Il Filosofo – Intervista ad Andrè Cognard

“Anche se la nostra disciplina è una disciplina marziale pacifica, questa disciplina ci impone di combattere tutti i giorni. Il guerriero classico combatte ogni tanto, quando c’è la guerra, poi dopo si riposa. Il combattente per la pace non si riposa mai, non si ferma mai. Lotta tutti i giorni e in qualsiasi condizione”. Andrè Cognard ha animato il sesto incontro di The Aiki Healing Sessions, illuminando la conversazione con la sua consueta profondità di pensiero. Eccovi la nostra intervista, da leggere e soprattutto ripensare

di SIMONE CHIERCHINI

CHIERCHINI
Salve a tutti da Simone Chierchini, siete su Aikido Italia Network e mi appresto a dare il via alla sesta sessione di The Aiki Healings, la nostra serie di incontri online che ci sta aiutando a passare il tempo lontani dal tatami in maniera positiva, suscitando pensieri e riflessioni sulla nostra pratica. E chi ci potrebbe aiutare in questo meglio del nostro ospite di oggi? Diamo il benvenuto ad Andrè Cognard.
Andrè-san è un enorme piacere averla con noi.
Prima di partire con il fuoco di fila delle domande presento rapidamente i miei co-conduttori che saluto tutti, Adriano Amari, Marco Rubatto e Carlo Caprino.
Cominciamo da Adriano. Adriano Amari è un esperto praticante e insegnante di Yoseikan Budo, Aikido Yoseikan e Aikibudo e Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu. Adriano ha anche praticato per anni Hoki Ryu Iaido e si riconosce nel concetto della scuola Yoseikan del “tronco comune” dell’Arte Marziale universale. Ha scritto numerosi articoli per le riviste specializzate di arti marziali italiane come Samurai, Banzai e Quaderni d’Oriente. Ha inoltre tradotto e pubblicato in italiano il libro di Yoshio Sugino “Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū Budō Kyōhan”.
Marco Rubatto è un docente professionista di Torino che attualmente ricopre l’incarico di presidente della Commissione Tecnica Nazionale Federale. Pratica Aikido dal 1992 e si occupa della divulgazione sull’Aikido tramite la conduzione di stage, il blog Aikime e la pubblicazione di alcuni testi dedicati all’Aikido e alla meditazione. E’ inoltre un senpai della Evolutionary Aikido Community, un gruppo internazionale di docenti interessati allo studio dell’evoluzione della disciplina e dei suoi possibili futuri campi di applicazione.
Carlo Caprino pratica e insegna Aikido, seguendo l’Iwama-ryu, e il Daito-ryu Aikijujutsu. Ha inoltre ulteriormente arricchito le sue esperienze studiando lo stile Fu di Taiji-quan. Oltre a dirigere il proprio dojo, in cui insegna le già citate discipline, collabora con enti privati e associazioni per la formazione in materia di difesa personale e tecniche di autoprotezione.

La video-intervista completa ad Andrè Cognard sul nostro canale di YouTube

Questi siamo noi, oggi. Veniamo a noi, Andrè-san. La mia prima domanda: nel corso dei suoi primi anni di pratica, lei ebbe l’occasione di studiare Aiki con alcuni dei maggiori specialisti che all’epoca operavano in Francia, personaggi famosi come Nobuyoshi Tamura, Masamichi Noro, Andrè Noquet e Hiroo Mochizuki sensei. Ci potrebbe spiegare qual è stato il processo di eventi e pensieri che l’ha successivamente portata a scegliere il mondo di Hirokazu Kobayashi sensei?

