Il Genitore – Intervista a Simone Chierchini

Simone Chierchini non ha scelto il Budo, “c’era”. Da 50 anni sulla breccia e in una posizione invidiabile nella comunità in quanto figlio dei suoi più famosi genitori, ha avuto la possibilità di essere testimone di prima mano dei maggiori eventi che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo dell’Aikido in Italia. Allievo diretto di Hosokawa e Fujimoto sensei, pioniere dell’Aikido in Irlanda e ambasciatore della disciplina in Egitto, da oltre 10 anni anima Aikido Italia Network, la sua creatura extra-tatami con la quale si occupa della creazione e della diffusione della cultura dell’Aikido. In questa ultima sessione di The Aiki healings ci parla di sé e di quello che ha visto negli anni senza troppi peli sulla lingua

di MARCO RUBATTO

RUBATTO
Buongiorno a tutti, io sono Marco Rubatto e quest’oggi ho il compito è anche un po’ l’onore di guidare questa ultima Aiki Healing Session con la quale terminiamo una serie di incontri che è partita lo scorso febbraio: delle chiacchierate sull’Aikido che in qualche modo che possano fare bene alla nostra disciplina. Quest’oggi ho appunto l’onore di avere dall’altra parte del bancone, per una volta, il maestro Simone Chierchini, che in queste sessioni ha intervistato numerosi personaggi e maestri di Aikido e che a sua volta quest oggi viene a raccontarci qualcosa di lui. Buongiorno Simone.

CHIERCHINI
Buongiorno Marco e buongiorno a tutti, piacere di vedervi.

RUBATTO
È bello, secondo me, che chi costruisce un format poi ci si sottoponga, perché questo è il modo per vedere le cose dall’altra parte e permettere in qualche modo anche a tutte le persone che seguono Aikido Italia Network e il tuo lavoro di divulgazione anche di conoscere un pochino meglio te e anche la tua storia, le dinamiche, il tuo pensiero. Magari possiamo incominciare chiedendoti se ci racconti qualcosa di te, del tuo vissuto dell’Aikido, che penso sia già qualcosa di abbastanza consistente.

CHIERCHINI
Il mio vissuto e l’Aikido si intrecciano in modo quasi inestricabile. Quando mia madre, Carla Simoncini, iniziò a fare Aikido nel 1964, poco dopo rimase incinta ma essendosi profondamente appassionata alla pratica, non uscì dal dojo se non praticamente quando fu prelevata con la forza dal tatami e portata in clinica. Poco dopo la mia nascita, appena le fu possibile riprese ad allenarsi e mi raccontano che mi portava in palestra nella mia carrozzina. Appena divenni un pò più maneggiabile, poi, lei e mio padre Danilo mi infilavano in una sorta di marsupio per infanti e mi appendevano ad un attaccapanni che era strategicamente posto proprio davanti alla materassina del Dojo Monopoli di Roma, ove loro praticavano quotidianamente con Hiroshi Tada sensei. Sembrerebbe che io abbia iniziato a fare mitori geiko molto presto quindi!

La video-intervista completa sul canale di YouTube di Aikido Italia Network

Quando avevo 5 anni iniziai a praticare Judo nel corso per bambini diretto da mio padre Danilo, che era stato campione nazionale a squadre dei pesi leggeri. Nel 1972 decise di abbandonare il Judo per dedicarsi all’Aikido in esclusiva e fu così che io iniziai la pratica. Avevo 8 anni e il mio impegno nell’Aikido è poi continuato fino ad oggi, per quasi 50 anni. È facile immaginare come questo mio impegno sul tatami abbia seguito le mie vicende personali, con periodi di intensissima partecipazione e fasi di minore entusiasmo, seguendo gli alti e bassi della vita. Nel corso di questi lunghi 50 anni, comunque, l’Aikido è sempre stato uno degli elementi fondanti della mia vita.
Ricordo con molto piacere e desidero menzionare quattro specifiche fasi della mia formazione, a iniziare dal periodo romano, quando come allievo adolescente del Dojo Centrale di Roma attraverso l’Aikido iniziaii a scoprire me stesso e nel contempo a prender gusto per la pratica. Studiavo con Hosokawa sensei e con i miei senpai romani, mio padre Danilo Chierchini, Roberto Candido e Ivano Zintu. Ricordo lezioni affollatissime, un ritmo forsennato e pochissima filosofia dell’Aikido. Ci si allenava e non si facevano domande, anche perche’ nessuno aveva dubbi sul senso dell’allenamento. Si praticava per il gusto di farlo. Questo periodo culminò con la mia promozione a shodan da parte di Tada sensei nel corso del seminario per il suo Ventennale di insegnamento in Italia, nel 1984, curiosamente in quasi esatta contemporaneità con il mio ventesimo compleanno.

Simone e Danilo Chierchini, Monopoli Judo Roma (1969)

Pochi mesi dopo lasciai Roma e la mia famiglia per andare a studiare Aikido a Milano presso il dojo del maestro Yoji Fujimoto. Iniziò un periodo che sarebbe durato 5 anni, nel corso del quale ebbi la gran fortuna di vivere a stretto contatto con Fujimoto sensei. Non posso dire di essere stato un suo uchi-deshi, dato che gli uchi-deshi da un pezzo non esistono più neppure all’Hombu Dojo, ma fui un suo uchi-deshi per quanto uno possa esserlo in Italia alla fine del 20esimo secolo. Forse l’espressione più adatta per spiegare chi ero per lui è factotum: dalla pulizia del tatami, alla lezione dei bambini, dalla gestione della segreteria dell’Aikikai Milano (un dojo che aveva 300 iscritti), al fare da uke al maestro durante le lezioni, i seminari e le dimostrazioni. Nell’87 gli feci da uke durante i World Games di Karlsruhe, e la cosa si ripetè nell’89 in occasione del Ventennale dell’Aikikai Svizzera a Basilea. Questo periodo formativo accanto a Fujimoto sensei mi ha consentito di sviluppare il 90% del mio Aikido dal punto di vista tecnico, ma ebbe anche un profondo influsso su di me a livello umano, dato il forte rapporto che sviluppai con il maestro: avendo io poco piu di vent’anni, lo consideravo ovviamente come una stata una sorta di secondo padre.
Qualche anno, provando un forte fascino per il nord-Europa e la cultura celtica, e desiderando provarmi in un ambiente diverso, decisi di lasciare Milano. Nel ’96 quindi levai le tende e mi trasferii a Sligo, nel Nord-ovest dell’Irlanda. Non avevo un piano preciso e neppure un mestiere tradizionale su cui appoggiarmi, ma volevo comunque praticare, per cui avviai subito dei corsi di Aikido. Con una certa mia meraviglia si rivelarono un grosso successo e quindi, senza volerlo, senza averlo programmato in alcuna misura, mi ritrovai a fare l’insegnante professionista di Aikido, cosa che feci con buoni risultati per un periodo di una decina d’anni. Durante questi 10 anni irlandesi ho avuto diverse soddisfazioni dal punto di vista professionale, tra cui l’aver formato i primi insegnanti di Aikido nel nord-ovest del paese e l’aver ricevuto nel 2001 il riconoscimento diretto dall’Aikikai Hombu Dojo per l’organizzazione che avevo fondato, l’Aikido Organisation of Ireland. Il riconoscimento diretto comportava la possibilità di fare esami dan Aikikai senza intermediari, una cosa che nell’arco del ventennio successivo è divenuta più comune, ma che quando successe per me fu un enorme sorpresa, perché improvvisamente mi trovavo ad essere diventato una sorta di mini-Fujimoto: avevo lasciato il mio maestro e dopo non molti anni mi trovava a fare cose molto simili – fatte le debite proporzioni – a quelle che lui aveva fatto. La mia decisione di prendere un rischio, fondamentalmente, di cambiare orizzonti, unitamente al lavoro durissimo lavoro che ho fatto assieme a quella che all’epoca era la mia compagna, Lara Natali, ha pagato i suoi dividenti.

Simone Chierchini insegna presso l’Aikikai Rozzano – Uke Helmut Masetti, 1990 (Copyright Marianne Boutrit)

Di nuovo andiamo avanti, schiacciamo il fast-forward. Diversi anni dopo, nel 2009, lasciai che la nostalgia del Belpaese, del sole, del buon cibo e delle tante belle cose italiche prendessero finalmente il sopravvento e decisi di tornare in patria. Come tanti emigrati prima di me, pensavo che una volta tornato indietro avrei ritrovato quel magnifico paese che nella mia memoria, o quanto meno nel mio immaginario, avevo lasciato 13 anni prima. Lo shock culturale fu tremendo, e una volta tornato a risiedere in Italia permanentemente dopo questa lunga assenza mi trovai veramente male. Non mi riconoscevo più in quella società civile che non corrispondeva affatto ai miei ricordi e ai miei valori, probabilmente anche a causa del fatto che la mia esperienza irlandese aveva cambiato nettamente il mio approccio e la mia prospettiva rispetto a ciò che davvero conta nella vita. Ho tentato di reinserirmi, ma non ha mai davvero funzionato fino in fondo. Sentivo il richiamo dell’Irlanda e alla fine nel 2017 ho deciso di tornarci.
Sono ormai quattro anni che vivo con la mia famiglia a Foxford, nella Contea di Mayo, una regione nell’ovest atlantico irlandese. È un’area bellissima e poco sviluppata, anche se è caratterizzata da un clima spesso piovoso. Tuttavia è una zona naturalmente ricca di spazi e scenari e persino in questo periodo disgraziato che stiamo tutti passando, mi sento un po’ un privilegiato, perchè io abito in una grande casa in campagna, su una collina ai cui piedi ci sono due grandi laghi. Intorno tutto è verde, prati, boschi… insomma anche con le restrizioni, nonostante il nostro lavoro sia praticamente collassato – avevamo un ristorante italiano a conduzione familiare – almeno abbiamo la fortuna di vivere in uno spazio umano e naturale nel quale la vita continua abbastanza serenamente. Posso praticare armi all’esterno con i miei ragazzi o qualcuno dei mei allievi. Ho trasformato il mio salotto in un mini-dojo da 6 tatami e la vita continua.

