Conoscere la Via Attraverso la Via del Conoscere

Intorno ai mezzi, ai modi ed agli obbiettivi del “conoscere” si è discusso, si discute e – credo – si discuterà ancora per molto, un po’ come sul famoso dilemma per cui ci si interroga se è nato prima l’uovo o la gallina. Fatti salvi alcuni punti principali, possiamo affermare che non esista un unico ed esclusivo modo per giungere ad una meta, ma piuttosto che “sono molti i sentieri che portano alla stessa vetta di montagna”, insomma, Roma è una, ma molte sono le strade che conducono ad essa

di CARLO CAPRINO

Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione, ma la mia vita.
Poiché l’amore mi si offrì ed io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta
ed io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò,
ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è tortura
dell’inquietudine e del vano desidero;
è una barca che anela al mare eppure lo teme.
George Gray

(“Antologia di Spoon River”, Edgar Lee Masters)

Premessa

Intorno ai mezzi, ai modi ed agli obbiettivi del “conoscere” si è discusso, si discute e – credo – si discuterà ancora per molto, un po’ come sul famoso dilemma per cui ci si interroga se è nato prima l’uovo o la gallina. Fatti salvi alcuni punti principali, possiamo affermare che non esista un unico ed esclusivo modo per giungere ad una meta, ma piuttosto che “sono molti i sentieri che portano alla stessa vetta di montagna”, insomma, Roma è una, ma molte sono le strade che conducono ad essa.

Si tratta, ovviamente, di una semplificazione, e come tutte le semplificazioni paga lo scotto di non tenere conto di alcuni argomenti, forse secondari ma certamente importanti. Primo tra questi, il fatto che un tragitto, un percorso, una Via non potrà mai essere più breve (almeno nello spazio fisico in cui noi viviamo la nostra vita materiale) della linea retta che unisce i due punti di arrivo e partenza. Posso certo percorrere un tragitto lunghissimo, a volte quasi infinito per raggiungere il mio traguardo [1], ma altrettanto certamente non esistono “scorciatoie” e certi passaggi sono sostanzialmente obbligatori ed indispensabili, tanto che le eventuali apparenti scorciatoie si rivelano poi nei fatti dei vicoli ciechi che una volta percorsi fino in fondo ci obbligano (quando va bene) a tornare indietro e ripartire da capo.

Nella trasmissione delle Arti, fino a pochi anni fa, l’unica modalità sostanzialmente impiegata era quella dello stretto rapporto tra Maestro e discepolo; un rapporto spesso quotidiano, non di rado vissuto quasi con una simbiosi, in cui il discepolo veniva “adottato” dalla famiglia del Maestro, viveva nella sua casa e partecipava a tutti i momenti della sua vita. [2]

Ritroviamo questo atteggiamento in Arti e discipline diversissime tra loro, distanti centinaia di anni o migliaia di chilometri, a testimonianza che non si tratta di una specifica peculiarità di questa o quell’altra disciplina ma di un modus operandi condiviso che ha necessariamente una sua ragione di essere, o per una Fonte primordiale unica (come sostengono Guenon ed altri) o per una semplice (ma non meno banale…) relazione di causa-effetto (come quella che pare alla base della uguale inclinazione delle pareti delle antiche piramidi costruite secoli fa in diverse parti del mondo).

Sia come sia, accade allora che chi abbia voglia e capacità di “vedere ed ascoltare con tutti i sensi” (non solo fisici, come mi esorta spesso a fare il mio Maestro…) riesca a cogliere analogie e similitudini anche in pratiche e discipline diversissime tra loro. E’ da questa constatazione che nascono queste riflessioni, che affrontano un argomento trattato in precedenza sotto altri aspetti, ovvero: l’importanza di un percorso di pratica che segua una via ben definita. Come in altri casi (non me ne vogliano i puristi) metterò a fianco tra loro due Vie che da qualche tempo incontrano il mio interesse. E’ solo la mia modesta personale esperienza che ha orientato la scelta, e sono certo che altri, con pari o migliori volontà e mezzi ma con diversi percorsi, potrebbero allo stesso modo trovare alla stessa maniera analogie e similitudini.

Conoscere e riconoscere

Tra il dire e il fare, come si dice, c’è di mezzo il mare; e così tra la decisione di percorrere una Via e il primo passo effettivo vi è spesso uno Spazio/Tempo non indifferente. La cosa è in sé normale, e dipende innanzitutto dal carattere della persona.

