Aikido e Cabala

Aikido e Cabala, due mondi distanti? Ad un primo esame la risposta non potrebbe che essere affermativa: tra una Arte marziale orientale sviluppata nel secolo scorso ed una Scuola di pensiero che affonda le sue radici nei millenni della mistica ebraica sembrerebbero non esserci punti in comune, eppure…

di CARLO CAPRINO

“L’universale grande / Cammino dell’Aikido / Illumina / ogni popolo e gente / aprendosi al mondo”
(Ueshiba Morihei)

Premessa

Un famoso detto, più volte a citato (e non sempre a proposito…) afferma che “Il Maestro arriva quando l’allievo è pronto”. Orbene, che io sia un allievo è certo, che sia pronto è opinabile ma – avendo la fortuna di poter incontrare un Maestro come Paolo Nicola Corallini shihan – ho la possibilità di godere del benefico effetto dei suoi insegnamenti.

Agli allievi del nostro Dojo, che ho sempre spronato a partecipare a seminari e gasshuku ho spesso paragonato questi insegnamenti a dei semi che vengono posti nell’animo bendisposto del praticante più o meno esperto. Possono non vedersi subito i risultati, ma se il “terreno” è fertile, prima o poi la pianta fiorirà.

A causa delle limitazioni imposte dalla epidemia di CoronaVirus in corso, tutti noi abbiamo dovuto interrompere la pratica con altri partner e molto spazio hanno guadagnato lezioni online, conferenze e incontri virtuali. Tra i tanti, il 21 dicembre 2020 (un giorno scelto probabilmente non a caso, in cui ricorre il Solstizio d’Inverno) il M° Paolo Corallini ha tenuto una sorta di lectio magistralis sui significati simbolici dell’Aikido.

Paolo Corallini nel corso di una sua lezione-conferenza online

Alcune delle cose dette già le conoscevo, altre le ho approfondite, altre ancora mi erano nuove; come sempre avviene quando si ha l’occasione di ascoltare Sensei c’è sempre da imparare ma – vuoi anche per le tante incombenze legate al periodo natalizio – il giorno dopo l’evento ero già preso da altri pensieri. Come detto però, il seme ha solo bisogno di tempo per sbocciare e così, dopo circa una settimana, poco a poco, spontaneamente, si sono coagulati pensieri e riflessioni, che tento di organizzare nelle righe che seguono.

Con la solita excusatio non petita ribadisco che quanto scrivo è frutto di mie personali deduzioni, e che quindi queste non sono e non vogliono essere l’espressione del pensiero ortodosso di nessuna Scuola, Stile o insegnante. Ancora è bene ribadire che si tratta di un lavoro tutt’altro che compiuto, poco più di un abbozzo vergato su carta per fermare pensieri in itinere e che – come sempre – piuttosto che fornire risposte ha la ambizione di stimolare domande.

Aikido e Cabala, due mondi distanti?

Ad un primo esame la risposta non potrebbe che essere affermativa: tra una Arte marziale orientale sviluppata nel secolo scorso ed una Scuola di pensiero che affonda le sue radici nei millenni della mistica ebraica sembrerebbero non esserci punti in comune, eppure…

Eppure, forse qualcosa c’è, almeno agli occhi di chi scrive e che in tempi passati si era già cimentato in paralleli tra l’Aikido e le tre “lettere madri” dell’alfabeto ebraico o con l’acronimo INRI e tra la pratica dei 20 suburi di jo ed i Tarocchi di Marsiglia.

Sono da questo punto di vista un recidivo, il che potrebbe rendere il giudizio di chi legge più severo o più indulgente. Ma tant’è, credo non sia più il caso di abusare della pazienza di chi si è disposto a scorrere queste righe ed entrare nel vivo della questione, non prima però di illustrare la mia arringa difensiva.

Come affermato dal Fondatore nel doka citato e magistralmente spiegava il M° Corallini nella conferenza citata (ultima ma non unica occasione in cui il concetto è stato ribadito), sarebbe oltremodo miope limitare l’analisi dell’Aikido al suo aspetto meramente fisico e marziale. C’è molto di più, e ne sono prova gli scritti di Ueshiba Morihei, i volumi della sua biblioteca personale, i suoi accertati rapporti con mistici tanto orientali che occidentali e – infine – la sua vita stessa, il tempo dedicato alla pratica di tecniche marziali e meditazione, preghiera e forgiatura del corpo e dello spirito.