Bukiwaza training a Montenero di Bisaccia (2013)

RUBATTO
Grazie mille. Per in qualche modo venire al tempo attuale, nonostante che, come hai detto tu, è un tempo strano, è quasi un tempo fuori dal tempo: in questo momento come vivi l’Aikido?

CHIERCHINI
C’è un fatto fondamentale: in questa fase di sospensione dalle cose normali ho avuto tanto tempo per ripensare a tante cose. Amo riflettere e mi sono reso conto che come già al periodo nel periodo in cui ritornai a vivere in Italia, la mia predilezione per uno stile di vita che è connesso con la natura, gli spazi, lontano dalle grandi città – tieni presente che da quando lasciai Milano negli anni ’90 non ho pi vissuto in città – questo mio desiderio di stare fuori, in campagna, certamente non mi ha aiutato nel superare le difficoltà che esistono sempre nello stabilire un nuovo dojo.
In Italia vivevo nella campagna di Montenero di Bisaccia, un piccolo paese del Molise, e la mia situazione attuale non si distacca di molto da quella realtà, con le dovute differenze umane e climatiche, perché Foxford veramente non è molto di più di quattro incroci stradali. Il nostro dojo è formato principalmente dai membri della mia famiglia – una gran fortuna questa – e da un manipolo di sostenitori locali. Quello che sta succedendo da oltre un anno non ci ha aiutato, ovviamente; mi rendo conto che è stato un colpo duro per tutti, ma si avverte specialmente quando un dojo è nuovo o seminuovo e gli allievi stanno appena iniziando ad apprezzare la pratica e a capirci qualcosa. L’interruzione della pratica in persona è un evento altamente traumatico è stato un colpo duro per tutti e le lezioni online o la sola pratica armi di armi qui a casa non sono mezzi semplici per tenere i principianti connessi con l’Aikido. Qui in Irlanda dal mese di ottobre siamo sottoposti a restrizioni al massimo livello, quindi fondamentalmente è illegale praticare all’interno. Pratico con i miei, a parte le occasioni in cui ci si è potuti incontrare all’esterno. Vedremo come sarà la situazione a settembre, sperando che nel frattempo la pratica in persona con contatto venga nuovamente autorizzata, anche se, se devo esser sincero, ho i miei seri dubbi. Speriamo che il mio sia un pessimismo ingiustificato.

RUBATTO
Sì, risuona molto con molte cose che stanno accadendo qua. Noi siamo messi, più o meno dallo stesso periodo, nella stessa condizione. Ci sono tantissimi gruppi che sono morti o stanno morendo, si sono sfaldati, e che c’è una seria possibilità che non riprendano a praticare una volta che si dovesse giungere nuovamente alla possibilità di praticare. È interessante vedere come gli insegnanti, categoria di cui noi facciamo parte, vivono questa cosa, per comprendere se gli insegnanti sono i primi che giudicano che quando non ci si può toccare non si possa fare Aikido; oppure, quando non ci si può toccare nel fare Aikido, semplicemente si faccia Aikido in un altro modo. Mi vengono in mente le Aiki Healing Sessions, sono un modo di fare Aikido per come si può fare adesso Aikido. Durante l’intervista che abbiamo fatto insieme al maestro Andrè Cognard, lui diceva appunto che un budoka fa bene quello che è possibile fare. In qualche modo stiamo un po’ tutti andando a scoprire questa cosa. Forse davamo per scontato che l’Aikido fosse solo ruzzolarci sul tatami, che è una gran cosa, obiettivamente, che manca a tutti. Però probabilmente non era proprio un Aikido maturo quello nel quale se si può strizzare bene il sudore dal keikogi bene, altrimenti c’è qualcosa che non funziona.

Kokyu sul Poulnabrone dolmen, Co. Clare, Ireland

Ti vorrei chiedere brevemente se ci puoi raccontare qualcosa a riguardo del tuo papà e della tua mamma, perché so che sono stati innanzitutto tra i fondatori dell’Aikikai d’Italia, e anche parte del primissimo gruppo di aikidoka che si sono allenati con una certa regolarità nel nostro paese verso la metà degli anni ’60, quando il movimento dell’Aikido praticamente era veramente agli esordi. Come ti hanno fatto crescere sul tatami? C’erano dei valori che venivano dati? C’era l’esempio che bisognava cogliere avendo gli occhi buoni per rubarlo?

CHIERCHINI
Ti ringrazio per questa domanda che mi consente di parlare dei miei genitori e del loro rapporto con l’Aikido e anche di chiarire una volta per tutte il loro posto in questa disciplina.
Ho sempre vissuto il fatto di avere madre e padre così coinvolti in questa disciplina come un fatto positivo. Di certo è stato anche merito loro, dato che non mi hanno mai spinto o trascinato a lezione. Per quanto, bada bene, io sono il primo di quattro tra fratelli e sorelle e sono tutti transitati sul tatami, ma io sono stato l’unico a continuare. Quindi non è affatto automatico, probabilmente ha influito anche il mio temperamento.
I miei genitori comunque non erano stupidi, capivano perfettamente la mia psicologia e anche quella dei miei fratelli e quindi non se la sono mai presa personalmente se per esempio non volevamo andare a praticare o se in certe fasi non non ce la sentivamo di condividere la loro esperienza o l’amore che loro provavano in quel momento per l’Aikido. Ad esempio, quando avevo una decina d’anni e noi pratichicavamo presso il Monopoli Judo di Roma, il dojo era immediatamente di fianco ad un cinema – si chiamava il Cinema Nuovo; ad un certo punto, ho iniziato a scocciarmi del dojo. Andavo alle elementari all’epoca e mi succedevano attorno delle cose, come dire, strane: i miei compagni di classe parlavano di cose che io non capivo perché non le condividevo, fondamentalmente, perché stavo sempre in palestra anche quando non praticavo, perché ci andavano questi due adulti rompiscatole. Io ero sempre lì, poverino.

Simone Chierchini riceve la cintura verde di Judo da Tommaso Betti-Berutto sotto lo sguardo del padre – Monopoli Judo Roma (1972)

Da piccolo io non sapevo nulla dei cartoni animati che c’erano all’epoca, non seguivo le serie televisive, non parliamo di calcio, non sapevo niente delle partite… Insomma, ero sempre tagliato fuori. Alla fine mi sono stufato di questa situazione e cosa ho fatto? Ho notato il cinema di fianco alla palestra e praticamente uscivo di casa e invece di andare alla lezione dei bambini mi infilavo al cinema. Dopo un po’ i miei se ne sono accorti, ovviamente, e mi hanno detto di non fare questa cosa di nascosto, che potevo tranquillamente rimanermene a casa finché volevo o anche per sempre.
Rimasi a casa per qualche mese, non praticai, però dopo non molto tempo, neanche un anno, gli chiesi di ritornare perché fondamentalmente quello che mi mancava era l’ambiente. Mi mancava tantissimo l’ambiente attorno, non posso dire che mi mancasse l’Aikido, sarebbe ridicolo sostenerlo a 10 anni… sì, certo, mi mancava il gusto di farlo, ma cosa vuoi, ancora ne capivo veramente poco. Mi mancava l’ambiente, era troppo bello: mio padre mi caricava in macchina e andavamo a fare seminari in qualche posto strano e per me era una cosa meravigliosa, una vera scoperta del mondo attorno a me attraverso questa disciplina.
Una volta diventato un pò più grande, non c’è dubbio poi che il fatto di esser figlio d’arte per me abbia costituito un enorme vantaggio, lo ammetto senza problemi: le porte per me sono sempre state aperte, fin da quando ero un adolescente non mai ho dovuto chiedere permessi a nessuno. Ovunque mi presentavo ero il benvenuto: “Ah, questo è il figlio di Danilo!”. Per dire, a 18 anni, da neo-patentato, mi ricordo di aver portato Moriteru Ueshiba – allora era Waka Sensei, non era ancora Doshu – in giro per Roma a visitare monumenti a bordo della mia potentissima Autobianchi A112, una specie di scatoletta tra altre cose di color bordeux… Vivevo dentro a questo mondo come se in un certo modo mi appartenesse. A 18 anni è così che ci si sente.

Autista di Moriteru Ueshiba e Hideki Hosokawa in giro per monumenti – Roma, 1983

Mentre crescevo mi succedeva molto molto spesso una cosa che oggi considero con una certa nostalgia: quando andavo da qualche parte per i seminari, le persone che mi incontravano si confondevano e mi chiamavano Danilo. L’hanno fatto per anni, questa cosa è successa a ripetizione per anni! Devo dire che quando ero più giovane un po’ mi scocciava, perché ovviamente ero alla ricerca del mio posto nel mondo e nell’Aikido, e in quanto figlio d’arte sentivo di dover affermare la mia individualità e valenza a prescindere da chi fosse mio padre.
E chi è mio padre? Danilo Chierchini è un uomo schivo, che ha sempre detestato apparire e parlare in pubblico, preferendo invece l’azione. Il paradosso della vita è che per circostanze fuori dal suo controllo e dalla sua volontà, il suo maestro, Hiroshi Tada sensei, che lui aveva invitato in Italia nel 1964, lo scelse non per compiti tecnici, ma istituzionali cui lui si dedicò per due decenni con il massimo impegno, ma col minimo piacere. Nonostante fosse a lungo il presidente della maggiore associazione di Aikido in Italia, non menzionava mai gli incarichi che pur svolgeva con grande spirito di servizio per la comunità aikidoistica del tempo. Quando parla di arti marziali, il sorriso di mio padre si accende al ricordo dei vecchi tempi da judoka agonista presso il Kodokan Judo di Roma, di fianco al suo grande amico e maestro Ken Otani. Quando parla di Aikido, spesso menziona quella che era la sua vera passione, ossia la sua posizione di insegnante presso il corso principianti del Dojo Centrale di Roma. Il corso principale negli anni fu diretto prima da Tada sensei, fino agli inizi degli anni ’70, poi da Hideki Hosokawa sensei, seguito dal comitato degli yudansha romani di cui facevano parte Candido, Zintu, Bottoni e Fabiani, e successivamente da Kaoru Kurihara sensei, un allievo del maestro Tada. In mezzo a questi cambi di linea, però, la continuità veniva garantita da mio padre, con il suo lavoro silenzioso nell’istruire centinaia di principianti e mandare avanti gli affari burocratici della sede centrale e dell’associazione.