Quando una persona di gran senno sente parlare della via, la pratica con diligenza. Quando una persona di medio senno sente parlare della via un po’ la pratica e un po’ non la pratica. Quando una persona di poco senno sente parlare della via, grandemente se ne ride. Se non ne ridesse, non sarebbe la via.
(Lao-zi, Daodejing 41)

Spesso “la chiamata” arriva per caso, con un incontro apparentemente fortuito, in un giorno come tutti gli altri che segnerà l’inizio del tempo del cambiamento possibile.

Così è incominciata la mia ricerca. Per caso. Ho letto un libro e mi sono innamorato del silenzio che vi abitava. Ho avuto l’intuizione di un luogo di pace, un ricordo, una nostalgia. Un richiamo al deserto, al secco, non arido, deserto che non ho mai conosciuto. [3]

Un libro, nel passo citato, altre volte una persona, amica o sconosciuta, che getta un seme, fa balenare un lampo, ci mostra una possibilità. Inizia la ricerca, a volte titubante, a volte affannosa; ieri per librerie e biblioteche, oggi – e non è detto che sia un bene – tramite il mare magnum della rete di Internet. Raccogliamo qualche indizio, informazioni a volte contraddittorie, più andiamo avanti e meno comprendiamo perché, come dice il curatore del sito internet www.fuocosacro.com, “se bastassero i libri tutti i bibliotecari sarebbero Maestri”.

Ho letto, e non ho capito. Ho sentito qualcosa che si agitava, l’embrione informe, minuscolo, impreciso, di una nascita possibile. Il nucleo invisibile di una parola silenziosa, splendente. [4]

E’ questo un esempio tra i tanti, un momento in cui si viene chiamati alla ricerca di qualcosa di chiaro ma indefinito, indicato con tanti nomi a significare un’unica Essenza.

Si è così delineato alla perfezione l’itinerario di un candidato all’iniziazione. Il suo percorso non inizia infatti in maniera teorica; ha origine in una esperienza di vita, fonte di stupore ed insieme di emozione. Solo in un secondo tempo l’intelletto cercherà di capire ciò che è stato vissuto al fine di dargli un senso. Ma per essere iniziatico tale senso non dovrà essere soltanto un’unità di significato, bensì la scelta di un orientamento radicale dell’esistenza così compresa e compromessa… [5]

Questa ricerca è un viaggio all’interno ed all’esterno di Sé, in cui più si cerca e più ci si ritrova legati all’oggetto del nostro desiderio con un sentimento di stupore per il nuovo e nostalgia per il ritrovato, scoprendo un mondo velato, sospeso, taciuto e apparentemente perduto nella memoria degli uomini. Questo sentimento assume il duplice ruolo di motore della ricerca e strumento di verifica della stessa. [6]

Basta poco per comprendere che il percorso della Via richiede di uniformarsi alla sua regola; basta poco per notare che non appena si cominci ad averne una sia pur minima consapevolezza, diventa impossibile vivere come se non esistesse. I fatti della vita, le persone, i luoghi, i pensieri e le azioni appaiono in una luce diversa, tanto evidente che ci si chiede come mai non la si sia vista prima.

Ecco allora che inizia la lenta trasformazione e si diventa a poco a poco viandanti; sempre un po’ forestieri, alla ricerca di tutto ciò che può ricondurci all’incontro con l’indefinito oggetto di questo sentire, talvolta struggente, di mancanza e lontananza. [7]

Presa la decisione, occorre allora una guida che indichi la giusta direzione, qualcuno che ci apra gli occhi e ci mostri la strada, qualcuno che ci sappia insegnare a leggere le mappe di pietra e carta lasciate nei secoli per guidare i posteri.

