A Proposito di Yoji Fujimoto

Yoji Fujimoto sensei ci ha lasciato nel 2012, lasciando nel contempo dietro di sé migliaia di allievi che non hanno smesso di rimpiangerlo. Dal 1971, anno del suo arrivo in Italia, il maestro Fujimoto ha dedicato tutta la sua vita e ogni sua energia alla pratica dell’Aikido. In questo incontro dal vivo, il nono episodio di The Aiki Healing Sessions, alcuni degli allievi anziani del maestro Fujimoto si sono sforzati, nel limite delle loro capacità e memorie, di rievocare la figura e l’insegnamento di Fujimoto sensei

di SIMONE CHIERCHINI

CHIERCHINI
Salve, siete su Aikido Italia Network, qui Simone Chierchini. Stiamo per far partire la nona sessione di “The Aiki Healings”, gli incontri online che ci hanno accompagnato in questo ultimo periodo che abbiamo trascorso lontani dalla pratica attiva in persona. Oggi ci siamo assegnati un compito assai difficile, ossia quello di far rivivere la voce e le opere di uno dei personaggi più amati dell’Aikido italiano.

Yoji Fujimoto sensei non c’è più da quasi 10 anni e ha lasciato dietro di sé migliaia di allievi che non hanno mai smesso di rimpiangerlo. Dal 1971, anno del suo arrivo in Italia, il maestro Fujimoto ha dedicato la sua intera vita e ogni sua energia alla pratica dell’Aikido. In questo incontro dal vivo, alcuni degli allievi anziani del maestro Fujimoto cercheranno, nel limite delle loro capacità e memorie, di rievocare la figura e l’insegnamento di Fujimoto sensei.

Diamo quindi il benvenuto a Roberto Foglietta, Ugo Montevecchi e Roberto Travaglini. 

Roberto Foglietta inizia la pratica di Aikido nel 1976 a Pesaro e nell’estate del 1977 incontra il Maestro Yoji Fujimoto, che da quel momento prende a frequentare con sempre maggior intensità. Segue il maestro Fujimoto sia frequentandone spesso il dojo che i numerosi seminari in Italia e all’estero, anche in qualità di assistente. Nel 2006 riceve il 6° dan. A seguito della scomparsa del maestro Fujimoto nel 2012, unitamente ad altri senpai del maestro ne porta avanti la linea didattica. Prosegue l’opera di Fujimoto sensei in Russia, tenendo annualmente seminari in qualità di direttore tecnico della Confederation of Russian Aikido Groups. In Italia dirige l’Associazione Renbukai con sedi a Pesaro e Rimini.

Ugo Montevecchi incontra l’Aikido a Rimini nel 1972. Nel 1980 si laurea in Educazione Fisica e dall’anno successivo si trasferisce a Milano, divenendo allievo del maestro Fujimoto di cui, dal 1988 diventa assistente. Nel 1995, una volta tornato a Rimini, fonda Aikidomus, il suo dojo personale. Dal 2000 inizia l’attività di insegnamento presso l’Aikikai San Marino sotto la Direzione Tecnica del M° Fujimoto, cui succede alla morte del maestro. Nel 2013 consegue il grado di 6° dan.

Video-intervista integrale sul canale YouTube di Aikido Italia Network

Roberto Travaglini pratica Aikido dal 1979 a Pesaro. Prende presto a frequentare i seminari del maestro Fujimoto, di cui diviene allievo. Nel 1991 apre il proprio dojo a Bologna, l’associazione Aikido Fujinami. Ha tenuto e continua a tenere lezioni e seminari in Italia e all’estero, tra cui Sud Africa e Russia. Inoltre, insegna discipline pedagogiche presso l’Università degli Studi di Urbino. Ha scritto e curato diversi saggi psicopedagogici, tra cui “Educare con l’Aikido” del 2009,  e “I processi formativi dell’Aikido”, del 2011. Oggi 6° dan e dal 2020 è membro della Direzione Didattica dell’Aikikai d’Italia.

Nel corso di questo incontro, ci serviremo come traccia per i temi principali dei testi riportati nel libro “L’Arte dell’Aikido – L’Educazione Etica ed Estetica del Maestro Fujimoto”, pubblicato alla fine del 2019 da Roberto Travaglini con Luni Editrice. 

Questo il primo spunto che traiamo dal libro, lo leggo io anche se in realtà la voce è di Roberto.

“Chi ha conosciuto il maestro Fujimoto rammenterà la sua immediata simpatia mista ad una severità che richiedeva un adattamento ad un modello di comportamento molto vicino a certi schemi apparentemente rigidi di educazione. Penso però che dietro alla maschera della rigidità si nascondesse il bisogno di “rettificare” l’animo dell’allievo per potenziare un certo tipo di legame con lui, un maestro, il Maestro, un maestro non solo di tecnica, ma anche e, soprattutto, di vita”. 

Prima di lasciare la parola a Roberto Travaglini, che queste parole le ha scritte, vorrei condividere con voi un aneddoto che mi riguarda e che secondo me esemplifica molto bene quanto detto sopra. Verso la fine dell’estate dell’85 mi trasferii da Roma, dove praticavo come shodan presso il Dojo Centrale, a Milano, per praticare presso l’Aikikai Milano Dojo Fujimoto. Avevo 21 anni, quindi all’epoca mi portai appresso il mio carattere e il mio modo di praticare che avevo appreso sui tatami del Dojo Centrale. Si trattava di un modo di praticare molto istintivo e iper-atletico, assolutamente diverso da quello che era uso presso l’Aikikai Milano. Una volta sui tatami dell’Aikikai Milano continuai imperterrito col mio stile di pratica che, come dicevo, era assai diverso da quello portato avanti dal maestro Fujimoto. Diciamo nella mia ingenuità giovanile pensavo che sarei riuscito a conquistare le attenzioni del maestro attraverso la fisicità, il mio essere atletico, il mio fare da uke…

Yoji Fujimoto e Simone Chierchini – Coverciano 1986 (Copyright Cristina Balbiano)

Andò avanti così per circa un anno e poi mi presentai a far gli esami di nidan con il maestro Fujimoto. L’esame non fu malaccio, fu forse meno peggio di tanti altri, ma nonostante i miei sforzi non ci fu alcuna promozione a secondo dan. Ebbi una crisi abbastanza forte, poi mi passò, mi misi in riga perché avevo capito il messaggio, e in brevissimo tempo il maestro Fujimoto mi aprì le sue braccia e mi prese sotto alle sue ali. Ci rimasi poi per 5 anni.
Quindi cosa fece durante quell’esame? Per usare un’espressione di cui lui si serviva frequentemente, prese il mio bicchiere e buttò via l’acqua che c’era dentro, che io mi rifiutavo di buttare per conto mio. Lo fece lui. Da quel momento in poi il bicchiere si riempì dei suoi insegnamenti che mi hanno portato fin dove sono oggi praticamente. 
La parola adesso va a Roberto Travaglini per ampliare il discorso appena iniziato.

TRAVAGLINI
Ringrazio Simone, innanzitutto, per l’iniziativa molto bella e per la sfida non da poco che consiste nel parlare di un maestro che per tutti noi ha lasciato un segno. Effettivamente ha lasciato un segno, come vuole la parola insegnamento, piuttosto profondo in chi in qualche modo provasse ad attraversare la sua strada o provasse ad entrare nel suo dojo. Effettivamente, come tu appunto anticipavi, la sua caratteristica di grande simpatia si mescolava un po’ antiteticamente, almeno all’apparenza, con la sua grande severità, la sua esigenza nel pretendere il massimo da coloro che lo seguivano in maniera piuttosto ravvicinata, come è avvenuto per alcuni di noi. Certamente avvicinarsi molto al maestro Fujimoto, come tu hai raccontato con l’aneddoto di cui sopra, voleva dire andare a vicino a una grande fiamma e rischiare di bruciarsi. Per cui bisognava tenere quel ma-ai che ci è sempre consigliato in qualsiasi situazione relazionale funzionale: effettivamente tenere quella giusta distanza, sapersi avvicinare quando era catalizzante il suo volere e una distanza un po’ maggiore quando era necessario farlo sulla base di sue esigenze personali o didattiche.
Era sempre un apprendimento, comunque, lo stare vicino al maestro non significava vivere l’esperienza del rapporto di istruzione che c’è tra colui che è insegnante tradizionale, che passa informazioni, e l’allievo che assorbe passivamente quello che gli viene detto. È qualcosa se vogliamo di più anche del semplice educare, che poi sta a significare tirar fuori, come vuole la sua radice etimologica, quello che già è nella mente dell’allievo. Secondo me era qualcosa di più, cioè era un processo formativo che si verificava nello stare vicino a lui, volenti o nolenti. In qualche modo il suo dettato didattico produceva una grande trasformazione, profonda, in chi avesse desiderio di seguirlo e quindi di seguire la propria via, in realtà. Perché poi in fondo a seguire il maestro Fujimoto, come quando si segue un vero maestro, con la M maiuscola, significa semplicemente utilizzare, scusatemi questo termine un po’ limitativo, la guida del maestro per seguire la propria via. Quindi il maestro era sempre pronto a rimetterti sulla giusta via, che era la tua via.

Yoji Fujimoto e Roberto Travaglini (Copyright Dagmar Ebner)

Spesso questo tipo di insegnamento è un insegnamento che in qualche modo aveva molto di simile a quanto non succedesse nell’antico Giappone o se volete anche nelle nostre botteghe artistico-artigianali di epoca medievale se non rinascimentale, in cui il rapporto tra il maestro e l’allievo sicuramente non era formalizzato come quello che noi siamo abituati a vivere nei contesti educativi istituzionali, come quello scolastico. Il rapporto era ben diverso, era un rapporto che in qualche modo stimolava l’abbattimento dell’ego, affinché potessero affiorare all’interno dell’animo dell’allievo le sue reali predisposizioni talentuose e non altro. Cioè ti metteva di fronte alla verità. Poi un così antico insegnamento era stato attualizzato magistralmente dal maestro Fujimoto, attualizzato sia storicamente che se volete anche culturalmente. In fondo noi siamo poco avvezzi, ovviamente, con le modalità tipiche della didattica giapponese, soprattutto se è una didattica che affonda le sue radici nella storia del Giappone medievale. Però il maestro Fujimoto, in qualche modo, secondo me è stato fortemente in grado di adattare questa antica forma di insegnamento con quello a cui tutti noi – siamo occidentali e soprattutto italiani – siamo abituati. 

CHIERCHINI
Infatti forse una delle cose più notevoli è stata il suo essere in grado di fondere un insegnamento di matrice tradizionale con un’impronta anche profondamente moderna e aperta.

TRAVAGLINI
Molti di noi ci hanno sbattuto la testa. Tu stesso hai raccontato prima quello che ti è successo e ognuno di noi a modo suo ci è capitato e solo i più resilienti, tanto per usare un termine oggi molto abusato di cui non si sa bene quale sia effettivamente il significato (però lo usiamo lo stesso) [duravano, era] una resistenza a oltranza… Ecco, bisognava avere una certa resistenza per poter dimostrare di voler comunque continuare sulla propria strada che non era la strada, ripeto, del maestro Fujimoto, cioè il maestro Fujimoto faceva da specchio a noi stessi. Era una specie di involontario γνῶθι σαυτόν [conosci te stesso] socratico. Ci ha messo, bene o male, facendoci vivere anche in situazioni di intima sofferenza, perché no, dinanzi a noi stessi. In fondo conoscere la nostra verità non è sempre così piacevole. Il maestro aveva questa capacità, se volete anche carismatica, di metterti nel solco della via con tutti, diciamo così, i benefici ma anche i malefici che questo contemporaneamente potesse comportare. Tanti sono fuggiti insomma, se ne sono andati.