COGNARD
Prima di tutto devo dire che non ho mai studiato l’italiano, quindi il mio italiano è un po’ così, è un italiano ascoltato. Quindi forse ci sarà qualche difficoltà. L’incontro con il maestro Kobayashi è successo così: ero a Parigi, avevo per la prima volta lavorato per tre mesi con il maestro Noquet, che non conoscevo prima. Non ero soddisfatto. Ho dovuto dirlo al maestro Nocquet, gli ho detto: “Ho sempre sentito dire delle cose un po’ cattive nei suoi confronti, però non vedo perché. Questo Aikido non mi si adatta, come quello di prima non mi si adattava”. Allora lui mi ha detto: “Domani il maestro Kobayashi viene a Parigi. Forse devi andare là e vederlo”.
Ero stupito perché, Kobayashi, questo nome non l’avevo mai sentito. Allora sono andato a vedere e là subito il maestro Kobayashi mi ha chiamato come uke e ho iniziato un percorso con lui, perché aveva una perfetta coerenza con quello che diceva. Lui parlava di qualcosa e la faceva vedere immediatamente. C’era sempre questa perfetta coincidenza tra le sue parole e le sue azioni. Questo mi piaceva veramente. Poi penso che un legame tra un allievo e un maestro è più che altro un legame spirituale. Non credo, non so, a mettere dei manifesti per dire venite a fare Aikido. Non credo a questo. Io ho sempre pensato, fino a questo momento, che il legame è un legame spirituale, che uno incontra il suo maestro o no.
Quando l’ho visto, immediatamente io ho sentito che quello era il mio maestro. Allora sono andato a parlare con luio e gli ho detto:”Per me è favoloso, sono contentissimo, ho finalmente trovato quello che cercavo…”. Lui mi ha guardato e ha fatto: “Pffff” e se n’è andato. Io avevo 19 anni, quindi è stata un po’ dura come risposta. Me ne sono andato arrabbiato, poi ci ho pensato e mi sono detto che o veramente pensavo di aver trovato quello che cercavo, oppure no. E se l’avevo trovato era normale che lui mi rispondesse così. Ho deciso di fare tutto quello che potevo fare per seguirlo, anche se non ero interessante per lui. Ogni volta che era in Europa, io andavo a tutti i suoi stage. Ogni volta mi chiamava come uke, sempre a me, però non mi parlava, fuori dal tatami non esistevo. Per tre anni è stato così. Ho proseguito, non ho mollato e finalmente questa relazione è nata anche con le parole. Dopo tre anni. Così…

Quando cercavo di trovare il mio maestro, era un po’ stufo della storia dell’Aikido in Francia, perché – forse l’avrete sentito – c’erano un sacco di conflitti fra i diversi maestri. Per me questa situazione era l’opposto di quello che dovrebbe essere l’Aikido.Tutti parlavano di armonia però c’erano conflitti, conflitti, conflitti. Ero veramente stufo di questo. Avevo tentato di vedere il maestro Mochizuki, ma in quel periodo l’ho visto poco; ho fatto 2-3 stage con lui. Il maestro Floquet non lo conoscevo assolutamente. Si diceva tanto male di lui nel nostro gruppo, che ho pensato: “Si dice tanto male di lui, ma forse è diverso”. Però il suo Aikido non mi è sembrato diverso dagli altri. Finalmente ho trovato Kobayashi sensei. Finalmente.
Dopo 25 anni di lavoro insieme, traduzione dei sui corsi (lui parlava solo giapponese), fare il suo programma, organizzare il suo giro in Europa, comprare la macchina per portarlo in giro, per poi rivenderla alla fine dell’estate… Andare in Giappone e fare con lui il giro delle università… 25 anni così, in una relazione veramente molto intensa, posso dire di non aver mai vissuto un momento di debolezza in questo impegno che avevo deciso di metterci.

RUBATTO
Sensei, le chiedo questo: tra tutte le declinazioni dell’Aikido che ci sono, quale può essere il goal specifico del Kobayashi-ryu? Glielo chiedo semplicemente perché sembra una didattica, uno stile molto rivolto all’essenziale, all’essenzialità del gesto e quindi ci si chiedeva se lei pensa che il Kobayashi-ryu possa essere un buon inizio per un aikidoka, oppure un punto di arrivo per un aikidoka che magari inizia da una didattica più facile e a un certo punto scopre il Kobayashi-ryu?

