessione sul ruolo di Kiai e Aiki nelle Arti Marziali, usando l’Aikidō come terreno di esercizio, ma è possibile adattarla a qualsiasi Arte Marziale e, in estensione, a Vita ed Esistenza.

Il Kiai scomparso 

Un punto curioso è come il Kiai come concetto ed azione sia stato “eliso” dall’Aikidō di massa di oggi. Tutt’al più si ha una l’espressione sonora, il “Kakegoe”. Sull’argomento ci sono interessanti informazioni fornite da Minoru Mochizuki sensei, che fu un allievo di primaria importanza di Morihei Ueshiba sensei dagli anni ’30 fino alla morte di Ō Sensei [1]. Per tutta l’esistenza di Morihei Ueshiba sensei il Kiai è sempre stato un punto della pratica e ben espresso dal fondatore [2].

Dai tempi del Fondatore, nei discorsi e nella pratica, è sempre stato fatto riferimento solo ad “Ai” e “Aiki”.

Riflettendo, un simile fatto è successo nel Kōdōkan Jūdō di Jigorō Kanō sensei, dove il complementare di “Jū”, l’aspetto “Gō”, pur ben presente nella pratica e di cui Kanō sensei parla spesso nei suoi scritti, è stato progressivamente nascosto. E pensare che è un punto fondamentale di molti passaggi del Nage no Kata, del Katame no Kata, del Kime no Kata, del Koshiki no Kata, passaggi che agiscono proprio attraverso il principio “Gō” [3].

Esaminando

Aiki e Kiai sono due parole formate dagli stessi ideogrammi (il che, contrariamente a quanto si può pensare, dato l’enorme numero di omofoni presenti nella lingua giapponese, non è un fatto assolutamente scontato).

AIKI (合氣)
KIAI (氣合)

Costituiscono una delle varie coppie Yang/Yin, Omote/Ura, Tatemae/Honme così comuni ma non “semplici” della filosofia giapponese, due aspetti distinti di un’unica realtà, “non uno, non due”, assolutamente inseparabili.

Una legge fondamentale è che l’uno “non funziona” senza l’altro, non può generarsi e, se perde l’opposto complementare, si distrugge subito.

Analizziamo un attimo: KI (氣) è il nocciolo dei due concetti, mentre AI (合), con la sua posizione nella parola, definisce il “modo” con cui si esprime. 

Alla parola  “Ki” sono state dati molti significati, e gli stessi significati sono stati spesso interpretati in modo erroneo. In questo articolo assumiamo il suo legame con l’atto respiratorio e ne affermiamo l’assoluta “naturalità”, la sua quotidianità che ci accompagna per tutta la vita. Mochizuki sensei sottolineava il significato di Ki come “Inspirazione/Inalazione”. Questo significa che sia Kiai che Aiki, con il respiro, ci accompagnano durante l’esistenza, scorrendo in essa come l’acqua del ruscello.

Stesso discorso per “Ai”, che esprime l’armonia e l’affinità. Come dicevamo nel contesto delle due parole “Ai” si riferisce proprio a “Ki” e la sua posizione spiega come si manifesta quest’ultimo. In entrambe le combinazioni il “Ki” viene “trattato” da “Ai” in modo che costituisca un insieme equilibrato, formato da vari elementi tra cui l’ambiente, le condizioni in cui ci troviamo e agiamo, e quelle che ci circondano, e altro.

Nella manifestazione del “KIAI” c’è l’azione diretta (che non è necessariamente rettilinea, deve comunque “tagliare” l’avversario, la sua intenzione, la sua tecnica o la sua posizione). Tale azione “rompe” o sopraffà il Ki dell’avversario. Questa rottura influenza contemporaneamente posizione e azione. In natura può benissimo essere un’azione di “Forza Bruta” (eccesso di forza, velocità o resistenza) ma, nei termini delle Arti Marziali, deve essere proprio il “miglior impiego dell’energia” attuato nella massima economia possibile (energia, movimento, tempo).

Del Kakegoe

L’espressione sonora del Kiai è chiamata “Kakegoe” ed è un aspetto sia necessario che no, dato che il Ki-Ai è soprattutto un’espressione di unità e volontà nei tre aspetti corpo/mente/spirito. Tale espressione può anche non essere “sonorizzata”. Ma comunque il Kakegoe è importante e, nella maggioranza dei casi, è opportuno esprimerlo.

Nel Gendai Budō moderno il Kakegoe viene – non sempre – insegnato correttamente come azione respiratoria e – in minor numero dei casi – anche dal punto di vista mente/spirito [4], ma questa è una istruzione elementare. Un insegnamento più approfondito distingue i toni e i suoni del Kakegoe secondo azione ed opportunità, toni e suoni che variano in base al tipo di azione che si compie (o subiamo) e della sua composizione (singolo o più movimenti), secondo le leggi taoiste dei Cinque Elementi [5].

