La Leonessa – Intervista a Carla Simoncini


In occasione del decennale di Aikido Italia Network, abbiamo realizzato questa intervista video a più mani con Carla Simoncini, pioniera dell’Aikido italiano. Carla fu parte del primo gruppo che nel 1969 ricevette lo shodan Aikikai dal Maestro Tada e fu protagonista femminile di un momento irripetibile per entusiasmo ed energia nello sviluppo dell’arte in Italia. L’articolo include anche un pressocché inedito filmato del 1968 sul maestro Tada e i suoi allievi dell’epoca, in azione presso l’allora neonato Dojo Centrale di Roma

di SIMONE CHIERCHINI

SIMONE
Salve a tutti ben trovati. Oggi è un’occasione speciale: Aikido Italia Network compie 10 anni. Siamo diventati vecchi! Per l’occasione abbiamo la possibilità di parlare con una pioniera dell’Aikido italiano: Carla Simoncini è stata tra le primissime a praticare Aikido in Italia, probabilmente una delle prime donne se non la prima – difficile sapere ho visto la mancanza di testimonianze.
Carla ha iniziato Aikido nel 1964 a Roma presso il dojo Monopoli con la guida, all’epoca, del maestro Kawamukai. A partire dall’arrivo successivo del maestro Tada – stiamo parlando del mese di ottobre del ‘64 – il suo insegnante è diventato appunto Tada sensei, che ha seguito per un certo numero di anni e ha avuto quindi un’opportunità più unica che rara di esserne allieva diretta e donna in un periodo speciale per l’Aikido in Italia: l’Aikido degli inizi, il magico Aikido degli inizi.
Salve!
Tra le altre cose, ragazzi, Carla Simoncini è mia madre. Quindi scusate, posso chiamarla mamma o vi arrabbiate?

CARLA
Buonasera sia te che alle persone che mi stanno seguendo.

SIMONE
Questo è un colloquio che abbiamo programmato – sono anni che programmiamo di avere – e non abbiamo mai fatto. Penso che il decennale di Aikido Italia Network sia l’occasione migliore per farlo. Prima di parlare, però, ho una sorpresa sia per la mia mamma qui presente che per voi. Non dico niente, vi faccio vedere e poi commentiamo una volta fatto.

VIDEO ISTITUTO LUCE (1968)
Inchini composti e rituali, sorrisi e poi giù botte. Il mondo orientale non finirà mai di stupirci. Tradizioni antiche di secoli rappresentano ancora oggi regola inviolabile di vita, ma nello spettacolo che ammirate niente di tutto ciò: si tratta di un’esibizione di Aikido, modernissimo genere di lotta giapponese, il cui atto di nascita ufficiale data soltanto dal 1945. Nei primi tempi la sua tecnica veniva presa soltanto da pochi eletti. Oggi, dicono i fedelissimi, è giunto il momento per la diffusione tra i popoli.
Uno contro tutti, ovvero il sistema della difesa collettiva.
L’Aikido comprende 2.664 tecniche di difesa e di offesa che possono essere messe in pratica in piedi o seduti. Il risultato per gli avversari è comunque micidiale: forza fisica, allenamento dei muscoli, agilità, intelligenza. Tutte cose importanti ed essenziali anche contro un uomo armato.
Ecco una rappresentante del gentil sesso che sbatte per terra, come se niente fosse, un collega teoricamente più forte di lei. Il segreto è quello di allenare il corpo e la mente per creare un’armonia perfetta. Quando noi compiamo un movimento, facciamo agire prima il corpo e poi la mente. L’Aikido insegna invece a usare la mente prima del corpo. Si tratta di raggiungere una collaborazione perfetta tra spirito. L’Aikido, insomma, ci invita soprattutto alla meditazione.
Gara all’ultimo sangue, si fa per dire, tra due donne. Niente graffi e niente prese per i capelli. L’Aikido non li ammette. Ogni movimento richiede coordinazione dell’intelligenza con lo sforzo fisico, un assoluto equilibrio di tutti I movimenti.
Infine il maestro affronta contemporaneamente due allievi e li sbatte regolarmente a terra. Evidentemente non avevano prima meditato abbastanza.

