L’Allievo – Intervista a Francesco Re

Francesco Re è un giovane aikidoka italiano alla corte di Ueshiba. Qui intervistato nell’ambito della serie “The Aiki Healings”, ci offre un’unica prospettiva ricca di aneddoti, storie e curiosità dai tatami del Giappone, visti dall’occhio di un praticante italiano di nuova generazione

di SIMONE CHIERCHINI, ALESSANDRA SCIALLA, ANDREA MERLI, LUKE CHIERCHINI

Chi è Francesco Re

Attualmente 3° Dan, Francesco Re ha iniziato a praticare Aikido nel 2010 a Milano presso lo Zanshin Dojo, sotto la guida del padre, Andrea Re sensei 6° Aikikai, 7° Dan Menkyo Okuden in Katori Shinto Ryu e 7° Dan Joden in Iaido Hoki Ryu.
A un anno dall’inizio, durante un seminario ha incontrato uno degli insegnanti principali del padre, Yoji Fujimoto Shihan. In quel seminario Francesco fece il suo primo esame, il 6° kyu (luglio 2011). Mentre continuava a praticare Aikido, ha anche iniziato a studiare Katori Shinto Ryu con Re sensei.
A settembre 2014 Francesco ha deciso di lasciare gli studi universitari che stava frequentando per andare a studiare inglese a Londra, dove ha avuto la possibilità di allenarsi presso il London Aikikai: si tratta del dojo fondato da Kazuo Chiba Shihan, ora gestito da Davinder Bath Shihan.
Già nel mese di Aprile 2014, prima di andare a Londra, Francesco Re si era recato in Giappone assieme al padre Andrea, per studiare in Aikido e Kenjutsu. Nel corso di quella grande esperienza, ha maturato la decisione di trasferirsi in Giappone per studiare Budo, cosa che ha poi messo in pratica a Settembre 2016.


Francesco è arrivato a Tokyo con il grado di 1° Kyu; una volta sul posto, ha immediatamente messo in moto un programma di allenamento intensivo, il cui menu principale era basato su 3 ore di allenamento al giorno presso l’Aikikai Hombu Dojo. Dei diciotto insegnanti che insegnano regolarmente all’Hombu Dojo, quelli che lo hanno maggiormente fin dall’inizio sono stati Miyamoto, Yokota e Osawa Shihan.
Nel Marzo del 2017 Francesco ha sostenuto l’esame per Shodan, e da quel momento il suo livello di interazione con le attività dell’Hombu Dojo è nettamente cambiato: ha infatti iniziato a fare da uke per ogni Shihan nel corso delle lezioni dell’Hombu, una sfida difficile ma di grande soddisfazione. Esattamente un anno dopo, ha superato l’esame di 2° Dan.
Nel 2018 Francesco è anche entrato a far parte del Kuwamori Dojo, uno dei più antichi dojo di Tokyo ove molti straordinari insegnanti come Saotome, Tamura e Yamaguchi Shihan hanno tenuto regolarmente lezione.
Nel 2018 e 2019 Francesco Re ha anche avuto l’opportunità di fare da uke a Fujimaki Shihan nel corso della All Japan Aikido Demonstration, il maggiore evento a livello nazionale per l’Aikido in Giappone che si svolge annualmente presso il Budokan di Tokyo.
Nonostante le difficoltà incontrate nel 2020 a partire dallo scoppiare della pandemia, Francesco ha continuato ove possibile ad allenarsi con lo stesso impegno e che aveva quando era atterrato per la prima volta in Giappone. Anche se da marzo 2020 il Covid-19 ha dato lotte alla comunità Aikido e l’Aikikai Hombu Dojo dopo una chiusura temporanea, ha deciso di continuare la pratica solo per una lezione al giorno. Nel mese di Dicembre 2020 ha quindi potuto fare l’esame per 3° Dan.

L’Intervista video integrale a Francesco Re

CHIERCHINI
Buongiorno a tutti gli amici di Aikido Italia Network e buona domenica. Bentrovati al secondo appuntamento di “The Aiki Healings”, i nostri incontri online volti a favorire positività e buona energia in questo momento complicato. Il nostro gradito ospite è oggi Francesco Re.

RE
Ciao a tutti!

CHIERCHINI
Ciao Francesco. Ci aiuterranno a condurre questo colloquio Andrea Merli, Alessandro Scialla e Luke Chierchini, che saluto tutti. Prima di partire con la nostra chiacchierata, abbiamo preparato una presentazione per aiutarvi a conoscere il percorso di Francesco Re. Ve la facciamo vedere, dopo di che andiamo avanti con le domande.

Allora, Francesco, ben trovato. Iniziamo questo colloquio con alcune domande semplici che ci aiutano a farti conoscere da chi non ha ancora avuto l’opportunità di farlo. Iniziamo con quella più ovvia. Spiegaci da dove deriva la decisione di trasferirti in Giappone. È stata una scelta emotiva, una cosa che hai fatto così, senza pensarci troppo, o è stata una mossa nazionale, studiata e programmata?

Francesco e Andrea Re

RE
Diciamo che dal momento in cui sono venuto qua con mio padre nel 2014 – siamo venuti qua per circa 10 giorni – da lì poi ha iniziato subito a piacermi il Giappone, come ambiente. Ero già ero molto affascinato dal Giappone, anche perché comunque guardavo delle anime, quindi ero comunque già molto incuriosito da prima. Poi sono venuto qua e anche nutrendo sempre di più la passione per l’Aikido e allenandomi all’Hombu Dojo, ho capito che il Giappone forse sarebbe stata la mia strada. Al momento frequentavo l’università all’Università Cattolica di Milano, all’epoca studiavo Scienze Bancarie.
L’università iniziava a non piacermi più, quindi alla fine mi son detto: “Mi piacerebbe andare in Giappone”. Però per andare in Giappone, prima avrei avuto bisogno di imparare l’inglese. Quindi diciamo che l’ho un po’ programmata questa cosa.

CHIERCHINI
Certo, quindi non è stata una decisione di impulso. Prima di andare avanti, Francesco, tu hai scientemente deciso di fare una scelta educativa di tipo diverso rispetto a quella che già stavi facendo e rispetto a quella che che normalmente i giovani della tua età fanno. Tu hai deciso di smettere l’università perché hai intravisto una possibilità di tipo diverso.

RE
Sì, anche perché poi non ero più contento del mio percorso universitario. Studiando scienze bancarie poi in futuro avrei dovuto lavorare in banca, quindi ho pensato che magari non avrei avuto modo di praticare tanto l’Aikido lavorando in banca. Ho fatto pure un tirocinio in banca, tanto tempo fa, e mi sono reso conto che una persona che lavora in banca lavora tante ore, quindi non avrebbe avuto modo di fare in generale sport o, per quanto riguarda me, l’Aikido. Ed è per quello che ho deciso di interrompere gli studi. Insomma ci sono stati vari motivi.

CHIERCHINI
È stata una scelta di campo forte. Il Budo è stato rilevante.

RE
Anche rischiosa. Molte persone mi dicevano: “Ma sei sicuro di quello che fai?”. Anch’io all’inizio forse non ero ben sicuro di quello che stavo facendo. Però alla fine mi sono reso conto che invece non è stata una scelta totalmente sbagliata. Ho seguito ciò che mi piaceva fare, costruendo qualcosa. Sono andato a Londra e comunque ho imparato l’inglese. Questa esperienza che mi ha portato al Giappone mi ha arricchito, non solo dal punto di vista linguistico. Ho lavorato in cucina a Londra, quindi ho imparato anche a cucinare – ho lavorato come cuoco a Londra e quindi anche questo mi ha portato ad avere un mestiere, se si può definire così. Sono andato a Londra quando ero terzo kyu, poi ho fatto l’esame di secondo kyu e primo kyu a Milano – ogni volta d’estate tornavo da Londra, tornavo a Milano per fare gli esami. Alla fine mi sono detto: “OK, nel 2016, a settembre vado in Giappone”. Da lì, dopo aver fatto l’esame di primo kyu, sono partito a settembre.

CHIERCHINI
Quanti anni avevi all’epoca?

RE
Quando sono andato in Giappone era il 2016, quindi quattro anni fa più o meno, quindi ne avevo 23. Quest’anno a settembre faccio il quinto anno di Giappone.

CHIERCHINI
È stata quindi una scelta meditata e una scelta intelligente. Hai avuto paura a un certo punto? Hai avuto timore: “Dio mio, che ho fatto? Ho mollato gli studi… adesso sono qui…” Oppure no?