Dato che il Kakegoe dipende principalmente dalla qualità dall’aspetto mentale/spirituale, è l’espressione della determinazione che si esprime fisicamente con la correttezza dell’azione stessa. Il “grido” non è sempre necessario – infatti a volte deve essere “silenzioso” – ma sonoro o no, ci sta, altrimenti il Kiai come azione perde molta della sua efficacia. Ovviamente, anche se non c’è la vocalizzazione, comunque c’è l’espirazione, che concatena o conclude il Kiai.

Già, perché il Kiai non è, come sembra a volte, singolo in una singola azione: una tecnica composta, con neutralizzazioni e contrattacchi, o finte, combinazioni, o altro, può prevedere più Kakegoe parziali fino ad uno finale. Questo “Kiai parziale” usa solo due terzi dell’aria contenuta nei polmoni. In queste azioni multiple si può osservare come ci siano uno o più passaggi da Kiai ad Aiki o viceversa.

KI-AI-KI

Stiamo arrivando all’Aiki, ma prima dobbiamo completare il Kiai. Il ritmo respiratorio non è la semplice respirazione fisica, piuttosto una sensibilità che disciplina il nostro respiro in quantità, cadenza e qualità, in base alla percezione di chi ci sta davanti.

Per avere Kiai occorre avere una base centralizzata e radicata. Guardia e Posizione esprimono una polarizzazione delle energie e delle possibilità, ed è un primo rapporto reciproco con l’avversario. Senza questo, anche la respirazione fluttua, l’energia non è stabile ed è difficile da focalizzare. Il movimento aggiunge altri dati da calcolare, e anche la direzione da cui l’avversario porterà l’attacco e quella in cui noi agiremo.

L’idea Ki-Inspirazione si motiva anche perché i polmoni devono essere carichi nel momento che l’interruttore-azione scatta su acceso. Le valutazioni anteriori stabiliscono quanta energia va impiegata per superare quella usata dall’avversario.

Il Kiai è iniziativa, la tecnica attiva che “taglia”. L’Aiki e Kiai sono il cuore della tecnica che proviene dal Kenjutsu, dalla spada, spada che ha formato l’Aiki Jutsu [6]. Kiai è l’attacco, il fendente o la stoccata di prima iniziativa che vengono sferrati alla percezione del momento di “vuoto” (虚 – Kyō [7]) dell’avversario, fendente e stoccata che diventano Irimi ed Atemi nel Tai Waza.

Ma è anche l’azione a contatto di lama che sbilancia l’avversario (Kuzushi), che poi diviene lo “Shinoji no Te” [8] a mani nude.

Kiai è azione sull’azione secondo i tre tempi, approfittando del momento di vuoto che c’è durante l’azione di attacco stesso (prima/durante/dopo). Evitare che questo “vuoto” (parliamo sempre del Kyō) accada è molto difficile, occorre che fisico/mente/spirito rimangano “liberi”, e qui entriamo nel campo del “Vuoto Mentale (Muga-Mushin) e del cerchio continuo dell’azione (il cerchio, che è una linea che nasce da un punto e ruota – “En” 丸). Sono stati difficili da ottenere se la pratica non arriva al limite e non è presente il “Seme”, la “Minaccia”, il pericolo.

Stiamo sempre considerando il campo d’azione dello spadaccino, ma questo può e deve essere portato pari pari alle “mani nude”. Siamo in un campo di forza Kiai/Aiki, l’azione passa dall’uno all’altro e poi ritorna. Può nascere Kiai, poi passare all’Aiki e concludersi in Kiai, o iniziare in Aiki e poi concludersi in Kiai. Comunque, l’Aiki, da solo, non basta e non può esistere.

Vediamo un po’ il campo dell’Aiki, intanto.

Come nel Kiai respirazione, tempo, iniziativa e “aggressività” della tecnica sono elementi necessari. Il fatto che “Ai” sia prima di “Ki” indica che l’energia segue l’armonizzazione, vale a dire l’azione evita il contatto diretto (piuttosto schivare, deviare) e sbilancia per contrattaccare. Il contrattacco è di nuovo Kiai.

In generale, l’elusione della forza è Aiki, l’azione e il contrattacco, Kiai.

Come dice l’istruzione (Kuden) di Minoru Mochizuki sensei: “l’Aiki è l’Ura del Kiai”.

Senza Kiai non c’è Aikidō. 

Facciamo riferimento ad una importante considerazione di Jigorō Kanō sensei, su Jutsu e Dō. È riferita al Jūdō ma da lui stesso espansa al Jū Jutsu e a tutte le discipline Bugei: “…una volta capito di cosa tratta il contenuto, i nomi diventano secondari e puoi usare “Jūjutsu” se enfatizzi la tecnica, o “Dō” per enfatizzare la Via e capire “i principi della Via”… secondo la comprensione comune, il Jūjutsu fa parte del Bujutsu (arte guerriera) come il Kenjutsu (maneggiare la spada)…”

L’atemi, iniziale o finale, deve essere presente

Aikidō senza Kiai?