Danilo Chierchini, primo uke di Hiroshi Tada sensei – Dimostrazione presso l’Istituto dei Salesiani di Roma (1968)

C’ è una cosa importante da puntualizzare: mentre nessun allievo di mio padre si è mai dimenticato di Danilo – lo incontravano per strada, gente che dopo anni lui faceva anche fatica a ricordare, dato che nel corso principianti di una grande città passano veramente tante persone che poi magari fanno 6 mesi e non tornano – comunque nessuno s’è mai dimenticato di mio padre, il primo insegnante che in un certo modo li ha fatti innamorare dell’Aikido, come spesso accade mio padre non ha ricevuto una particolare gratitudine per l’enorme mole di lavoro che ha svolto negli uffici dell’Aikikai d’Italia. Spero che qualcuno possa trarre insegnamenti da questo fatto (meglio insegnare!).
Carla Simoncini, mia madre, a parere di chi c’era, io non mi ricordo praticamente quasi niente, fu tra i praticanti di maggior livello che erano emersi nel primo decennio di Aikido in Italia. Non a caso era nel primo gruppo di allievi italiani che ricevettero lo shodan e successivamente, tre o quattro anni dopo, fu la prima donna in Italia a conseguire il nidan in Aikido. Nonostante non avesse mai praticato attività sportive in precedenza, l’Aikido si addiceva particolarmente al suo temperamento pieno di energia e non-compromissorio. Spessissimo era l’unica donna in mezzo a nutriti gruppi di uomini e questo la limitava, qualcuno potrebbe pensare?

Carla Simoncini sul tatami con il figlio Simone nel 1974

No, neanche per niente: l’esatto contrario, la motivava piuttosto che limitarla. Anzi, se c’era una cosa che la irritava, era che durante l’allenamento qualcuno la trattasse differentemente per via del suo sesso, e la relativa punizione era di solito elargita a base di micidiali nikyo o kotegaeshi scassapolsi. Ci sono diversi suoi ex compagni di pratica che ancora se lo ricordano. Non ci vuole molto a capire che, dopo breve, ove lei circolava non si parlava più di “gentil sesso”. La sua promettentissima carriera si interruppe a causa di problemi familiari e di un bruttissimo divorzio. Una volta persa la possibilità di praticare presso il Dojo Centrale – era il 1974, altri tempi e altri costumi – l’unica alternativa sai quale fu Marco? Passò all’Aikido federale presso quella che allora si chiamava FIK, Federazione Italiana Karate, non c’erano ancora tutte le altre lettere, diciamo che la federazione era ancora in embrione. Non durò a lungo: ben presto si trovò in mezzo ad una sessione di esami dan pilotata che lei avrebbe dovuto ratificare con la propria firma, e pertanto si alzò dalla sua sedia e lasciò la federazione e l’Aikido. Credo che sia rimasto il più grande rimpianto della sua vita. Mi dispiace profondamente, col senno di poi, ma è andata così.

RUBATTO
Erano anche tempi in cui era facile pensare che il compromesso era un qualcosa che non poteva essere accettabile in nessun modo, né per una donna essere trattata, magari, da donna. Io, per esempio, arrivo da una tradizione di pratica in Iwama-Ryu nella quale alle donne che volevano continuare a praticare fondamentalmente era richiesto di diventare un po’ uomini, perché altrimenti non lo potevi fare. C’era qualcuna che accettava questo compromesso e quelle sane andavano via – è un mio pensiero, perché obiettivamente all’epoca veniva richiesto e non parlo di Aikikai d’Italia, ma Iwama, veniva richiesto un po’ di stuprare la propria natura per rimanere lì. Però mi rendo conto che all’epoca dei tuoi genitori questo poteva tranquillamente essere considerato parte della strada, parte del pacchetto. Anche rispetto al fatto che quando tu incontri una realtà che vedi che non brilla per trasparenza o onestà, anziché dire “Va bene, vediamo come possiamo farla brillare di più”, il mood, che a volte sento ancora oggi, era “Ah, allora no”. Senza pensare che le cose che brillano spesse volte brillano perché qualcuno le ha prese da per terra e le ha pulite; poi hanno cominciato a brillare.
Non è che le cose nascono fatte, a volte le cose nascono da fare e secondo me i pionieri questo ci insegnano: andavano a praticare in luoghi che adesso non ci sogneremmo neanche, in condizioni igienico-sanitarie che adesso farebbero impallidire qualsiasi situazione attuale. Io ho aperto il dojo nel 2016 e sono stato vessato da tutta una serie di norme che per il costume di due persone come i tuoi genitori sarebbero sembrate pazzesche: a loro bastava un tatami, un keikogi e darci dentro.

CHIERCHINI
E basta, fondamentalmente. È ovviamente cambiato tutto. In realtà non ha neanche senso fare paragoni, perché semplicemente sono società e culture differenti.

RUBATTO
Una cosa che mi interessava chiederti era relativa a uno degli aspetti che probabilmente è tra i più complessi e anche per questo incompresi delle discipline tradizionali, cioè come interpreti il ruolo dell’insegnante di Aikido? Che cosa ne pensi del rapporto tra maestro e allievo?

Seminario di Primavera 2013 – Cairo (Egitto)

CHIERCHINI
Questo è un argomento che ho trattato in diversi miei articoli e mi sono espresso in bianco e nero, ho detto chiaramente come la penso: io sono un “egoista”, non insegno per “vocazione”. Non insegno perchè desidero migliorare il mondo, o la gente, o cose di questo tipo. Ho sempre fatto Aikido prima di tutto per il mio gusto personale e per la mia crescita personale. Conseguentemente, da insegnante poi non mi sono mai sentito il papà di nessuno e meno che mai responsabile della vita dei miei allievi, forse anche per un motivo estremamente pratico, perché per una lunga parte della mia carriera di maestro ero sin troppo giovane per far da papà o essere responsabile di chiunque, dato che ero a mala pena responsabile di me stesso, stavo ancora crescendo, maturando.
Oggi, a maturazione avvenuta, continuo a sentire mia un’enunciazione che è stata fatta da Kazuo Chiba sensei. La lessi tanti anni fa, ma me la sono sempre ricordata bene perché mi ci sono identificato con forza: non cito alla lettera, ma fondamentalmente nelle arti marziali tradizionali giapponesi, la pratica è un luogo nel quale si creano determinate situazioni, e poi i protagonisti di queste situazioni hanno delle reazioni, ci vanno apposta! Queste reazioni concernono loro, non concernono il loro insegnante. Questo non va tradotto semplicisticamente in un disinteresse del maestro verso l’allievo, nell’essere freddi o crudeli, fin troppo facili fraintendimenti. Significa semplicemente che nel Budo tradizionale, per come lo ho interpretato io quanto meno, ma sono in ottima e titolata compagnia, il maestro non è come quello dei film, che partenalisticamente sta lì a modellare ogni aspetto della vita dell’allievo. Io non l’ho mai vista in questi termini, poi ognuno fa come crede.

Simone Chierchini – Seminario Vasto 2011 – uke Antonio Vitale

Io penso che quello che l’insegnante offre è un mezzo che noi – trattandosi di un mezzo – gestiamo, e quindi è chiaro che il maestro in una certa misura interviene. Ovviamente a seconda di quello che si propone, si ottengono certi effetti, quindi non è che il maestro è egoista, assolutamente no, perché in realtà l’intervento c’è. Però una volta che si considera un allievo e gli si propone una ricetta che a parere del maestro gli si addice, l’effetto poi è qualcosa con cui ciascuno deve fare i conti da solo. Non prendiamo parte ad un corso per bambini: siamo tutti adulti e quindi nel momento in cui si sceglie di fare questa pratica e ci si addentra su questo cammino, bisogna anche che si accetti che si provi qualcosa e che chi prova qualcosa provi quello che prova. Da insegnanti non si può per forza accomodare l’esperienza Aikido in relazione agli allievi per fargli del bene. Non funziona assolutamente così secondo me, fa quasi ridere.
È ovvio poi che se uno fa Aikido puramente come attività ludica bisettimanale il discorso diventa completamente diverso, ma il maestro lo vede e quindi il rapporto sarà di un tipo diverso e le cose che vengono offerte, il mezzo di pratica dovrebbe essere conseguentemente diverso.
A mio parere, per concludere, il maestro offre uno stimolo e lì si ferma, anche perché poi chi siamo noi? Cosa dobbiamo fare, l’operazione al cervello agli allievi di modo che si uniformino a forza a quello che noi desideriamo per loro? Non credo proprio.
Tra le altre cose, come genitore, ritengo che se si svolge il ruolo di genitore nei confronti dei propri figli con impegno e affetto – due cose che vanno sempre di fianco – e se si vive come genitori la propria vita sulla base di determinati schemi, regole e valori sani, i piccolini che ci sono vicini tutti i giorni lo vedono e ne sono immersi. Venti anni dopo, come sta succedendo a me al momento, uno li guarda con meraviglia e a volte anche con una forma di godimento, di estasi, perché ci si rende conto che forse non tutto quello che abbiamo fatto era sbagliato, l’esempio offerto non era poi così male: ed è una sensazione meravigliosa. Alla fine, con gli allievi non dovrebbe essere molto diverso.