RE
Da una parte ci ripenso ancora. Ogni tanto penso: “Chissà come sarebbe diventata la mia vita se avessi continuato l’università?”. Vivo sempre un po’ con l’incognita no perché magari ambire a un buon lavoro… A volte ho dei momenti in cui penso ancora al passato. Però rimango soddisfatto della scelta che ho fatto perché dove mi alleno tuttora, all’Hombu Dojo, ho avuto modo di studiare molto più profondamente l’Aikido, quindi si tratta una scelta di cui sono tuttora soddisfatto.

CHIERCHINI
Chi ti ha incoraggiato di più, se c’è stata una persona, c’è qualcuno che influito? È stato il tuo famoso babbo?

RE
Sì, è stato mio padre, ma anche mia madre. I miei genitori sono stati i primi che mi hanno supportato. Specialmente poi mio padre che forse nutriva nel passato questo sogno di andare all’Hombu Dojo, in Giappone a vivere. Alla fine diciamo che è come se io continuassi questo suo sogno, almeno credo. Mio padre è stato il mio primo fan per essere venuto qua. Mi incoraggia sempre, anche nei momenti di sconforto, delle frustrazioni. Mio padre c’è sempre. Anche perché ovviamente lui conosce sia l’Aikido che il Budo, mi capisce, quindi è facile. Mio padre è molto contento, tuttora.

Padre e figlio davanti all’Aikikai Hombu Dojo

CHIERCHINI
Immagino. Ne sarei molto orgoglioso anche io ovviamente. Invito gli altri ragazzi, Andrea, Alessandra, Luke. Entrate quando volete.

SCIALLA
OK, posso chiedere una cosa? Io penso alle persone che vorrebbero avere lo stesso percorso. Raccontaci dal primo momento in cui sei arrivato che cosa è dovuto affrontare? Hai dovuto cercare una casa? Quali sono le cose a cui ti sei dovuto adattare in un primo momento? Sei stato da solo? Eri con qualcuno?

RE
C’era già un italiano che è stato il mio punto di riferimento qua, si chiama Vittorio Cafasso, che forse molti già conosceranno o ne hanno sentito il nome – un ragazzo che è venuto anche lui qua ad allenarsi tutti i giorni, per l’Aikido. Lui è stato il mio punto di riferimento all’Hombu Dojo, mi ha introdotto alle persone, mai ha aiutato a farmi conoscere.
Una cosa importante per venire qua, senza ombra di dubbio è il visto. Io sono venuto qua prima con un visto turistico, perché stavo ancora facendo l’application per il visto da studente. Sono arrivato nel 2016, alla fine di agosto, e a gennaio sono entrato nella scuola di lingua giapponese. Il mio visto da studente partiva da gennaio. Finiti i tre mesi del visto turistico, sono tornato a Milano per Natale, e da lì poi sono venuto col visto da studente.
Poi la casa: beh, ho iniziato a vivere in una shared house che già da Milano avevo prenotato. Lì ho conosciuto tante persone, quindi non ero solo tutti i giorni. Vivevo con altre dieci persone, ognuno con la sua camera. Mi è stato utile, perché io all’epoca non parlavo giapponese, quindi nel caso avessi avuto bisogno di aiuto, almeno c’era un coinquilino che parlava giapponese. Devo dire che ero anche circondato da tante brave persone, quindi ho avuto tanti punti di riferimento quando sono arrivato qua.

SCIALLA
Una curiosità, se posso: ti ricordi un’emozione forte che hai avuto all’inizio? Una sensazione forte? Il fatto che eri da solo: sì, ti sentivi sicuro, però comunque sei entrato in un mondo completamente diverso, per quanto tu abbia fatto la tua esperienza a Londra. Adesso era in Giappone, l’Oriente, quindi penso che le sensazioni da solo erano completamente diverse.

RE
Beh, sì, i rapporti con i giapponesi: loro tendono ad essere sempre molto distanti, quindi un po’ all’inizio non capivo molto bene questa cosa. Era un fatto di cultura. Poi, man mano, a lungo andare, si inizia a capire. Però all’inizio non lo capivo, c’è molta formalità. Non avevo molti amici giapponesi, per me è stato difficile integrarmi tra i giapponesi. Anche all’Hombu Dojo è stato un po’ così all’inizio, parlavo sempre inglese… Questo è stato uno dei momenti più difficili.

SCIALLA
Cosa provavi?

RE
Come se non fossi integrato nel gruppo: perché non parli giapponese, non capisci abbastanza bene la cultura… ci sono stati un po’ di fattori, poi non so dirti di specifico cosa. Vai un po’ a sensazioni. In pratica legavo molto di più con gli stranieri all’inizio. Poi, man mano, dopo mi sono ambientato e migliorando il giapponese, allora è più in discesa.

SCIALLA
La chiave l’ingresso è stato studiare il giapponese.

RE
Quando ho iniziato lo studio del giapponese. Dopo cinque mesi ho anche trovato una fidanzata con cui sono stato insieme per tre anni. Lei mi ha aiutato anche a conoscere di più la cultura, mi spiegava il modo, il perché i giapponesi si comportavano in un certo modo. Questo tutto mi ha aiutato a capire più in generale la cultura e quindi a integrarmi di più sostanzialmente. Per me è stato anche iinteressante.
Un’altra difficoltà, riguardo l’Aikido, è stato il fatto che l’allenamento è molto intenso all’Hombu Dojo e io forse fisicamente non ero neanche così preparato.

SCIALLA
Quante ore facevi di lezione?

Francesco Re con il suo diploma di shodan accanto al Nidai Doshu Moriteru Ueshiba

RE
Ho iniziato subito a farne tre, però praticamente morivo ogni sera. Ogni sera tornavo a casa distrutto. Ero lì, cintura bianca… Ogni tanto andavo a invitare gli uke dei maestri, che poi sono diventati i miei amici. Era veramente dura insomma. Poi il tatami è anche duro, tornavo a casa con i lividi è totalmente diverso. Poi i maestri non spiegano tanto, non vengono lì a insegnarti, a dire no: “Guarda, fai più questo movimento”. In genere, i maestri giapponesi, almeno all’Hombu Dojo tendono a spiegare poco e quindi devi un po’ rubare con gli occhi il mestiere. Vige questa educazione, allenare l’occhio a imparare.

CHIERCHINI
Senti, Francesco, fermiamoci un attimo sul tuo allenamento all’interno dell’Hombu Dojo. Dicevi che, ovviamente pre-pandemia, stavi frequentando tre lezioni al giorno. Ci puoi dire con chi? Suppongo che prima tu avrai annusato tutti quanti, ma poi chi è che frequenti di più? E, soprattutto, quali sono i criteri che ti hanno poi spinto a continuare con certi shihan piuttosto che altri?

RE
In genere, da quando ho preso lo shodan ho iniziato a fare sempre, più o meno tutti i giorni, la lezione delle 8 del mattino e poi le due ore serali – quindi l’ora delle 5 e mezza e delle 7. Specialmente i maestri della sera mi hanno interessato più degli altri, tra cui appunto Yokota, Miyamoto e Osawa sensei. Mi interessava ciò che facevano, poi Osawa e Miyamoto li avevo già incontrati in Italia durante due seminari, quindi già era stato introdotto e già più o meno mi conoscevano di vista. Poi ho avuto la sensazione che avessero qualcosa in più da trasmettere rispetto agli altri – non che gli altri siano da meno – però sono quelli che mi hanno attratto di più.

CHIERCHINI
Ti erano più congeniali.

RE
Sì, anche nelle loro diversità, ho capito che potevo prendere da ognuno, sia nella tecnica che nell’ukemi.

Francesco riceve ukemi da Miyamoto shihan

SCIALLA
C’era un filo conduttore tra di loro?

RE
Forse lo stesso maestro, tutti hanno seguito specialmente Yamaguchi sensei. La differenza tra loro tre è che hanno tre diversi approcci nell’Aikido, nella tecnica, quindi anche il modo di fare da uke è diverso. Ognuno vuole che tu ti muovi in un certo modo diverso dall’altro, per vari motivi. È stato anche interessante vedere queste diversità, ma non solo loro, ma anche altri shihan. Devo dire che, per esempio, con Miyamoto sensei ho sviluppato di più il modo di fare da uke; anche con Osawa.
Il modo di fare da uke è stato interessante per me. L’ukemi si scopre che non è solo la caduta in sé, ma è tutto il movimento dopo l’attacco. Devo dire che è stato per me è interessante scoprire queste nuove cose.