SIMONE
Che sorpresina, eh gente? 1968, Dojo Centrale di Roma: il Maestro Tada in azione con i suoi allievi principali del tempo. Nella prima parte del video si vede il maestro proiettare Gianni Cesaretto, Danilo Chierchini e Lino Lepore, tra gli altri. Poi c’è la qui presente signora Carla Simoncini che, praticamente, risolve alcune questioni matrimoniali facendo a fettine il proprio marito Danilo Chierchini. Dopodiché c’è il breve pezzo in cui si vede Haru Onoda dimostrare alcune tecniche con Makiko Nakakura, e infine c’è la parte con il maestro Tada.
Questo era l’Aikido dei pionieri. Che effetto ti fa vedere questo video? Di botto, raccontami tutto!

CARLA
Non sapevo nemmeno che esistesse. Mi ha fatto un enorme piacere rivederlo, soprattutto perché era una Carla completamente diversa: aveva tanti tanti anni di meno! Mi sono piaciuta. Mi sono piaciuta, è la verità.

SIMONE
Senti, iniziamo con le domande. Questa intervista abbiamo deciso di farla in un modo un po’ diverso dal solito. Ho chiesto l’aiuto, la collaborazione degli amici di Aikido Italia Network, che hanno inviato una serie di domande. Cominciamo, ad esempio, con le domande che arrivano da Piernicola Vespri di Cagliari: “Come mai proprio l’Aikido e che cosa ti ha attratto dell’Aikido?”

CARLA
Nulla di particolare, inizialmente. Avevo intenzione di fare dello sport, ma non ero attirata quasi da nulla. Dopodiché ho visto il maestro Kawamukai fare una piccola dimostrazione nella palestra dei Monopoli e devo dire che sono rimasta incantata, perché mi sono già vista fare i miei movimenti di danza, perché ho fatto anche molto molta danza, e poterli trasportare in quei movimenti che vedevo fare dal maestro Kawamukai.

SIMONE
“Come si svolgevano le lezioni di Aikido all’epoca? Qual era lo svolgimento normale, regolare?”

CARLA
Eravamo poche persone, tutte completamente senza nessun esercizio di movimento sportivo alle spalle. Da lì, piano piano si è cominciato a capire chi poteva andare avanti e chi poi non poteva continuare.

Foto ricordo dell’originale gruppo di allievi del dojo Monopoli di Roma. Riconoscibili in prima fila, da sinistra, Artemisia Maccari, sig.ra Argan (moglie del famoso storico dell’arte G.C. Argan), Rossana Chierchini, Carla Simoncini, Danilo Chierchini, Hiroshi Tada, Elvio Maccari, ?, ?

SIMONE
Sempre Piernicola ci chiede: “Che rapporto avevate con il maestro Tada?”

CARLA
Il maestro Tada aveva due facce: quella che noi vedevamo sul tatami era di un’austerità spaventosa. Non parlava,
diceva soltanto: “Guardate!”. E poi avevamo il maestro Tada come ospite spesso in casa nostra, a cena.

SIMONE
Ed era un’altra storia, vero?

CARLA
Era tutta un’altra storia. Gli piaceva a mangiare, gli piaceva bere e, quel pochino che poteva, conversare.

SIMONE
“Quali sono state le difficoltà maggiori” – alcune le hai già accennate, mancanza di preparazione fisica – “per voi in quel periodo?”. Sempre domanda di Piernicola.

CARLA
Caro Piernicola, penso che siano state quelle che chiunque ha iniziato Aikido dovrebbe aver provato: cose completamente nuove, cose che con l’occidente non hanno nulla a che vedere… e come già espresso prima, o si trova quel sesto senso necessario o l’Aikido è meglio abbandonarlo.

Carla durante un animato momento di pratica presso il dojo Monopoli (Circa 1966)

SIMONE
Paolo Bottoni ti chiede: “Non ho mai visto Carla in azione, solo qualche filmato ma brevissimo, ma si concorda che era brava”. Ti fa i complimenti. “Come definirebbe il suo Aikido? Ai tempi, cito dalla rivista Aikido dell’Aikikai d’Italia, tutto quello che si leggeva era ‘grazia armonia ed efficacia in questa tecnica, al punto di non sfigurare di fronte ai colleghi maschi’ ”. Queste erano le didascalie di nove foto su dieci nella rivista dell’associazione intorno agli anni 70. “Come era il tuo Aikido? Cosa pensi del tuo Aikido dell’epoca?”

CARLA
Il mio Aikido era l’Aikido di tutti, perché io non mi sono mai considerata o mossa come se fossi stata di un sesso debole. Io ho picchiato, ho rotto anche qualche ossicino e sono andata avanti meglio di tanti altri uomini proprio perché non ho avuto mai paura di farmi male, adoperando tutto quello che era armonia, che mi veniva come ho già spiegato all’inizio dalla danza che avevo frequentato.