CHIERCHINI
Anche perché ci troviamo comunque ormai da tanti anni in una società che cammina nella direzione opposta, iperprotettiva, quindi una società che ricerca più il plauso, l’apprezzamento. La sua era invece una strada non esattamente semplice.

Ferrara – 1988 (Copyright Simone Chierchini)

TRAVAGLINI
Io posso dire di avere trovato in lui una sorta di padre spirituale e relazionale e posso raccontare visivamente questo aneddoto. Avevo più di 40 anni già e non ero mai andato in aereo perché non sapevo se avevo paura di avere paura e quindi io non avevo mai preso un aereo fino ad allora. Il maestro Fujimoto mi chiamò un giorno durante lo stage che tradizionalmente si svolgeva tra Natale e Capodanno; salii immediatamente sul tatami e mi disse: “Vai Pskov”. Ci fu da parte mia un attimo di grande imbarazzo perché non avevo capito nulla di quello che mi stesse dicendo, però non avendo capito quello che mi stava dicendo gli ho detto: “Va bene, Maestro”. Dopodiché, quando ho realizzato che si trattava di dover andare in Russia, in un luogo tra l’altro sperduto, che l’amico Roberto Foglietta conosce bene, un luogo molto lontano da San Pietroburgo, anche difficile da raggiungere – insomma era un luogo avventuroso, bisognava comunque arrivare fino a San Pietroburgo in aereo. Vi dico che, insomma, grazie a questa sua imposizione fortemente formativa, ho vinto la paura dell’aereo. Sono andato in aereo e da allora non ho più smesso di andarci, anzi, ora mi ci diverto tantissimo.

CHIERCHINI
Andiamo avanti, anzi in realtà andiamo indietro, perché torniamo un attimo agli inizi dell’avventura del maestro Fujimoto in italia e utilizziamo il testo della sua intervista “Dalle Ciliege al Palalido“, che rilasciò agli inizi degli anni 90 alla rivista Aikido dell’Aikikai d’Italia. Leggo il testo perché è molto carino. L’intervistatore gli domanda di raccontare qualche aneddoto per definire l’inizio della sua esperienza in italia e lui dice: ““Ah… economicamente fu molto dura. Tanto per capire: io insegnavo 3-4 volte la settimana in una palestra, avevo una sessantina di allievi, e le trentamila lire che guadagnavo se ne andavano tutte per l’affitto di casa. Allora abitavo con un judoka e un karateka e c’era sempre un via vai di altra gente che veniva ospitata; in pratica c’erano quasi sempre 7-8 persone. Sì, ognuno divideva le spese – si fa per dire – ma un lavoro vero l’avevo soltanto io. Però in qualche maniera da mangiare c’era: quando c’erano i soldi si comperava… non so… una decina di chili di riso; mi ricordo che una volta abbiamo vissuto per 5-6 giorni soltanto di ciliegie; un’altra volta, era d’estate, soltanto di anguria… Eh sì, economicamente è stata dura, ma non più di tanto… eravamo giovani.”
Bellissimo. Una costante dell’epoca dei pionieri dell’Aikido in Italia dalla metà degli anni ‘60 in avanti – questa epoca dei pionieri in realtà è andata avanti almeno per 10-15 anni – una costante è stata sempre quella delle ristrettezze economiche vissute dai protagonisti di questa epopea dei pionieri a cominciare da Hiroshi Tada Sensei. Il maestro Tada vivette per anni in quella che pomposamente veniva definita la “foresteria” del Dojo Centrale, in realtà’ una stanzetta di appena 15 metri quadrati che gli allievi definivano come “la caverna del maestro Tada”.

Hiroshi Tada e Yoji Fujimoto – Coverciano 1975

L’aneddoto che abbiamo appena letto spiega abbondantemente quale fosse la situazione economica del maestro Fujimoto nel corso dei suoi primi 10 anni di insegnamento a Milano, la cui difficoltà fu da lui affrontata con il suo consueto sorriso: “Eravamo giovani…”. La stabilità gli fu poi garantita dal passaggio del dojo presso la corrente sede di Via Lulli a partire dal 1984. Il maestro Hideki Hosokawa, da parte sua, condivise il destino di Tada sensei e ne ha condiviso anche l’alloggio, perché per almeno un paio d’anni ha vissuto in quella foresteria, in questa stanzetta in cui praticamente non aveva un bagno privato, aveva a malapena un fuoco elettrico e praticamente il bagno era negli spogliatoi del dojo… Questo è andato avanti finché poi non si trasferì in Sardegna.
Nessuno li sentì mai lamentarsi della loro condizione abitativa, o delle ristrettezze economiche dovute al fatto che il mercato dell’Aikido era del tutto nuovo e da sviluppare, cosa che fecero con impegno indefesso e senza venire meno alla parola data, cioè di dedicarsi interamente all’Aikido in un periodo in cui la parola professionista non era mai stata pronunciata assieme al termine Aikido. Con il loro lavoro e la loro integrità hanno indicato il cammino e reso possibile lo sviluppo in Italia di quella generazione di insegnanti italiani che negli ultimi 15-20 ha percorso con alterno successo la via del professionismo nell’Aikido.
Roberto Foglietta, vuoi aggiungere un paio di parole a quanto sopra, rispetto a questo periodo iniziale del maestro Fujimoto?

FOGLIETTA
Il periodo iniziale lo abbiamo vissuto sia io che Ugo. Mi ricordo delle sue vecchie auto che ogni tanto venivano rinnovate, perché prendeva macchine di seconda mano e che quindi ogni tanto doveva cambiarle. La possibilità di avere una macchina nuova per lui era impossibile, quindi c’era questo rinnovamento continuo. Tu hai fatto riferimento a questo periodo difficile di cui appunto il maestro Fujimoto non si è mai lamentato o perlomeno apparentemente non ha mai manifestato che aveva problemi di questo genere. Semmai ne ha parlato molto molto dopo, quando tutto era superato. Il cambiamento grosso da questo periodo iniziale, pionieristico credo ci sia stato con il trasferimento al dojo delle suore orsoline a Via Lulli. Nell’86 ci fu una grande manifestazione al Palazzetto dello Sport di Milano e credo che da lì sia l’Aikido nella cintura milanese, ma anche il suo dojo ha cominciato a decollare. Mi ricordo che ci fu una grande manifestazione e da lì il numero degli allievi è aumentato sensibilmente.

Dimostrazione per il Congresso IAF al Palalido di Milano (1986)

MONTEVECCHI
Confermo in pieno. Infatti a Milano venne organizzato un congresso della IAF [International Aikido Federation] e quindi ci fu la presenza dell’allora Waka Sensei, cioè l’attuale Doshu facemmo il pienone al Palalido. Tra l’altro io ho una vecchia foto da qualche parte dove siamo tutti raccolti attorno a Waka Sensei al centro di questo grande tatami che era stato allestito; ricordo nella foto anche voi, è una foto scattata dall’alto della tribuna. Per quell’occasione erano stati fatti anche dei manifesti ed erano stati affissi in giro per Milano, con i quali si pubblicizzava l’evento in modo da richiamare più persone possibile. Il maestro aveva dato a noi degli inviti da distribuire alle persone che ritenevamo essere interessate e comunque persone di un certo livello. Ci dava gli inviti in base a quante persone “importanti” potevamo invitare e mi ricordo che, essendo di Rimini, non avevo grandi amicizie al di fuori del dojo, praticamente nessuno, quindi chiesi un solo invito per la preside della mia scuola. Gli dissi: “Maestro, è l’unica persona importante che conosco…”. E lui mi rispose: “Certo, la preside è una persona importante” e quindi mi diede un invito da dare alla mia preside.
Questa manifestazione ebbe un così grande successo che, come diceva Roberto, dopo quell’evento arrivò un grosso flusso di principianti e noi dicevamo: “Maestro, basta organizzarne uno all’anno di questi eventi e in breve lei avrà un dojo da mille allievi”. Parlavamo spesso di questa cosa e anzi c’è stato in quel periodo un interessamento anche da parte di alcuni compagni del dojo dell’epoca che volevano convincere il maestro a comprare un suo dojo,cioè fare un passo oltre quello che era stato fatto con il trasferimento dalla palestra delle Orsoline al dojo di Via Lulli. Mi ricordo che Walter Vergallo e Dino Ferrari si erano tanto dati da fare per trovare uno spazio ancora più grande che potesse essere acquistato dal maestro Fujimoto per fare un investimento decisamente maggiore per un posto dove sarebbero dove sarebbe stato possibile organizzare anche i seminari – cosa che invece, come voi sapete bene, era difficile fare nel dojo che è rimasto l’attuale, nel dojo dell’Aikikai Milano, perchè in occasioni come gli stage di Natale stavamo uno sopra l’altro insomma. Infatti poi a un certo punto il maestro decise di cominciare a organizzare i seminari in altri posti esterni al dojo. Però ricordo che questo evento fu veramente una svolta per il dojo perché ci fu una netta crescita dell’afflusso di principianti.

Yoji Fujimoto e Ugo Montevecchi – 2006

CHIERCHINI
Passiamo alla pratica, cosa che ci interessa da vicino, sempre utilizzando come spunto il libro di Roberto: “Uke è quasi più importante di tori. Per diventare forti occorre fare da uke. Quando si è giovani, praticare molto da uke”. 
Queste sono le parole del maestro Fujimoto credo che chiunque abbia studiato per un periodo di tempo con il maestro Fujimoto conosce la verità di questa affermazione. Roberto, puoi allargare questo concetto? 

FOGLIETTA
Prima di tutto c’è da dire una cosa, che noi quattro, quindi Roberto Travaglini, Ugo Montevecchi, Simone Chierchini e anche io, modestamente, abbiamo lavorato intensamente da uke con il maestro. Io credo che sia importante, perché il maestro ti può affinare i tuoi tempi, la sensibilità, la comprensione del movimento, l’intuizione. È un lavoro molto complesso e credo che senza un lavoro intenso da uke non è possibile poi svilupparsi come insegnanti, per lo meno di un certo livello, quindi io credo che sia un lavoro fondamentale. È chiaro che se uno parte da giovane, come dire, il suo fisico, il suo corpo è predisposto. La sensazione che avevo era di essere un pezzo di legno da il maestro tirava fuori la forma giusta. Non c’era solo la forza, ma c’era anche il tempo, c’era la sensibilità, c’era molto l’ascolto. È un lavoro molto affascinante, secondo me. Se non c’è quello, credo che sia molto difficile poi avere un livello tecnico importante. 

MONTEVECCHI
Confermo pienamente, anzi aggiungo che fare da uke al maestro era un momento altamente importante per l’apprendimento, nel senso che anziché vedere la sua tecnica la sentivi. Imparare la tecnica da uke è stata una grandissima opportunità proprio perché sentivi i sui tempi, sentivi questo collegamento perfetto che lui faceva fra il tuo tempo d’attacco e la sua esecuzione della tecnica. Sentivi questa energia che tu fornivi a lui e che lui però defletteva e portava dove voleva lui, utilizzando la sua di energia.