CHIERCHINI
Ci dicevi, Francesco, che hai notato un’ovvia differenza nello stile di insegnamento fra quello che eri abituato in Italia e quello che hai trovato all’Hombu Dojo, cioè il fatto che all’Hombu Dojo chi insegna praticamente non spiega niente – si fa e basta.

RE
Qui si fa e basta. Danno poche spiegazioni, in giapponese, e quindi da lì inizialmente una persona punta a copiare il maestro esattamente come fa lui. Poi dalla tecnica si cerca di capire il principio della tecnica in sé. Alla fine vai a capire che sono tutte uguali, però lo fanno in un modo diverso. Poi ti dici: “Però non è così differente da come la faceva quell’altro”. Lo stile è diverso, ma man mano si va a capire che tutti poi si incontrano nello stesso punto.

CHIERCHINI
Tra le cose cose, con questo sistema sei tu che devi fare le connessioni e non ti vengono date in automatico da qualcun altro. Sei tu che devi farle.

Da sinistra a destra: Gioacchino Properzi, Francesco Re, Waka Sensei Mitsuteru Ueshiba, Andrea Re

RE
Sì, praticamente il lavoro grosso lo fai tu. Poi, ovviamente, se sei fortunato, ci sono praticanti più anziani, di esperienza, che hanno più anni di pratica nell’Hombu Dojo, che magari ti spiegano esattamente il maestro cosa intende (soprattutto stranieri). Da lì inizi a considerarli dei senpai e inizi a anche capire la correlazione tra senpai e kohai.

CHIERCHINI
Spiegaci questo, Francesco, perché questo è un concetto che in Occidente, sì tutti lo sanno, anziano e giovane, ma in realtà poi in pratica non si vede, o si vede pochissimo nei nostri dojo. Invece mi sembra di capire che questo è fondamentale.

RE
Secondo me il concetto – magari mi sbaglierò – senpai e kohai in Occidente è un po’ diverso da quello che c’è in Giappone. In Giappone il senpai è colui che ha più anni di esperienza, più anni di pratica di Aikido alle spalle. Non è sempre detto che debba essere di grado superiore al kohai, dipende. In genere è colui che ha più anni di esperienza.

CHIERCHINI
Quindi il tutto è sganciato dalla questione dei gradi, i gradi non contano niente. Conta l’esperienza sul tatami.

RE
In Giappone il grado conta ma per un fattore di rispetto. Invece in Italia o in Occidente, il concetto di senpai e kohai sembra più “il chi è più bravo”: della serie io sono più bravo di te, anche se ho anni in meno di pratica e quindi io sono il senpai. Però non è così.

A cena con Osawa shihan

MERLI
Francesco, se posso. Questo era proprio era un tema che mi interessava sviluppare con te, prima di tutto proprio capire come vivi la relazione con i tuoi senpai dentro e fuori dal dojo: se socializzate, se andate fuori, se ti accolgono in qualche modo all’interno della loro sfera di relazione. Secondariamente volevo anche chiederti questo: di fatto tu sei un aikidoka un pochettino atipico, perché il terzo kyu generalmente uno non lo va a dare a Londra e il primo kyu e lo shodan a Tokyo. Per molti di noi andare a Tokyo è la gita premio che ci concediamo a un certo livello. Tu in pochissimi anni stai diventando, di fatto, un senpai di quelli che di per sé erano i senpai di quando te ne sei andato via dall’Italia, di tanta gente che nel mentre praticando molto meno di te come ore, fa il suo percorso con un’evoluzione di gradi lenta. Un giorno tornerai in italia o tornerai a confrontarti con l’ambiente con cui ti relazionavi prima di partire: che tipo di spirito di servizio vorresti portare? Che tipo di esperienza vorresti portare in qualità di senpai? Che tipo di Aikido vorresti comunicare, di tutto quello che stai vivendo adesso, come ricca esperienza di formazione?

RE
Riguardo ai miei compagni di dojo, che ho lasciato più o meno 6-7 anni fa in Italia, coloro che erano più alti in grado di me all’epoca, prima di partire, io li considero comunque miei senpai ancora adesso, anche se io pratico tutti i giorni e loro magari no, eccetera, eccetera. È insomma più un fattore di rispetto. Certo, magari mi prenderanno più in considerazione, perché riconosceranno che appunto pratico tutti i giorni, che quindi forse tecnicamente sarà migliorato molto e adesso forse li avrò anche superati. Ciò che forse vorrei portare in un futuro in Italia, è non solo l’Aikido dell’Hombu Dojo, ma anche trasmettere questa cosa culturale, che sempre ci deve essere rispetto tra le persone, non solamente per il grado, o per esempio che io sono andato in Giappone e adesso io mi arrogo il diritto di essere qualcuno, va trovato un punto in comune con le persone in questo senso. Io adesso sono ancora in fase di formazione, quindi io considero ancora l’Hombu Dojo un’università. Penso di stare qui ancora tanto tempo – poi magari cambierò idea. Quello che sto vedendo è che bisogna essere forse più comprensivi. Non è solo il fatto di essersi allenati di più, bisogna anche dare possibilità alle persone che hanno fatto un certo tipo di studi di poter dare qualcosa in più all’Aikido italiano piuttosto che l’Aikido occidentale.

CHIERCHINI
Sempre rimanendo su questo discorso del senpai-kohai, dal punto di vista pratico i tuoi senpai dell’Hombu Dojo, definitivamente cosa fanno? Qual è il loro ruolo specifico, praticamente?

RE
Quando sono arrivato ho avuto tanti senpai. In ogni classe avevo delle persone che mi spiegavano mi aiutavano; il senpai non solo ti aiuta nelle cose tecniche, ma anche nelle cose della vita in Giappone. Ti aiutano a vivere meglio, ti danno dei consigli, delle strategie, magari sulla tua carriera nell’aikido in Giappone, come comportarsi con i maestri, come comportarsi all’interno del dojo – mi sono state trasmesse tante sotto questo punto di vista. Ho avuto tanti senpai. All’epoca l’Hombu Dojo aveva molti più praticanti di elevata esperienza, che però se ne sono tornati tutti nei loro paesi. Due anni fa, anche i senpai che ho conosciuto venendo qua, anche loro poi hanno preso la loro strada e se ne sono andati nel loro paese a insegnare o comunque a fare le loro cose. Adesso mi trovo ad avere poche persone di riferimento. Quando sono arrivato qua appunto avevo molte più persone che mi davano consigli, quindi ero molto più contento. Adesso mi trovo un po’ solo, per certi versi.

CHIERCHINI
Questa è la conseguenza della pandemia, ovviamente.

RE
Forse non solo. Gli stranieri dopo un tot di anni sembra che non ce la facciano a vivere per troppo tempo qui in Giappone. Per vari motivi ognuno ha seguito la sua strada e ha lasciato il Giappone, quindi alla fine io ho pochi senpai ora come ora.
Per esempio, due anni fa è venuto qua a vivere per due anni Davinder Bath, che è il mio maestro di Londra. Lui è stato uno dei miei senpai, è stato un po’ uno dei miei consiglieri. Un’altra persona, un altro italiano che vive qua da parecchi anni si chiama Gianfranco Scimone e lui tuttora mi dà dei consigli: lo considero un senpai di vita, perché mi sta veramente aiutando nella vita, mi motiva, anche per il lavoro che sto facendo in questi giorni. Mi confronto spesso con lui, Questo è importante, è importante che io abbia dei punti di riferimento.

CHIERCHINI
Ti alleni solo all’Hombu Dojo, o fai esperienze di Aikido in altri contesti al di fuori dell’Aikikai Hombu Dojo?

RE
Da due anni faccio anche parte del Kuwamori Dojo, che è un dojo che si trova in una zona vicino a Shinjiku, a Nerima, ed è uno dei dojo più antichi di Tokyo – dopo l’Aikikai è il più antico – dove appunto Yamaguchi sensei, Tamura, Saotome andavano a insegnare. Mi dà la possibilità di praticare Aikido in una differente realtà.
Lo stile è leggermente diverso, quindi mi dà la possibilità di confrontarmi con diverse persone, acquisire più esperienza. Devo dire che è stato per me interessante.