SIMONE
Collegandoci a questo argomento – è complementare – Carlo Caprino ci domanda: “Come ha vissuto questi tempi pionieristici in un ambiente e in una pratica molto maschilista?”. Lo era!

CARLA
Lo era maschilista perché c’erano gli uomini, ma non mi hanno mai trattato con sufficienza o mettendomi in condizioni di pensare che i miei movimenti fossero più femminei che normale. Non ci sono differenze fra chi pratica Aikido bene, fra un uomo e una donna, perché la forza in Aikido non esiste.

SIMONE
Collegandoci a questo, “Quali erano le reazioni degli amici e colleghi, quando venivano a sapere che tu avevi iniziato questa pratica marziale?”. Stiamo parlando degli anni sessanta, qual era la reazione tipica degli amici e colleghi? Ancora una domanda di Carlo Caprino.

Carla Simoncini in azione sul tatami del Dojo Centrale di Roma (inizio anni ’70). Uke: Makiko Nakakura, figlia dell’allora ambasciatore del Giappone in Italia

CARLA
Amici e colleghi dello sport o della vita?

SIMONE
Esterni, gente fuori dal tatami.

CARLA
Beh, mi hanno sempre considerato un po’ fuori dalle righe come donna. Però, con l’avanzare dei miei miglioramenti, gente e amici che sono venuti a vedermi in alcune dimostrazioni che abbiamo fatto – tra cui una al Palazzo dello Sport [di Roma] durante delle gare di Judo – sono rimasti stravolti, perché io ero l’unica donna in mezzo a un gruppo di uomini e nessuno ha mai notato la minima differenza di comportamento, sia maschile nei miei confronti, sia femminile nei loro.

SIMONE
Di nuovo ci sono diverse domande su questo aspetto, ovviamente. Gabriele Di Camillo ci chiede: “È mai riuscita a praticare alla pari” e parzialmente già è stato risposto “cioè senza la sensazione che gli uomini si trattenessero o che fossero distratti dal fatto che tu sia una donna?”

CARLA
Assolutamente no. Posso comunque raccontare un piccolo aneddoto che dimostra il contrario. Cesaratto, il mio carissimo amico, girava alla larga da me quando si facevano le coppie per praticare. Ci sarebbe da ridere, perché lui era un uomo alto, grosso e robusto, ma siccome io tiravo duro, lui si trovava sempre in difficoltà.

SIMONE
Senti, visto che ci siamo. C’è una cosa buffa, mandata da Carlo Cocorullo, che è il troll del nostro blog (non ti offendere!). “Andiamo di gossip. Chi era il più bello, la più bella e il più marpione?”

CARLA
Il più bello era il maestro Tada!

SIMONE
Lo sapevo!

CARLA
Beh, io sono sempre stata molto trascinata dal maestro Tada. Il più marpione? No, no. La serietà c’era ovunque sul tatami.

Hiroshi Tada – Mestre, 1967

SIMONE
Insomma, in parole povere nessuno si azzardava a far nulla che non fossero arti marziali e basta.

CARLA
Assolutamente sì, anche perché il maestro Tada era piuttosto severo su questo.

SIMONE
Senti, questa te la chiedo io, perché so già la risposta. Mi racconti per quale motivo non ti hanno dato il secondo dan
al primo esame che hai fatto?

CARLA
Ma certo, è una cosa divertentissima, la racconto bene bene, anche se per me allora fu un grandissimo dolore. Dopo aver fatto il mio esame – me, donna con sette uomini…

SIMONE
Scusami dell’interruzione, siamo nel 1972 a Desenzano del garda. Prego!

CARLA
Sì, dopo aver fatto il mio esame, che io ritenevo oltretutto aver fatto bene, al momento della consegna del diploma mi venne dato un foglio e una spiegazione: che il maestro Tada mi aveva fatto “provvisoria”, e che avrei dovuto risostenere l’esame un mese dopo. Io mi sono alzata, non ho preso il diploma e sono andata di corsa negli spogliatoi delle donne. Dopo due minuti mi ha seguito il maestro Tada, cosa che non credo che lui abbia fatto mai con nessuno: infilarsi soprattutto dentro gli spogliatoi delle donne! È venuto lì e mi ha chiesto perché non prendevo il diploma. Ho detto: “No, perché io non ritengo di aver fatto nulla di meno di quello che hanno fatto gli altri”. E lui mi disse: “Io da te mi aspettavo di più. Tu sei stata la sera prima a ballare e non hai fatto quello che mi aspettavo”. Ecco, io credo che l’abbia fatto per una ripicca.