Kids Summer Camp 2015 – Tenuta I Ciclamini, Avigliano Umbro

RUBATTO
Mi piace molto questa questa prospettiva che in qualche modo rimandi, di rispettare la responsabilità personale e di fare in modo di agevolare che ogni allievo sia il migliore originale di se stesso rispetto che la miglior brutta copia di chi dà loro un imprinting. È un po come il bastone quando crescono le pianticelle: il bastone dovrebbe servire per dare un costrutto alla pianticella quando ancora non ne ha uno. Però poi quando è diventato una sequoia, non posso fissare che sia il bastone mio che tiene sull’albero…
A proposito di questo mi piacerebbe sentirti un attimo su una questione che dal mio punto di vista è bella e spinosa contemporaneamente, ovvero l’argomento katageiko. Un Aikido improntato come vedo ancora, diciamo nel 90% dei dojo e delle pratiche interstile, sulla ripetizione di tecniche prefissate. Te lo chiedo perché io provengo da una storia di Aikido = esclusivamente katageiko, per approcciare invece adesso la mia situazione attuale nel quale il katageiko è una parte molto molto importante, ma è assolutamente una parte, non è il tutto. Vorrei sapere cosa ne pensavi sull’importanza di includere altre forme di allenamento rispetto al katageiko e qual è il tuo punto di vista rispetto alla libertà espressiva nell’Aikido.

CHIERCHINI
Bella domandina… A mio parere, l’Aikido è un Gendai Budo veramente particolare. Il suo fondatore, prima di tutto, non ne caratterizzò le espressioni tecniche in modo definitivo o granitico, anzi. Tra le altre cose, più ne veniamo a sapere, e più appare evidente che nel corso della sua vita Ueshiba sensei privelegiò aspetti diversi della sua arte nei diversi luoghi in cui insegnava regolarmente: a Iwama faceva certe cose, all’Hombu altre cose, a Shingu altre ancora. L’impressione che se ne ricava oggi è quasi che ci tenesse a formare insegnanti che potessero nutrirsi di aspetti diversi della sua cultura marziale. Se è vero come è vero che l’Aikido utilizza il katageiko come struttura formativa di base, sulla scorta di quello che succede nelle koryu, le arti marziali tradizionali giapponesi classiche, è anche vero che ai suoi allievi diretti Morihei Ueshiba lo insegnò ai suoi allievi diretti con matrici diverse.

Simone Chierchini con Hitohira Saito – Modena, 2011

Il katageiko dell’Aikido, pertanto, non è mai in nessunissima misura paragonabile a quello delle koryu, nelle quali non c’è spazio di discussione o manovra: il modo corretto di eseguire la tecnica di una scuola classica è uno e uno solo, in una progressiva evoluzione di difficoltà e variazioni. In un certo modo, dunque, il katageiko dell’Aikido è moderno, perchè consente a chi pratica attraverso i suoi vari stili di approcciare diversi aspetti della pratica e iniziare a sviluppare un forma espressiva che già in qualche modo è “libera”, soprattutto in riferimento alla tradizione classica delle koryu. In mia opinione, chi pratica in diversi stili ha quindi l’opportunità potenziale di scoprire le matrici dell’Aikido nel loro complesso, e, sempre potenzialmente, conseguire il livello del Takemusu Aiki, perché no, nel quale le tecniche non avvengono come conseguenza di uno studio pregresso. Semplicemente avvengono.
Detto questo, quanto sopra non è in alcun modo alla portata di tutti, non c’è neanche da dirlo. Potrebbe verificarsi solamente nel caso in cui l’impegno profuso e le esperienze marziali collegate del praticante fossero in qualche modo simili a quelle degli allievi diretti di O-sensei. Bisognerebbe praticare tanto quanto fecero i vari Shioda, Mochizuki, Nishio, Saito al loro tempo, esponendosi con continuità e con la stessa intensit à ai migliori esponenti contemporanei di tutti gli stili di Aikido. Contemporaneamente, bisognerebbe impegnarsi a praticare e comprendere almeno ad un discreto livello un numero di discipline marziali connesse – ivi incluse quelle sviluppatesi nel dopoguerra e in tempi più recenti, dalla boxe al Brazilian Ju Jitsu. Non fraintendetemi, questo non per mescolare discipline diverse in un improponibile minestrone, ma per costruire un corpo e una consapevolezza marziale in qualche misura rapportabile a quella dei deshi diretti di Morihei Ueshiba.
Che quanto sopra sia necessario o di qualche interesse per il praticante comune io ho serissimi dubbi. Potrebbe forse essere un progetto-guida per una ristrettissima elite di giovani insegnanti, oppure l’idea potrebbe essere comunque utilizzata in modo parziale da chi desidera portare la propria pratica a livelli realmente superiori, evitando di cadere nella trappola in cui siamo caduti in tanti, ossia di seguire esclusivamente i consueti schemi associativi, la cui valenza, o scarsa valenza, dovremmo dire, è direttamente proporzionale alla chiusura delle didattiche relative.

Fabio Branno, Simone Chierchini e Marco Rubatto – AikiBlogger Seminar Napoli (2013)

Per tutto il resto del mondo aikidoistico, ossia il 99,9 % di allievi e insegnanti, basta continuare a fare quello che si è fatto finora, godendone dei vantaggi che comunque ci sono a livello, sia a livello fisico che a livello psicologico, divertendosi col fare qualcosa che piace e che crea tante possibilità anche a livello sociale. In questo caso, tuttavia, secondo me è importantissimo il rispetto della coerenza interna al proprio lavoro nella presentazione verso l’esterno di quello che si fa. Io consiglierei di non enfatizzare concetti come arte marziale, difesa personale, cose simili. Se si sta praticando un’arte che fondamentalmente è un’arte relazionale di gruppo con una forte componente sociale, che ha la sua validità in quanto tale, in quanto tale va presentata.
In conclusione, ognuno pratica come crede, in relazione ai propri obiettivi. Se c’è una cosa meravigliosa che è avvenuta negli ultimi 10-20 anni, tutti si sono resi conto che nessuno fa il “vero” Aikido. Non esiste, il vero Aikido è finito da quando ne è scomparso il fondatore. L’unica cosa importante è fare un sano esercizio di auto-coscienza in relazione alla propria pratica e non presentarne fallacemente all’esterno i risultati. Onestà e integrità devono essere sempre le linee guida di chi pratica Aikido, non dovrebbe esserci neppure bisogno di dirlo: presentarsi come degli imbattibili marzialisti, quando invece si studia l’ascolto tra allievi che fanno una pratica altamente preordinata è, a mio avviso, altamente e altrettanto disonesto che parlare di pace e armonia mentre si insegna a colpire il prossimo col coltello.

RUBATTO
Una cosa che è interessante e che forse potremmo portarci a casa pian piano, generazionalmente, è che, come dici tu, s’incominci ad avere una coscienza collettiva del fatto che se tu vuoi cantare nel coro della parrocchia o se tu vuoi andare a cantare come tenore alla Scala di Milano devi passare per due percorsi differenti. Il percorso del coro della parrocchia – non me ne vogliano le parrocchie – è anche fatto di persone che magari il sabato pomeriggio hanno uno spazio libero e lo usano per canticchiare qualcosa. Chi ha voglia di fare il tenore professionista deve conoscere la musica, deve rivolgersi a degli insegnanti e non sarà solo un insegnante: saranno una schiera di insegnanti.

Simone Chierchini riceve insegnmento personale da Yukihiro Sugino presso il Katori Shinto Ryu dojo di Kawasaki City (Giappone)2001

Probabilmente potremmo dire la stessa cosa per un marzialista o per un aikidoka: se tu sei un ultra-hobbista e vai due volte alla settimana per un’ora e mezza, va bene così, tu avrai un percorso; se tu hai voglia di diventare il novello Tissier che ha responsabilità e incarichi internazionali e tiene seminar nazionali in mezzo mondo, probabilmente la tua strada dovrebbe essere strutturata un pochino più forse a modello universitario, dove per esempio la moltitudine è un valore aggiunto, non è un problema. Mi viene da estrapolare un po’ questo, non so se ho colto quello che tu dicevi.

CHIERCHINI
Fondamentalmente è questo. La prima cosa da ricordare in assoluto è che il 99.9% di noi pratica in un modo che comunque non c’entra niente con quello del fondatore ma neanche con quello di Tissier. Va accettato, bisogna accettare la posizione in cui ci si trova, non presentarsi come grandi marzialisti: si fa un’attività che ha comunque una forte utilità, dimostrata negli anni, perché tutti quanti la sentiamo personalmente. È importante insomma non dare messaggi che non corrispondono a quelli che poi uno in effetti fa sul tatami.
Poi ci deve essere, e spero che si sviluppi sempre di più, una percentuale di insegnanti, che ovviamente devono iniziare presto, perché ci vuole il tempo per fare le cose in un certo modo, e questi insegnanti se vogliono arrivare a livelli superiori, abbiamo la tradizione che ci dimostra che cosa hanno fatto quelli che sono venuti prima di noi. Quindi il discorso che si faceva all’inizio, non mi ripeto. Bisogna ricreare le condizioni, rapportandole al tempo presente perché Ueshiba sensei non c’è più. Però, comunque, se uno desidera interfacciarsi con le varie matrici dell’Aikido, la chiusura non la puoi fare, perché nessuno, dall’inizio, a parte il maestro Ueshiba, nessuno insegna l’Aikido. Tutti insegnano pezzetti di Aikido, quindi se uno vuole salire bisogna che si interfacci, che vada a vedere tante cose diverse e soprattutto che ci dedichi l’intera sua esistenza.

RUBATTO
Chiarissimo. Per chiudere questo discorso sulla libertà espressiva in Aikido, tu come lo hai vissuto nella tua pratica e quali insegnamenti ne hai tratto?