SCIALLA
Francesco, scusami, una curiosità. Tu hai 22 anni giusto?

RE
27 ora.

SCIALLA
Quello che mi piacerebbe sapere è se alla tua età ricerchi di più un’attività fisica, la tecnica o l’Aiki, e quanto ce n’è di tutto ciò nell’Hombu.

RE
Ora sono in una fase in cui sta ricercando di più la tecnica e anche la sensibilità dell’Aikido per quanto riguarda l’ukemi, l’interrelazione con il partner – che io penso che sia molto importante.

SCIALLA
Per me sono tutte e tre importanti.

RE
Sono importanti senza ombra di dubbio, però adesso io adesso mi sto dando delle priorità nelle cose. Per esempio, quando ero shodan, mi ricordo che focalizzavo molto di più sull’agilità, sulla dinamicità dell’Aikido, dell’ukemi, in modo tale da mantenere il corpo giovane. Devo dire che questa cosa mi ha aiutato. Poi ho cambiato modo di praticare, ricercando di più l’efficacia della tecnica e il cercare di far sì che l’ukemi fosse più un mezzo per proteggere il mio corpo.

CHIERCHINI
Scusami se ti interrompo. Andrea, il tuo papà, ti chiede di dare un’idea più chiara di cosa intendi per ukemi.

RE
L’ukemi ha diversi significati: è come proteggere il proprio corpo durante una proiezione o una tecnica di Aikido o in qualsiasi arte marziale. L’ukemi poi è anche poi una una sorta di correlazione tra le due persone: comincia da quando c’è il primo contatto con tori. L’ukemi non è solo cadere, ma è dall’attacco fino poi a tutto il movimento che porta alla caduta cercando di armonizzarsi e mantenendo quanto possibile la connessione, cercando di seguire, di adattarsi a tori. Però sempre cercando di far studiare tori, perché nell’allenamento, il keiko è diverso dall’enbukai. Nell’enbukai l’ukemi ha uno scopo molto affascinante, molto acrobatico, ci sta; anche nell’esame è la stessa cosa. Nell’allenamento è una cosa che io devo dare al mio compagno, io devo farlo a studiare, quindi se è un compagno abbastanza bravo allora provo a dargli delle difficoltà, ma in modo che lui possa studiare, non che lo possa contrastare o che lo debba bloccare. Così allora l’ukemi può aiutare a far diventare un allenamento produttivo. Ovviamente però l’ukemi ha l’obiettivo di proteggere se stessi, quindi imparare a come muovere il corpo: se sono in ritardo, devo fare la caduta grande così detta tobi ukemi, cercando di rimanere sempre al passo con i tempi, perché se tori è veloce, io dovrò essere reattivo allo stesso modo.

MERLI
Francesco, una curiosità: queste tue esperienze al di fuori dell’Hombu, al Kuwamori Dojo, sono frutto di una tua scelta, o sono state consigliate? Inoltre, rispetto alla pratica in contemporanea e alla conoscenza di altri koryu, qual è la tua posizione? Sei invogliato ad approfondire alcuni temi extra Aikido o è tutto lasciato alla tua libertà d’iniziativa?

RE
Per quanto riguarda il Kuwamori Dojo, è stata una mia scelta. In pratica, il Kuwamori Dojo è un dojo che ha keiko ogni giorno. Io però frequento solamente la classe del sabato mattina, dove insegna uno studente del maestro Yokota. Tramite questo allievo del maestro Yokota sono diventato membro del Kuwamori Dojo. Lui si chiama Toritani. Da lì, ho avuto anche la fortuna di avere accesso a delle classi private con Yokota sensei, dove fa armi, Iaido, insomma spiega un po’ il suo modo di vedere la spada perché Yokota fa un Aikido molto basato sulla spada.

Un momento conviviale con Yokota shihan

CHIERCHINI
Scusami Francesco, quindi ci stai praticamente dicendo che la proposta tecnica di Yokota sensei extra Hombu Dojo è leggermente diversa? Al Kuwamori Dojo ha un maggiore libertà espressiva dal punto vista dell’insegnamento?

RE
Il maestro Yokota non insegna al Kuwamori Dojo. Però il maestro Yokota ha un gruppo un po’ più chiuso di studenti: non tutti possono accedere a queste lezioni private che lui fa quindi può accedere se si è membri di dojo che lui controlla, o dove lui va a insegnare. Grazie a Toritani-san, che è questo suo studente che insegna al Kuwamori Dojo, sono anche fortunato di avere la possibilità di poter partecipare a questo tipo di lezioni. In questo tipo di lezioni, Yokota fa vedere delle cose diverse da quelle dell’Hombu Dojo, soprattutto nelle armi. All’Hombu Dojo nessuno insegna le armi.
Yokota fa vedere i suoi kata personali, fa un po’ di Iaido Muso Shinden-ryu, che lui ha studiato tempo fa con Chiba sensei, e quindi devo dire che lo trovo molto interessante. Riguardo invece alla domanda di Andrea sulle koryu, io ho praticato fino a due anni fa, Suio-ryu Iai Kenpo, che è una koryu molto molto antica, con sede vicino a Shizuoka. Tra l’altro era un piccolo dojo, un piccolo gruppo con cui mi allenavo. Poi per vari motivi ho smesso, però mi ha dato buone basi di Iaido ed è stato interessante per vedere come erano svolte le cose nelle koryu.

MERLI
Quello che quello che volevo un po’ capire da te è se eri stato instradato dai sensei o dai tuoi senpai nel dire “Guarda, vai a provare questo”, oppure se è un qualcosa che hai scelto in autonomia, per curiosità o per una necessità di completezza del tuo bagaglio tecnico.

RE
Molti dicono che fare un’attività oltre all’Aikido è importante, se si vuole diventare dei professionisti di Aikido, per avere un’idea un po’ più a 360 gradi dell’arte marziale. Altri dicono che non è necessario. Lì dipende molto da te, se tu hai veramente voglia di intraprendere anche un nuovo percorso che potrebbe anche essere interessante per vedere l’Aikido da un diverso punto di vista. Alcune persone mi hanno suggerito di fare delle discipline marziali. Adesso con la pandemia non ne sto facendo, però piacerebbe in futuro iniziare a fare qualcos’altro, ci sto pensando.

CHIERCHINI
Tu fai parte del gruppo di persone che sono interessate al cross training, non ti vedi come un purista? In realtà non lo sei mai stato, perché essendo figlio di Andrea-san, minimo hai fatto Katori Shinto Ryu da subito. Quindi il cross training per te è la via da percorrere.

RE
Per esempio, a me la spada piace molto e per quello da quando ho iniziato a fare Aikido a Milano già ho praticato per un anno e mezzo Katori Shinto Ryu con mio padre. Poi, venendo qua in Giappone, il Suio Ryu. Forse non sono il classico tipo di ragazzo cui piace fare l’MMA, questo tipo di cross training. Io non ho mai provato, magari potrebbe essere interessante. Penso che bisogna provare, poi giudicare dopo. È giusto fare il cross training, basta che non vai a far diventare il tuo Aikido qualcosa che non è. Se poi io trasformo il mio Aikido in un’altra cosa, allora forse non va bene, ma se riesco a integrare l’Aikido con un altra attività, però facendo sì che rimanga Aikido, allora va bene. Dipende da ognuno lo trasforma, come lo arricchisce.

CHIERCHINI
Facciamo un esempio: tu potresti essere un violinista, protesti star studiando violino all’accademia a Tokyo, ma ciò non ti toglie – se hai voglia, per capire di più o meglio la musica, per allargare i tuoi confini – nulla di vieta, se hai il tempo soprattutto, di andare a imparare la chitarra elettrica.

RE
Si può fare tutto. Io consiglio vivamente di farlo. Anche a me piacerebbe iniziare a fare qualcosa, come cultura personale, come proprio bagaglio personale. È giusto imparare qualcosa d’altro, per non essere troppo limitati. Poi il Giappone è la terra delle koryu, ci sono tantissimi tipi di koryu; anche il Daito ryu, ho amici che fanno Daito ryu, a molti interessa capire l’origine delle tecniche e di Aikido, o altri amici invece fanno catch wrestling e li aiuta con il combattimento terra, nei waza.
Ognuno si fa la propria conoscenza personale, poi in futuro può diventare una difesa personale, per se stessi.

SCIALLA
Francesco, vorrei sapere che cos’è l’Aikido per te, perché credo che se lo chiedo a ognuno di noi che intervistiamo daremmo una risposta diversa. Quindi voglio sapere che cosa è l’Aikido per te.