La nostra pratica in effetti è un cammino nelle sabbie, dove ci si deve guidare con la stella del Nord, piuttosto che con le orme che vi si vedono impresse. La confusione delle tracce, che un numero quasi infinito di persone vi ha lasciato, è così grande, e vi si trovano così tanti sentieri diversi, che conducono quasi tutti in orrendi deserti, che è quasi impossibile non deviare dalla vera via, che solo i saggi favoriti dal Cielo hanno saputo fortunatamente scoprire, e riconoscere. [8]

Ricompare la necessità di un Maestro, già trattata nelle pagine precedenti,

Il momento in cui un uomo che cerca la via, incontra un uomo che la conosce è chiamato la prima soglia o il primo gradino. A partire da questa prima soglia, comincia la scala. Tra la ‘vita’ e la ‘Via’, vi è la ‘scala’. Ed è soltanto per mezzo della ‘scala’ che l’uomo può incamminarsi sulla ‘Via’. Inoltre, l’uomo sale questa scala con l’aiuto della sua guida; egli non può salirla da solo. La via comincia soltanto alla sommità della scala, cioè dopo l’ultimo gradino o l’ultima soglia, ad un livello molto al di sopra della vita ordinaria.[9]

ed insieme con questa necessità, spesso emergono alcune disposizioni d’animo da parte del principiante che possono compromettere il suo percorso. Specie negli ultimi tempi accade spesso che in nome di una mal compresa (in buona o cattiva fede) idea di “Libertà” si abbandonino i canoni e le modalità consolidate perseguendo strade innovative. Purtroppo i geni sono assai pochi rispetto alla totalità della popolazione, ed a fronte di una sparuta minoranza composta da coloro che davvero possono “rompere gli schemi”, tante (troppe?) sono le volpi che non potendo arrivare all’uva che pende in alto sulle loro teste dicono che preferiscono scavare le patate.

La Via – si è detto al paragrafo precedente – è come una scala, e come una scala permette solo due direzioni di marcia: o si sale o si scende, tertium non datur, pena la perdizione (non necessariamente solo allegorica). Ecco quindi riverberare di nuovo l’importanza fondamentale, a mio parere, di una Via tracciata, da percorrere – ovviamente – con le proprie gambe e con i propri tempi, ma seguendo le indicazioni di coloro che – prima di noi – si avventurarono in questa impresa.

Ribadiamolo anche e soprattutto per coloro la cui volontà di travisare è superiore alla capacità di comprendere: non si tratta di chinarsi proni e passivi ad un ipse dixit che non ammette repliche, non si tratta di ubbidire a comando a incomprensibili ordini al pari di scimmie ammaestrate, si tratta di scegliere lucidamente, attivamente e coscientemente, consapevoli di quali possibilità e obblighi in questa scelta siano compresi. [10]

Fate quel che dico, non fate quel che faccio

Al pari di chi si sente all’altezza di “innovare” Arti e discipline che hanno decenni – se non secoli – di storia alle spalle, vi sono coloro che ritengono di poterne cogliere i segreti solamente leggendo un libro, guardando un video o sfogliando una rivista. Purtroppo (o per fortuna) “l’essenziale è invisibile agli occhi”, e senza nessuno che indichi il particolare da osservare, la sfumatura da cogliere, il dettaglio da curare, quel che facciamo quasi sempre ha la affidabilità di un castello di carte costruito sulle sabbie mobili.

La figura di un Maestro è necessaria, se non indispensabile, un Maestro che – come detto altre volte – offre al discepolo esattamente ciò che serve: non di più, anche se sembra troppo, non di meno, anche se sembra poco. E quello che il Maestro chiede al discepolo è esattamente ciò che questi può dare: non di più, anche se sembra troppo, non di meno, anche se sembra poco. E’ uno scambio leale e onesto, in cui ciascuno ha un compito da svolgere senza pietismi e piagnistei.

[Il Maestro] Non fu mai disposto a regalarmi qualcosa; imparai, davvero in poco tempo e a mie spese che, come lui stesso aveva affermato, “non esiste buon cuore sulla Via”; nonostante ciò posso però affermare con sincerità che egli non fu mai reticente quando io mi mostrai attento e non fu mai invidioso quando le mie domande furono sincere ed appropriate. [11]

“Non esiste buon cuore sulla Via” non perché si sia tutti crudeli e spietati ma perché ogni “regalo” è una esperienza che si perde, ogni passo suggerito e non sperimentato allontana dalla meta tanto quanto sembra invece avvicinarci ad essa. Non esiste buon cuore perché si ottiene solo quello che si è disposti a guadagnare, e non è detto che la cosa sia sempre facile.