COGNARD
Io spesso ho sentito questo argomento che bisognerebbe all’inizio fare qualcos’altro e poi finalmente arrivare all’Aikido Kobayashi. Non sono molto d’accordo con questa idea, perché se la accettassi vorrebbe dire che l’Aikido Kobayashi è superiore agli altri e non lo penso. Penso che ci sono diversi modi di fare Aikido e da noi la gente inizia con l’Aikido Kobayashi e va bene così. Non credo che uno che fa l’Aikido veramente possa cambiare stile, ma ancor meno maestro. Credo che l’impegno con il maestro sia la cosa più decisiva, la più importante, perché in gioco non c’è solo l’Aikido. Quello che è in gioco è tutta la vita. Il rapporto maestro-allievo è essenziale. Uno che ha cominciato con un altro maestro, per esempio il maestro Tada, che è stato molto in Italia, o con il maestro Tamura, uno che ha veramente un impegno con questo maestro, non dovrebbe cambiare stile, secondo me. Gli stili sono una cosa senza importanza reale. Quello che importa è l’impegno col maestro che abbiamo scelto.
Nell’Aikido Kobayashi, la tecnica è diversa, è molto più diretta, molto più corta, però richiede più o meno le stesse qualità psicomotrici degli altri stili. E’ come una lingua: io credo che gli stili sono delle lingue diverse. Una lingua è diversa dall’altra, però quello che si dice all’interno della lingua dipende da chi parla.

André Cognard fa da uke a Hirokazu Kobayashi

CAPRINO
Maestro, io faccio riferimento a un argomento che ha già accennato in qualche modo prima. Nel suo libro tradotto in italiano con il titolo “Aikido – Il Corpo Cosciente”, lei afferma che quello che Kobayashi sensei le ha trasmesso rappresenta una sensibile evoluzione rispetto a ciò che generalmente viene indicato con il termine Aikido, e che lei è stato testimone di questa evoluzione nei 25 anni trascorsi vicino a sensei. Quali sono stati i principali aspetti su cui si è sviluppata questa evoluzione? Cosa è cambiato in questi 25 anni dell’Aikido di Kobayashi sensei?

COGNARD
Credo che la prima differenza tra l’Aikido Kobayashi e altri stili di Aikido è il modo di essere in relazione con l’altro, con aite. Da noi è molto importante avere sempre le braccia rilassate e lasciare aite venire proprio vicino al proprio centro. Ogni tanto vedo dei filmati sull’Aikido dove l’attaccante, seme, è mantenuto e controllato fuori, all’esterno. Questa è forse la prima differenza. Kobayashi sensei diceva: “Devi considerare che l’attacco è sempre una richiesta di aiuto”. Questo cambia molto il rapporto con l’altro.
Nello stesso tempo, lui non voleva assolutamente vedere un Aikido ridotto ad una danza, ad una cosa leggera. Era una guerra, era sempre una cosa molto importante, la situazione era una situazione marziale. Quindi si tratta di non tenere l’altro fuori dal proprio cerchio e allo stesso tempo non fare angelismo. Non ci troviamo in un rapporto di amicizia, siamo in un rapporto marziale. Essere capaci di gestire le due cose insieme era veramente lo scopo dell’allenamento.
Il maestro Kobayashi, quando l’ho conosciuto nel ’73, quattro anni dopo la morte di O-Sensei, aveva ancora delle tecniche che io avevo visto fare dagli altri maestri in Europa. Poi, poco a poco, non c’era più la posizione delle mani tese [mostra tegatana]. Tutto era basato sul meguri, far entrare, far venire… Più siamo andati avanti nel tempo e più siamo arrivati ad un altro tipo di lavoro. Io facevo sempre da uke, sempre, sempre, sia in Europa che in Giappone. Quando lui è morto, una cosa mi è entrata con forza in testa: “Adesso chi farà il suo irimi?”. Perché quando pensavo al suo irimi, avevo l’impressione di essere all’interno di una spirale, ma dolce, pacifica e piacevole. Una cosa che mi sembrava ancora fuori della mia capacità. Per me, questa sensazione di essere tra le sue braccia era una sensazione favolosa.

AMARI
Non ho avuto la fortuna di conoscere Kobayashi sensei e praticare con lui. Per cui faccio riferimento a quel che ho visto nei video della pratica di Kenjutsu di O-Sensei. Noto nella sua azione delle tecniche estremamente lineari in relazione del ritmo del suo Uke e sia il preciso tempo di schivata dal primo attacco, sia l’invito e la risposta al successivo. Io vi scorgo assai bene una forte similitudine con l’Ittai Furi, il “corpo consolidato della disciplina” che si osserva nell’Omote no Tachi del Kashima Shintō Ryū. O-Sensei nel suo spostamento riconquista subito il centro e dimostra al suo Uke che l’ha perso, poi gli riconsente di riprenderselo in maniera illusoria ed elude la successiva tecnica dell’altro.
Non è fondamentale questa proprietà della gestione del centro? Il problema della schivata e uscita dal Kensen è che chi esce deve immediatamente stabilire il suo nuovo Kensen e “tenere il centro” verso l’altro, mentre quest’ultimo deve adattarsi e riprendere il centro. Non è molto diverso nella pratica a mani nude. Perché, spessissimo, nell’Aikidō, mani nude e Aikiken, chi attacca sembra non considerare l’evoluzione della posizione dell’attaccato e non fa niente né per riconquistare il suo centro, né per dirigersi verso il nuovo centro del suo antagonista/partner?