RE
Per me l’Aikido è qualcosa di originale, un’arte marziale che ha come scopo di risolvere certe situazioni senza l’uso della violenza. Questo è il nocciolo del discorso, attraverso le sue filosofie, le sue interpretazioni. Ciò che ho notato è che insegna proprio questo, che può essere utilizzato anche nella vita quotidiana, non solo sul tatami. Questo secondo me aiuta molto e questo secondo me è l’Aikido,principalmente.

SCIALLA
Per te l’Aikido è un modo di risolvere la stessa situazione in una maniera diversa.

RE
Diversa, magari senza l’utilizzo della violenza. Secondo me è questo principalmente.

SCIALLA
In passato pensavi lo stesso, o qualcosa è cambiato di quello che tu pensavi dell’Aikido?

RE
In passato forse dicevo per me l’Aikido è figo perché ci sono le cadute, perché quando incominci a fare Aikido è più una cosa ludica. Almeno come l’ho vissuta io. Però poi, dopo, quando ci entri dentro in questo mondo, scopri diverse cose, ampi i tuoi orizzonti.

SCIALLA
Questo tuo ampliare l’orizzonte è avvenuto in Giappone o già in Italia?

RE
In Giappone, direi, ma magari forse già anche a Londra, vedendo una diversa realtà di Aikido. Forse già lì iniziavo a pensarla in maniera diversa. Poi in Giappone è diventato meno ludico, meno gioco.

SCIALLA
Ti dò una chiave: sei cresciuto?

RE
Sono maturato.

LUKE CHIERCHINI
Ciao Francesco, volevo farti una domanda al volo, per distaccarsi un attimo dal tema della pratica che abbiamo fatto finora. Volevo tornare al discorso che avevamo iniziato all’inizio della chiamata, riguardante quando tu ti sei trasferito in Giappone, perché io lo capisco bene la tua situazione, in quanto ho anche io l’ho vissuta – in maniera diversa ma simile – quando mi sono trasferito dall’Italia all’Irlanda. Questo cambiamento direi abbastanza radicale, come vissuto appunto il cambiamento culturale appunto? Quali sono state le cose positive che ti hanno colpito di più all’inizio del Giappone e del vivere in questo ambiente? E, se ci sono state e quali sono state le cose negative in questo cambiamento?

Momenti di socializzazione con Miyamoto shihan

RE
Questo cambiamento è stato positivo direi. I giapponesi in genere sono tutti molto cortesi quindi – almeno quello che ti fanno vedere in prima persona -sono molto cortesi. Devo dire che sembrano al primo impatto tutti molto disponibili per qualsiasi cosa, come aiutarti a trovare delle informazioni. Una volta mi è capitato per esempio che non sapevo dove era una stazione e un tipo mi ha accompagnato fino all’entrata della stazione perché io non conoscevo Tokyo, quindi è stato disponibile. Questo è stato uno dei punti che mi ha colpito di più, poi anche il fatto che il Giappone è molto più pulito, come città, in generale, rispetto ad altri paesi, devo dire che è stato un impatto positivo. Anche la pulizia nei mezzi, anche, per quanto riguarda i mezzi, la puntualità dei mezzi, della metro, dell’autobus. In genere capita raramente che ci siamo dei ritardi con i treni, per esempio: se c’è scritto che il treno arriva alle 8.01, arriva alle 8.01. È incredibile, cosa che in italia non succede, come forse ben sai. Questa cosa insomma mi ha sorpreso parecchio.
Una cosa che mi ha sorpreso dei giapponesi e a tuttora mi sorprende è che se io devo vedere un amico, non è il fatto che io ti chiamo e dico: “Allora cosa fai stasera? Bon! Ci vediamo” e ok. Qua non si fa, capita raramente. In genere si prende un appuntamento: “Ok, ci vediamo l’1 marzo alle 7 di sera”, per esempio, “Ci troviamo lì”. Si prende sempre appuntamento, ora e tutto, anche tra migliori amici, anche a distanza di un mese addirittura. C’è molto questa cosa e mi ha fatto molto strano, mi è sembrato molto, troppo formale. Poi i giapponesi sono fatti così. È una cosa che a me mi ha stupito parecchio. poi la cosa che mi ha sempre anche il conto è il fatto che loro non parlano mai in maniera diretta, non ti dicono mai le cose in faccia. Parlano sempre in maniera indiretta, non dicono mai sì o no, cercano di farti capire se sì o no, poi tu devi devi essere bravo a capire. Devi allenare l’abilità per capire loro, questo forse è difficile, ma loro lo fanno per cortesia. Dipende poi dal caso se positivo o negativo.

SCIALLA
Io l’ho sempre definito come un rigo vuoto tra le parole. Loro lasciano un rigo vuoto e tu devi riuscire a capire quello che vorrebbero dire.

RE
Esatto. È la cosa più difficile, ma lo fanno per cultura, perché dire no direttamente è scortese, quindi te lo dicono in un modo che ti fanno capire che è no.

CHIERCHINI
Spesso sì vuol dire no.

RE
All’inizio è strano.

Con Tada shihan in occasione della 55th All Japan Aikido Demonstration

MERLI
Da questo punto di vista, Francesco, proprio perché la disciplina è nata in un contesto culturale diverso, per per non dire ortogornale rispetto al contesto occidentale, la tua esperienza ti ha fatto cogliere che per esempio nella pratica in Occidente ci sono delle cose dell’Aikido che proprio abbiamo capito al contrario? Oppure ci sono delle cose che abbiamo capito più qui che lì? Ci sono questi aspetti culturali che emergono, immagino, dalla pratica quotidiana che che fai: come la vedi tu questa continua evoluzione della nostra pratica, abbiamo bisogno noi di diventare un po’ più giapponesi come mindset, o viceversa?

RE
La differenza che ho notato è che la gente in Occidente tende a dialogare troppo durante l’allenamento rispetto al Giappone – come prima differenza che mi viene in mente. Secondo me, sarebbe meglio non parlare completamente durante la pratica, in modo tale da far sì che ognuno possa concentrarsi bene. Spesso capita che pratichi con l’amico e ti dice “Ciao, come stai?” mentre praticate. In Giappone ti direbbero subito di stare in silenzio, all’Hombu Dojo. C’è questa diversità. Per il resto adesso non non mi vengono in mente altre differenze, a parte il modo di praticare, non mi pare che ci sono tutte queste differenze, a parte il fatto che I maestri spieghino di più in Occidente, credo che le cose non cambino più di tanto, sai, a parte appunto l’intensità dell’allenamento.

CHIERCHINI
Questo mi da il là per tornare a qualcosa di cui parlarvi all’inizio e cioè che quando tu sei arrivato, durante il primo periodo, uscivi dall’Hombu Dojo che eri distrutto fisicamente. Quindi c’è un intensità nella pratica che è diversa rispetto a quella a cui noi siamo abituati e anche il fatto, probabilmente che si pratica comunque molte più ore rispetto a quello che si fa normalmente in Italia. All’epoca questa era una tua debolezza nel tuo curriculum marziale. Suppongo che nel frattempo se ne sia andata, sei salito dal punto di vista fisico.

RE
Alla fine, praticando, ti fai il fisico, il fiato, quindi poi alla fine ti abitui a questo ritmo, questo tipo di pratica intensa diventa il pane quotidiano. C’è un modo, appena ho fatto da uke, poi subito mi rialzo e attacco di nuovo.

CHIERCHINI
Francesco, ci stai appena dando una differenza abbastanza importante rispetto a quello che succede da noi, si pratica a un ritmo molto superiore.

RE
Infatti, come dicevo l’intensità è una differenza tra la pratica nei dojo in Occidente e l’Hombu Dojo in Giappone. L’intensità è senza ombra di dubbio una grande differenza.

CHIERCHINI
Molti si meravigliano del fatto che il maestro XY ha fatto “solo” 10 anni di Aikido ed è già quinto dan. La spiegazione è questa: praticamente l’intensità del livello di pratica è infinitamente superiore. Nel frattempo, quali altre debolezze hai scoperto nel tuo curriculum? Nel caso, come pensi di colmarle?

