Riflessioni di Shioda – Aikido e Boxe


Il 7 febbraio 1990, Mike Tyson, che era allora campione del mondo dei pesi massimi, venne a visitare il mio dojo. La sua visita venne commentata in molti modi, ma io so che nacque dal desiderio di Tyson di poter imparare gli spostamenti del corpo dell’Aikido. 

di GOZO SHIODA

La boxe è un metodo di combattimento che pone grande enfasi su un’ampia varietà di movimenti del corpo, esattamente come avviene nell’Aikido. La differenza è che, a differenza dei fluenti movimenti circolari caratterizzano l’Aikido, nella boxe il punto chiave sembra essere l’uso del gioco di gambe.

Si sente spesso dire che in un combattimento reale i pugili avrebbero la meglio, e penso che questo sia assolutamente corretto. In uno scontro senza regole, la possibilità di gestire qualsiasi attacco da parte di un aggressore si riduce notevolmente, e i pugili sono abituatissimi a questo tipo di situazione.

Il 7 febbraio 1990, Mike Tyson, che era allora campione del mondo dei pesi massimi, venne a visitare il mio dojo. La sua visita venne commentata in molti modi, ma io so che nacque dal desiderio di Tyson di poter imparare gli spostamenti del corpo dell’Aikido. Da quanto mi riferirono i giornalisti, sembra che durante l’intera dimostrazione, Tyson abbia tenuto gli occhi incollati sul nostro gioco di gambe. Gli altri che lo accompagnavano avevano focalizzato l’attenzione solamente sulla parte superiore del nostro corpo, e quindi non erano riusciti a comprendere abbastanza l’Aikido per fare qualsiasi utile paragone.

Tuttavia, quello che avrebbe maggiormente colpito Tyson fu quello che noi chiamiamo Kokyu Nage. In questa tecnica, l’attaccante entra e viene proiettato abbinando il timing alla forza dell’attacco. Quando Tyson la vide, secondo quanto mi fu riferito, commentò: “Questa tecnica è basata tutta sul tempismo, non ha nulla a che fare con la forza”.

Proprio come ci si sarebbe potuto aspettare da un genio della boxe, Tyson aveva afferrato perfettamente la principale ragione dell’efficacia dell’Aikido. Sarei stato orgoglioso se, dopo la sua visita, avesse continuato a difendere con successo il suo titolo grazie alla sua forma vincente, ma purtroppo alla fine perse la corona.

Come che sia, non c’è dubbio che i pugili siano avversari estremamente difficili. Io stesso ne ho avuto un’esperienza diretta. Immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, su presentazione di un amico, ebbi l’opportunità di organizzare dimostrazioni di Aikido per l’esercito. Era proprio nel periodo in cui decisi di iniziare il mio dojo, quindi avevo davvero bisogno di raccogliere fondi, e questo tour delle basi dell’esercito poteva essere tanto una buona fonte di entrate, quanto un’eccellente opportunità per pubblicizzarmi.

Per questo motivo, girai le basi militari in lungo e in largo, ma le cose non andarono sempre bene, per così dire. Ne successero di tutti i colori, inclusa la seguente storia che ebbe luogo presso la base militare di Asagasumi, nella prefettura di Saitama.

Gozo Shioda durante una delle sue energiche dimostrazioni. Il maestro scrisse: “Il 70% di un combattimento è costituito da Atemi”

Dire che si vogliono introdurre le arti marziali tradizionali giapponesi ai soldati americani suona bene, a parte il fatto che nessuno è seriamente interessato alle arti marziali del paese che occupa. Gli americani erano venuti a quella mia dimostrazione con l’intenzione di assistere ad uno spettacolo (…)

Dopo un po’, un grosso soldato Caucasico seduto nei posti degli spettatori mi si avvicinò, si mise in guardia di boxe e mi sfidò. Sembrava sapere il fatto suo nella boxe. A malincuore, il mio kohai che agiva come mio partner nella dimostrazione decise di affrontarlo. L’americano gli sferrò un pugno con la velocità di un lampo. Era un gancio e colpì il mio kohai direttamente in faccia, mettendolo fuori combattimento. Dai seggi degli spettatori, improvvisamente, esplose un fracasso pazzesco, con soldati che fischiavano, applaudivano e se la ridevano a squarciagola.

A quel punto l’americano si girò verso di me. Cercò di provocarmi, prendendomi in giro gridando con voce beffarda: “Ciao, papà-san!”. Era diventata una sfida alla reputazione dell’Aikido come arte marziale. Mentre avanzavo per affrontarlo, mi prese a bruciare dentro uno vero spirito combattivo. Lui era quasi il doppio di me e i suoi occhi mostravano quanto mi disprezzasse.

L’americano mi tirò un jab con il sinistro, e in quel preciso istante io entrai e gli afferrai la mano destra. Dopo di che feci tenkan e lo stesi lungo con uno shihonage. Tutti gli altri che ci stavano attorno per godersi lo spettacolo emisero un sussulto di sorpresa. Li fissai come per dire. “Ecco qua. Che ve n’è sembrato?!”. Nessuno si fece più avanti per sfidarci.

Il mio avversario si rialzò tenendosi il gomito destro, come se stesse soffrendo. Era avvilito, con un’espressione seria e un aspetto decisamente diverso da pochi minuti prima. Continuava a chiedermi qualcosa, che l’interprete poi tradusse: “Ti ho tirato un jab sinistro, ma tu sei mi sei saltato addosso e mi hai afferrato la mano destra”. Io gli risposi: “Il tuo jab sinistro era solo una finta. In realtà, dopo il sinistro mi avresti colpito col destro. Ecco perché ho afferrato invece la tua destra. (…)

Questo concetto di non lottare o competere con l’avversario è fondamentale per l’Aikido. Preoccuparsi dell’attacco dell’avversario in modo relativo finisce solo per causare una zuffa, un’aggressione. Il risultato poi è uno scontro.

Fonte: Gozo Shioda – Aikido Shugyo (capitolo “Principi fondamentali”). Tradotto dal giapponese da Jacques Payet e Christoper Johnston (2002). Traduzione italiana di Simone Chierchini ©2020