COGNARD
Lei sa che abbiamo una tecnica di Aikiken molto particolare, che non ha niente a che vedere con l’Aikiken del maestro Saito, che non conosco assolutamente, e non ha niente a che vedere con quello che ho visto fare in giro. Quando lei dice la prima cosa, con la schivata riprendere il centro, questo era proprio la frase del maestro Kobayashi. Tra l’uno e l’altro c’è una linea, il kensen. Schivare è possibile a condizione che nel tempo che si schiva, si attacchi il centro e solo il centro – non il corpo, non l’arma, solo il centro – e che immediatamente si abbia coscienza del nuovo kensen.
Da noi l’attaccante non è soddisfatto solamente di colpire una volta e aspettare. Attacca, continua sempre. E’ la stessa cosa anche in taijutsu. In Aiki-taijutsu, io dico che non è che perché uno ha fatto uno shomenuchi o uno tsuki che la cosa è finita. La cosa continua e noi siamo capaci, o no, di mantenere l’altro sotto controllo, o no. In Aikiken e anche in Aikijo ci comportiamo esattamente come nella descrizione che lei ha appena fatto, con l’attaccante che andrà forte e veloce, perché noi lavoriamo sempre con velocità e con forza, e continuiamo sempre ad attaccare.
Abbiamo una serie di kihon. La base, lo shoden, è composta da 13 kihon e questi ci insegnano per prima cosa a stare sulla linea, a capire dov’è l’altro, a capire dove va l’attacco e a mantenere il controllo sulla linea. Poi, quando lui colpisce, ad uscire e attaccare solo il centro. Abbiamo messo diversi filmati, a destra e sinistra, su internet. Se li si guarda, si capisce che siamo molto vicini a quello che dice.
Non conosco bene il Kashima Shinto, ho visto delle dimostrazioni; ho visto anche delle persone lavorare con il Katori Shinto. La differenza rispetto a noi è che i due ken non si toccano mai. Facciamo in modo di non toccare il ken dell’altro. Il maestro Kobayashi diceva sempre: “Non attaccare il corpo dell’altro, mai attaccare la sua arma, attaccare solo il centro”. Per me questo ha un senso molto importante. Se attacco il suo corpo, è come attaccare lui, ma senza rispetto. L’idea di rispettare l’altro è molto importante, anche nel combattimento. Attaccare il suo centro equivale ad attaccare un vuoto, a non attaccare un posto, uno spazio. Il centro non esiste fisicamente. C’è il centro del corpo certo, c’è anche il centro della relazione, però attaccare il centro vuol dire attaccare il suo vuoto, quindi collegarsi con il suo spirito e questo è il nostro cammino in Aikiken.

Dimostrazioni di armi filmate presso il Kobayashi Ryu Hombu Dojo nel mese di Luglio 2020

E’ difficile spiegare quello che facciamo, perché abbiamo 13 tecniche di shoden, poi 35 chuden e 18 okuden che sono collegate con varianti. Il tutto fa 108 tecniche, quindi è un po’ difficile spiegare, però si può sul web. Io penso che è molto importante arrivare a una situazione nella quale c’è la vera sensazione del combattimento. Penso che le prime cose da mettere sotto controllo sono i riflessi di fuga, di aggressione, di indecisione. Questa è la prima tappa nel nostro lavoro. Quando questo è più o meno sotto controllo, possiamo iniziare a mandare all’altro delle informazioni che sono effimere: appena lui riceve l’informazione, l’informazione è già finita, è andata. Questa è la prima cosa, poi mandare anche delle informazioni che sono in contraddizione l’una con l’altra, quindi l’altro si trova in una sorta di indecisione e questa indecisione la usiamo non per distruggerlo, ma per prendere il controllo del suo centro. E’ abbastanza difficile poter rispondere alla sua domanda, perché è molto tecnica. Potrei rispondere con la spada in mano…
Lei sa che il maestro Kobayashi ha fatto molto Kendo e io anche l’ho fatto. Sono stato il primo a portare il Kendo nella zona di Lione, in Francia. Quando si fa Aikiken, per me è molto importante essere di una situazione realistica.