RE
Nella pratica, il diverso tipo di forma di base che conoscevo. Io avevo praticato attraverso mio padre e altri maestri in Italia principalmente l’Aikido del maestro Fujimoto; poi anche l’Aikido del maestro Chiba a Londra, quindi quello era il mio background iniziale. La differenza dell’approccio del mio Aikido con quello dell’Hombu Dojo all’inizio mi ha creato dei problemi, tipo la gente non si muoveva come io credevo. Oppure, il fatto di fare da uke in un modo forse più sensibilizzato, più sensibile, rispetto a prima, rispetto a quello che conoscevo io. Poi il fatto che all’Hombu Dojo parecchie persone dal mondo vengono a praticare, quindi ho avuto modo di praticare con tante persone, con gente che viene da tutto il mondo, ognuno con il suo background. Da lì ho iniziato a colmare questo gap. Adesso mi sto più adattando a praticare con chiunque, che è la cosa che all’Hombu Dojo si ha una grande possibilità di fare, avendo la possibilità di praticare con diverse persone.

CHIERCHINI
L’uke è “collaborativo”, tra virgolette, o bisogna che tu la tecnica la fai funzionare? La gente non si butta per terra da sola, o sbaglio?

RE
Dipende dalla persona: c’è chi è molto gentile, ci sono alcuni ragazzi giapponesi molto gentili che ti seguono dovunque tu li mandi. Oppure altri che dicono se la tecnica non c’è, io non mi sposto. Bisogna capire il rapporto: c’è un divario tra queste persone, alcuni sono troppo gentili, altri lo sono un po’ meno. La cosa interessante è che se la tecnica funziona quella persona poi si muove, allora dici “Che figata, mi è venuta o comunque l’ho imparata bene e quindi sono riuscito a squilibrarlo. Sta alla persona capire fino a che limite spingersi, all’uke, se appesantirsi al massimo, per darti maggiore difficoltà, per aiutarti a studiare, oppure se magari vede che sei un po’ in difficoltà, allora essere più gentile con te.

CHIERCHINI
Ovviamente dipende l’individuo che uno incontra sul tatami. Vi racconto rapidissimamente un aneddoto: l’ultima volta che sono stato, ho avuto per ben due volte la sfortuna di finire con un signore, un locale, di cui non conosco il nome, quindi non faccio danno, che per qualche strano motivo non voleva nessuno. Quindi alla fine me lo sono beccato io e per un’intera ora, perché come molti sapranno non si cambia partner, non mi ha fatto fare neanche una tecnica. Questo è successo in due diverse lezioni. Questo è il limite estremo, l’opposizione assoluta, che poi andrebbe risolta con un colpo di pistola, ma non si può fare, va bene…
Tu sei un gaijin, volente o nolente, sei uno straniero a Tokyo. Man mano ti sei sicuramente integrato, hai fatto amicizia e tutto, ma lo senti questo fatto di essere straniero? E soprattutto lo senti all’interno della pratica e ancora a maggior ragione lo senti con i tuoi maestri? Oppure anche questo è un discorso esagerato, che non ha rispondenze con la realtà?

RE
Allora, nel dojo no. Ora come ora, ma anche da quando sono arrivato non trovo questa grande differenza. Non sento questo essere straniero più di tanto, perché alla fine nell’Aikido siamo tutti uguali. L’Hombu Dojo è frequentato da tanti stranieri in generale, ogni anno comunque vengono parecchi turisti, quindi ormai ci sono tanti giapponesi che parlano inglese, ormai è più diventato un luogo internazionale.

SCIALLA
Pensi che il maestro maestro giapponese abbia lo stesso rapporto con un occidentale e con un giapponese?

RE
Sicuramente no, il rapporto è diverso, anche perché l’occidentale ha una modo di comportarsi diverso, anche la lingua fa da barriera in tanti casi… quindi spesso si manca di socializzare col maestro per un fattore di lingua. La lingua giapponese qui, se si vuole costruire una carriera, se si vuole avere delle relazioni con un maestro giapponese è importante, perché magari ci sono alcuni maestri giapponesi che parlano l’inglese, perché vanno spesso a fare seminari in giro, all’estero; però non tutti gli shihan parlano inglese. Quindi sarebbe meglio parlare anche il giapponese, sarebbe un’arma in più.

CHIERCHINI
Come sta andando il tuo studio del giapponese nel frattempo?

RE
In questi giorni lo sto studiando da solo. Ho studiato giapponese 3 anni fa per 6 mesi, quindi ogni giorno scuole giapponesi, ogni settimana facevo test su test… una roba incredibile. Studiavo con un matto. Adesso devo dire che lo parlo quotidianamente il giapponese, al lavoro, all’Hombu Dojo e vado solo con amici giapponesi fuori. Quindi parliamo solo giapponese e questo mi aiuta a parlare, a migliorare il mio giapponese. A scuola non era tanto bravo con i kanji, anche nei test copiavo dei miei compagni – insomma un po’ l’italiano… poi chattando e avendo anche un’applicazione che fa da dizionario giapponese, in chat con un amico giapponese che mi scrive, lo vedo e “Cavolo, non conosco questa parola” e vado a vedermela. Da lì poi inizio a capire i kanji, quindi a vederli li riconosco, so che è il kanji di keiko, per esempio. A scriverli no, non mi sto esercitando a scrivere kanji, però conosco e so scrivere bene hiragana e katakana. Kanji è un po’ il mio tallone d’Achille.

MERLI
Francesco, una considerazione e una domanda. Da un lato penso che tutti quelli che ti stanno ascoltando provino un pochettino di invidia per quello che stai facendo e ammirazione. Dall’altro forse bisognerebbe fare onore anche alla parte sommersa dell’iceberg, alla fatica che fai per avere contemporaneamente un lavoro, una dimensione di allenamento e una dimensione sociale. Per cui la domanda: è quante ore dormi a notte?

RE
Sei, sei e mezza.

MERLI
OK, quindi sei ancora troppo occidentale rispetto ai tuoi compagni da questo punto di vista.

RE
Alcuni giapponesi forse ne dormono addirittura meno, non lo so.

MERLI
Da questo punto di vista, perdonami, hai citato diversi studenti non giapponesi che si sono succeduti in questi anni all’Hombu. Hai detto chiaramente che molti non hanno resistito al ritmo e al tipo di vita di Tokyo e comunque del Giappone. Qual è l’aspetto più pesante per te di stare di lì?

RE
Il fattore che ho notato anche al lavoro è molto molto difficile, nel senso che al lavoro i giapponesi sono poco tolleranti. Vogliono che le cose siano fatte in un modo quindi devi farle in quel modo lì. Non ammettono ritardi, neanche un minuto. Poi il fatto della formalità, il fattore personale, come va la società è la cosa più difficile che magari scoraggia, magari svoglia le persone a vivere qua. Poi ognuno ha lasciato il Giappone per vari motivi, magari c’è chi ha completato il suo cammino in Giappone e si è aperto il dojo… insomma per chi più e per chi meno.

MERLI
Possiamo dire che la parte faticosa non consiste soltanto nelle tre ore di keiko quotidiano a ritmo forsennato, ma c’è anche tutto il resto, ecco.

RE
Sì, sì, sì. In Giappone c’è una vita molto frenetica, piena di di stress perché soprattutto per chi lavora a tempo pieno, l’azienda si aspetta molto dal lavoratore, anche straniero. Ci sono tante aspettative e quindi a volte è difficile mantenere queste aspettative a livello di performance nel lavoro.
In quello che ho visto per ora, la cosa più difficile è la parte lavorativa, poi anche le relazioni. La cultura è la barriera principale. Ovviamente, per quanto riguarda me, la cosa difficile è stata anche mantenere un equilibrio tra allenamento, lavoro e anche un po’ di vita privata. Io al lavoro non posso essere troppo stanco, perché magari il giorno prima mi sono allenato 5 ore, perché sennò poi il manager si lamenta, perché vede che faccio meno. Per quanto riguarda me, io lavoro con i bambini, insegno l’inglese bambini. I bambini sono molto ma molto energici, quindi io devo stare sul pezzo. Lavoro alla Montessori – c’è questo metodo educativo molto severo – quindi io devo essere presente per i bambini, non posso riposarmi sul lavoro. Devo essere sempre al 100%, anche all’allenamento.

MERLI
C’è qualcosa della vita all’occidentale che invece proprio non ti manca? Qualcosa che hai lasciato da questa parte del dell’emisfero?

RE
Direi di no. Lo stile di vita che avevo prima. Forse avevo meno cose da fare… non lo so, bella domanda, sai. No, non ci ho mai pensato. Non ho qualcosa che dico che lascio là , non mi viene in mente nulla adesso.