SIMONE
Altri tempi.

CARLA
Altri tempi, sicuro. Migliori, scusa Simone. Perché facevamo Aikido con sentimento, senza nessun secondo fine, e portavamo avanti quello che ci insegnava un grandissimo maestro.

SIMONE
Questo mi consente di collegarmi ad alcune altre domande che sono arrivate. La prima è di Antonella Nuscis, che ci chiede: “Cosa è riuscita ad esprimere di sé dentro l’Aikido? Cosa le ha dato questa disciplina?”

CARLA
Moltissimo. La prima cosa, sicurezza, e non tanto perché potessi pensare che se venivo aggredita per la strada ero in grado di potermi difendere. Questa sicurezza viene attraverso la consapevolezza di poterlo fare.

SIMONE
Benissimo. Marco Rubatto, invece, ci fa questa domanda: “C’è qualcosa dell’Aikido che hai portato nel tuo quotidiano una volta che hai smesso di praticarlo fisicamente e se sí, che cosa?”

CARLA
No, perché io quando sono stata eliminata dall’Aikikai ho cancellato con quello che c’era stato. È mia abitudine non trascinare nulla di doloroso.

Un’immagine di Carla durante il Raduno Internazionale Estivo dell’Aikikai d’Italia a Desenzano del Grada (1972)

SIMONE
Ma dal punto di vista, diciamo, del non marziale, nella tua vita personale in che modo l’aver fatto tutti questi anni di pratica ti ha condizionato, ti ha aiutato? In che modo è rimasta questa pratica nella tua vita normale?

CARLA
La pratica non è rimasta, però è rimasto tutto quello che era armonioso e che era facente parte della mia vita, perché quello che io ho iniziato e continuato a fare è passato attraverso mio figlio. E perciò questa è la forza che io ho lasciato.

SIMONE
Abbiamo provato a fare del nostro meglio. Bruno Brugnoli chiede: “Cosa ne pensi del professionismo in Aikido?”

CARLA
Non esiste il professionismo. Il professionismo si pratica su sport che hanno altri fini che non sono quelli assolutamente di un’arte marziale. Io ritengo che l’Aikido sia molto spirito e poco ragiornamento. Noi occidentali non possiamo comunque renderci conto di quello che è veramente. Io chiesi spesse volte sia al maestro Tada che al maestro Ikeda, che veniva spesso con il maestro Tada a cena a casa nostra, di spiegarci qualche cosa e loro questo dicevano: “Per noi l’Aikido è una religione, non è uno sport”. E noi italiani, noi occidentali, queste cose non le abbiamo mai potute fare nostre, perché non siamo nati e vissuti alla stessa maniera rispetto a loro.

SIMONE
Anche se poi nel frattempo, in realtà, questa cosa si applica in pieno a tutti, perché nel frattempo le generazioni giapponesi nuove sono venute su più o meno allo stesso modo di quelle occidentali. Il taglio con la tradizione è lo stesso. Andiamo avanti, qualche altra interessante domandina. Un attimo di pazienza… Nino Dellisanti ci fa un’interessante domanda: “L’Aikido è la disciplina del Budo con più praticanti donne, fino al 30%. Secondo te, in virtù di quali elementi questo accade? Qual è il motivo per questa presenza?”

Dojo Monopoli di Roma, 1965: Sig.ra Argan, Carla SImoncini, Hiroshi Tada, Artemisia Maccari

CARLA
Molto semplice: perché c’è la parte dell’armonia, tutto quello che riguarda I movimenti ampi e morbidi. Sono prettamente femminili, non sono adatti agli uomini.

SIMONE
Questo l’ho sentito dire veramente un sacco di volte anche da altri maestri di primissimo rilievo, che l’Aikido lo fanno meglio le donne. Nel social ci sono aikidoisti uomini e donne. Nino Dellisanti notava una cosa secondo me verissima, ossia che c’è un fenomeno in cui praticamente gli aikidoka maschi passano il tempo a litigare su tutto: dal colore della cintura, fino alle associazioni, al mignolino in nikyo, eccetera eccetera. Nino notava in modo molto interessante che in queste diatribe le donne non ci sono mai. Strana cosa questa cosa. Come mai sono solo gli uomini che litigano?