Yoji Fujimoto e Jovica Stanojević – Coverciano 1976

Altra cosa importantissima che si imparava facendo da uke era l’imparare a stare decontratto. L’Aikido dovremmo riuscire a farlo senza usare troppo la forza e quindi utilizzando la fluidità del movimento e l’armonia del nostro movimento senza, ripeto, usare la forza. Sentire lui che utilizzava in questo modo corretto la sua energia e non la forza è stata una grande opportunità, perché permetteva anche a te di rimanere fluido nell’eseguire uke e quindi poi cercare di trasporre la stessa fluidità e rilassatezza nel corpo anche quando facevi da tori. In questo senso è stato molto importante, perché quel percepire una cosa soltanto guardando è abbastanza difficile. Chi ha avuto modo di fare da uke ad un grande maestro come il maestro Fujimoto ha avuto una grande opportunità. Chiaro poi che dopo, anche nel praticare a coppie si impara un po’ questa cosa, però avere avuto l’opportunità di far da uke a lui è stato molto importante per me. La ricordo come un’esperienza tutte le volte molto molto fruttuosa.

FOGLIETTA
Quando si aveva l’occasione e la fortuna di fargli da uke era un qualcosa di così totalizzante che in alcuni casi non percepivi assolutamente la tecnica qual’era. Eri così concentrato nell’ascolto, nella dinamica del movimento che fu venivi proiettato e poi il maestro diceva: “Bene, dozo, fate” e io dovevo guardare cosa facevano gli altri, perché io non avevo capito esattamente che cosa aveva fatto. Mi ricordo sempre di questa cosa… poi incontravo Ugo o Roberto o te e vi chiedevo: “Ma cosa ha fatto il maestro?” Questo per dire come eri coinvolto, tutto sommato, in questo tuo lavoro. Era veramente una cosa molto stimolante che va al di sopra del pensare, del capire. Qualcosa che andava oltre, secondo me. 

MONTEVECCHI
Verissimo, Roberto. Mi è capitato mille volte di andare a posto e dire: “Ma che tecnica ha fatto?” Tra l’altro quando tu fai da uke a un maestro, per definizione ti saltavano addosso in 3-4, perché fare da uke al maestro come era avere addosso il faro che ti illuminava. Quindi poi tutti volevano praticare con te e dovevi cominciare, perché giustamente avevi fatto da uke e ti facevano cominciare, perché in genere eri un senpai di chi ti veniva a cercare, ma regolarmente dove prima chiedere che tecnica aveva fatto, oppure dire: “No, comincia te perché non ho capito niente di cosa ha fatto”. Questo veramente era un classico. 

Yoji Fujimoto e Roberto Foglietta – Milano, 1985 (Copyright Paolo Bottoni)

CHIERCHINI
Questo è dovuto al fatto che comunque l’esperienza di uke, a fianco di un grande maestro e ripetuta nel tempo, non è un’esperienza solo ed esclusivamente di natura tecnica, anzi è una forma di imprinting, un passaggio che non richiede appunto imparare la specifica tecnica: richiede il contatto, questa cosa così fondamentale e che ci porta poi alla domanda successiva al rapporto tra maestro e allievo.
Nelle parole di Roberto Travaglini, dal suo libro, si osservava in lui “un modo di porsi che potremmo definire al tempo stesso tradizionale e innovativo, un modo ‘plurale’, per usare un’espressione oggi di moda nel mondo delle scienze umane”. 
Roberto, ci puoi spiegare un po’ di più quanto sopra, ampliando quella tua menzione del rapporto maestro-allievo nella didattica del maestro Fujimoto?

TRAVAGLINI
Si tratta di un rapporto molto particolare, come dicevamo anche prima. Effettivamente si può dire che ho compreso concretamente prima ancora di comprenderne il senso teorico del concetto, che il maestro stesso mi presentò verbalmente, di ishin-denshin, che vuol dire “da cuore a cuore, da mente a mente”; ed è un concetto totalmente coinvolgente. Prima sia Roberto che Ugo parlavano di coinvolgimento totale nel fare da uke, ma in effetti il fare da uke e l’essere in rapporto con il maestro era, si può dire, pressoché la stessa cosa. Tanto che i suoi uke, come il maestro stesso li chiamava, erano poi i suoi allievi diretti, se così si possono definire, attraverso cui era possibile l’effettivo passaggio della conoscenza, che era una conoscenza assolutamente non teorica, ma totalmente coinvolgente e trasformativa.
Per tornare sempre a quello che si diceva prima, dopo aver fatto da uke la mia sensazione personale era quella di essere stato trasformato completamente rispetto a come non fossi prima. In effetti, mi si inculcava una sorta di apprendimento inconscio di quello che il maestro stava trasferendo. Il trasferimento era un trasferimento – come forse dovrebbe essere il vero trasferimento dell’insegnamento – di tipo sensoriale o inconscio, corporeo, corporeo-cinestetico, cioè qualcosa che passa nonostante appunto tu non ti renda conto sul piano cosciente di quello che sta avvenendo.
Vorrei aggiungere anche un altro aspetto, che questo processo di trasformazione plastica dell’allievo non era attraverso un atteggiamento didattico impositivo. Era persuasivo, nel senso che ti ci trovavi e ti faceva piacere trovarti in quella situazione.

Yoji Fujimoto – Aikido Organisation of Ireland Spring Course 2001

Ebbene questo procedimento di trasformazione comportava una grande capacità di riattivare delle capacità plastiche anche a livello corporeo, oltre che mentali in qualche modo perdute. In qualche modo ti apriva prima la mente, il cuore, le predisposizioni bio-energetiche, corporee, insomma nel senso che una volta che si imparava – perché non era semplice – a fare da uke al maestro Fujimoto, si aprivano tali e tanti canali – non saprei dire meglio, non saprei descriverli diversamente – che poi fare da uke ad altri maestri che avevano delle impostazioni aikidoistiche anche molto diverse da quelle del maestro Fujimoto diventava non dico cosa semplice, ma cosa possibile. Allargava talmente il campo delle tue possibilità fisiche e mentali nella predisposizione ad ukeru, cioè a seguirlo, che effettivamente poi dinanzi a esperienze similari con altri maestri il tutto si diventava fluente, possibile.
A differenza forse di altre scelte didattiche di altri insegnanti o maestri, l’insegnamento del maestro si focalizzava molto sull’apprendimento del fare uke e questa può essere considerata come una delle caratteristiche principali della sua grande capacità didattica. Ti metteva di fronte ad una sfida che era sostanzialmente con te stesso. Io io mi sentivo rivoltato, come si suol dire, come un calzino e, come diceva anche Roberto Foglietta, dopo aver fatto da uke, c’era come uno stato di alterazione dello stato di coscienza, ma in senso migliorativo, non certo in senso peggiorativo. Si era come ricaricati e ci si sentiva trasformati, e non si capiva bene che cosa fosse accaduto, ma il corpo sapeva esattamente che cosa era accaduto, tant’è che in seguito poi si constatava empiricamente una certa facilita l’apprendimento della novità tecnica che il maestro aveva proposto: perché eri stato plasmato nel frattempo in quella direzione. Era molto persuasivo, il maestro, e seduttivo in questo senso, per cui aveva quella capacità catalizzante che è tipica di chi è in grado di esercitare la maestria. Aveva raggiunto un livello tale che risplendeva di luce propria e tu non eri altro che un pianeta che ruotava intorno alla sua forza gravitazionale. Avevi il piacere di essere illuminato da questo sole e riscaldarti grazie alla sua presenza, alla sua vicinanza fisica ma anche spirituale.

(Copyright Dagmar Ebner)

È qualcosa di molto difficile da descrivere che in fondo si può cominciare a sottoporre a riflessione critica una volta che non si ha più questa possibilità attualmente, visto che il maestro non c’è più, per cui c’è sostanzialmente una rievocazione nostalgica almeno nella mia mente, ogni volta che pratico Aikido, perché è come se lui ci fosse. E lui c’è nel mio kamiza, nel dojo Fujinami di Bologna, lui è lì posizionato centralmente in modo tale che comunque la sua luce didattica continua a risplendere continuamente.
Il rapporto in genere tra il maestro e l’allievo è un rapporto particolare, che lui era in grado di esercitare su chi considerava suoi allievi, sempre che gli allievi lo avessero scelto come maestro, quindi il processo era ricorsivo, con un’ascendenza molto molto potente, molto forte, che ancora è molto evocativa dentro di me, come immagino in Roberto Foglietta, in Ugo Montevecchi e in te Simone; certamente in tutti coloro che lo hanno conosciuto a fondo. Penso che per lui ci fosse una differenza fondamentale tra l’allievo diretto e l’allievo che ogni tanto incontrava amichevolmente all’interno dei vari dojo. Penso che verso l’allievo lui avesse delle pretese particolari che dovevano rispecchiare un certo tipo di atteggiamento. Questo atteggiamento dell’allievo era un atteggiamento sicuramente di grande rispetto e stima, se non venerazione verso il maestro, ma anche di grande disponibilità, di disponibilità totale, di fiducia che doveva essere data, non dico ciecamente, anche senz’altro con spirito critico, però doveva essere data questa fiducia totalmente, come quando si faceva da uke: un coinvolgimento totale, cioè della testa e piedi, non è che adesso faccio un po’ da uke così sto attento a non farmi male. Bisognava entrare nel fiume, nel movimento, nel fiume dell’Aikido prodotto dall’esercizio tecnico del maestro in quel frangente e lasciarsi trasportare dalla corrente, una sorta di kinonagare dell’Aikido da cui non ci si poteva assolutamente sottrarre e da cui si era profondamente magnetizzati. Come se fosse stato un grande magnete, il maestro Fujimoto. Ricordiamo anche il tono vocale del maestro: aveva una grande voce, molto potente, molto energica quasi baritonale grandi vibrazione che toccava profondamente le corde anche fisiche oltre che spirituali del nostro animo, del nostro corpo quindi ha avuto una risonanza forte che è ancora presente dentro di me, come penso in tanti di noi che hanno avuto l’occasione e la grande fortuna di frequentarlo.

CHIERCHINI
Grazie Roberto. Passiamo al tema successivo che in realtà è molto vicino.
“Gli veniva facile insegnare. Nel tempo aveva costruito un metodo molto efficace e funzionale di insegnamento, riconosciuto come valido da tutti I suoi allievi. (…) la maggior parte dei praticanti, al termine di una sua lezione o seminario (…) sembrava capace di riprodurre le tecniche proposte (…).”
Ti rivedi in questa in questa immagine, Ugo? Qual’è la tua opinione rispetto a questo concetto?