Sotto questo aspetto allora, il cercatore attento potrà cogliere dagli indizi più disparati preziose indicazioni per il suo cammino; che ci si ispiri al detto che insegna “Tutto è Uno” o alla convinzione che esiste una Tradizione Universale e Perenne piuttosto che alla constatazione pratica che molti sentieri hanno punti di partenza diversi ma giungono tutti alla stessa meta, il risultato è sempre lo stesso: vi possono essere effetti evidentemente diversi, ma originati da principi comuni e condivisi.

Ritroviamo in culture, miti e leggende distanti tra loro nel tempo e nello spazio archetipi comuni, forme geometriche ricorrenti, ipostasi strabilianti per la loro concordnza. Caso? Coincidenza? Disegno unico? Ciascuno avrà la sua risposta e non sarò certo io ad affermare che l’una è migliore dell’altra.

Detto questo, andiamo a cominciare, con una ultima, necessaria avvertenza. Come in altri lavori, nelle righe che seguono saranno utilizzati termini e concetti – relati tanto alla Cabala che all’Aikido – che verranno dati per noti e conosciuti dal lettore, confidando nel fatto che coloro ai quali detti termini dovessero risultare stranieri, potranno compensare tali lacune ricorrendo alle risorse della Rete.

L’Albero della Vita

Una delle immagini più note tra quella legata alla Cabala ebraica è senz’altro il cosiddetto “Albero della Vita” , un glifo dai molteplici e profondi significati composto essenzialmente da 10 nodi e 22 linee che li collegano. I nodi sono disposti in tre colonne per rappresentare l’appartenenza a una categoria comune e vengono solitamente rappresentati come sfere mentre le linee sono viste come percorsi, collegamenti e legami.

I dieci nodi, chiamati Sephiroth sono spesso ripartiti in tre colonne; le due esterne rappresenterebbero i due pilastri del Tempio di Salomone: Boaz rappresenta la Severità e la Giustizia, è associata alla lettera ebraica Mem, all’elemento dell’acqua e all’aspetto femminile, mentre Jachin rappresenta la Misericordia o la Grazia ed è associata alla lettera ebraica Šin, all’elemento del fuoco e all’aspetto maschile .

Il terzo pilastro, quello centrale , rappresenta l’iniziato, colui che è ammesso all’interno del tempio e vi entra attraverso le due colonne e procede verso il “sanctum sanctorum” . Il profano rimane fuori dal tempio, l’iniziato è ammesso all’interno e via via che procede fisicamente verso la parte più riservata della struttura fisica compie un percorso intimo di purificazione e spoliazione, che lo renderà degno e capace di accedere a quanto lo attende.

Esistono tali e tante interpretazioni di questo diagramma che neppure lontanamente potrebbe sfiorarmi l’idea di affrontare una simile impresa in questa occasione, anche perché – chi voglia approfondire questo argomento – non avrà che l’imbarazzo della scelta nelle risorse disponibili tanto in Rete che in libreria.

Limitiamoci a quanto sopra, funzionale all’esame che seguirà, non prima di aver chiesto scusa ai più esperti per la grossolanità della esposizione. Va detto a mia parziale discolpa che è ben difficile rendere in maniera concisa ed esauriente determinati concetti, e che anche definizioni apparentemente semplici presentano insidie difficoltà; valga per tutti questo esempio: nel tentativo di identificare meglio le due colonne citate le avevo inizialmente definite come “destra” e “sinistra”, constatando poi che questa definizione potrebbe essere valida per il profano che le osserva al di fuori del Tempio ma completamente errata per l’Adepto all’interno dello spazio sacro. Questione di punti di vista, e non solo…

L’Albero dell’Aikido

In una nota presente in un precedente lavoro è riportato in nuce quanto analizzato più ampiamente in questo lavoro, in cui si vuole utilizzare il diagramma dell’Albero della Vita prima descritto per una lettura simbolica della pratica dell’Aikido .