CHIERCHINI
Io sono stato abbastanza fortunato perché, come dicevo, nel periodo in cui io mi stavo formando, fino al 3° Dan, un periodo che cade tra la metà degli anni ’70 e quella degli anni ’90, questa è stata, nella mia visione quanto meno, l’età aurea dell’Aikikai d’Italia, che era la mia associazione di origine. Anche se la versione ufficiale recita che la linea tecnica dell’Aikikai d’Italia era dettata dal Direttore Didattico Hiroshi Tada sensei – questo è quello che tutti sanno e c’è scritto pure sul sito web dell’Aikikai d’Italia – in realtà, dal punto di vista tecnico intendo, l’Aikikai d’Italia non era affatto così monolitica. Proprio per niente in realtà.

Yoji Fujimoto, Hiroshi Tada, Hideki Hosokawa – Seminario Estivo Aikikai d’Italia, La Spezia, 2003 (Copyright Paolo Bottoni)

Oltre a Tada sensei, che veniva dal Giappone per insegnare 2 o 3 volte l’anno, al tempo in Italia risiedevano 2 shihan giapponesi Aikikai, non due persone qualunque: Fujimoto e Hosokawa sensei. La verità è che erano loro a portare avanti la didattica dell’associazione sul terreno, giorno per giorno. I due lo facevano sì con profondo e immancabile rispetto per la figura del maestro Tada, ma in pratica lo facevano senza seguirne in alcuna misura i dettami tecnici. I seminari del maestro Tada finivano per risultare una forma di ispirazione superiore che si inseriva però su un contesto didattico che era prodotto e regolato da Hosokawa e Fujimoto sensei.
Dal punto di vista tecnico, i due maestri erano abbastanza nettamente diversi fra loro, anzi, per certi versi erano anche opposti, anche se erano concordi nella loro azione. Questo è il bello della cosa: erano dentro allo stesso organismo, erano estremamente diversi, facevano cose molto diverse, ma andavano d’accordo; nella loro diversità le facevano d’accordo. Quindi ne risultava poi sul campo per noi allievi una diversità nella proposta tecnica a mio avviso non comune fuori dal Giappone. Chi studiava allora, se era aperto mentalmente, perché anche allora si erano formati partiti dell’uno e i partiti dell’altro, che non si parlavano tra di loro, andavano ai seminari dell’uno o dell’altro… però chi era aperto mentalmente e quindi accettava di esporsi a questa diversità di percorso, lo poteva far, pur rimanendo all’interno di una stessa realtà associativa.
Io mi sono trovato in questa fortunata condizione di esserci; continuiamo a usare il mio percorso come esempio: quando ho iniziato, nel Dojo Centrale di Roma – una volta più grande, ovviamente – ufficialmente era la scuola del Maestro Tada, il quale risiedeva a Tokyo, e quindi le attività erano dirette da Hosokawa sensei, un suo allievo diretto. Tuttavia, Hosokawa sensei non somigliava in nessun modo al maestro Tada e non ne seguiva la proposta didattica. Ho studiato con Hosokawa fino a shodan, poi mi sono spostato a Milano, da Fujimoto, come dicevo in precedenza.

Simone Chierchini fa da uke a Hideki Hosokawa nel corso di una lezione presso il Dojo Centrale di Roma (1985)

Ho già detto che i due insegnanti erano profondamente diversi e in che modo lo erano? Prima di tutto dal punto di vista fisico: Hosokawa piccolo, brevilineo, amava di movimenti stretti ed essenziali, era un fine studioso delle armi; era introverso di carattere, non era un personaggio facile con cui trattare; aveva un sistema didattico basato sul non offrire appigli all’allievo, non c’era nulla a cui uno potesse attaccarsi; ogni giorno era diverso, ogni lezione una novità.
Fujimoto, da canto suo, era alto per un giapponese della sua generazione, quantomeno; utilizzava movimenti ampi, il suo Aikido era spiraliforme, molto di matrice Aikikai Hombu Dojo dell’epoca del secondo Doshu, di Kisshomaru Ueshiba sensei; insegnava in modo strutturato, molto chiaro; aveva una personalità aperta, era simpatico o quantomeno aveva un carattere che sapeva essere incredibilmente godevole – quando gli girava bene… [ride]

RUBATTO
Hai esperienza personae di questo? [ride]

CHIERCHINI
Siamo umani. Era estremamente gradevole e poteva essere veramente… [ride] Lasciamo perdere. Passare dall’uno all’altro fu in un certo senso come cambiare organizzazione, ma avvenne invece in modo assai naturale e organico tutto sommato, perchè quella era un possibilità insita nella nostra associazione. Allora, per me e anche per tanti altri, non sono stato l’unico a seguirli entrambi, essere esposti regolarmente a questa diversità tecnica è stato un passo importante per preparare prima di tutto noi stessi, e poi i nostri allievi in futuro, ad una libertà espressiva nella pratica. Proprio da subito ci siamo resi conto che l’allenamento non era uno: come dicevo prima, andare a lezione dal maestro Hosokawa significava che non ti faceva mai attaccare a niente, ogni giorno c’era una roba che non c’entrava assolutamente niente con quella del giorno prima… ti mandava anche al manicomio, se devo essere sincero.

1989 - World Games in Karlsrue, Germany - con Doshu Kisshomaru Ueshiba e Yoji Fujimoto Sensei
World Games 1989 in Karlsrue (Germania): Simone Chierchini con Nidai Doshu Kisshomaru Ueshiba e Yoji Fujimoto

Rimaniamo al mio caso e alle mie peregrinazioni. Una volta spostatomi in Irlanda, mi trovai a dover affrontare un nuovo altro cambio “epocale”, solo che quella volta non furono i miei insegnanti a cambiare: sono cambiati gli allievi. Per quanto tutti gli esseri umani siano più o meno uguali, nonostante che tutti abbiamo due gambe e due braccia e le stesse articolazioni, nelle diverse nazioni, nei diversi gruppi etnici esistono dei tipi ben definiti. Gli irlandesi, generalmente parlando, sono molto forti fisicamente, sono molto molto potenti, ma anche conseguentemente poco flessibili. L’italiano medio di solito ha un corpo più agile e modellabile, assai adatto per una pratica in kinonagare. Mi sono chiesto tante volte quanto l’elemento climatico abbia un effetto su questo.
Quando ho iniziato a insegnare in Irlanda, mi sono trovato a dover nuovamente cambiare stile di pratica e non certo per scelta culturale, ma piuttosto per necessità. Ho dovuto rimettere mano su tante cose perché non mi funzionavano più molto, in assenza di uke collaborativo e in presenza di un tipo fisico fondamentalmente più rigido. Ero nato e cresciuto con un’idea di pratica basata sul rilassamento, l’accordo tra tori e uke e il principio della rotazione sferica. Non voglio assolutamente giudicare questa impostazione tecnica, non voglio dire che sia bella o brutta, ma all’epoca dovetti modificarla, perchè con i locali funzionava poco. Da 4° dan, nel mio isolamento irlandese, mi dovetti dedicare a capire che significa studiare cose che tu, Marco, hai fatto in Iwama-Ryu per oltre un decennio, che cosa significa studiare in kihon, alla pratica da fermo, alle prese senza compromessi, ecc. per trovare un qualche modo per far muovere i miei nuovi allievi e riconvertirli successivamente alla pratica in rotazione sferica. Credo di averlo fatto con qualche successo.
Anni dopo, quando sono ritornato in Italia nel 2009, ebbi l’occasione di incontrare il maestro Paolo Corallini, una persona molto affascinante anche dal punto di vista di umano e culturale, dopo di che andai a un suo seminario, dato che mi era venuta la curiosità di vedere come si praticava in Iwama-ryu. Ci rimasi di stucco, perchè facevano un sacco di roba mai vista prima, ma soprattutto la cosa che mi colpì è che anche a prima vista si capiva che molte di queste cose che vedevo potevano risultare utili per complementare una pratica di matrice Aikikai.
Ci rimasi anche un po’ male, perchè questa roba non ce l’avevano mai fatta vedere a casa nostra. La giustificazione di questo era che si trattava di un mondo di Aikido pazzesco, la comunità era veramente diversa, a rivederla con gli occhi di oggi. In questo periodo che va da dopo poco gli inizi e attraverso gli anni ’80, erano tutti aikidoka, tutti parlavano di armonia, pace, bacetti e compagnia bella, ma le organizzazioni erano chiuse a catenaccio. Succedevano cose assurde del tipo che quando ad esempio il maestro Corallini portò per la prima volta Morihiro Saito sensei in Italia nell’85, ovviamente alcuni insegnanti dell’Aikikai d’Italia andarono a frequentarne il seminario, ma tutti opportunamente dimenticarono il Budopass a casa, perché non volevano che ci finisse sopra la firma del maestro Saito: quel libretto veniva poi presentato a seminari e sessioni d’esami interni e trovarci la firma di Saito sensei sopra, invece di essere motivo di elogio (“Hai visto questo qui che brava persona, che insegnante giudizioso, come è interessato all’Aikido, è andato a vedere anche Saito”), poteva causare seri problemi.