RUBATTO
Le faccio una domanda, sensei, relativa alla gerarchia e alla piramidalità, componenti tradizionali delle discipline giapponesi come quella che pratichiamo noi, che nel loro tempo sicuramente hanno manifestato la loro utilità, però adesso vediamo talvolta anche il limite di questa volontà di tenere tutto sotto controllo dall’alto. Volevo chiederle: quanto è importante per lei il concetto di gerarchia? Lei lo utilizza, o preferisce delle altre geometrie?

COGNARD
La gerarchia per me è molto importante: è importante perché permette di capire com’è fatto il mondo. Prendiamo per esempio un albero: ci sono le radici e poi c’è la cima, la punta. La gerarchia come si crea? Per me si crea dal basso verso l’alto. La gerarchia è legata alla capacità e all’autorità, però l’autorità non è quello che io impongo agli altri, è quello che gli altri mi riconoscono. Quindi, la gerarchia dipende essenzialmente dalla responsabilità.

E’ molto molto importante avere coscienza che se insegno non è una cosa di poco conto: è qualcosa di importantissimo. Concerne la vita delle persone, di persone che si sono messe nella situazione di offrire il loro tempo, di dare la loro energia, sono là, per questo è importante. Una cosa mi sembra veramente essenziale: il rispetto assoluto. Nella nostra scuola, insisto sempre sul rispetto dell’avversario, anche del nemico. Questo è molto importante: se siamo su un cammino spirituale, significa che la persona che mi viene davanti, che mi si oppone, che posso considerare un nemico, mi sta parlando di una cosa che è dentro di me e che non conosco. Quindi lui mi porta verso la conoscenza. Questo non significa sottomettersi, vuol dire combattere con rispetto.
Nel rapporto maestro-allievo è la stessa cosa. L’allievo non è una materia che io lavoro come voglio. Devo capire chi è, devo sentire dove sono le sue radici, com’è la sua anima, e poi, da là, tentare di dare qualcosa, e lui la prende o non la prende. Nello stesso tempo, la posizione dell’insegnante è quella dell’insegnante, e quella dell’allievo è quella dell’allievo. Se cambiamo le posizioni, nessuno è più capace di far niente. Abbiamo questa verticalità e allo stesso tempo questa verticalità si costruisce dal basso verso l’alto. Si costruisce, si crea nella coscienza di chi viene a imparare, nel suo desiderio di imparare: è lui che stabilisce la relazione.
Io l’ho vissuto, l’ho raccontato poco fa. La prima cosa che mi è successa con il maestro Kobayashi è che mi ha chiamato come uke la prima volta che ci siamo incontrati e io non sapevo perché. Quando sono andato a parlarci alla fine e a dirgli “Sono entusiasta”, mi ha mandato via, OK? Da là dovevo costruire, sono io stesso che dovevo costruire questa relazione, lui non ha messo niente sopra di me. La prima cosa che mi ha insegnato è stata: “Lei deve sempre tenere in mente che tutti gli allievi attorno a lei sono liberi, e deve prepararsi a vederli andare via, a perderli. Questo è fondamentale. Se non è capace di fare questo, non deve insegnare”.

CAPRINO
Maestro, io mi collego a quello che diceva proprio in questo momento, a questo aneddoto in cui lei va da Kobayashi sensei, entusiasta dopo il primo incontro, e invece Kobayashi sensei la manda via, immagino lasciandola un po’ perplesso. Lei usa spesso esempi che possono lasciare un po’ in difficoltà, stupito, un interlocutore come spesso siamo noi occidentali, abituati solo a processi logici-razionali. Nel suo libro che è tradotto in italiano con il titolo “Aikido – Il Corpo Filosofo”, lei spiega che Kobayashi sensei affermava che l’Aikido è l’arte del contrario – e questo mi sembra uno degli esempi che lo dimostra in maniera più evidente – e che l’aikidoka deve agire non in maniera imprevedibile ma inconcepibile. Spesso noi usiamo forse troppa mente per comprendere il corpo. Quanto è opportuno invece percorrere la direzione contraria e usare il corpo per capire meglio la mente e i suoi processi? Un qualche cosa che nei suoi libri appare abbastanza spesso, ma vorrei che me lo spiegasse, se avesse questa bontà di farlo.