A questo fine, ciascuno dei dieci nodi del diagramma suddetto racchiude un gruppo di tecniche; i due gruppi laterali si riferiscono alle tecniche con le armi comprese nella didattica di Saito Morihiro Sensei, mentre la serie centrale indica la progressione del praticante.

Pur con tutte le differenze del caso, quelle che nel glifo cabalistico rappresentano le due colonne di ingresso del Tempio di Salomone, in una visione più orientale potrebbero essere assimilati al due pilastri di sostegno di un torii, il caratteristico portale ligneo che tradizionalmente indica l’ingresso ad una zona sacra.

Il nodo più basso corrisponde al Mudansha, ovvero il praticante all’inizio del suo percorso, ed alle sue prime esperienze con le tecniche di tai jutsu e le buki waza. E’ bene evidenziare che, nonostante nella didattica che si rifà alla pedagogia di Saito Morihiro sensei l’utilizzo delle armi sia parte integrante dell’addestramento del praticante di Aikido sin dall’inizio del suo percorso formativo, e le relative tecniche siano compresi nei programmi di esame per il passaggio di grado kyu (particolare rappresentato dalle due linee diagonali che partono dal nodo del mudansha e giungono alle due colonne laterali) lo schema rappresentato tiene conto del fatto che – nel rispetto di quanto a suo tempo stabilito proprio da Saito Morihiro sensei – gli esami per conseguire le licenze di insegnamento delle buki waza potevano essere sostenuti solo dopo aver conseguito lo shodan di tai jutsu.

Possiamo in altri termini affermare che il mudansha è un Iniziato, ma che solo dopo il conseguimento dello shodan può considerarsi un Adepto, a cui vengono mostrati tutti gli strumenti dell’Opera che andrà a compiere.

E’ opportuno anche evidenziare che – a differenza di quanto suppongono alcuni – la pratica delle buki waza non è accessoria alle tecniche a mani nude ma costituisce parte integrante e fondamentale del percorso formativo del praticante di Aikido, e va pertanto condotta sotto l’occhio attento di un insegnante qualificato. E’ noto, a questo proposito, che presso lo Hombu Dojo l’unico insegnante autorizzato a dirigere la pratica delle buki waza fosse il già citato Saito Morihiro sensei, che a queste dedicava l’ultima parte della sua lezione della domenica mattina, quando cominciò a sostituire il Fondatore, impedito dagli acciacchi della vecchiaia a raggiungere Tokyo.

Sullo schema citato, distinguiamo le tecniche di Spada sulla zona che corrisponderebbe al pilastro della Severità e la Giustizia, caratteristiche proprie di questa arma e di chi la utilizza; La Spada era ed è un simbolo regale e Severità e Giustizia sono qualità che dovrebbero essere proprie di un regnante degno di questo titolo. La spada esige che la scelta di usarla (o non usarla…) sia effettuata con obbiettiva attenzione e molte sono le statue in cui la Giustizia impugna proprio questa arma. La spada ha infine le qualità dell’acqua, fluida e devastante, capace di dare la vita come la morte, strumento che può essere contenuto ma non afferrato.

Le tecniche di Bastone sono sulla colonna che rappresenta la Misericordia o la Grazia, ovvero le qualità del pellegrino spirituale che al bastone si appoggia nel suo andare. Il bastone è simbolo del pastore di greggi (e di uomini…) che a Grazia e Misericordia deve ispirare la sua azione di guida ed il suo giudizio sulle azioni di chi a lui è affidato. Il Bastone esposto al fuoco diventa più duro e resistente, ma una fiamma eccessiva lo distrugge ed infine il bastone è simbolo fallico per eccellenza, per forma e per funzione, in grado di fecondare ciò che appariva sterile, come raccontato in molti miti e leggende.

E’ bene precisare, prima di proseguire oltre, che altrettante similitudini avremmo potuto trovare invertendo le posizioni; la Spada potrebbe avere altrettanti attributi maschili quanto il Bastone potrebbe avere qualità femminili; quanto detto deve essere quindi accolto come un invito alla riflessione simbolica e non certo come un ipse dixit assolutistico che negherebbe ogni possibilità di utile analisi personale.