Simone Chierchini con Paolo Corallini nel suo dojo privato di Osimo (2011)

Questa chiusura verso l’esterno aveva anche delle motivazioni, non era tutto in negativo: ovviamente l’Aikikai d’Italia per un lungo periodo aveva tirato avanti la carretta dell’Aikido italiano quasi in esclusiva, e – oggi è facile criticare – ma forse anche giustamente si sentiva di dover proteggere il proprio lavoro. Col senno di poi si può dire che sfortunatamente non aveva, e ahimé devo dire non ha mai avuto e a tutt’ora non mostra, quell’apertura mentale necessaria per farsi il veicolo dell’intera comunità; è sempre stata, soprattutto poi da un certo punto in avanti, un’associazione estremamente settoriale e quindi ha subito negli anni una miriade di scissioni interne che a tutt’oggi continuano.
Il tempo è passato e nel trentennio successivo fortunatamente l’atmosfera interassociativa è cambiata nettamente in meglio, anche se spesso nonostante i quadri dirigenziali delle varie associazioni, non certo grazie a loro. Semplicemente sono finiti travolti dagli eventi. Oggi chiunque può andare su internet, trovare video su chiunque e informazioni su qualunque evento. La varietà e la quantità della proposta tecnica sono aumentate a dismisura e di conseguenza sono anche cresciute esponenzialmente le opportunità per esporsi a quella diversità tecnica da cui trarre, un giorno, la propria porzione di libertà espressiva.
In passato esistevano molte più barriere. Torniamo al caso del primo seminario italiano di Saito sensei. Come venne pubblicizzato l’evento all’epoca? Come facevano tutte le segreterie delle varie organizzazioni in occasione di un nuovo seminario: qualcuno a Osimo produsse dei volantini in fotocopia, li infilò in una serie di buste e li spedì in giro, per esempio al Dojo Centrale di Roma, all’Aikikai Napoli, o all’Aikikai Bolzano. Come tutte le altre comunicazioni, la notizia dell’arrivo di Saito venne poi filtrata dai vari Responsabili di Dojo sulla base degli ordini di scuderia o dei gusti personali. Lo hanno fatto per anni! “Allora: Kobayashi, no. Tamura figuriamoci, meno che mai. Tohei manco per sogno, è un traditore. Asai sì, perché quello è amico del mio maestro…”. Oggi fa ridere a raccontarlo, ma all’epoca succedeva così.

Simone Chierchini – Aikido Organisation of Ireland Summer Course 2007

RUBATTO
Sai, fa ridere neanche tanto, perché nel 2015 quando io feci per l’ultima volta insieme a Fabio Ramazzin l’Aiki-Censimento in Italia, noi scrivemmo a tutte le più grandi realtà italiane per avere in qualche modo accesso ai loro dati (ovviamente non sensibili) in quanto a numeri, perché volevamo avere chiaro quale era il numero dei praticanti nelle varie aree, diviso per età, regioni… Ci furono un sacco di grandi realtà che ci ignorarono completamente, poiché noi chi siamo per avere quei dati? In realtà tu non stai parlando solo di una cosa che interessa gli anni diciamo ’70-’80-’90 e dell’Aikikai d’Italia; magari anche si, però questa mentalità era una mentalità comune a molto dell’Aikido. Secondo me, quello che sotto un certo punto di vista sta veramente facendo cambiare le cose adesso e le può far cambiare è questo [mostra uno smartphone], per cui un ragazzetto che vuole sapere di Aikido va a googlare cos’è l’Aikido. Poi incomincia a perdersi nelle informazioni e magari deciderà di cominciare a frequentare il dojo più vicino a casa, perché quello più comodo; ma quando l’insegnante incomincerà un po’ a indottrinare a mò di guru di setta, “noi siamo i più bravi, noi siamo di qua, noi siamo di là”, io mi auguro che a una persona di generazione giovane adesso gli venga il curiosità di vedere che cosa ne pensa al mondo sia di quello che parla e sia di cos’altro il mondo offre.

CHIERCHINI
Questo è un fatto già che già avviene, ma quello che spero fondamentalmente è che siano gli insegnanti a smetterla con questo atteggiamento, perché sarebbe ora che tutti ammettessimo che siamo semplicemente delle persone stanno facendo un cammino. Nessuno di noi possiede nessuna particolare verità. Nessuna delle nostre associazioni, a maggior ragione, possiede la verità rivelata del Budo. Ognuno di noi sta facendo un percorso: con integrità e onestà da parte di chi insegna, diciamo che il 99% di questi problemucci non ci sarebbero. Quindi sì, forse è anche una questione cosmetica relativa ai rapporti interassociativi: adesso forse ci sono meno scontri, ma fondamentalmente la distanza è rimasta.

Simone Chierchini – Seminario 2010 a Bogotà (Colombia)

Per quanto riguarda la tua domanda poi, che è quello che fondamentalmente ci interessa di più, perché che ci interessano di più le persone delle associazioni, sono convinto che sia necessario che un allievo abbia un percorso chiaro da un certo punto a un certo punto. Questo per evitare mischietti e confusioni, e per evitare di imparare le cose a metà. Da subito però, e questo si ricollega a quello che ho appena detto, l’allievo dovrebbe sapere (e quindi gli andrebbe detto, gli andrebbe insegnato) che esistono una pluralità di altri sistemi che un giorno dovrebbe sperimentare, almeno in parte. Da un certo punto in avanti poi, bisogna assolutamente andare anche altrove, e questo non significa rinnegare le origini, non significa litigare: serve, perché altrimenti lo sviluppo personale stagna. Tutti siamo stati a scuola, ma siamo passati dalle medie alle superiori e parecchi anche all’Università. Dubito che in Aikido si possa avere una crescita equivalente a questa rimanendo comodamente sempre e solo all’interno dello stesso stile e dello stesso ambiente poi soprattutto.
Ritengo che sia altamente consigliabile che chi ha raggiunto un certo livello in Aikikai, per esempio, una volta conseguito il nidan aggiunga al proprio curriculum, aggiunga, un periodo di studio con qualcuno che abbia studiato nella linea di Saito sensei. Per me continuare a guardare le cose con gli stessi occhi non è una soluzione didattica efficiente, tutto qui, non è una questione di fedeltà alle scuole o lasciare il proprio maestro: non è efficente. Uscire dalla solita scatola, non necessariamente ma probabilmente potrebbe dare i mezzi per vedere quelle stesse cose da un altro punto di vista e trovare risposte in un tempo più breve, OK? Si tratta di soluzioni didattiche.
Io a suo tempo lo feci e devo dire che, tornando alla mia di esperienza personale, anche se per un certo periodo non è stato facile, non è che abbia sofferto, che sia morto. La sofferenza è un’altra cosa! È stato complicato, questo sì, ma io stesso l’ho detto poco fa: il Budo è questo, no? Creare delle situazioni e poi viverle. Se le situazioni sono sempre piacevoli e gradevoli, dubito che ci sia una crescita. È stato complicato, ma comunque il maestro Corallini mi ha sostenuto costantemente, anche se io sono sicuro che aveva intuito già da subito che non mi sarei mai fermato in Iwama-ryu; con spirito di servizio mi ha aiutato, mi ha insegnato quello che sapeva.

Simone Chierchini – The Giza Pyramids Photoshoot 2012 (Copyright Muhammad Kadr)

Questa esperienza, che affrontai quando ero già 5° dan, mi portò a dover rivedere parecchie cose. Non mi fece diventare un novello Ueshiba, però sicuramente due o tre cosine che facevo profondamente sbagliate le ho potute correggere, perché mi sono state fatte notare da qualcuno che aveva un punto di vista diverso: diverso dal mio, prima di tutto, ma anche diverso dai miei precedenti insegnanti. Nel tempo questo punto di vista è diventato anche mio, l’ho imparato diciamo, e quindi ho potuto poi riesaminare tutto il resto che facevo attraverso questo punto di vista.
Per par condicio, inviterei anche chi ha studiato in Iwama-ryu a fare un’esperienza complementare in uno stile più fluido; non deve essere necessariamente in Aikikai, può essere benissimo in Kobayashi-Ryu, per esempio, o si può andare a fare un’espeienza con il gruppo del Ki-Aikido… Perché chiunque ha girato e praticato con i puristi di entrambi gli stili, si può facilmente render conto che gli uni si muovono troppo e a volte alla rinfusa, mentre gli altri si muovono fin troppo poco e la loro armonia in realtà è incastrata spesso e volentieri in una marea di schemi, di tecniche, di strutture.
Scusatemi, vorrei concludere questo che è diventato un lungo discorso con una ulteriore considerazione, che ritengo ancora più di quanto detto finora: se da un certo punto in avanti è certamente opportuno e necessario essere liberi all’interno della pratica dell’Aikido, a mio parere allo stesso modo bisogna certissimamente anche imparare ad essere liberi dalla pratica dell’Aikido. Ti posso di nuovo raccontare un breve aneddoto, gli esempi sono sempre illuminanti. Questo aneddoto ha per protagonista un vecchio e caro amico di cui non faccio il nome – adesso è uno degli insegnanti principali dell’Aikikai d’Italia. Anni fa mi raccontava che erano 30 anni che lui tutte le estati partecipava ai due seminari estivi italiani del maestro Tada. Me lo diceva perché per lui ovviamente questo era un motivo di orgoglio, e probabilmente da un certo punto di vista lo è pure; io però in quell’occasione e poi in futuro l’ho sempre preso in giro per questa cosa e gli dicevo: “Possibile che in 30 anni non ti sia mai venuta la voglia di andare a fare un altro seminario, con qualcun altro?”. O, anche, e qui arriviamo al centro di quello che volevo dire, possibile che non venga la voglia semplicemente di non far nessun seminario estivo e prendere invece zaino e cappelletto e andare, che so, in Centroamerica.