MONTEVECCHI
Assolutamente sì. Quando si andava a fare uno stage del maestro si portava sempre a casa qualcosa, questo è sicuro, cosa che invece, ad esempio, in qualche maestro che vedo fare lezione in ambito Aikikai d’Italia nutro sempre dubbi, quando penso a quello che può portare a caso il principiante vedendo fare lezione in un certo modo. Sicuramente il maestro Fujimoto era prima di tutto molto generoso. Poi aveva appunto, come hai detto tu, sviluppato un metodo, che era secondo me un mix fra il metodo giapponese e il metodo italiano, nel senso che lui stesso diceva che in Giappone si impara con gli occhi. Si impara con gli occhi vuol dire che il maestro non spiega e devi capire cosa sta facendo. Sei hai la fortuna di fargli da uke hai un canale molto privilegiato rispetto agli altri per imparare, ma normalmente si impara guardando la tecnica, quindi cogliendo prima la globalità del movimento e poi i vari particolari.
Un’altra cosa che lui diceva è che chi riesce a imparare con gli occhi è molto fortunato. Lui alludeva a quello che è il metodo di apprendimento globale, cioè riuscire a prendere in blocco tutta la tecnica e cominciare già a farla tutta intera, in tutte le sue componenti di movimento, cosa che ovviamente non è per tutti; bisogna avere diciamo una certa intelligenza motoria per riuscire a fare questo. Vuol dire avere la capacità di cogliere il totale della tecnica e una abilità motoria in grado di riprodurre un movimento così complesso globalmente. Però ovviamente non tutti erano in grado di fare questo.
Io mi sono sempre ritenuto fortunato per questo, perché comunque riuscivo a fare la tecnica, sicuramente non bene, subito, ma anche una cosa che lui tirava fuori, diciamo originale, in quel momento, io riuscivo comunque a capirla e riprodurla abbastanza nell’immediato.
Poi chiaramente c’era tutto il lavoro di pulizia dei movimenti, di raffinazione, di perfezionamento. Però siccome non tutti hanno questa capacità di apprendere in modo globale, ma hanno bisogno di un’analisi del movimento e mettere insieme tanti particolari, per poi ricostruire in un secondo momento il globale, ecco che allora interveniva la capacità di insegnamento del maestro, che non era solo un maestro ma era anche un insegnante. Lui ti dava delle indicazioni che ti permettevano, anche se con gli occhi non avevi capito niente, di arrivare a fare la tecnica. Questa è stata un’evoluzione secondo me molto occidentale, e che poi ho visto in altri maestri occidentali, che appunto si sporgono di più verso l’allievo, verso le sue reali capacità di apprendimento, per favorirlo nell’apprendere. Perché altrimenti diventerebbe abbastanza riduttivo, se ci si limitasse al far vedere la tecnica e dopo di che se capisci, capisci, se non capisci passa un’altra volta. Era un po’ così, ma il maestro Fujimoto cercava molto anche dando indicazioni precise.

Altra cosa fondamentale, e in questo mi ritengo di essere stato veramente molto fortunato, entrando a far parte di quella cerchia abbastanza ristretta degli allievi – che già avete menzionato – che lui riconosceva come propri allievi, si aveva l’estremo privilegio di essere corretti dal maestro. Tutte le volte che capitava, io mi rendevo conto di quanto ero fortunato, perché lui durante la pratica delle tecniche a coppia veniva vicino e mi correggeva un difetto. E questa è una cosa che sicuramente non faceva con tutti: prima di tutto perché il numero degli allievi che lui aveva davanti quando faceva un seminario o una lezione normale in dojo non permetteva di fare il giro di correzioni a tutti; ma ritengo che soprattutto non lo facesse con tutti perché appunto non a tutti concedeva il privilegio di essere considerato allievo meritevole di essere anche corretto. La sua didattica di base era già accessibile a tutti, ma se lui riconosceva nella persona l’impegno vero, serio, costante, il sudare, il vedere che proprio ci metti tutto l’impegno per andare avanti, allora avevi accesso a questo canale assolutamente privilegiato che ti permetteva di ricevere delle correzioni. Di questo io sono stato veramente contentissimo fino anche all’ultima volta che ho visto il maestro quando è stato mio ospite a San Marino nel 2011 e ancora lui mi correggeva… e questo mi fa proprio venire il groppo alla gola.
Nonostante io ormai fossi abbastanza avanzato di grado, il fatto di essere corretto ancora dal maestro mi dava ancora l’emozione di avere tanto da imparare e di avere la fortuna di un maestro che mi aiutava in questo. 

CHIERCHINI
Io penso che prima di tutto il maestro Fujimoto fosse un insegnante naturale, questa è forse la definizione più semplice. La chiarezza della sua linea didattica finiva per rendere semplice un mestiere che in realtà è estremamente difficile. Chiunque insegna lo sa: insegnare è uno dei mestieri più difficili che ci sono – insegnare bene ovviamente. Lui lo faceva in modo naturale, gli veniva fuori, comunque non penso che avesse un piano di azione: era se stesso quando lui insegnava in quel modo.
Io ho praticato Budo per tanti anni, ormai sono quasi 50 anni, e ne ho incontrato tanti di insegnanti: non ho mai più incontrato un insegnante che fosse tanto naturalmente dotato nel passare l’informazione in un modo semplice, leggibile e riproducibile – e poi questo, alla fine, è il compito, il dovere dell’insegnante, prima di tutto, per definirlo con tre semplici espressioni.
Inoltre come insegnante aveva un’altra dote eccezionale: sapeva, e quindi in questo era anche un ottimo mestierante, come carpire l’attenzione degli astanti. Sapeva quali gesti utilizzare, quali espressioni. Prima Roberto Travaglini parlava del tono di voce che aveva. Sapeva creare piccole scene – ne ricordo tante, con fasce legate attorno alla testa, cinture, cappellini – tanti piccoli episodi che poi aiutavano fondamentalmente a creare un’atmosfera comunque di serio impegno fisico, ma allo stesso tempo mantenere questa atmosfera accettabile, aperta, possibile, gradevole, diciamo il cerchio perfetto di questo sistema.

Yoji Fujimoto e Simone Chierchini – Laces (BZ), 1989 (Copyright Cristina Balbiano)


Inoltre sapeva quando correre e quando andare piano: questa è un’altra grande caratteristica per un insegnante. Non era mai monocorde, il suo insegnamento era ad onda praticamente, ed era in grado di interpretare molto bene – di nuovo in modo istintivo, naturale, queste cose è difficile impararle se uno non le possiede veramente –  l’umore, l’energia della classe: quindi accelerare o rallentare a seconda delle necessità. Poteva insegnare cose anche estremamente complicate a chi aveva ristretti mezzi tecnici per apprendere le fondamentalmente: io ho visto e ricordo benissimo principianti e avanzati fare assieme cose abbastanza complicate, semplicemente attraverso l’osservazione diretta, con ovviamente alcuni pointers, cioè delle indicazioni ben precise che servivano forse a mettere in moto certi meccanismi.
Aveva un’altra grande caratteristica, io ho cercato di copiarla: aveva una grande memoria visiva e quindi ricordava gli allievi che aveva incontrato in seminari in giro per l’Europa, o per il mondo, magari anche una sola volta, ma li ricordava. Quindi il suo, anche se a livelli diversi, come è stato spiegato abbondantemente finora, rimaneva comunque un insegnamento ad personam, non era l’insegnamento supermercato che si vede spesso nei grandi seminari a cui purtroppo ci siamo abituati con la popolarizzazione dell’arte. Il suo comunque rimaneva un insegnamento personale, perché le persone che lui aveva davanti rimanevano persone anche dentro la sua testa, e lo dimostrava apertamente creando poi questo tipo di legame, di bond, forte. È importante dire che se c’era comunque un livello differente rispetto a quello che comunicava agli allievi, passare da uno stato ad un altro nella condizione di allievo era una possibilità aperta. Non è che avesse preclusioni di qualsiasi tipo: l’unica richiesta era l’impegno. Dovevi dare l’impegno. 
Molto di questo lavoro poi viene descritto come potenza ed eleganza. Lo trovo abbastanza riduttivo, perché sì, certo, è vero che l’eleganza del maestro Fujimoto era diventata ormai quasi proverbiale ed era unita ad una delicatezza assoluta, come descritto perfettamente da Roberto Foglietta all’inizio: la scelta del tempismo, il contatto erano comunque veramente di gran qualità. Però questa sua eleganza non era in nessuna misura ricercata e chi l’ha conosciuto, chi gli è stato veramente vicino, sa che a lui dell’opinione degli altri non importava assolutamente niente. Zero. Quindi non ricercava un’approvazione in senso estetico. Semplicemente la sua azione, il suo modo di essere era bello di per sé, si può dire.

Il suo stile di insegnamento non è sempre stato così, ovviamente, non è una cosa monolitica, avendo insegnato per così tanto tempo, è cambiato anche in misura notevole nell’arco degli anni. Vorrei che magari Roberto Foglietta, che gli è stato vicino per così tanto tempo, ci desse un po’ un’idea di questa evoluzione dello stile l’insegnamento del maestro nell’arco degli anni. 

FOGLIETTA
Grazie per la domanda è veramente facile da rispondere. È veramente una domanda molto difficile. Vado così, un po’ a braccio, perché è qualcosa di veramente complesso. Io credo che come tutte le persone lui abbia fatto un suo percorso personale. Quando prima parlavate del sistema educativo, del metodo orientale e di quello occidentale, mi è tornata in mente una cosa che mi disse molto tempo fa: “Per fare giusto bisognerebbe avere metà cervello orientale e metà cervello occidentale”. Mi riallaccio un po’ a quello che avete detto tutti voi, alla qualità dell’allenamento, ecc. ecc. perché credo che lui abbia fatto questo processo qui. Quando anche tu prima Simone dicevi di come durante un allenamento tutti, dal principiante all’avanzato, riuscivano fare lo stesso movimento, io credo che questo dipendesse proprio dalla sua capacità di modellare anche a livello di pensiero, di organizzazione della sua mente, queste due modalità: da una parte, come si diceva, guarda, osserva, ripeti; dall’altra parte però anche un modello in cui, se vi ricordate bene, faceva fare il movimento vuoto: “1-2-3…”. Usava piu sistemi. Credo che l’abilità sua sia stato proprio nel suo aver introdotto, a un certo punto, questo sistema, di parcellizzare un po’ la forma dandogli degli strumenti precisi, identificandola con dei movimenti molto molto precisi. Dovevano essere quelli, assolutamente, quindi non si poteva sbagliare assolutamente: “No, no! Così, così!”, ripeteva continuamente questi termini. Credo che lì c’è stato il suo cambiamento più grosso, nel senso che lui da quel punto in avanti è riuscito a comunicare molto meglio con i suoi studenti a livello generale – non parlo di quelli che gli erano più vicini.
Riusciva a fare questi seminari in cui che tu fossi in un avanzato, o che fossi uno dei suoi uke, o che fossi l’ultimo dei principianti to riuscire a portare a casa delle cose. Questo credo sia stato il grande valore nel suo insegnamento e grazie a questa sua evoluzione lui è diventato man mano un insegnante sempre più capace di far passare il suo messaggio. Questa secondo me è stata la sua grande abilità, poi la capacità di creare l’atmosfera giusta, la capacità durante una lezione di fare accenni storici, di raccontare aneddoti per farti capire il lavoro che si stava facendo…

Però, come anche avete affermato prima, un po’ con queste cose ci si nasce, non è che si possono inventare. Lui, prima di tutto, io ritengo che fosse una persona di intelligenza superiore alla media, quindi con una capacità di riflettere, di ragionare, di pensare, di proporre che va oltre a quella della gente comune. Il cambiamento è avvenuto proprio quando lui si è reso conto che un sistema non poteva passare se non attraverso un meccanismo che le persone, gli studenti che aveva davanti potevano comprendere. 