COGNARD
Questa è una domanda che mi porta ad un discorso abbastanza ampio, però provo. Già quando dico “Io”, di che cosa sto parlando? Questa è la prima domanda. “Io” nel senso di quello che penso di essere, o quello che gli altri proiettano su di me? Se siamo in cinquanta in una stanza, ci sono cinquanta rappresentazioni di me e le persone che sono attorno a me interagiscono, sono in relazione con la rappresentazione che hanno di me e non con quella che ho io di me stesso. Quindi di quale io parliamo, quando dico “Io”? Questo mi pare il quadro in cui ci muoviamo.
Abbiamo imparato a progredire, perché delle persone attorno a noi ci hanno parlato, hanno dato alla nostra coscienza delle parole, delle immagini, dei concetti e parliamo attraverso essi. Quindi la nostra mente è fatta di quello che gli altri hanno fatto di noi. E più di questo, la nostra mente cambia ancora solo quando scambiamo con gli altri. Io dico spesso che l’altro, l’alterità in genere, è l’ossigeno della coscienza. E’ là che ci possiamo rinnovare, nell’altro. Questa parte di noi che ragiona, che pensa, che elabora, questa parte che consideriamo come razionale, in conclusione è la parte la più sottile del nostro io, una parte nella quale c’è tanta alterità.

Hirokazu Kobayashi posa con il fondatore Morihei Ueshiba

Attraverso l’esperienza, il corpo ha una evidente funzione identitaria. Quando uno arriva è perché il suo corpo entra nella stanza e tutti lo riconoscono. Quando morirà, di nuovo il corpo sarà la maniera di provare che è morto. Dall’inizio alla fine il corpo esprime un “Io” più denso, più inconcepibile. Cercare col corpo come noi facciamo in Aikido, significa in realtà cercare con il corpo, lavorare fino a cambiare il proprio modo di percepire l’altro, andare all’interno di un modo di relazione nel quale l’altro ha una posizione molto forte e molto importante. Quando lasci l’avversario entrare nelle tue braccia, quando lo prendi su di te, è qualcosa di incredibile: la presenza la comunicazione con l’altro è molto forte.
Alla fine della sua vita, quando lavoravo col maestro Kobayashi, posso dire che un’azione di meno d’un millimetro della sua mano cambiava l’intero movimento del mio corpo. Era qualcosa di una precisione incredibile. E poi potevamo sentirci l’uno l’altro senza dire niente. Lui mi diceva: “Sai, nell’insegnamento c’è qualcosa che è molto importante: il silenzio che condividiamo, il silenzio che facciamo insieme”. La presenza del corpo, a poco a poco ci porta a sentire l’anima dall’altro più che la sua ragione. Io credo che veramente il lavoro col corpo ci porta a pensare diversamente.
Quando ho scritto “Il Corpo Filosofo”, devo dire che non avevo un progetto su come scrivere, non ho fatto un piano ragionato… Ho preso il computer e ho iniziato a scrivere così, lasciandomi andare, lasciandomi andare, lasciandomi andare… So perfettamente che uso delle parole che se proprio prendiamo il mondo razionale della filosofia non sono usate in quel modo. Tutto questo lo so, ma non volevo mettermi nella condizione di controllare questa spinta che sentivo. Volevo lasciar fare, tentare di vedere se questo corpo poteva dire delle cose che io non sapevo.
Al momento abbiamo dei gruppi d’informazione. Uno degli insegnanti principali mi ha chiesto di spiegare qualche passaggio del Corpo Filosofo e l’ho dovuto rileggere. Mi rendo conto, 25 anni anni dopo, che oggi sono d’accordo con quello che ho scritto. Sono d’accordo e sono stato felice di provare questo sentimento.