Camino de la Ciudad Perdida, Sierra Nevada di Santa Marta, Colombia (2010)

Io personalmente questo l’ho sempre fatto. Ho fatto viaggi in posti che non sono normalmente sulla mappa della gente comune, perché l’Aikido mi ha insegnato ad essere curioso o forse è la mia natura, le due cose si sono saldate; io sono un po’ zingaro, come le mie vicende che vi ho raccontato e i mei vagabondaggi dimostrano ampiamente. Credo che lasciare la pratica attiva dell’Aikido, quella del tatami, in parole povere, fuori dalla nostra routine, per dei brevi periodi, non sto parlando di anni ma di settimane, aiuti a sviluppare la propria consapevolezza dell’Aikido. Di nuovo, applicando quello di cui parlavo prima rispetto all’essere andato a rivedere il mio Aikido con nuovi occhi Iwama, la prospettiva esterna aiuta a vedere meglio. Anche se l’Aikido informa il 99% della mia vita quotidiana, il poterlo vedere da fuori non facendo Aikido mi aiuta certamente a capirlo meglio.
Io, tra l’altro, non sono mai stato un amante del Giappone in esclusiva. Sono stato diverse volte in Giappone diverse volte per periodi abbastanza prolungati, amo profondamente alcuni aspetti della cultura giapponese, ma i miei interessi non sono mai stati appiattiti esclusivamente sull’Oriente, magari inoltre un Oriente come quello che troppo spesso si vive nelle arti marziali, che è un Oriente di seconda mano o distorto. Mi ricordo di aver avuto occasione di parlare di questo argomento con Fujimoto sensei e lui mi diceva: “Guardate, voi che fate arti marziali fondamentalmente del Giappone capite molto poco, perché voi siete esposti ad un tipo di Giappone e ad un tipo umano di giapponese che in Giappone è molto particolare, perché il marzialista anche in Giappone è comunque una mosca bianca”.
Tra l’altro, la mia formazione è classica, sono nato nella città di Roma e ho sempre nutrito un fortissimo interesse per la nostra storia, per le nostre radici indigene. La mia libertà, e con questo chiudo questo lungo intermezzo, si esprime anche nel non vivere sempre dentro all’Aikido e nel non stare dentro una casa contornato da katane e ashi… Per dire, io al sushi preferisco un bel piatto di lasagne.

RUBATTO
Avremmo voglia di chiederti ancora un paio di cose, anche se questa nostra chiacchierata sta diventando abbastanza lunga. Se hai ancora un attimo di tempo, mi piacerebbe avere due rimandi su due cose che secondo me sono importanti: la prima è come vedi il futuro della nostra disciplina post Covid?

Simone Chierchini – Kokyu training all’aperto

CHIERCHINI
Sono ormai 14 mesi che siamo in questa situazione, quindi è un pensiero che si è sviluppato dentro di me e le sensazioni sono cambiate. Ad oggi credo che le conseguenze di questa pandemia vera o presunta sulla nostra società civile, a prescindere da quello che si pensi sulla sua reale entità e consistenza, sono state pesantissime. Ne verrà fuori un mondo profondamente mutato, e anche se si dovesse tornare ad una società completamente libera dal Covid, penso che molte delle abitudini che sono state instillate nel corso di questo periodo persisteranno anche post-pandemia.
Per quanto riguarda il Budo, oggi più che mai, se ce ne fosse bisogno, si vede l’utilità di praticare il Budo come forma di cammino spirituale. È un anno che sentiamo gente lamentarsi di non poter praticare, ma in realtà, Marco, ma chi glielo impedisce? Solamente una forma mentale sulla base della quale per fare Aikido serve un dojo, serve un insegnante, serve il keikogi, servono i compagni di pratica e via dicendo. Tu hai espresso lo stesso concetto. Questo è lo schema prefissato, ma scusate, vi devo informare che i giochi sono saltati e questo schema non c’è più. Allora cosa facciamo? Continuiamo a lamentarci e ad aspettare che ritorni quello che potrebbe addirittura non tornare mai più nelle forme che desideriamo? La domanda numero uno è: cosa si può fare? Si può praticare da soli? Benissimo, pratichiamo da soli. Si può praticare in persona con i componenti della propria famiglia? Si pratichi con la propria famiglia. Si può praticare all’esterno a distanza? Si pratichi all’esterno a distanza. Piove? Non fa niente. Nevica? Non fa niente. Vengono solo in 4 dei 40 che avevo pre-pandemia? Sii grato dei 4 che vengono, peggio per i 36 che hanno mollato. Qui si vede chi praticava Aikido in profondità e chi era un turista.

Simone Chierchini, Zeytoon Sports Complex, Teheran (Iran) – 2015

Come menzionavo prima, un certo modello educativo del Budo è progettato sul ricevere assieme difficoltà da parte dell’insegnante e strumenti per affrontarle. Una volta che uno sa come gestire un certo livello di difficoltà, se ne presenta uno successivo, a salire, lentamente, ma costantemente. Si può affermare senza timore di essere smentiti che senza difficoltà non c’è Aikido, non c’è Budo. Quindi la pandemia è solo un uke particolarmente ostico con cui bisogna fare i conti, senza voltargli le spalle. È cosa facile? No, no, no di certo, questo non voglio dirlo. Tanti hanno avuto anche lutti in famiglia, non è affatto facile nè raccomandabile, ma così va la vita, questo è quello che la vita ci ha tirato addosso. Tra l’atro, anche per rimettere le cose nella giusta proporzione, 70 anni fa i nostri nonni e chi c’era, si è goduto 6 anni in compagnia di una guerra distruttiva come mai in precedenza. Ne sono venuti comunque fuori, si sono rimboccati le maniche e ne è successivamente nato il mondo in cui ci troviamo noi oggi. La crisi del Covid-19, alla fine, è una barzelletta se rapportata ad altri eventi traumatici che l’umanità ha ripetutamente affrontato nel corso della sua storia, e ne è sempre venuta fuori ogni volta più forte.
Tornando a noi, come hai anche accennato tu, per quanto riguarda il post-covid, la comune debolezza che tutti hanno affrontato in questo periodo forse ha insegnato ad abbandonare quella letale abitudine di parcellizzare la pratica in stili e stilemi, dando così modo a chi ne gestisce le relative organizzazioni di mantenere divisioni che sono artificiali. Non esistono queste divisioni, hanno l’unico scopo di mantenere la posizione dominante di chi le propugna. L’Aikido dovrebbe basarsi sulla solidarietà e sul mutuo soccorso tra praticanti: bisogna andare avanti e, nel corso del tempo, andare oltre l’ottica in cui ci sono queste singole associazioni. In Italia ci sono già oggi delle organizzazioni ombrello – tu ne rappresenti una, tra le altre cose – che in futuro potrebbero interpretare il modello associativo in un modo più libero e costruttivo. Il post-covid – è una speranza più che una certezza, è un augurio – potrebbe magari averci regalato questo nuovo atteggiamento.

Un fotogramma da “L’Ermetista – Intervista a Paolo Corallini”, il primo appuntamento online della serie The Aiki Healings

Un’altra cosa: l’importanza della didattica a distanza, che oggi è una necessità. Inizialmente penso tutti siamo stati ritrosi nell’utilizzarla, perché appunto prigionieri di quello schema di cui parlavo prima – uno schema altamente godibile tra l’altro: chi vuole fare Aikido davanti a uno schermo? Però questa è la necessità oggi e questa necessità ci ha mostrato comunque che il mezzo ha una sua utilità. Quindi si può continuare a utilizzarlo in un futuro come uno strumento formativo complementare. La lezione online può servire anche ad attrarre nuove platee di allievi appartenenti alle generazioni più giovani e quindi più avvezze allo strumento e all’uso dei media visivi in generale. Se si utilizza questo mezzo entro limiti deontologici ben definiti – non mi venissero a raccontare di gente che prende lo shodan online, perché lì ovviamente siamo altrove – limiti deontologici la didattica a distanza può essere una grandissima risorsa per l’Aikido, e anche questo può essere un lascito positivo della pandemia.

RUBATTO
Grazie mille. Tra l’altro non mi viene che da confermare quello che stai dicendo: nella lezione che ho fatto questa mattina – io sono uno di quelli che tiene tutti i giorni lezione online in questo periodo – ha partecipato un mio allievo che si è trasferito a Monaco di Baviera, in Germania. Questa è una delle cose buone della didattica online, cioè che abbatte completamente le distanze. Questa mattina abbiamo studiato le varianti del primo kumitachi e questo ragazzo, così come altre persone che conosco, mi ha detto: “Mi raccomando, quando poi finisce la pandemia, non finiamo di vederci però”. Questa cosa veramente la si deve a questo momento di out of comfort zone che però ci ha insegnato delle opportunità che non pensavamo neanche che esistessero.
Rimanendo sul tema online, io ti volevo fare l’ultima domanda per l’ultima riflessione che avremmo piacere che tu ci facessi, perché si tratta proprio della tua creatura, cioè Aikido Italia Network, che è il canale che ci ospita in questo momento. Si tratta di un blog di dimensioni assolutamente ragguardevoli sia per contenuti che tu posto online – anche aiutato a postare online tutte le persone che vi collaborano – e anche per numero di utenza che frequenta la pagina piuttosto che i social associati alla pagina. Come ti sembra si stia evolvendo questo progetto? Ne intravedi in qualche modo ombre e luci?

La homepage del blog Aikido Italia Network

CHIERCHINI
Aikido Italia Network è nato come mio blog di espressione personale alla fine del 2009. Mi ritorna in mente quello che raccontavo riguardo al mio trasferimento in Irlanda: non avevo in mente alcun progetto definito. Desideravo semplicemente avere un contenitore in cui poter presentare gli scritti che avevo prodotto in qualità di giornalista e commentatore dell’Aikido su diverse testate nazionali e internazionali di settore a partire dalla metà degli anni ’80. All’epoca avere un blog era ancora una novità ed era una cosa eccitante e l’idea mi piacque, e ci dedicai progressivamente un sacco di energie, di attenzioni, al punto che in breve tempo Aikido Italia Network diventò il centro delle mie attività extra dojo.
Non molto dopo aprii il gruppo di Aikido Iitalia Network su Facebook, avviando una stagione di confronto e discussioni sul significato della nostra pratica e sul suo futuro a livello gestionale in Italia. È stata una stagione comunque molto interessante e divertente: abbiamo tutti fatto tante belle figure e tante brutte figure su questa pagina, ma sicuramente ci ha insegnato a tutti tantissimo. È stato quindi un fatto abbastanza spontaneo che il blog e la pagina di Facebook si aprissero man mano ad esperienze e produzioni che non fossero esclusivamente mie. Nel momento in cui ho iniziato a parlare verso l’esterno, a comunicare, era naturale che non la sentissi più esclusivamente come una cosa mia, al punto che decisi di aggiungere al nome della testata la dicitura “Libera Comunità di Aikido Italiana”.
Il cammino del blog ha poi nel tempo seguito parallelamente la mia apertura tecnica a stili di pratica diversi da quello con cui avevo iniziato e con cui mi ero successivamente affermato; e la crescita culturale che avveniva in me grazie allo stimolo delle informazioni che confluivano sul binomio Aikido Italia Network blog e pagina di Facebook. Questo ha profondamente modificato la mia visione sul mondo dell’Aikido in generale e sul suo aspetto pratico dell’arte in particolare.
Arrivando all’attualità, Aikido Italia Network nel frattempo si è aperto a un pubblico più ampio, lasciando i talvolta ristretti confini e le visuali limitate dell’Aikido nostrano, per dialogare con le sue controparti internazionali. Da tempo intratteniamo un proficuo rapporto di scambio ad esempio con Aikido Sangenkai di Chris Li e Kogenbudo di Ellis Amdur, e anche con altre importanti figure di riferimento per la disseminazione della cultura dell’Aikido nel mondo, come ad esempio Guillaume Erard. Abbiamo portato e continuiamo a portare la loro voce in Italia attraverso traduzioni autorizzate del loro materiale, loro lavori: è una cosa fatta ufficialmente, ci tengo a dire questo, perché essendo un produttore di materiale mi ha sempre dato fastidio che lo rubacchiassero di nascosto a destra e sinistra. Basta chiedere.