Il problema dell’Aikidō contemporaneo è questa elisione generalizzata del Kiai dalla pratica e dall’atteggiamento mentale. L’ eccezione a questo comportamento generale si trova solo determinati maestri o determinate correnti, come l’Aikidō proveniente da Minoru Mochizuki Sensei (Aikidō Yōseikan e Aikibudō).

La prima carenza da segnalare è nell’attacco: la maggioranza degli attacchi contro cui si effettuano poi le tecniche non solo sono elementari e ampi (che può essere lecito nei primi periodi d’addestramento del principiante), ma spesso anche privi di tempo, distanza ed energia (Hyōshi, Ma-ai e Kiai) per cui tutto viene falsato, e questo è vero sia nel Tai Waza che nella pratica di Spada, Jō e Tantō.

Nel lavoro di risposta all’attacco il Kiai interviene immediatamente nella risposta Omote. Esempio: su Shomen Uchi risposta di Robuse (Ikkyo – Irimi). L’intercetto e lo sbilanciamento iniziale è Kiai, lo spostamento e la portata a terra Aiki, il bloccaggio e/o l’Atemi di nuovo Kiai. 

Nella risposta Ura interviene l’Aiki. Prendendo sempre l’attacco di Shomen Uchi come modello, avviene l’elusione, l’aggancio e la rotazione che sono Aiki, poi il bloccaggio o lancio e/o l’Atemi finale sono Kiai.

Ovviamente la schematizzazione non dà tutto. I cambiamenti tra Aiki e Kiai (e fra vari tipi di Aiki e Kiai) sono spesso molteplici e continui, sia nelle azioni singole che nelle combinazioni.

Dato che l’Aiki è il Jutsu che proviene dalla Spada, la conoscenza corretta della tecnica di spada, magari ricorrendo alla frequenza di una Koryū, secondo me, è una possibilità da considerare attentamente da parete dell’Aikidōka. Occorre ricordare che Takeda Sokaku sensei (Ono ha Ittō Ryū, Kyōshin Meichi Ryū e Jikinshinkage Ryū), Morihei Ueshiba sensei (Yagyū Shingan Ryū, Kashima Shintō Ryū), Minoru Mochizuki sensei (Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū, Musō Shindō Ryū, Kendō), Sugino Yoshio sensei (Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū, Kendō, Yōshin Koryū Jūjutsu) avevano tutti una forte e profonda conoscenza della tecnica di spada.

Lo studio della spada può spiegare meglio l’azione del corpo. Fa percepire in maniera più chiara il Kuzushi (sbilanciamento/opportunità) fisico, mentale, spirituale. dell’avversario e, allo stesso tempo, rende più consci dei propri equilibri ed energie.
No, l’Aikiken non basta…

Oggi occorre riportare il Kiai nell’Aikidō. Strutturare correttamente gli attacchi, “realizzarli” nel senso di renderli “reali”, nelle progressioni lavorare su attacchi multipli. Poi occorre che sia chiara la successione di Kiai e Aiki nella tecnica, nel movimento.

Ci sono esercizi educativi, Kihon, da cui partire. Non vanno trascurati per andare dietro solo agli aspetti eubiotici o socializzanti. Ci vuole anche la socialità dell’Ai-Uchi, la carità del pugno, l’inseparabilità del Dolce dall’Amaro.

La realtà è dura, ma è reale.

Copyright Adriano Amari ©2020
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Nell’Aikido esistono diversi esercizi fondamentali che applicano il principio “Kiai”. Nella foto un passaggio di “Te Hodoki” (Liberare la mano) tipica delle scuole discese da Mochizuki sensei

Note

[1] vedere l’articolo “Aikido Yoseikan – La Scuola Che Non Ha Conosciuto il Doshu” su Aikido Italia Network: https://simonechierchini.com/2020/07/15/aikido-yoseikan-la-scuola-che-non-ha-conosciuto-il-doshu/

[2] Per “Kiai” intendiamo sempre tutti i livelli d’azione, non semplicemente l’emissione sonora, il “Kakegoe”.

[3] Esiste una bozza di Kata, il Gō no Kata, complementare al Jū no Kata, elaborato ma non finito da Kanō sensei, che è sconosciuto ai più.

[4] Come ho già detto in precedenti articoli, alla parola “Spirito” possono essere dati diversi significati in base alla formazione del lettore. Comunque, qualunque sia la causa o il significato attribuito, se usato correttamente lo “Spirito” funziona.

[5] come detto al punto precedente. Si possono dare diverse interpretazioni a queste cose, ma comunque funzionano.

[6] Vedi la nota [1]

[7] “Jitsu” (実) e Kyō (京)sono concetti paralleli ad Omote e Ura, Tatemae e Honme. Jitsu è l’esterno che è rappresentativo di ciò che c’è all’interno, l’interno che si proietta all’esterno, lo stato di pieno e pronto. Kyō è vuoto, mancanza d’energia, pausa. Nelle Arti Marziali Jitsu è uno stato positivo in cui si è in grado di agire, Kyō, invece, un momento di debolezza o il momento dell’inspirazione, in cui siamo vulnerabili.

[8] Deviazione della tecnica attraverso l’uso dei tagli e spigoli corporei.


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