Se non comprendi il senso di queste parole, sappi che vi è un Maestro al quale potrai chiedere, infallibilmente, il senso profondo del pensiero comune e questi è il tuo nemico.
Non c’è Maestro che meglio di lui sappia il vero valore di questo sapere. Egli infatti è divenuto tuo Nemico affinché tu sappia se sei disposto a perire per impossessartene…
[12]

Al suo allievo che lo ringrazia per avergli offerto un importante mezzo di progresso, un Maestro risponde:

“Lasciate perdere. I Maestri danno solo ciò che devono dare, e quello che devono dare è soltanto ciò che serve. Questo non è un regalo e non è una ricompensa; è uno strumento, un indizio, una traccia.” [13]

Sotto questa ottica, si deve accettare con fiducia la didattica che viene utilizzata per l’addestramento, cercando di eseguire al meglio ciò che ci viene chiesto di fare ed intanto di comprendere i principi. Le corse in avanti, il bruciare le tappe, il voler fare il passo più lungo della gamba sono azioni quasi sempre destinate a concludersi con un fallimento o con una delusione, e quello che soffre di più è quasi sempre il nostro Ego, che aveva sopravvalutato le sue possibilità.

Spesso i video disponibili sulla Rete (specie quelli più vecchi e registrati in maniera più o meno “ufficiosa”) sono giudicati in maniera decontestualizzata, non è chiaro cosa si stia illustrando e perché venga spiegato in un determinato modo. Ancora più spesso, quando riprendono insegnanti anziani, non sempre viene considerato che il loro modo di muoversi è dettato non solo dalla loro esperienza, ma – a volte – dai loro limiti fisici. Insomma, chi volesse presentarsi agli esami di scuola guida per ottenere il permesso di guidare un’automobile imitando il modo di guidare di un pilota di Formula 1, appreso guardando decine di Gran Premi in televisione, credo abbia ben poche possibilità di essere promosso…

Morihiro Saito, che fu fedele allievo del Fondatore dell’Aikido per più di vent’anni, trascorsi quotidianamente al fianco di Ueshiba Morihei, ripeteva spesso ai suoi impazienti allievi:

Yukuri, teineini tadashi katashi wo stukuru”
(Lentamente, correttamente, costruiamo la giusta forma)

Ed a sottolineare quanto sia importante essere i primi e più severi giudici di sé stessi, aggiungeva:

“Mainichi, mainichi, takusan suburi wo tsukutte kudassai kagami mo mae ni: kagami wa subarashi sensei desu”
(Ogni giorno, ogni giorno, per favore, esercitatevi molto da soli davanti allo specchio: lo specchio è un maestro meraviglioso)

Questi concetti furono racchiusi insieme agli altri in alcuni kuden, brevi insegnamenti orali che dettavano lo spirito e gli obbiettivi della pratica. Tra questi, alcuni sono davvero illuminanti in relazione all’argomento trattato in queste pagine:

Ikkyo issho, irimi nage san nen: “praticate ikkyo per tutta la vita, quindi iriminage per tre anni per capire”. Viene sottolineata l’importanza dei principi che si studiano all’inizio della pratica: ikkyo e iriminage si cominciano a studiare al livello di gokyu ma sbaglia chi crede siano riservati ai principianti, al contrario sono tra i principi fondamentali dell’Aikido e solo continuando a studiarli ed approfondirli si può pensare di progredire nella pratica.

Sonaona kimochi de Aikido wo ayate: “Praticate l’Aikido con lo spirito di un bambino”, ovvero senza malizia, pronti ad imparare e disposti ad accettare consigli e correzioni.

Suburi san nen: “praticate i suburi ogni giorno”, ovvero, “per migliorare servono tre cose: pratica, pratica e pratica!

Esistono scorciatoie? No, ripetiamolo ancora una volta. Come è utile ripetere che nessuno può imparare al posto nostro o insegnare qualcosa a chi non vuole imparare.

Chi troppo in alto sale, precipitevolissimevolmente scende

Stabilita l’importanza della disposizione d’animo del singolo praticante, riportiamo ancora una volta l’attenzione sulla necessità di una corretta didattica, di un “regolare” percorso formativo e di una sufficiente preparazione di chi deve provvedere alla formazione stessa. Molta carne a cuocere, ma cominciamo cambiando completamente tempo, luogo e argomento. Passiamo a qualcosa di completamente diverso (forse).