Il canale di YouTube di Aikido Italia Network

Aikido Italia Network ha inoltre una nutrita sezione in lingua inglese, ove ci sforziamo di portare il meglio della produzione italiana sul Budo in traduzione inglese, allo scopo di far uscire dal confine nazionale le eccellenze che abbiamo nella nostra comunità e che rimarrebbero altrimenti inascoltate all’estero a causa della barriera linguistica. Abbiamo fatto questo lavoro con l’inglese, con i nostri limiti chiaramente, e abbiamo anche poi iniziato all’inizio di quest’anno a fare anche delle cose corrispondenti in francese.
La pandemia poi chiaramente ci ha spinto a muoverci verso altri media. Aikido Italia Network aveva canale di YouTube da anni, ma io colpevolmente non l’ho mai sviluppato prima. Adesso è in chiara crescita e anzi invito chi guarda a iscriversi. Da febbraio è stato il recipiente di The Aiki Healings, una serie di interviste in diretta su Zoom, di cui questo è il decimo e conclusivo episodio. Queste video-interviste con alcune delle figure più rilevanti del mondo dell’Aikido odierno, ci hanno aiutato ad affrontare il difficile periodo della pandemia e il forzato distacco dalla pratica in persona. Nel corso dell’estate, a prescindere da quello che succederà, abbiamo in programma un progetto ancora non ancora realizzato, ma ci stiamo dotando degli strumenti tecnici per realizzarlo, uscirà una serie di video-documentari sull’Aikido e il Budo. Nel limite delle nostre capacità abbiamo sempre cercato di mantenere comunque alta l’impostazione del blog, scegliendo un taglio culturale o giornalistico e conseguentemente ci proponiamo di fare la stessa cosa anche su video.
Mentre parlavo, stavo pensando a possibili ombre in questo progetto, ma sinceramente faccio fatica a scorgere problemi seri nel suo sviluppo. Questo è un progetto con cui mi identifico profondamente e a cui dedico buona parte delle mie energie intellettuali; mi è stato inoltre di grande aiuto in questo periodo di distacco dalla vita normale. Se difficoltà ci sono, dipendono quasi esclusivamente da motivi di natura finanziaria. Si tratta di un progetto autofinanziato e purtroppo permane una certa riluttanza degli utenti a contribuire con donazioni allo sviluppo delle iniziative proposte, che poi vengono ampiamente godute. Inevitabilmente il numero e la qualità delle stesse non sempre soddisfa quelle che sarebbero le mie aspirazioni, perché i mezzi sono limitati. Soprattutto, questo ci impedisce di raggiungere un pubblico più vasto con la nostra produzione culturale sull’Aikido. Se ci pensi, Marco, in fondo questa non è altro che una riproduzione su scala culturale del problema della mancanza di diffusione dell’Aikido come pratica. Non si investe e quindi i ritorni sono ovviamente sempre scarsi.

RUBATTO
È così e poi c’è anche un pubblico di base dell’Aikido che è inabituato a dare un valore a quello di cui usufruisce, anche un valore di tipo economico. Anche io ho un blog e va tutto bene finché è gratis. Questa cosa obiettivamente è un limite da superare, anche perché la gente in altri ambiti è abituatissima che se ha voglia del video su YouTube si accontenta di guardarlo gratis, se lo vuole in SuperHD nei televisori di casa sua, non ha problemi a comprarsi la tessera di Netflix. La barriera culturale da passare è dire attenzione, io ti posso dare un prodotto di valore, un contenuto di valore, però anche tu partecipi alla causa: un qualcosa che mentre in alcune sfere del vissuto umano è accettatissimo, in Aikido no. È un po’ come il seminario di Aikido a 5 euro, che è una roba, dal mio punto di vista, che svaluta la disciplina.

CHIERCHINI
Il volontariato è comunque una cosa onorevolissima, ma il volontariato per sua natura ha una sua durata, che è commisurata al tempo e alle situazioni, quindi oggi c’è, domani non c’è. Il mio desiderio è sempre stato di sviluppare questa piattaforma per me e per chi ci lavora dentro – siamo in diversi – come qualcosa che ci sia, che rimanga, insomma non come una cosa estemporanea nella quale oggi c’è un meraviglioso articolo e poi fra due anni ne esce un altro insomma.
Comunque, dato che come dicevo sopra non mi piace lamentarmi, non è il mio cammino – preferisco il fare – continuiamo a portare avanti il nostro lavoro. Aikido Italia Network si appresta a lanciare una nuovissima iniziativa, ve l’annuncio in anteprima in questa occasione: parte Aikido Italia Network Publishing, la sezione nuova editoriale del nostro progetto. Sono molto felice ed eccitatissimo per questo nuovo progetto, che spero possa portare un po’ di buona energia a tutti in un momento in cui il futuro continua a sembrare incerto. La mia idea è che anche se in tanti hanno dichiarato la morte della parola stampata, io non la penso affatto in questo modo. Un prodotto cartaceo ha un valore infinitamente superiore ad uno che sta sul web e sono certo che tanti apprezzeranno questa nuova opportunità per tenere vivo l’amore per l’Aikido.

Il primo volume pubblicato da Aikido Italia Network Publishing, in uscita a fine Maggio 2021

Dal punto di vista pratico, inizieremo lanciando due collane di libri di piccolo formato sull’Aikido e i suoi personaggi, una in lingua italiana e una in inglese. Saranno collane con uscita periodica, un volumetto illustrato al mese di circa 100 pagine, ad un costo contenuto, ossia sotto i 10 euro, per facilitarne la diffusione. Le collane si chiameranno “The Aiki Dialogues” e “I Dialoghi Aiki”. La prima uscita, spero verso la metà-fine di Maggio, sarà in lingua inglese; la prima uscita italiana, che è stata concordata con il maestro Paolo Corallini, sarà una versione rivista e ampliata di “L’Ermetista” e verrà seguita dalla pubblicazione della versione ampliata de “Il Filosofo” con il maestro Andrè Cognard.
La collana gemella in inglese esordirà con uscite sfalzate di due settimane rispetto a quella italiana. Il primo volumetto sarà “The Phenomenologist – Interview with Ellis Amdur”, seguito da “The Translator – Interview with Christopher Li”. Entrambi gli autori hanno offerto una versione rivista e ampliata del testo originale. Questo poi andrà avanti con altri dialoghi, parte dei quali già pubblicati nel corso degli anni trascorsi (e di questi forniremo nuove versioni ampliate) e poi ci sono in cantiere tutta una serie di altri dialoghi con altri personaggi del nostro mondo.
Infine abbiamo un’altra iniziativa che camminerà in parallelo con questa. In autunno avvieremo una collana di classici dell’Aikido non presenti sul mercato italiano, classici in traduzione. Inizieremo con la pubblicazione in traduzione italiana di “Dueling with O-sensei”, il classicissimo di Ellis Amdur, con il quale abbiamo già firmato il contratto per la versione italiana di questo libro e delle sue altre due opere fondamentali sull’Aikido, “Hidden in Plain Sight” and “Old School”.
A me si prospetta una marea di lavoro perché chiaramente il lavoro di traduzione principalmente sarà sulle mie spalle, anche se poi verrà complimentato da altri specialisti. In generale, ho comunque il piacere di concludere questo colloquio dando una bella botta di buona energia: si prospettano tempi e prospettive eccitanti per Aikido Italia Network e per chi si identifica con il suo progetto condiviso.

RUBATTO
Grazie Simone. È bello sapere che la curiosità e la voglia di esplorare sia in qualche modo una prospettiva bella radicata in Aikido Italia Network e nei progetti che sta in qualche modo seguendo, anche in questo periodo. Come sempre, mi vien da dire che i momenti duri sono quelli nei quali gorgogliano anche le idee migliori: storicamente si è visto che i colli di bottiglia selezionano un po’ quelli che ci sono da quelli che non ci sono.
Aikido Italia Network secondo me sta facendo un egregio lavoro per la nostra community per il quale penso di poterti ringraziare a nome di tutti quelli che usufruiscono dei contenuti che tu metti a disposizione. Io ti ringrazio veramente tanto per questa bella chiacchierata, per esserti un po’ raccontato, avere dato le tue visioni personali sulla disciplina che noi tutti amiamo e quindi grazie. Grazie a tutte le persone che ci hanno seguito in questa domenica. Vi saluto, vi ringrazio e spero di potervi ritrovare presto.

CHIERCHINI
Grazie Marco, grazie per le domande. Grazie a tutti per esserci stati, ci troviamo comunque sempre su questi canali, prima o poi Un abbraccio.

RUBATTO
Ciao!

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