CHIERCHINI
La mia prossima domanda è stata parzialmente già trattata e verte sul rapporto tra maestro e allievo nelle arti marziali. Questo è uno degli aspetti più importanti e allo stesso tempo più incompresi e reciprocamente abusati nel Budo. Lei, come ci stava raccontando, ha sperimentato una forte connessione con Kobayashi sensei, una connessione che è durata tra l’altro a lungo, venticinque anni. Secondo lei, come si bilanciano aspetti apparentemente opposti come l’empatia e le regole che ci devono essere nei rapporti tra le persone? Si può essere assieme vicini e lontani?

COGNARD
Allora, prima di tutto, penso che l’Aikido ci deve insegnare che la base di tutte le relazioni è il rispetto. Il maestro Kobayashi ha sempre insistito sulla libertà individuale assoluta e sul rispetto di tutto quello che vive. Questa è la prima cosa. Come può essere la relazione tra un maestro e un allievo? Non ho paura di paragonarla con una relazione di coppia. Io ho la fortuna di essere sposato con una donna favolosa, e la relazione è basata su un principio: non mi occupo di me in questa relazione, mi occupo di lei, mi occupo della mia sposa, perché so che lei si occupa di me. Io mi prendo cura della mia sposa e lei si prende cura di me e non ho bisogno di pensare a me.

Nel rapporto maestro-allievo ho vissuto la stessa cosa. Se ho avuto la fortuna di incontrare questa donna e di sposarla, lo devo al maestro Kobayashi, perché è lui che mi ha veramente insegnato questo. Siamo arrivati ad un’armonia tale tra di noi che mi pareva che potessimo capirci l’uno l’altro così, direttamente, senza aver bisogno di pensare. Questo mi ha permesso di creare la coppia nella quale vivo adesso secondo gli stessi principi. Non ho bisogno di pensare a me, penso a mia moglie, perché so che lei pensa a me. Può sembrare un po’, come dire idealista, tuttavia credo che sia veramente possibile.
Non è nell’opposizione né nel difendere il proprio posto che si trova la soluzione, l’armonia. Siamo tutti in relazione con tante persone e se ogni volta che entriamo in relazione dovremmo entrare con lo scopo di dire: “Cosa posso fare per questa persona? Sono utile o no per questa persona?”. Dovremmo chiederci qual è il quadro della relazione e come non uscire da questo quadro che è fondato sul rispetto assoluto dell’altro. Chiederci come non uscire da questo, sapere quando sono nel quadro della relazione e quando sono fuori o rischio di essere fuori. E in quel momento pensare solo all’altro.
Con il maestro Kobayashi ho vissuto una relazione molto forte, nella quale però non mi sono mai sentito controllato. Questo non esisteva, ero sempre libero. Desidero condividere un aneddoto a proposito di ciò. Ho avuto occasione di incontrare un grande maestro di Okinawa, era maestro del Motobu Udonte e in quel periodo lui era stato nominato tesoro vivente nazionale giapponese. Una delegazione del Budokon era venuta in Francia e io la incontrai perché mi chiesero di fare da traduttore. Questo maestro si chiamava Uehara Sekichi e mi prese fortemente in amicizia, e mi invitò ad andare a trovarlo a Okinawa, a lavorare con i suoi allievi. Lui insegnava in un tempio a Ginowan a dei monaci che erano la guardia del re del Ryukyu. Un certo tempo dopo, mi scriseo e mi propose di adottarmi come figlio, come si usa fare in Giappone. Ricevetti la sua lettera e la cosa mi smosse, perché lo rispettavo moltissimo e gli volevo davvero bene. Inoltre era già molto anziano. Allora ho preso la lettera, l’ho portata al maestro Kobayashi e gli ho chiesto: “Cosa pensa di questo?”. E lui mi ha detto esattamente queste parole: “Questa persona è eccezionale e quello che propone è assolutamente eccezionale. Se lei pensa che la sua vita è là, deve andare, bisogna andare subito. Lei è assolutamente libero. Questa è la base del nostro rapporto”. Alla fine ho deciso di rimanere con il maestro Kobayashi. Ho trovato le parole, il modo per spiegare che ero troppo impegnato in questa Via, che non potevo lasciarla… Veramente, in quel momento non ho sentito dal maestro Kobayashi nessuna esitazione. Niente, niente, niente che mi tirava indietro, verso di lui. Niente. Credo che questo è importante.