CARLA
Beh, è insito negli uomini. Mi viene quasi da ridere a dirlo, perché fin da bambini gli uomini vanno in giro a cercare un fuciletto per sparare e il fucile diventa più grande. Finisce il fucile e aspettano di avere un comando, aspettano di avere una possibilità di carriera… Sono soltanto delle persone che cercano sempre di sopravvalere sulle altre. Nello sport non dovrebbe esserci roba del genere. Poi lasciamo stare quando lo sport diventa un’arte… Gli uomini non sono adatti. Mi spiace, però io ritengo che le poche donne che sono andate avanti con gradi superiori siano le migliori. Gli uomini che sono andati avanti con gradi non so quanto autentici o regalati avrebbero fatto meglio a cambiare sport, non so, Ju-jitsu, Judo, pesi… Questo è il mio pensiero, perché comunque i pochi che veramente hanno fatto Aikido sono stati messi da parte.
Io non so, se avessi continuato, se avrei potuto sopportare quello che poi abbiamo visto che è avvenuto del vero Aikido. Perché il vero Aikido era quello che praticavano noi: senza nessuno scopo, non avevamo una palestra da cui tirare fuori soldi, non andavamo in giro a raccapezzare per forza delle persone da istruire, non eravamo montati. Noi facevamo Aikido per fare Aikido. I gradi che ci venivano dati ce li siamo più che guadagnati col sudore vero, sudore di 4-5 ore al giorno per poter fare Aikido. Il mio gruppo sicuramente è stato avvantaggiato perché ha avuto un grandissimo maestro, il maestro Tada.

Hiroshi Tada, Dimostrazione Istituto dei Salesiani di Roma (1968)

SIMONE
Qui entra una domanda fatta da Andrea Re: “Maturavate prospettive personali per il futuro attraverso l’Aikido?”. Hai già risposto praticamente.

CARLA
Ho già risposto. Posso soltanto aggiungere che io ho provato ad insegnare dopo che mi hanno mandato via dall’Aikikai, ma non mi sono trovata bene con nessuna associazione, perché comunque quello che io avevo acquisito mi sarebbe piaciuto farlo. Farlo in maniera di rispettare la trasmissione del vero Aikido.

SIMONE
Certo. Adriano Amari ci fa un’altra domanda: “Non so se sei al corrente, ma in quel periodo in Italia era già diffuso o iniziava a diffondersi l’Aikido di stile Yoseikan. Quali erano i rapporti tra i praticanti di Aikido Yoseikan e Aikikai, se ce ne erano, o non c’era nessun tipo di rapporto, tra quei pochi che lo facevano, ovviamente, tra stili differenti?”

CARLA
No, mi dispiace, io non ho mai conosciuto questa differenza. Mi dispiace, perché mi sarebbe piaciuto invece confrontare due scuole diverse, due pensieri diversi, ma non ce n’è possibilità.

SIMONE
C’è un’altra domanda di Piernicola Vespri (stasera i nomi li ho massacrati tutti, lo che mi detestate per questo): “Come erano gli esami al tempo? Erano lunghi, tante tecniche? Come funzionavano, erano una maratona o una cosa semplice?” Parliamo di esami di dan.

CARLA
Sì, erano una maratona. C’era un prospetto su cui venivano segnate tutte quante le tecniche, non ne veniva lasciata una fuori. La preparazione era lunga, anzi lunghissima e faticosa. Quello che ricordo, sempre ripensando all’esame del mio secondo dan provvisorio, ma poi rifatto e diventato vero, è durato un’ora e tre quarti. Ce l’ho impresso nella mente. Un’ora e tre quarti, sono cose assurde, perché non veniva fatto lentamente. Veniva fatto come un allenamento sotto tutte le forme, attacchi diretti e basta.

SIMONE
I tempi sono cambiati decisamente e qui ci porta alla domanda del maestro Claudio Regoli: “Era meglio prima o è meglio adesso?”

CARLA
È una domanda che se lui è dei vecchi tempi non avrebbe nemmeno dovuto fare…

SIMONE
Te l’ha fatta apposta proprio perché è dei vecchi tempi eccome!

CARLA
Ecco allora ritorniamo sempre allo stesso punto: parliamo di Aikido vero, quello che è stato, o quello che è diventato? Quello che è stato prevedeva esami duri, massacranti e lunghi su tutte le tecniche. Se qualcuno ha voluto modificare, ha voluto addolcire, ha voluto ammorbidire passo passo tutto quanto, allora mi dispiace miei cari, voi non state facendo più Aikido.