TRAVAGLINI
Concordo pienamente con le parole di Roberto e anche con le tue, che avevi espresso prima, Simone. Da pedagogista mi viene da utilizzare alcuni termini un po’ tecnici, di tipo pedagogico, che sono individualizzazione della didattica, e in secondo luogo forma mentis predisposta alla didattica, all’insegnamento. Adesso spiego meglio. Effettivamente, quando mi sono approcciato sul piano pedagogico al concetto dell’individualizzazione, si può dire che già lo conoscessi per avere conosciuto personalmente il maestro Fujimoto, perché sapevo già quello di cui stavo tentando di comprendere il senso teorico, leggendo i libri o ascoltando alcuni docenti che ne parlavano. Sapevo quello di cui si stava parlando, perché avevo conosciuto e stavo ancora frequentando il maestro Fujimoto, che era di un’abilità relazionale straordinaria. Aveva la capacità di cogliere esattamente quello di cui tu avevi bisogno e bastavano poche parole scultoree, perché quello che ti arrivava era stato detto nel modo giusto e col tono giusto. Effettivamente tutti noi siamo stati in qualche modo colpiti nostra da un qualche fulmine fujimotiano, che era contemporaneamente un po’ elettrizzante, inquietante, ma nello stesso tempo anche ricaricante. Insomma, sapeva toccare i punti giusti, quindi coglieva quelli che si chiamano gli stili cognitivi e i motivi caratteriali di ogni singolo individuo. Per questo era in grado di rapportarsi con le singole persone in modo differenziato e in modo pertinente rispetto alle modalità con cui il singolo avrebbe potuto ricevere una data informazione.

Yoji Fujimoto e Franco Martufi, Aikikai Milano, 1988 (Copyright Annamaria Testori)

Aveva una grande capacità comunicativa in questo senso, innanzitutto, però nello stesso tempo riusciva a portare tutti, come è stato anche detto, allo stesso livello di apprendimento, principianti o meno che si fosse. Questa capacità era straordinaria quindi, perché si veniva a creare una didattica che era in grado di permettere a tutti di raggiungere i medesimi risultati all’interno della medesima unità di apprendimento; e questo è straordinario dal punto di vista pedagogico.
Poi aggiungo pure che c’era appunto una predisposizione naturale in lui, questa arte dell’insegnamento che gli veniva spontaneamente, perché effettivamente, come qualcuno oggi teorizza, e io concordo pienamente, l’intelligenza non è unica, ma è plurale. Esistono tante forme intellettive e qualcuno di noi nasce con alcune formae mentis più forti di altre. Queste altre ovviamente rimangono sullo sfondo, mentre le prime diventano i punti forti delle predisposizioni cognitive del singolo. Visto che io sono un sostenitore della psicologia cognitiva di Howard Gardner, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente oltre ad averlo approfonditamente studiato in ambito psicopedagogico, secondo questa teoria, che è la teoria delle intelligenze multiple, sarebbero isolabili determinate unità intellettive, che sono come dei moduli autonomi che agiscono per conto loro, ma anche in interazione con gli altri moduli. Esiste l’intelligenza linguistica, logico-matematica – che tra l’altro sono le due che unicamente sono valorizzate nel mondo scolastico, per cui se uno avesse forte l’intelligenza corporeo cinestetica o musicale, che so io, a scuola sarebbe un Pierino, insomma, purtroppo.
Invece il maestro Fujimoto, secondo me, aveva forte un’intelligenza che Gardner ha isolato abbastanza recentemente, nel 2016, che si chiama intelligenza pedagogico-didattica, guarda caso. Quindi è come se nel maestro Fujimoto ci fosse già questa intelligenza in modo naturale e si coniugasse con quella interpersonale, che permette di conoscere le altre persone a fondo e di persuaderle a fare ciò che è fondamentale per il raggiungimento di un certo obiettivo didattico. Io penso che assolutamente queste due forze fossero presenti nell’insegnamento del maestro Fujimoto, l’individualizzazione della didattica e la predisposizione naturale all’arte dell’insegnamento.
Poi era presente anche un’altra capacità, che è una tendenza a perfezionarsi nel corso del tempo. In fondo, da quando l’ho conosciuto del 1979, fino alla fine dei suoi giorni, io non ho visto altro che una continua evoluzione del suo pensiero e del suo esercizio aikidoistico. Era straordinario quanto il maestro nel corso del tempo riuscisse a modificare il suo insegnamento e quanto nel momento attuale quell’insegnamento non potesse che essere l’unico insegnamento in assoluto, e questo è altrettanto straordinario: cioè oggi è vero quello che ieri non era e che domani non sarà più. Col maestro Fujimoto era così, quindi dovevi anche aggiornarti, in sostanza, per cui se dovevi sostenere un esame con lui, dovevi sempre essere aggiornato con le sue nuove proposte tecniche, perché se tu avessi fatto qualcosa che risaliva a 15 anni prima, rischiavi una bocciatura.

Significava che non eri attento a quello che era stato fatto nel frattempo e quindi la tua mente, il tuo corpo non si erano adattati plasticamente alle novità che venivano proposte; come a dire che tu è rimasto fissato a qualcosa che non è più attuale oggi, che non ha più senso nell’attualità. Anche in questo era straordinario, in questa grande ricerca di perfezionamento che io ho trovato soprattutto negli ultimissimi periodi quasi portata, non dico all’esagerazione, perché non è un’esagerazione, portata ai massimi livelli, come qualcosa di intoccabile, di non raggiungibile da parte mia almeno, da parte nostra, umili, siamo praticanti di Aikido.

FOGLIETTA
Sono d’accordo con Roberto e ne abbiamo parlato anche prima che lui si ammalasse, ma anche durante la malattia: è stato estremamente difficile seguirlo, perché aveva una continua evoluzione così rapida che nonostante noi corressimo al massimo, non riuscivamo a stargli dietro. 

TRAVAGLINI
Mi ricordo le ultime sue lezioni private, che erano riservate a pochi intimi, io mi ricordo che fece per mesi shomenuchi shihonage studiato in tutte le possibile forme, senza variazioni. Era sempre la stessa tecnica, ma con 3000 particolari diversi che attivamente ogni volta che venivano evidenziati dal maestro mi lasciavano di stucco: “Oh, non me ne ero accorto: ma come sono 30 anni o anche più che sto praticando con te, maestro Fujimoto e non l’avevo colto questo, ma come?” È nuovo. Poi c’era un altro particolare ancora altrettanto nuovo, incredibile. Era un’impressionante, continua creazione di novità su quello che era solito, sul noto. Quindi diventava nuovo in ciò che era noto ed era pazzesco questo. 

CHIERCHINI
C’era una matrice, una delle tante quantomeno, che abbiamo sentito tutti ripetere per anni: piegare le ginocchia, abbassare l’anca, anche se lui in realtà diceva: “Bassatene anca!!” ve lo ricordate questo neologismo giappaliano?

TRAVAGLINI
Assolutamente sì.

CHIERCHINI
Era fondamentale comunque la costruzione di un Aikido fisico, era un Aikido ancorato al terreno, un Aikido per questo anche “terreno”, o umile. Ugo magari vuoi dirci qualcosa di questo, cosa ne pensi di questo Aikido “fisico”? 

MONTEVECCHI
Molto volentieri, mi sento molto chiamato in causa, però prima vorrei dire due cose ancora sul punto precedente, molto sinteticamente. Secondo me, un grande dono del maestro era quello che aveva la capacità di essere chiaro, perché sapeva cogliere di cosa gli allievi avevano bisogno per seguirlo. Nella sua infinita generosità e tendenza ad evolvere l’Aikido modificando di continuo le varie tecniche – se facevi, come dicevate voi, shihonage come lo si faceva due anni prima, non andava bene, lo dovevi farlo nella nuova modalità – questo modo di modificare continuamente la tecnica ti dava la possibilità di avere un ventaglio di soluzioni praticamente infinito. Ti creava una base larghissima sulla quale poi tu potevi appoggiare il tuo Aikido in modo molto solido, perché avevi davanti mille soluzioni diverse per un’unica sollecitazione, un’unica forma di attacco.
Io penso che questa sua capacità di sintetizzare cosa era necessario perché tu lo potessi seguire era fondamentalmente data dalla sua professionalità e della sua generosità: cioè lui mi ci metteva veramente tutto l’impegno per far sì che le persone andassero avanti e l’Aikido lo imparassero. Lui non si accontentava di farti vedere “la tecnica si fa così”, io sono bravo e se l’apprendi bene sennò torna st’altra volta. Lui ti metteva in condizioni veramente di poterlo seguire e se vedeva che la lezione prendeva una piega per cui nessuno riusciva a fare sufficientemente bene, per lui, quello che aveva proposto, sapeva fare un passo indietro e, come diceva Roberto Foglietta, magari ti faceva fare il movimento a vuoto, senza l’uke, fino a quando tu non avevi capito almeno quale tipo di taisabaki dovevi fare per fare la tecnica. Poi dopo arrivava l’uke e allora era più facile. Era questo suo metodo analitico di proporre la tecnica che rendeva possibile a tutti di seguirlo.
Un’altra cosa fondamentale poi è che ha saputo cambiare nel tempo e qui mi ricollego un po’ al discorso dell’Aikido fisico. Quando ho cominciato era il ‘72; lui era un fulmine, era un fulmine di velocità e una palla di energia che sul tatami veramente catalizzava la tua attenzione. Il fascino, il carisma che lui metteva sul tatami… veramente era un’esplosione di energia. Nei miei 15-16 anni di allora questo mi ha chiaramente folgorato: mi sono innamorato non tanto dell’Aikido ma quanto dell’Aikido del maestro Fujimoto.

Quello per me è rimasto il modello, cioè, come si suol dire, il primo amore non si scorda mai… anche se poi, nel tempo il suo Aikido è cambiato tantissimo, perché, altra cosa che ha saputo fare, è stato saper leggere il cambiamento delle persone che all’Aikido arrivavano. Quindi, se negli anni settanta c’erano solo dei guerrieri abituati a botte e acqua fresca e la gente andava a fare arti marziali per poter fare a botte in piazza – c’era la tradizione che i fascisti facevano Karate mentre invece i comunisti facevano Judo – poi è arrivato l’Aikido e si è aperto uno spazio intermedio all’interno del quale ci si poteva picchiare molto forte, perché all’inizio ci si menava forte, c’era la tradizione di resistere alla tecnica: “Fammi più forte nikyo vediamo se funziona davvero” e ci spaccavamo regolarmente. È nato così, l’Aikido è nato molto fisico, però poi è cambiata nel tempo la gente che all’Aikido afferiva. Mi ricordo, ad esempio, una discussione fatta in segreteria a Milano a quattr’occhi col maestro, nella quale io mi lamentavo del fatto che arrivasse in palestra della gente che veramente per me non era in grado di praticare Aikido, perché non ci arrivavano di testa o perché erano troppo giù fisicamente. E lui mi rimproverava dicendo: “Ugo, l’Aikido è per tutti, devono poterlo fare tutti” e questo chiaramente era un suo punto di vista che era cambiato nel tempo, perché vi assicuro che negli anni settanta l’Aikido che lui proponeva non era per tutti. Lui ha saputo cambiare questo suo punto di vista, perché col tempo ha visto che arrivava all’Aikido gente diversa e giustamente si è arrivati a fare un Aikido che era per tutti.
Comunque, a prescindere da questo, è sempre rimasto un Aikido molto atletico e quindi la raccomandazione di abbassare l’anca: ti costringeva insomma a fare un Aikido atleticamente forte, che ti permetteva di diventare forte o che ti imponeva di essere forte per poterlo fare, mettiamola come vogliamo. Insomma, quella era la medicina: fare un Aikido tecnicamente molto complesso, ma anche atleticamente molto impegnativo, che ti faceva crescere dal punto di vista tecnico e dal punto di vista dell’armonia del movimento, perché era comunque un Aikido molto elegante anche se molto impegnativo fisicamente. 