Comincia così un percorso che conduce allo shodan, in cui confluiscono le esperienze maturate sul tatami. E’ da questo punto che il percorso si svolge lungo tre percorsi paralleli, indipendenti e collegati al tempo stesso, come ricorda il motto “Tai jutsu jo ken onaji desu” (“Le tecniche a mani nude e quelle con il bastone e la spada sono la stessa cosa”) che evidenzia che alla base di tecniche espresse in maniera differente vi sono gli stessi principi, tanto che spesso si ammoniscono i praticanti a “praticare a mani nude come se impugnassero un’arma e praticare con le armi come se fossero a mani nude”.

A questo livello la pratica è principalmente incentrata sulla “azione” fisica ed il praticante esperisce il Bu Jutsu, l’aspetto marziale principalmente legato alla conoscenza delle tecniche e delle loro applicazioni pratiche.

Dallo shodan il percorso prosegue nello stato di Yudansha, in cui il praticante è necessariamente affiancato da un compagno di pratica, non soltanto nelle tecniche a mani nude ma anche in quelle con le armi. Se le prime esperienze sono con i suburi individuali, la crescita si ha nella pratica in coppia, in cui ci si confronta con l’ “altro da sé” alla ricerca di una armonizzazione espressa e ricercata tramite le tecniche in awase.

Colui che all’inizio del nostro percorso ci appare come l’incarnazione di un avversario da (ab)battere diventa poco a poco un compagno di viaggio, uno specchio in cui riflettere (in tutti i sensi…) ciò che siamo, che eravamo e che vorremmo essere, un compagno di viaggio indispensabile per aiutarci a percorrere la nostra Via.

Kumi tachi e Jo awase sono sempre meno scontri e sempre più incontri, la pratica fisica non è più solo un fine ma anche un mezzo di progresso interiore, constatiamo il suo influsso sulle nostre emozioni e percepiamo di essere su un Bu-do, un “percorso marziale” che ci porta a sperimentare la possibilità di collegare ciò che era diviso e riunire giò che era disperso. Siamo dei Kodansha, adepti di quella “Cavalleria Spirituale” spesso evocata dal M° Paolo Corallini e qui termina il percorso tecnico, tanto che la serie del Ken Tai Jo no Awase è compresa nel programma del Godan buki waza, ultimo grado per cui è previsto un esame pratico innanzi ad una commissione giudicatrice.

Da qui in poi “Ken (spada) Tai (corpo) Jo (bastone) no Riai (Ri: principio assoluto, Ai: unione, armonia)” non è più solo un kuden teorico ma comincia ad apparirci nelle sue molteplici sfaccettature; il partner che affrontiamo non è più solo quello che abbiamo di fronte, ma anche colui che abbiamo alle spalle, una condizione che non solo rappresenta una possibilità che poteva effettivamente verificarsi su un campo di battaglia, ma che assume a questo livello di consapevolezza un profondo significato simbolico. Il doka del Fondatore che afferma: “Ancora e ancora / pratica le tecniche / con tutto il cuore. / Usa il Solo / per sconfiggere i Molti: / questa è la Via del vero aikidoka. “ non è più solo una intrigante metafora ma ci illumina con il suo profondo significato grazie al nostro intelletto, che unisce Cuore e Mente .

Chi prosegue oltre è lo Shihan, l’Uomo esemplare, l’esempio da seguire, colui in grado di rendere il concetto di Takemusu Aiki inteso come “fonte inesauribile di tecniche” a testimonianza del conseguimento di un Bu Shin, uno “Spirito Marziale” che O’Sensei Ueshiba Morihei espresse non solo in alcune sue calligrafie, ma anche negli ultimi decenni della sua vita.

Conclusioni

Come in altri scritti precedenti, queste note hanno principalmente lo scopo di promemoria per chi scrive, rese pubbliche con l’auspicio che possano essere da stimolo ad altri per utili riflessioni.

Va ribadito che non hanno alcuna pretesa didattica o di valore universale, e possono quindi essere tranquillamente confutate in ogni punto senza tema di offendere nessuno o peccare di “lesa maestà”.

Va altresì rimarcato che quanto scritto è frutto dei preziosi insegnamenti che ho la fortuna di ricevere da Paolo N. Corallini shihan, verso cui sono ampiamente debitore. A me stesso vanno però attribuiti tutti gli errori ed imprecisioni che un lettore più attento di me dovesse riscontrare.

Copyright Carlo Caprino ©2020
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