Cominciamo a parlare del “locus” – fisico o meno che sia – dove la formazione avviene. Può un insegnante “indegno” o “impreparato” formare ottimi allievi e adepti all’altezza di quanto viene loro richiesto? Domanda che anima non poche discussioni, che oscillano tra opinioni eufemisticamente variegate: Vi è chi ritiene che un insegnante di Arti marziali debba essere un individuo di specchiata moralità anche nella sua vita privata, altri che sostengono che un Maestro sia poco più che un “canale di trasmissione” le cui qualità personali sono sostanzialmente ininfluenti rispetto alla bontà di quanto trasmette. Lasciamo volentieri ad altri l’onore e l’onere di proporre altre opinioni, limitandoci a proporre una riflessione di un importante studioso di spiritualità (e non solo…):

“Non possiamo non esprimere il nostro dissenso preciso circa due punti. L’ uno è che anche attraverso organizzazioni degradate si potrebbe ottenere qualcosa di simile ad una vera iniziazione. La continuità delle influenze spirituali, secondo noi, è invece illusoria quando non esistano più rappresentanti degni e consapevoli in una data catena, e la trasmissione sia quasi divenuta meccanica. Esiste di fatto la possibilità che le influenze veramente spirituali in tali casi si ritirino, per cui ciò che resta e che si trasmette è solo qualcosa di degradato, un semplice psichismo aperto perfino a forze oscure …”
(J. Evola “Cavalcare la tigre”, Milano 1973)

Necessaria quindi una “regolarità” nel lignaggio di trasmissione dell’insegnamento? Parrebbe proprio di si, anche se poi qualcuno avrà pur iniziato e pur senza riprendere la cinica affermazione del principe Terenzi ne “Il conte Tacchia”, non sono pochi gli esempi di Maestri e Fondatori che sostengono di aver ricevuto investiture da entità sovrumane o spirituali. Di fatto però la questione cambia di poco; se devo imparare a scrivere, poco importa sapere se chi ha inventato la scrittura sia stato illuminato da una divinità o abbia avuto una umanissima intuizione, mi importa piuttosto che il mio insegnante abbia le conoscenze necessarie e le capacità sufficienti ad insegnarmi la disciplina e – se necessario – le opportune qualificazioni per certificare i miei risultati.

Con buona pace degli amanti del bricolage e degli appassionati del “fai da te” quindi, non sempre chi fa da se fa per tre e se è anche vero che sbagliando si impara, la bontà del detto va misurata anche sul risultato che i nostri errori comportano. Voler “bruciare le tappe” non è quasi mai opportuno, ed il rischio della biblica confusione della torre di Babele è sempre in agguato. Un altro esempio, forse meno conosciuto ma altrettanto illuminante è quello della Sophia gnostica nel sistema di Valentino.

Il sistema valentiniano pone l’origine della frattura, della separazione fra uomo e radice spirituale, all’interno stesso del Pleroma. Tale stato di cose viene determinato da un movimento mosso da
passione di un eone dal nome di Sophia. La quale ardente dal desiderio di conoscere il Progenitore, cerca di ricongiungersi a Lui, sovvertendo la quiete e le regole che dominano il Pleroma. Il desiderio di conoscenza si tramuta in passione, che è una qualità dell’animo che intorpidisce ed appesantisce, e a causa di essa la Sophia viene respinta oltre il Pleroma stesso, dando vita al mondo inferiore.

In questo sistema emerge quindi come la causa della frattura, non sia dettata dall’esistenza di due principi coevi, o variamente ordinati fra loro, ma bensì proprio da un’iniziale tentativo conoscenza verso la radice del Pleroma : Il Progenitore.
Tentativo che si risolve in un dramma cosmico, a causa della degradazione nel turbinio delle passioni che snaturano l’anelito alla conoscenza, da cui prende forma e sostanza la creazione del mondo inferiore, come serie di cristallizzazioni del desiderio e della passione. Questo mondo inferiore non è in contrasto il Pleroma, ma semplicemente ne è una stridula e difettosa copia. In quanto le forze e gli elementi inferiori tendono a riorganizzarsi secondo modelli e archetipi superiori, malgrado che di questo non abbiano ne la purezza ne l’armonia, e questo deriva dalla sostanziale ignoranza che li pervade.
[14]

Chiunque in questa descrizione legga una analogia nel comportamento dei tanti sedicenti Maestri che scopiazzano malamente quanto frettolosamente appreso da libri o filmati ritrovati in Rete forse non pecca di eccessiva malizia, ma “si parva licet componere magnis” il messaggio è chiaro: la scorciatoia non è (quasi) mai la scelta migliore, come ci insegna la fiaba di Cappuccetto Rosso.