Copyright Mauro Cerri

TRAVAGLINI
Posso aggiungere alle parole di Ugo, che comunque condivido pienamente, che il fatto di abbassare l’anca era una sua caratteristica stilistico-aikidoistica. Lo caratterizzava moltissimo, sostanzialmente. Infatti tutti noi, ancora oggi, almeno io, mi impegno in questo senso, perché per me tenere l’anca bassa è quasi una conditio sine qua non per poter dire di praticare più o meno adeguatamente. Mi viene in mente quando il maestro Fujimoto raccontò che un suo maestro gli disse che doveva abbassare l’anca, perché evidentemente l’abbassava troppo poco, e che da quel momento lui l’avrebbe abbassata in maniera quasi esagerata. Nella mentalità giapponese non si fa mai qualcosa a metà, ma se la si deve fare, la si deve fare totalmente. Il maestro Fujimoto, giapponesissimo si adoperò per abbassare il più possibile l’anca, tant’è che poi questo elemento rimase.
Oltre a questo aneddoto, dietro c’è un discorso ben più complesso. In fondo abbassare l’anca significa portare l’energia dell’intera struttura psicosomatica verso la terra, un luogo da cui l’occidente è distratto, diciamo così, un luogo da cui si tende ad elevarsi. Tutti noi teniamo le spalle contratte, pensiamo molto, abbiamo la zona somatica alta particolarmente accesa, particolarmente tesa. Quindi tendiamo a spostare il nostro baricentro sostanzialmente verso l’alto, quando invece in realtà bisognerebbe poterlo riportare nel luogo d’origine, che tutti noi sappiamo essere il tanden, il luogo da cui si origina il ki cioè l’energia psicofisica. Quanto più noi abbassiamo l’anca, tanto più, come direbbe il bioenergeta Alexander Lowen, siamo grounded, cioè radicati a terra. Siamo umili, in questo senso, cioè da humus, latino, che significa terra, siamo umani, ancorati alla terra, tant’è che il termine humus in qualche modo sembra che etimologicamente sia associabile al termine uomo: cioè l’uomo è colui che è tra il cielo e la terra, ma che sostanzialmente ha i piedi per terra e per terra deve rimanere. Tant’è che, come ricorderai, Roberto, uno dei moniti che arrivò a noi dal letto in cui era ricoverato e da cui poi ci avrebbe lasciati, era quello di essere umili. Ricorderai che ci disse di essere seri, di essere dolci, ma anche di essere umili. Io questo imperativo lo sento ancora molto forte dentro di me, questa voce forte del maestro Fujimoto che mi dice continuamente: “Cerca di essere umile, tieni i piedi per terra”.
In questo suo riportare tutto a terra, mi ricorda anche quanto per il maestro Fujimoto fosse importante durante anche dei seminari apparentemente straordinari il ritorno all’ordinarietà della tecnica, alla normalità, alla semplicità delle tecniche di base.

Yoji Fujimoto ed Emilio Cardia

Ricordo che quando ci fu il sessantesimo compleanno del maestro Fujimoto, ci fu una grande festa e ci fu una lezione, diciamo così, speciale che però di speciale stranamente non aveva nulla, se non che era molto normale, molto umile. Fece katatetori aihanmi ikkyo, mi sembra, poi katatetori gyakuhanmi shihonage, tecniche veramente semplici. Come dire che – e questo è un insegnamento – bisognava rimanere centrati in se stessi e non fare troppi voli pindarici, andare come se fossimo degli ultrà uomini al di là di noi stessi, con chissà quali artifici aikidoistici: essere semplici, naturali, autentici e soprattutto in piena sinergia con noi stessi. Insomma, togliere la maschera sociale e tornare a essere quelli che siamo, con i piedi per terra con i nostri pregi, ma anche evidentemente con i nostri difetti, come il maestro poi amava mostrare senza pregiudizi o timori di giudizi negativi da parte di chicchessia – come qualcuno diceva prima effettivamente. Il maestro non si preoccupava minimamente delle critiche degli altri, agiva sulla base di quello che lui sentiva di essere. Tant’è che più volte mi ricordo di averlo sentito dire: “Io sono così, o mi prendi per quello che sono, oppure vai per la tua strada”. Sei tu che devi adattarti a me, se vuoi stare con me, e così era per tutti noi: ognuno di noi deve voler ritrovare, rispecchiandosi in questo atteggiamento del maestro, quello che di fatto è, al di là di quello che noi pensiamo di volere essere o di poter essere.

CHIERCHINI
Collegandomi a questo, andrei ad affrontare il tema dell’abbandonare il bagaglio, un’altra delle matrici dell’Aikido del maestro Fujimoto: sensei raccomandava molto spesso al termine delle sue lezioni di dimenticare tutto, di lasciare tutto, una volta finita la lezione. Un’altra caratteristica che ricordo e molto spesso mi risuona dentro ancora tanti tanti anni dopo, quando mi ripeteva – a me ma anche a tanti altri vicino a me – di andare piano: “Piano! Piano! Piano! Yukkuri! Yukkuri”. All’epoca mi dava anche un po’ noia, se devo esser sincero, perché io non volevo andar piano neanche per sogno, vista l’età. Ho imparato ad apprezzare il valore di questo suggerimento poi, con gli anni. Ugo, volevi intervenire su questo tema, prima di lasciare la parola a Roberto Travaglini?

MONTEVECCHI
Roberto Travaglini e Roberto Foglietta hanno citato delle frasi del maestro che gli sono rimaste nell’orecchio. La prima che mi viene in mente è “Ugo vai piano! La velocità nasconde tutti i difetti”. Questo era il suo schiaffo che mi tirava di continuo. Io dopo aprivo le braccia e continuano a fare come mi pareva, perché io adottavo quello che è emerso dall’intervista sul maestro Hosokawa, che diceva “Prendi quello che ti piace, lascia quello che non ti piace”. Io ho sempre appreso dal maestro Fujimoto col massimo rispetto, ma solo quello che mi piaceva: tecnicamente, praticamente quasi tutto, escluse delle cose che non sono riuscito a capire, quindi non avendole capite non riesco a trasmetterle; sia caratterialmente, cioè come modello di persona o di maestro, come lui si poneva sul tatami nei confronti degli altri. Ho preso quello che mi piaceva e basta. 

Copyright Annamaria Testori

FOGLIETTA
Volevo tornare sul discorso di abbassare l’anca, perché una delle prime cose che abbiamo notato con Roberto Travaglini dopo la scomparsa del maestro Fujimoto, e ce lo siamo detti più di una volta, la gente non fa più Aikido con le anche basse. Questo non perché è un fatto puramente estetico o puramente formale: è proprio per tutta una serie di percezioni che uno perde. Come diceva Roberto prima, questo abbassare l’anca vuol dire ritornare un po’ alla base, all’origine, alla stabilità, al contatto, alla terra. Francamente, vedo che attualmente non c’è più questa attenzione alla condizione del corpo, alla preparazione del corpo per eseguire la tecnica. Si fa la tecnica, cioè è più importante la tecnica, comunque venga eseguita, e non c’è più l’attenzione al come io sono predisposto per eseguire la tecnica, qual è la modalità migliore.
Per quanto riguarda quanto si diceva prima a “Yukkuri, yukkuri!”, io credo che nelle fasi di sviluppo della didattica del maestro, ma anche nel rapporto personale, se a Ugo diceva “Yukkuri, yukkuri!”, vai piano perché ti perdi delle cose, ad ognuno dava un messaggio diverso, in maniera che ognuno lavorasse su questo messaggio.
A Roberto Travaglini diceva una cosa, a me ne diceva un’altra, e poi stranamente non voleva che io e lui ci dicessimo che cosa aveva detto, te lo ricordi questo Roberto?

TRAVAGLINI
Mi ricordo molto bene, soprattutto negli ultimi periodi, quando ci stava istruendo per il dopo e diceva che appunto non dovevamo parlare tra di noi, non dovevamo telefonarci, perché ognuno di noi era diverso e dovevamo comportarci come dei corpi autonomi – anche se poi era paradossale, perché ovviamente voleva che collaborassimo e portassimo avanti un discorso comune nell’ambito di certi percorsi didattici.
Comunque per tornare ad “andare piano, Yukkuri, yukkuri!” che ripeteva spessissimo, effettivamente devo dire che come anche ugo prima ricordava, tutti noi eravamo più giovani, più volenterosi di strapazzarci fisicamente e strapazzare gli uke che malcapitati tendevano a praticare con noi, e il maestro anche arrivava e ci diceva: “Piano, Roberto, fai piano”. Effettivamente, anche il fatto di dimenticare tutto rientra nello stesso concetto, secondo me, dell’andare piano, sono due concetti analoghi, anche perché fermarsi, arrestarsi, bloccare la tecnica significa mettere in discussione quello che finora è stato, in modo tale da poter produrre un cambiamento rispetto a quello che è stato precedentemente appreso. Per rinnovarsi bisogna avere la forza di rompere, di interrompere una tecnica, un movimento, un moto, un’idea, un pensiero, un legame.

Una breve intervista concessa da Fujimoto sensei durante il Seminario Internazionale di Inverno ACSA 2009

Questa rottura era molto visibile anche durante la spiegazione didattica delle tecniche da parte del maestro Fujimoto. Aveva una grande padronanza del corpo, una grande capacità di interrompere improvvisamente la tecnica e di darci un riscontro quasi fotografico di quello su cui lui voleva in quel momento mettere l’attenzione di tutti. Era straordinario questo: effettivamente vedevi qualcosa bloccato, come un fotogramma che si bloccasse all’interno di un filmato, e su quello il maestro voleva che tutti noi ponessimo la nostra attenzione, in modo tale che ci rimanesse impressa l’immagine e dall’immagine noi poi ricavassimo delle nostre conseguenze di ordine tecnico- pratico.
Il rallentamento mi ricorda molto lo stop di Gurdjieff, che è una tecnica vera e propria che ti permette di bloccare quello che meccanicamente sta avvenendo in te, in modo tale da rendersi conto della meccanizzazione del tuo comportamento, o della ideazione dei tuoi pensieri. Tu stai facendo qualcosa che non è altro che un abitudine, questa abitudine si interrompe e allora l’interruzione, l’andare piano, l’avere un atteggiamento riflessivo, auto-osservazionale per cogliere esattamente quello che sta avvenendo in te ho date è il presupposto per produrre il cambiamento, ma non un cambiamento fino a se stesso: finalizzato indubbiamente alla pertinenza dell’atto stesso, affinché quello che tu stai facendo non sia qualcosa di astratto, di metafisico, ma prettamente funzionale al mutamento delle cose in atto. Quindi è un atto estremamente pragmatico, in fondo, l’essere in piena sintonizzazione con gli eventi fenomenici dell’attualità.
La tecnica non è una ripetizione meccanica, non è sempre la stessa, non è sempre uguale, l’uke con cui stai lavorando è sicuramente una persona diversa rispetto a quella con cui prima praticavi e quindi tu dovrai adattare in modo riflessivo quello che sta succedendo nella relazione del tutto nuova con l’uke diverso da quello di prima con cui stai esercitandoti e praticando Aikido. Il tuo Aikido deve continuamente adattarsi e questa possibilità adattativa è possibile solo se c’è un atto di riflessione, il che a sua volta è possibile se c’è un arresto, una fermata, un andare piano e un dimenticarsi del passato. In fondo il passato, come dice la parola stessa, è passato, non è più. Si può vivere solo nel hic et nunc, nel qui e ora aikidoistico e vitale. L’Aikido è vita ed è vitale, per cui se noi davvero riusciamo a fare quello su cui tanti maestri ci sollecitano, cioè portare l’Aikido al di fuori del circoscritto tatami e quindi farlo diventare quotidianità, ebbene è fondamentale associare lo spirito aikidoistico, il modo in cui noi pratichiamo Aikido al modo in cui ci adagiamo in modo attivo però in modo propositivo e riflessivo nei confronti dell’esperienza della vita, cioè dell’essere. 