Padre e figlio

CHIERCHINI
Evidentemente non c’è nulla che avresti lasciato molto volentieri, tutto sommato. Adesso vorrei fare un piccolo cambio di argomento anche perché mi interessa direttamente. Io come come te e anche Luke sono figlio d’arte. Quindi sono molto curioso di questo aspetto: quanto questo ti ha facilitato e quanto ti ha ostacolato? Soprattutto ti sei mai scocciato? Ti sei mai ribellato alla tradizione di famiglia e hai detto ad Andrea-san: Guarda basta adesso vado a giocare a calcio?

RE
Io ho iniziato Aikido a 17 anni, ma prima già mio padre voleva convincermi a fare Aikido. Però io dicevo “No, non mi interessa l’Aikido”. Ho fatto tanti sport prima di fare Aikido, ho fatto equitazione quattro anni, ho fatto tennis due anni, ho giocato anche a calcio quando ero alle scuole elementari. All’inizio non ho voluto tanto seguire le orme di mio padre. Dopo ho cambiato idea e ho voluto voluto iniziare Aikido. Non ho mai avuto questo sentimento di ribellarmi, come dire adesso smetto, o faccio altro. Ho solo voluto intraprendere il mio cammino nell’Aikido.

CHIERCHINI
Già l’avevi fatto altro…

RE
Avevo già fatto altro e quindi alla fine ho detto: “Vorrei provare un’arte marziale. All’inizio ero più interessato magari a fare Brazilian Jujitsu. Sai, già all’epoca quando avevo iniziato fare Aikido, dieci anni fa più o meno, già il Brazilian Jujitsu iniziava a essere abbastanza popolare no. Poi per ho detto: “Va beh dai, visto che però mio padre insegna Aikido, dai proviamo a fare Aikido”. Da lì poi mi sono appassionato sempre di più, ho sempre voluto continuare, perché l’Aikido mi piaceva. Non ho mai pensato di smettere, di dire no, sono stufo.

CHIERCHINI
Avere la figura di tuo padre che per così dire è comunque ingombrante, perchè tuo padre, Andrea Re, è uno dei maggiori budoka del momento – e già da parecchi anni tra le altre cose – specialmente nel settore del kenjutsu, dello Iaido. Ti fa ombra questa cosa, o la vivi in un modo positivo?

RE
La vivo in modo positivo perché mi dà motivazione, anche come ispirazione. Lui avendo già una grande esperienza in questo settore è uno dei miei tanti esempi. Una figura come la sua mi è molto utile, anzi ne sono veramente contento e penso di essere anche fortunato, perché magari lui delle esperienze le ha già vissute e quindi mi può guidare meglio in alcune situazioni. Quindi ha un forte impatto positivo. È molto interessante, io ho già da piccolo mi ricordo che, prima di inizare l’Aikido, io ero già dentro questo ambiente, perché a parte che a casa avevamo spade, avevamo fotografie di maestri, certificati… e poi io da piccolo mi ricordo che quando mio padre andava a fare gli stage, i summer camp di spada, di Katori Shinto Ryu d’estate, io lo seguivo, mi portava con sé. Io ho conosciuto anche il suo maestro di spada il maestro Hatakeyama quando ero piccolino. Insomma già ho vissuto delle esperienze, avevo già vissuto questo mondo, quindi non mi era nuovo. Mi ricordo che avevo iniziato anche a fare Katori Shinto Ryu, non mi ricordo a che età, forse quando ero alle elementari. Mio padre mi avevano fatto una sorta di piccolo bokken – forse adesso avrà la misura di un kodachi – e lì ho iniziato a fare il Katori quando ero proprio piccolino. Mi ricordo che avevo fatto l’esame di bo, il bastone lungo, più lungo del jo, avevo fatto l’esame, così per gioco, con il maestro Kumai che era il maestro di Iaido di mio padre, che però aveva fatto anche Katori Shinto Ryu in passato. Avevo ricevuto la cintura gialla, diciamo così, di Katori Shinto Ryu, dal maestro Kumai.

ANDREA RE
Francesco – scusate se intervengo.

FRANCESCO RE
Ciao papà.

ANDREA RE
Questo era il tuo bokken di quando eri piccolo.

FRANCESCO RE
È quello?

ANDREA RE
Sì, praticamente è diventato un kodachi. Però funzionava. Mi zittisco.

SIMONE CHIERCHINI
È interessante perché mentre lui raccontava queste cose, Francesco, io ridevo dentro, perché le stesse identiche cose le ho fatte con Luke, la stessa roba, un jo tagliato a dimensione, un kodachi usato come bokken… ce l’hai ancora Luke?

LUKE CHIERCHINI
Sì, credo di sì, anche se adesso – come dicevi prima – sicuramente non va più bene, non riesco neanche a impugnarlo con una mano, va a finire.

RE
Ho vissuto dei gran momenti quando ero piccolo. Già vedevo tutti che praticavano Katori Shinto Ryu attraverso mio padre, quindi anche da quando ero piccolino già frequentavo lo Zanshin Dojo di mio padre (Zanshin Dojo è il nome del suo dojo). Ero già nell’ambiente, ecco.

CHIERCHINI
Francesco, c’è una domanda che ti vuole fare Michele. Eccoci qua.

RE
Ciao Miki, come stai?

MICHELE FRIZZERA
Bene, bene. Tu? Tutto a posto?

RE
Bene, bene.

MICHELE FRIZZERA
La mia domanda era una domanda, diciamo, non so se provocatoria, ma anzi di chiarimento. Noto che in Italia, forse anche nei social che magari inaspriscono a volte alcune posizioni, c’è la tendenza a creare una contrapposizione tra le diverse scuole di Aikido che discendono dai vari sensei. Mi chiedevo se anche in Giappone ci fosse una esagerazione nel creare una distinzione, o se ci sia invece più un’unione aikidoistica. Tutto qui e poi ti ascolto volentieri, mi fa un estremo piacere vederti. Ciao a tutti.

RE
Grazie della domanda. Anche in Giappone, essendoci tanti maestri, si va a definire un po’ lo stile di questo maestro. Magari vedo una persona praticare e “Ah, quello segue quel maestro lì”, per esempio. Si tende a diversificare, ma secondo me più per riconoscere da dove viene una persona, non tanto per per rendere diversi. Anche perché l’Hombu Dojo comunque vige sotto il Doshu, quindi diciamo che il ceppo principale è il Doshu. L’Aikido di per sé, l’Aikido dell’Aikikai è quello che fa il Doshu, almeno la base.
Forse è sbagliato dire diversificare, ma secondo me lo si fa più in un modo verbale, però alla fine l’Aikido è quello. Poi magari ci si differenzia nello stile, ma secondo me in base alla didattica del maestro, perché forse ogni shihan sviluppa una propria didattica. Quello, secondo me, è quello che dopo tende a portare le persone a dire lo “stile” del maestro tizio e caio. È solo perché forse la didattica è diversa, quindi è questo che secondo me fa la differenza. Di per sé l’Aikido sostanzialmente è lo stesso per tutti.

CHIERCHINI
Quindi non noti questa conflittualità di cui parlava Michele che in Occidente c’è, perché a tuttora, purtroppo, basta entrare un attimo su qualsiasi social network e sono tutti con la maglietta del sensei di riferimento, pronti a litigare, a perdere le amicizie… cosa che poi tra l’altro nessuno gli ha mai chiesto.

RE
All’interno dell’Aikikai ci sono vari gruppi che seguono l’Aikido di ogni maestro, quindi è chiaro che dopo ci sono delle differenze, quindi si litiga… sì c’è, è normale, anche in giappone è così. La gente tende a dire “Quello è meglio di quell’altro”, oppure “Secondo me quello ha ragione perché l’Aikido secondo me così”. Adesso non so se è un’evoluzione dell’Aikido, però l’Aikido si è ramificato. Anche gi allievi di O’Sensei, ognuno poi fa cose e ha uno stile diverso l’uno dall’altro, ognuno poi ha sviluppato le proprie idee dell’aikido, il proprio modo di farlo. quindi io penso che è normale che ci siano queste cose, queste diversità.

MERLI
Francesco, un altro demone su cui si fanno dei flame enormi soprattutto su Facebook, sul social è il demone dell’efficacia dell’Aikido. Da questo punto di vista, è una cosa tutta nostra di mentali occidentali o c’è anche da quelle parti lì questo tema qua?