SIMONE
Semplicemente queste sono problematiche che adesso, tra le altre cose, sono molto sentite. C’è stato un momento in cui si è passati da questa fase di pionerismo, con una forma di allenamento fisico prima di tutto molto molto intenso, una fase di non-domande, una fase di godimento della pratica per quello che era, quindi una pratica non filosofica, una pratica olistica a tutto tutto pieno, senza domande, fisica e amen… man mano come tutte le cose, si è sviluppato e che quando si diffondono le discipline, emergono tante tante altre questioni. Questa è una cosa che è successa a livello mondiale. Oggi molti si lamentano perché l’Aikido è in una fase, senza essere delicati nel dirlo, in una fase di grossa crisi di vocazioni, prima di tutto perché a forza appunto di ammorbidire la pratica, di renderla sempre più aperta, sempre più facile, man mano è diventata una cosa un po’ così, dentro c’è tutto e non c’è niente.
Ho una domanda da un tuo vecchio collega, l’unico che abbiamo qui online. Ti arriva da Claudio Pipitone, che salutiamo: “Carla, visto che abbiamo ricevuto entrambi dal maestro Tada lo shodan nel lontano 1969 e siamo entrambi abbastanza vicini come età, la prima domanda che mi nasce spontanea è se ancora senti oggi nella tua vita quotidiana l’influenza degli insegnamenti ricevuti e della pratica assai impegnativa che a quei tempi si faceva con il maestro Tada”. La sentite allo stesso modo…

Dimostrazione di Aikido a Rieti (1972). Carla Simoncini esegue kotegaeshi su Giuseppe Di Pasquale. In seiza Danilo Chierchini, Renato Tamburelli, Silvio Giannelli

CARLA
Saluto Claudio come prima cosa. Allora, se sento la necessità o la voglia di poter ritornare ai vecchi tempi… sì, lo rifarei, perché con il mio carattere credo che non mi sarei fatta mai influenzare da questi cambiamenti che ci sono stati nei decenni seguenti. Il mio quotidiano probabilmente vive grazie a quegli insegnamenti, a quegli anni dedicati con grandissima fatica a quello che ho raccolto. Non dimentico di essere stata la prima donna shodan in Italia e secondo dan in Europa. Questo mi ha fatto crescere molto. Forse non è molto importante per gente che non ha frequentato le arti marziali, ma chi ha vissuto questi periodi e raggiunto certi livelli in mezzo a soli uomini credo che possa capire. Io ho avuto una scuola ottima, degli ottimi aikidoisti che mi contornavano, che mi sono sempre stati vicini, che mi hanno sempre ammirata e il primo è stato proprio maestro Tada, quando diceva che io ero la sua migliore allieva. Che vi devo dire, io ho avuto questa fortuna dalla vita, di essere stata definita proprio da lui la sua migliore allieva. Questo mi ha dato un bagaglio di forza, di perseveranza, che ho dovuto abbandonare. Pazienza, ha seguitato mio figlio.

SIMONE
Alessio Autuori chiede, collegandoci a quello che stavi dicendo: “Come ci si sente ad essere soggetti, fino ad oggi, di così tanta attenzione?”

CARLA
La voglia di avere l’attenzione come aikidoista e come persona che ha iniziato questa arte marziale l’ho abbandonata, come già ho detto, nel momento che non potevo più frequentare l’Aikikai. Lì mi sono dedicata ad altro e probabilmente quell’altro è stato soltanto un voler passare un’esperienza particolare ad un’altra esperienza particolare che probabilmente mi è servita per come crescita personale, come crescita di una donna che ha cominciato da ragazzetta, si può dire, a praticare un’arte marziale, l’ha continuata per anni, ha preso tutto quello che era questo bagaglio più importante è l’ha trasportato in un’altra situazione nella propria vita.

SIMONE
Nella propria vita, che poi alla fine, tatami o non tatami, tecniche su tecniche, questo è quello che conta, perché altrimenti, ragazzi, è solo un passatempo.
Benissimo, mà. Grazie. Grazie da parte mia, grazie da tutti gli amici di Aikido Italia Network. Speriamo che ci siano poi altre occasioni per risentirci. Nell’articolo che sarà connesso a questo video metterò il profilo di Facebook e l’email personale della mia mamma, la signora Carla, così se qualcuno di voi ha desiderio di mettersi in contatto o di parlare dei vecchi tempi lo potrete fare direttamente.
Con questo vi abbraccio a tutti e ci risentiamo alla prossima.

Copyright Simone Chierchini 2020
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