Conclusioni

Sono consapevole di una certa ripetitività negli argomenti trattati, che non posso certo attribuire alla mancanza di stimoli e suggerimenti. Credo, piuttosto, che si tratti di una sorta di “gutta cavat lapidem” in cui sorge spontanea, tanto come causa quanto come effetto della pratica, una sorta di riproposizione di determinati argomenti, non per perplessità nei loro confronti, quanto piuttosto perché la loro fondamentale importanza rivela al sottoscritto sempre nuovi aspetti da esplorare.

Fondamentale, come sempre, l’aiuto fornito dai Maestri e dai compagni di Via, che pazientemente e generosamente contribuiscono ad alimentare con nuovo combustibile la modesta fiamma che cerco di tenere accesa. A loro, a cominciare da Paolo N. Corallini shihan ed a Filippo Goti, va la mia gratitudine, che è assai poca cosa rispetto al debito che ho nei loro confronti.

A conclusione di queste righe, è opportuna la avvertenza più volte espressa: quanto riportato è frutto solo ed esclusivamente dei pensieri del sottoscritto a cui sono da addebitare tutti gli errori, le imprecisioni e le lacune presenti. Qui come altrove, non c’è la presunzione di enunciare nessuna inscalfibile verità, ma solo il desiderio di fornire qualche spunto di riflessione e confronto agli altri viandanti.

Copyright Carlo Caprino ©2013
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Note

[1] Esemplare, in tal senso, è il racconto de “L’Alchimista” di Paulo Coelho
[2] Nelle botteghe ceramiche di Grottaglie, il giovane garzone chiamava “zia” la moglie del maestro figulino, anche se tra loro non vi era nessun legame di parentela. Dall’altra parte dell’oceano, in Giappone, con il termine “Uchideshi” si definisce il praticante che vive all’interno del Dojo e partecipa quotidianamente non solo alle attività legate direttamente alla pratica della sua disciplina o Arte studiata, ma anche a tutte le necessità ed incombenze del Maestro e del luogo (pulizia, cucina, lavori di manutenzione, ecc.).
[3] Da “Lettere musulmane Riflessioni sull’Alchimia” di Paolo Lucarelli – Edizioni Promolibri Magnanelli
[4] Ibidem
[5] Dalla introduzione di “L’iniziazione” di Philippe-Emmanuel Rausis, Oscar Saggi Mondadori)
[6] Un esempio tra i più noti da citare è senz’altro la “cerca del Graal”, con la notevole messe di significati che questa ha assunto e la valenza simbolica dei suoi protagonisti
[7]Da “Una via di dieci passi – Incontro con l’Aikido e l’attenzione” di Guido L. Buffo – Edizioni Promolibri Magnanelli
[8] Da “Lettere musulmane Riflessioni sull’Alchimia”, Op. cit..
[9] P. D. Ouspensky, “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”. E’ appena il caso di notare che l’idea di una progressione intesa come scala da salire è presente anche nelle moderne arti marziali giapponesi, in cui ai praticanti esperti viene assegnato un grado indicato come “dan”, che letteralmente significa proprio “gradino”
[10] Per qualcuno l’efficacia di una azione può addirittura essere slegata dalla consapevolezza dell’operatore, ma questo discorso ci porterebbe lontano e non è il caso di affrontarlo in questa sede. “L’efficacia del Rito compiuto da un individuo è indipendente dal valore stesso di questo individuo in quanto tale; se l’individuo non possiede il grado di conoscenza necessario per comprendere il senso profondo del Rito e la ragione essenziale dei diversi elementi, questo rito non per tale motivo avrà meno il suo pieno effetto se, regolarmente investito della funzione di trasmettitore, egli lo adempirà osservando tutte le regole prescritte (…), di contro, la conoscenza anche completa del Rito, se è stata ottenuta al di fuori delle condizioni regolari, è interamente sprovvista di ogni valore effettivo, (…) nella Tradizione Indù, se il Mantra non è appreso dalla bocca di un Guru autorizzato, è senza alcun effetto, poiché non è vivificato dalla presenza dell’ influenza spirituale di cui è destinato unicamente ad essere veicolo” Guenon – “Considerazioni sull’Iniziazione”)
[11] Da “Una via di dieci passi – Incontro con l’Aikido e l’attenzione”, Op. cit.
[12] ibidem
[13] ibidem


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