RE
C’è anche qua purtroppo. Qua e l’Occidente è uguale dappertutto. L’unica soluzione che ti darei è che basta praticare con la persona. Per vedere se effettivamente una persona ha sviluppato una certa abilità, una certa conoscenza dell’Aikido, basta praticarci. Alla fine è il tatami che, nel bene e nel male, rende l’idea del livello di una persona. Poi siamo tutti bravi a fare un bel video sui social e dire si fa così si fa colà. I social adesso stanno dando un altro messaggio, però non si deve mai dimenticare che l’Aikido è fatto sul tatami, non è fatto sui social. Sono d’accordo [sull’uso] dei social, però basta praticare assieme e li si vede effettivamente il livello – ovviamente, se una persona poi è disposta ad accettare la tua realtà. Perché infatti l’Aikido ha diverse realtà e il problema è unire le realtà. L’unica cosa per farlo sul tatami è con l’abilità cercare di rendere possibile la tua realtà – ovviamente senza andare lì a pestare il compagno. È quello che mi verrebbe da dire, sai, come risposta sincera che ti darei.
Avendo tante realtà, l’unica cosa è praticare, poi magari non ci troviamo d’accordo. Va beh, magari non praticheremo più. Dipende se poi vogliamo rendere nostra la nostra pratica costruttiva.

CHIERCHINI
C’è un’altra domanda per te, ti viene da Adrian Monteanu. Adrian, ti faccio entrare. Adrian, can you hear me?

ADRIAN MONTEANU
Yes, sorry.

RE
Hello Adrian.

ADRIAN MONTEANU
Hi Francesco.

RE
How are you?

ADRIAN MONTEANU
Well, thank you. Are you good? È bello vederti! Quali sono i tuoi obiettivi mentre sei ancora in Giappone, because obviously you are staying longer. What is your next, the next steps?

RE
I miei obiettivi sono di approfondire la mia conoscenza dell’Aikido, del Budo qui in Giappone. Ho ancora tanto da imparare, non mi sento ancora completamente pronto, anzi dico la verità, non me la sento ancora. Sento l’esigenza di dover ancora star qui e studiare. Quindi è quello che sto facendo adesso. Non so dirti tra quanto tornerò in Occidente, non ci penso tanto.
Penso solo a studiare, a migliorare e comunque a divertirmi anche, nel senso di trascorrere un buon tempo qua. Chiaro, il mio sogno sarebbe quello di diventare un maestro di Aikido, un professionista, quindi questo sarà il mio obiettivo finale.

SCIALLA
Francesco, io vorrei sapere una cosa: hai detto che arrivando in Giappone hai trovato una condizione diversa, ti sei dovuto adattare fisicamente e penso anche da altri punti di vista. Un giorno, quando dovrei ritornare in italia e dovrei essere tu ad insegnare, che cosa cambieresti e da che cosa inizieresti?

RE
Da cosa inizierei? Da un punto di vista fisico, a cambiare approccio nell’allenamento, quindi a far sì che l’Aikido sia un po’ più intenso, come dovrebbe essere.

SCIALLA
Cambiare i ritmi quindi.

RE
Come ritmo, sì, specialmente per le persone giovani. Una persona giovane dovrebbe costruirsi il proprio fisico, migliorare la propria agilità e flessibilità. Questo è quello che farei fare i giovani, una volta aperto un dojo. Un’altra cosa è lo studio dell’ukemi, in primis, quindi creare un’ampia base per l’ukemi.

SCIALLA
Lo studio generico delle ukemi o solo dell’uke?

RE
Dico che sia un po’ la stessa cosa. Ukemi è appunto il ruolo, il compito di uke. L’ukemi non è solo la caduta. Quindi migliorare il ruolo di uke.

SCIALLA
Queste sono le parti carenti qui in italia, a tuo avviso.

RE
Non è il tipo di ukemi che si fa all’Hombu Dojo. Io non conosco esattamente, ci sono alcuni dojo che hanno un livello molto alto. Io non conosco altri dojo, quindi per quello che conosco e mi limito a dire per quello che conosco. Altre cose: ovviamente arrivando in futuro con una logica giapponese, bisognerà anche capire se poi un italiano o un occidentale accetterà questa nuova realtà, oppure no. Dovrò anche io adattarmi a questa realtà.

SCIALLA
Dovrai trovare un metodo per poterlo spiegare.

RE
Anche dal punto di vista dell’etichetta, per esempio, in Giappone è molto importante, anzi è molto più stretta che in Italia l’etichetta, il comportamento sul tatami. Ci sono regole molto più severe. Il concetto di dojo è diverso da un concetto di palestra dell’Occidente, per esempio. Il dojo è un luogo sacro per studiare, non è una palestra dove mi metto lì e faccio altre cose. No, vado lì solo per fare Aikido, quindi il dojo è un luogo molto più intimo, un luogo di studio.

SCIALLA
A chi appartiene questo luogo di studio?

RE
Agli studenti, nel senso che il dojo in sé è formato dagli studenti e il maestro. Questo secondo me è uno dei temi da portare.

SCIALLA
Forse anche la differenza tra l’occidente e l’oriente è che è un posto comunitario, il dojo, rispetto all’occidente, che diventa un proprietario e delle persone che si allenano dentro.

RE
Esatto, non è il gestire una palestra. Poi ovviamente dipende, sai comprare un dojo è costoso, quindi ognuno fa quello che può, ma in generale quando c’è il momento dell’allenamento è che il tatami, quello luogo lì diventa l’ambiente di studio. In Italia dopo il corso di Aikido c’è il corso di boxe, sullo stesso tatami, cosa che però in Giappone non c’è. Un dojo, anche il Kuwamori Dojo, fanno Aikido e Judo, quindi è un luogo proprio per le discipline marziali giapponesi. C’è una tradizione, le discipline marziali giapponesi hanno delle regole di dojo comuni. Si rispetta ancora di più questo ambiente. In italia o in Europa è un po’ diverso. Ognuno fa il suo corso nella palestra, nell’associazione, piuttosto che nel centro sportivo, quindi ognuno poi vive la realtà modo diverso. Anche il concetto di etichetta è importante sul tatami, cosa che spesso molte persone tralasciano. In Giappone, invece, sono molto severi. Un piccolo aneddoto: a me è capitato una volta di rimanere con le gambe allungate verso il tatami all’Hombu Dojo, era il primo anno che ero venuto qua. Allora è arrivato un senpai, un anziano: “No, non puoi stare così, perché è mancanza di rispetto verso O’Sensei che è sul kamiza. Piuttosto, se vuoi rimanere così, fai stretching, altrimenti ti giri o rimani in ginocchio o piuttosto, se hai un problema al ginocchio, a gambe incrociate.

All’Hombu Dojo con Hiroshi Fujimaki shihan

CHIERCHINI
Scusami, Francesco. Abbiamo raggiunto il momento della fine, perché Zoom ci dà la possibilità di parlare per due ore e quindi ci siamo. Ti ringrazio infinitamente da parte di tutti quelli che si sono connessi. È stato interessante.

RE
Grazie a te, Simone.

CHIERCHINI
Di ispirazione per altri che decidano di seguirti nelle tue orme. Secondo me, il movimento dell’Aikido in generale ha bisogno di giovani che si prendano la responsabilità e vadano a studiare e poi possibilmente riportino indietro buoni insegnamenti, e soprattutto che lo facciano quando sono ancora giovani e integri fisicamente. Quindi speriamo che le parole che tu hai portato, rispetto alla tua esperienza, siano appunto di buona ispirazione per tanti altri. Ti ringrazio Francesco, a presto.

RE
Grazie a tutti voi. Alla prossima.

CHIERCHINI
Prima di chiudere, vi ricordo che domenica prossima ci ritroviamo, questa volta alle 12, non alle 2. Il terzo appuntamento di The Aiki Healings sarà con Rionne McAvoy, che tra le cose è uno dei senpai di cui parlava prima Francesco.

RE
Lo conosco, è anche un amico.

CHIERCHINI
Rionne vive da tanti anni oramai in Giappone. È un appassionato aikidoka, ma il suo vissuto marziale è molto diverso rispetto a quello di Francesco e quindi anche l’approccio al Budo è molto diverso. È un personaggio ricco di suggestioni e quindi, insomma, interessante a tutto tondo. Un’ultima parola e poi ci salutiamo per davvero.
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