Copyright Aikido of South Africa

CHIERCHINI
Un altro tema per cui possiamo prendere spunto dalla sua intervista rilasciata alla rivista “Aikido”: all’intervistatore che gli chiede: “Maestro, parliamo di Ki…”, ovviamente cercando di stuzzicarlo, Fujimoto sensei risponde “Macché Ki!” ridendosela con gusto. All’intervistatore, che poi era Gigi Borgomaneri, che continua a sollecitarlo sull’argomento, domandandogli quale fosse per lui il rapporto fra Ki e vita quotidiana, il maestro Fujimoto risponde in giappaliano: “Vivo… vuol dire che c’è Ki [altra risata]. Forse quando ha settant’anni parla di Ki.” 
Sfortunatamente non sappiamo com’è andata a finire, dato che sfortunatamente il maestro non è mai arrivato a quell’età, però questa è stata una sua caratteristica: per anni si è anche abbastanza cocciutamente rifiutato, sul tatami quantomeno, di affrontare questa tematica. Io a suo tempo l’ho sempre vista come una forma di rispetto verso il direttore didattico dell’associazione prima di tutto: avevamo il maestro Tada sul tatami e quindi non c’era bisogno per lui di affrontare certe tematiche che venivano ovviamente sviluppate abbondantemente da chi aveva anche maggiori conoscenze nel campo. Detto questo, io ho sempre avuto l’impressione che comunque non fosse un lato della pratica che lo interessasse più di tanto. Come si diceva prima, il suo era un metodo “umile”, con delle belle virgolette, terreno, non era un Aikido “metafisico”, continuiamo a usare le virgolette. Roberto Foglietta, puoi dirci qualcosa di questo aspetto dell’atteggiamento del maestro rispetto ad un lato della pratica che per tanti invece è molto molto rilevante?

FOGLIETTA
Purtroppo anche io non ho 70 anni e quindi faccio molto fatica a esprimere il senso del ki. 

CHIERCHINI
Sei un vero allievo del maestro Fujimoto, non ne vuoi parlare neanche tu! [ridono] 

FOGLIETTA
Aspetto di avere 70 anni per parlarne.
Io non ho mai sentito parlare dal maestro Fujimoto del ki. Sono stato in Giappone diverse volte, nessuno ha mai parlato di ki. Io credo che non solo nella nostra vita quotidiana, ma in particolare nell’Aikido, il ki è insito in quello che facciamo, nella tecnica. Perché il maestro Fujimoto non ne teorizzava mai? Perché secondo me poi c’è la tendenza a spostare tutta l’attenzione sull’energia, sui flussi, ecc. e c’è poco poi il puntare l’occhio sulla tecnica che la deve produrre. Quindi credo che lui volutamente non ne parlava mai e che avesse una posizione abbastanza critica, ma non in senso cattivo: nel senso che metteva l’accento sulla tecnica, esclusivamente . Nella tecnica c’è già il ki. Nel teorizzare, come vedo anche fare a qualcuno, secondo me si rischia di perdere la tecnica in funzione della teorizzazione.
Poi quando ho 70 anni forse riuscirò a spiegarmi meglio, ma meglio di cosi non riesco…

CHIERCHINI
Ugo, tu non hai 70 anni!

Enbukai per il 7 dan del maestro Fujimoto – Centro Sportivo La Gardanella, Milano (1994)

MONTEVECCHI
No, ma ci sono vicino anch’io.
Comunque guarda, da parte del maestro Fujimoto io ho sempre sentito parlare con molto rispetto del maestro Tada. Si riferiva a lui sempre dicendo: “Il maestro Tada è un grande maestro”. Lui sottolineava il fatto e lo confermava in privato, perché poi le cose più significative ovviamente avvenivano fuori, nei colloqui privati che avvenivano nel dojo, la sera, quando tutti erano andati via, con una birra davanti. A domande di questo tipo, lui ti rispondeva molto categoricamente: “Per capire il ki bisogna andare dal maestro Tada”, praticamente sottolineando il fatto che a lui toccava il “lavoro sporco”: una volta venuto qui in Italia, mi senti incaricato di sviluppare l’Aikido tecnico, punto. Quello lasciava che fosse un argomento riservato al maestro Tada. Confermo quello che ha detto Roberto: in effetti andando in Giappone, se tu citi kinorenma, ti dicono: “Ah, maestro Tada!”, perché tutti gli altri di kinorenma e di ki non ne parlano.

CHIERCHINI
Questo è importante chiarirlo. Chi ha praticato in esclusiva in Italia e nello specifico nell’Aikikai d’Italia, molto spesso non si rende conto di avere avuto un tipo di insegnamento molto speciale, di altissimo livello, ma speciale, cioè l’insegnamento del maestro Tada, ovviamente. Questo non è la norma. Quello che per noi è la norma, o è stato per anni la norma, in realtà, fuori dall’ambiente dell’Aikikai d’Italia non è così e questo senza esprimere giudizi di merito.
Una brevissima divagazione: per anni, per decenni in italia, il praticante dell’Aikikai d’Italia ha comunque avuto sì l’insegnamento del grande maestro, l’insegnamento aulico diciamo del maestro con la profondità del maestro Tada, ma compensato e riportato sulla terra dall’umiltà, se vogliamo usare di nuovo questo vocabolo, dell’insegnamento del maestro Hosokawa e del maestro Fujimoto. Se vogliamo riconnetterci a quel discorso dell’anca bassa, sicuramente era facile stare con l’anca bassa perché c’era chi aiutava a stare con l’anca bassa, ad andare piano, a rimanere a terra… Se queste figure intermedie ad un certo punto sono uscite dalla scena, spetta a voi che siete lì e siete gli allievi principali di questi maestri in italia, questo è il compito vostro, siete voi che dovete far stare la gente con l’anca bassa. Anche perché poi l’Aikido aulico, quando non c’è l’anca bassa, diventa una roba un po’ strana, come sappiamo. Roberto Travaglini, vuoi aggiungere qualcosa su questo tema?

Yoji Fujimoto e Simone Chierchini, Sligo (Irlanda), 2003

TRAVAGLINI
Senz’altro. Sull’anca bassa io ricordo tra l’altro che il maestro Tada, qualche anno fa disse: “Coloro che hanno la metà dei miei anni”, avevo fatto un calcolo mi sembra fossero più di 40, “devono tenere l’anca molto più bassa della mia”. E lui quasi toccava con il sedere il tatami.

MONTEVECCHI
E’ successo a Bologna, me lo ricordo.

TRAVAGLINI
Non so dove noi potessimo arrivare più di quanto non facesse già il maestro Tada, che era già miracoloso, non sapevamo dove andare con l’anca insomma… e quindi insomma voglio dire che il maestro Tada è aulico ma anche molto concreto. La sua filosofia aikidoistica è una filosofia pratica, non è una filosofia metafisica insomma, non è kantiana. E’ molto sensoriale, molto concreta, poi facendo da uke al maestro Tada si sente proprio, c’è qualcosa di estremamente fisico, energetico.

MONTEVECCHI
Ti tira magari fuori anche una spalla qualche volta, giusto Roberto?

TRAVAGLINI
Ecco, appunto! Tutto è possibile, nel senso che c’è concretezza, c’è un rapporto anche in questo caso, proprio di contatto con la terra, vero e proprio, da cui non si può prescindere. Sono le nostre menti e siamo noi, come europei, occidentali in senso lato, tendenzialmente cerebro-centrici, come qualcuno dice, cioè tendiamo a spostare, come dicevamo prima, la nostra energia verso la testa, a pensare molto. Siamo molto teorici e poco pratici. Infatti questo periodo di eccessiva virtualizzazione, dettato da motivi pandemici che tutti ben conosciamo, non vorrei che producesse un’accentuazione di questo stato della virtualità. In fondo noi pratichiamo meno, io quasi tutti i giorni pratico Aikido online, perché diversamente per ora non si può fare.

30° anniversario dell’Aikido a Wałbrzych (Polonia), 2007

Però, appunto, memore degli insegnamenti dei maestri, soprattutto del maestro Fujimoto e del maestro Tada, so bene che bisogna praticare sul piano concreto, quindi anche quando pratico da solo – un po’ quello che diceva prima Roberto rispetto a quanto non ci facesse fare il maestro Fujimoto, cioè la pratica da soli – quel genere di pratica lì adesso mi è molto utile. Sto ritornando a quel modello di pratica, come se stessi facendo un lavoro preparatorio a quello che sarà il periodo post pandemico. Prima di praticare insieme ai miei amici di pratica, sto ripassando, sto perfezionando la tecnica, come se fossi con loro ma in fase, come dire, laboratoriale, di preparazione, mi sto perfezionando. Sto praticando proprio come se stessi praticando con altre persone, benché so bene che questo non è, allo stato attuale, ma in funzione di quello che sarà. Io penso che praticare da soli, anche se online, possa essere estremamente efficace, pur rimanendo fortemente ancorati agli insegnamenti del maestro Fujimoto in modo particolare, visto che è di lui ora che stiamo parlando.

MONTEVECCHI
Posso aggiungere una cosa sull’abbassare l’anca? Secondo me l’anca dell’Aikido italiano è salita in corrispondenza dell’età dell’Aikido italiano, che è salita purtroppo. Io ho memoria di quelli che erano i maestri negli anni ‘70 che avevano dei dojo, e molti di quei maestri ancora adesso hanno il dojo, però hanno 40-50 anni di più. Questo ovviamente determina il fatto che l’anca non riesce più a stare così bassa, a meno che non si abbia avuto la costanza nel tempo di continuare a fare un fortissimo lavoro sul corpo, in modo da essere ancora performanti nonostante il crescere dell’età.
Io, ad esempio, oggi, prima di questo collegamento ero molto in tensione per questa cosa, perché rievocare il maestro era una cosa che mi scuoteva molto dentro, ero veramente emozionato. E per togliere questa tensione ho deciso di andare in palestra ad allenarmi. Mi son detto: “Adesso mi alleno così scarico la tensione”, e ho fatto un video dove faccio 120 ukemi di fila. Questo è un po il discorso, se vuoi rimanere e fare un Aikido come quello che il maestro Fujimoto ci ha insegnato a fare, quindi dico anche atletico, e con l’anca bassa vuol dire anche poter fare un Aikido molto largo e molto armonico, molto rotondo, inevitabilmente dobbiamo continuare a lavorare tanto sul corpo. Forse questa è una mia ossessione, è il mio modo di aver interpretato l’Aikido: tanto lavoro sulle ukemi, lavoro sul corpo, perché quella è la base, quella è la terra su cui appoggiare il nostro Aikido.

Poi dopo è chiaro, c’è l’hardware che ci ha fornito il maestro Fujimoto, e poi c’è il super software che continua a fornirci il maestro Tada. Le due cose vanno messe insieme, per rendere un lavoro completo, questo è chiaro, però poi ognuno, come dicevo prima, a seconda della propria personalità e dei propri mezzi, prende più da una cosa o più dall’altra. O anche a seconda della propria età, perché magari prima uno riusciva facilmente a seguire l’aikido atletico, mentre ora si sta spostando verso un Aikido più mentalizzato o più filosofeggiante. Questo è ovvio, perché ognuno di noi cambia nel tempo e quindi il nostro aikido cambia, però, purtroppo, se il modello diventa un modello troppo anziano, l’Aikido invecchia.
Mi rifaccio a quello che è emerso dall’intervista con Francesco Re, che diceva che l’Aikido in Giappone è molto più atletico, Simone. Io mi sono sentito chiamato fuori dall’accusa di aver fatto invecchiare l’Aikido, perché io su di me ho cercato di fare un lavoro e continuo a fare un lavoro molto sul corpo, in modo da non far decadere il mio Aikido, di non dovermi rassegnare fare un Aikido mentale. Questa è la mia interpretazione. Nonostante i rimproveri del maestro che mi diceva: “Ugo, vai piano! Ugo, vai piano!”, quando ci trovavamo davanti a una birra, io gli dicevo: “Maestro, purtroppo io mi diverto solo se faccio così. Quindi faccio così, o smetto di fare Aikido”. Lui si metteva a ridere e si rassegnava.

CHIERCHINI
Certo. Lui probabilmente ti amava nel momento in cui gli dicevi queste cose, ne sono sicuro.
Sono passati nove anni dalla morte del maestro e pensare al maestro Fujimoto suscita ancora, come ha appena detto Ugo, una grande commozione. In questa commozione si agita un misto di emozioni a volte contrapposte: dolore per la sua perdita, per il fatto di non aver sfruttato meglio il tempo assieme, le opportunità che abbiamo avuto, ma anche fondamentalmente la gioia perché comunque abbiamo vissuto, chi più, chi meno, una parte di cammino assieme. So che non è facile trattare questo argomento, ma vorrei chiedervi di fare uno sforzo e di comunicare a chi ci sta guardando almeno una parte di queste emozioni che vivete quando pensate al maestro.

FOGLIETTA
Chiaramente condivido le parole di Ugo. Parlare del maestro Fujimoto è sempre qualcosa di molto emozionante, un rimettere in moto tutta una serie di ricordi, di emozioni, di vissuti, di esperienze; ma non solo con lui, ma anche con tutti gli amici e compagni con cui si è passato questo periodo di vita assieme ai Seminari, a Laces, a Milano, oppure in altre parti d’Italia… quindi anche la conoscenza di tanta gente. Si muovono tante di quelle emozioni e tante di quelle immagini ed è veramente una cosa straordinaria, da un certo punto di vista.
Io a tuttora non riesco a vedere i filmati del maestro Fujimoto – ne ho diversi, ho tutta una serie di cassette, di registrazioni – perché questa cosa mi crea veramente un disagio e un dolore. A volte penso di guardare qualcosa per avere degli spunti di studio, però non sono mai riuscito a farlo. Almeno personalmente, questa cosa ancora non si è completamente risolta.
Quello che dobbiamo fare, innanzitutto, è praticare molto seriamente, proprio perché con questa persona ci siamo stati molto lungo e tutti abbiamo avuto qualcosa di straordinario, io direi qualcosa di irripetibile. Per esempio, quando il maestro si è ammalato e io e Roberto Travaglini e lui ci ha invitato a sostenerlo durante i suoi seminari, è stata un’esperienza da un certo punto di vista durissima, una cosa impressionante.

Noi uscivamo da questi seminari che sembravamo dei pugili frastornati, che avevamo la febbre… mi ricordo che ci telefonavamo: “Come stai?” “Sto a letto con la febbre”. “Anch’io sono letto con la febbre”. Per dire come era forte il suo intervento. Però ti posso dire anche questo: non solo farei due anni, farei trent’anni di quelle cose, per sentire questa sua capacità di tirarti tutto fuori veramente, di temprarti veramente… ma non in senso di durezza, ma di riuscire a modellarti, un po’ come se fossimo una creta. Far uscire un prodotto, far uscire qualcosa da te.
Quello che mi dispiace tantissimo veramente, nell’Aikido italiano e anche chi ha studiato con il maestro Fujimoto, ho visto persone andare alla ricerca di qua di là, un po’ così, senza più una luce. Questo per me è un grosso dispiacere. Convengo solo sul fatto che chi ha avuto un’esperienza diretta con lui lavori seriamente. Che faccia poche chiacchiere, perché ci sono tante chiacchiere, tanti pettegolezzi, tante critiche che non servono assolutamente a niente. Non ho 70 anni, quindi non posso parlare di ki, però sono arrivato ad un’età in cui posso dire beh mi rivolgo alla gente che mi piace, sto bene con della gente, lavoro con loro, parlo con loro. Per il resto non sono interessato.

CHIERCHINI
Che è poi la formula Fujimoto, fondamentalmente.

FOGLIETTA
Non volevo dirlo perché ancora non mi sento all’altezza.

CHIERCHINI
Prego Ugo.

MONTEVECCHI
Per concludere il discorso, mi viene da dire che quello che dovremmo continuare a trasmettere, e quindi a fare, è emulare la sua grande professionalità: professionalità come espressione – quello che dicevo prima – della sua volontà di far veramente imparare le persone e far crescere l’Aikido italiano. Questa grande generosità che lui aveva, che era espressione di una missione che lui sentiva, perché lui veramente sentiva di avere la missione di divulgare un Aikido di livello alto all’interno dell’Italia e quindi a disposizione di tutte quelle persone che da lui andavano per imparare Aikido.
Quello che dobbiamo cercare di mantenere assolutamente del maestro era la sua grande serietà. Lui era un maestro e un insegnante molto serio e il suo grande rigore nel richiedere precisione nella tecnica, come era confermato dalla sua grande severità negli esami – le promozioni facili con Fujimoto non esistevano: o eri in grado di superare l’esame o ti bocciava tre volte di fila. Queste sono le cose che secondo me noi dobbiamo assolutamente mantenere per non far scendere di livello l’Aikido che lui ci ha saputo fare imparare, che lui ha contribuito a portare a quel livello. Ora spetta a noi non farlo quantomeno scendere. Sperare di farlo salire mi sembra veramente utopico, perché purtroppo perso un riferimento come il suo, difficilmente l’Aikido continuerà a crescere. Però cerchiamo almeno di non perdere quello che lui ci ha dato, di non disperderlo e quindi cercare di mantenere questi criteri di grande serietà.

Copyright Alessandro Landolfo

Poi la parola che mi viene in mente più di tutte ricordando il maestro è gratitudine. Grazie maestro! L’Aikido è assolutamente il binario su cui ha corso tutta la mia vita, perché è anche precedente a tutte le altre cose che ho fatto: io ho cominciato a fare Aikido prima di decidere di diventare un insegnante educazione fisica, prima di conoscere mia moglie… quindi la cosa che ho fatto di più nella mia vita è l’Aikido. Sono vicino a fare i 50 anni, mi manca un anno e faccio i 50 anni, magari ci faremo una bevutina! Anche in questo sono molto fujimotiano, non sono per le celebrazioni: non ho mai fatto nessuna commemorazione per i miei 30 o per i miei 40 e non lo farò neanche per i 50, perché non mi interessa quell’aspetto dell’Aikido. Mi interessa la pratica: inizia e finisce lì, con un grande senso di gratitudine nei confronti del maestro e la fortuna di avere avuto lui come riferimento.

CHIERCHINI
Grazie Ugo. Roberto Travaglini.

TRAVAGLINI
Io chiaramente mi associo a quanto detto finora e soprattutto vorrei mettere in risalto l’aspetto del bagaglio tecnico e metodologico-didattico che ci ha lasciato: che non rimanga solo un ricordo da firmato o da fotografia o da racconto. Dovrebbe essere appunto riattualizzato continuamente. Aveva raggiunto una perfezione metodologico-didattica straordinaria e non può essere assolutamente perduta. Come insegnava il maestro sicuramente è dettato da alcune predisposizioni innate, però, in qualche modo, lui ha formato i formatori: ha formato noi. Quindi se noi siamo stati veramente, in parte, più o meno formati dal maestro, abbiamo il compito ma principalmente la responsabilità di mantenere viva questa didattica, questo metodo di insegnamento, che anche dal punto di vista pedagogico – e lo dico da pedagogista – è all’avanguardia, è molto molto evoluto. E’ un metodo di insegnamento io penso unico, almeno non ho visto nessun altro maestro giapponese che abbia frequentato che è in grado di proporre un metodo di insegnamento similare, paragonabile, commisurabile con quello del maestro Fujimoto. 

Copyright Dagmar Ebner

Questo va trasmesso direttamente alle nuove generazioni, affinché chi si avvicinerà all’Aikido possa godere delle stesse forme metodiche di insegnamento che il maestro ci ha, nel corso dei suoi 40 anni in Italia, proposto e perfezionato nel corso del tempo. Secondo me la professionalità, come diceva Ugo, che poi è un aspetto deontologico, la vicinanza che abbiamo avuto con lui, sono tutti aspetti che devono essere non ricordati, ma mantenuti vivi attraverso l’esperienza all’interno del dojo. 

MONTEVECCHI
Però lui era lui e noi siamo noi. Non siamo Fujimoto.

TRAVAGLINI
Ognuno lo farà con le sue modalità. Noi siamo stati plasmati, lo abbiamo ripetuto più volte, e questo non deve essere trascurato, dimenticato, abbandonato. Ovviamente ognuno lo fa con la sue caratteristiche, non è che possiamo diventare una persona che non siamo, questo è logicamente improponibile. Tutto quello che noi abbiamo ricevuto di buono – cioè il modo di insegnare una tecnica, farei ikkyo in un certo modo, analiticamente ma anche globalmente, eccetera, eccetera, questo deve essere in qualche modo mantenuto vivo finché possibile, per quanto possibile ed evidentemente come è possibile.
Poi un’ultima espressione. Mi associo anche questa con questa espressione a quello che diceva alla fine del suo discorso Ugo Montevecchi: Arigatō gozaimashita Fujimoto sensei.

CHIERCHINI
Grazie a tutti. Anche questa sessione di The Aiki Healings è giusta al termine, anche se è volata: sono oltre due ore che stiamo chiacchierando. Vi ringraziamo per essere stati con noi e speriamo che il nostro altamente immodesto tentativo di dar voce a Yoji Fujimoto sensei sia stato da voi gradito. Ci tengo a puntualizzarlo: questo incontro non ha nessun significato se non quello di parlare di un maestro a cui abbiamo voluto bene. Non è esaustivo, non è un manuale. Ci sono tante altre persone che avrebbero potuto dare il loro contributo, però non si può parlare in otto su Zoom e quindi è andata così.
Ringrazio Roberto Foglietta, Ugo Montevecchi e Roberto Travaglini per il loro prezioso contributo nel realizzare questo incontro. Li ringrazio per aver condiviso i loro ricordi e le loro riflessioni sul maestro Fujimoto e spero che ci siano presto possibilità di vederci e praticare, cosa che credo che sia nel cuore di tutti, perché altrimenti tutto quello di cui stiamo parlando rimane un esercizio solipsistico fondamentalmente.

Copyright Cristina Balbiano


Domenica prossima, 25 Aprile, alle 19 ora italiana si chiuderà questo ciclo di incontri con la sua decima sessione, nel corso della quale avrò il piacere di essere intervistato da Marco Rubatto, quindi se avete tempo e voglia siete invitati a partecipare. 
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Copyright Simone Chierchini ©2021
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