Poi, per finire con questa domanda, penso che l’amore che ci lega, che ci trattiene, che ci costringe non è amore. Nel nostro Aikido è molto importante questo momento nel quale liberiamo l’altro. Ho sentito tante volte dire: “Mmmh, da voi, quelle cadute alte…”. Perché ci sono tante cadute alte? Perché quello che facciamo è molto diretto e se la persona che attacca, attacca veramente, non ha il tempo di andare indietro. Non può fare altro. Il maestro Kobayashi diceva: “Quando fai uke, una sola direzione: in avanti, in alto. Non importa la tecnica: in avanti, in alto. E quando la vita ti presenterà delle difficoltà, pensa in avanti, in alto”. Nell’Aikido Kobayashi, veramente c’è questo modo di entrare forte e la gente vola in aria, perché non può andare altrove. Rispetto a questo, però, il maestro Kobayashi insisteva su un punto: “Deve pensare allo spazio nel quale l’altro sta andando, è lei che deve pensarlo, lei. Perché se lei non è capace di pensarlo, se lei non è capace di pensare come la sua caduta andrà a finire, allora lui sarà in difficoltà. Deve pensare a come liberarlo”.
Questo mi sembra lo scopo della vita, tutta la Via deve puntare a questo. La vita e la via insieme.

AMARI
Rispondere ad una tecnica aspettandola è una situazione tipica in Aikido. O-Sensei attaccava, oggi tale iniziativa è vista come un’eresia. L’attacco preventivo interrompe il processo aggressivo di uke e lo costringe a adattarsi ad una nuova situazione per poter riprendere l’iniziativa.
Come lei vede questo contesto di situazione di scambio, dove può scaturire il renraku-waza o combinazione, oppure il kaeshi-waza, o contro tecnica?

COGNARD
Ancora una volta sento una descrizione del nostro punto di vista. Da noi il taijutsu inizia con suwari waza e nel suwari waza è shite, la persona che fa la tecnica, che attacca. E’ un attacco per sollecitare una difesa e da questa difesa posso agire. Nel nostro aikiken è la stessa cosa: all’inizio, seme arriva e attacca, shite entra, seme è capace di schivare, seme continua l’attacco. E perché attacca? Costringe l’altro a difendere e perché difende fa un kaeshi waza. Questo è la base proprio del nostro aikiken. Lei sa che da noi il kaeshi waza è molto molto sviluppato. Abbiamo centinaia di tecniche di kaeshi waza. Si fanno kaeshi waza sia in taijutsu che in aikijo, che in aikiken. Ci si mette in posizione per un certo tipo di kihon, e bisogna imparare com’è quando questo kihon è eseguito in modo giusto e come contrastarlo. Quindi, nella tecnica della nostra scuola il kaeshi waza è dappertutto e l’obiettivo è arrivare ad una situazione di combattimento nella quale non c’è più alcun riflesso di difesa, solo la tecnica che parla con la tecnica. Lo scopo per noi è il linguaggio puro, parlare l’aikiken, parlare l’aikijo.

Kobayashi sensei ha sviluppato molto il kaeshi waza nel taijutsu. Tutte le tecniche che facciamo, tutte, ikkyo, nikyo, sankyo, kotegaeshi, shihonage, iriminage, tutte le tecniche sono studiate dal punto di vista del kaeshi waza. Tutte hanno una serie di kaeshi e tutte vengono usate con kaeshi. Io non sono assolutamente d’accordo con un attacco debole perché, l’ho detto prima, quello che per prima cosa dobbiamo controllare sono i riflessi di fuga, di aggressività, ecc. e questi riflessi devono essere attivati dall’attacco. Se l’attacco non è vero, se sono di fronte a uno che arriva così, tranquillo, queste riflessi non funzionano, perché so perfettamente che sono in un dojo, che l’altro è un amico… La testa può sempre dire che la situazione è questa. Il corpo non può, invece, se l’attacco è vero, i riflessi del corpo sono là. Per questo io insisto sempre per avere degli attacchi forti e veloci. Kobayashi sensei mi ha sempre detto: “Se tu fai una dimostrazione in un corso di insegnamento o in una dimostrazione pubblica, se tu non ti metti in una situazione di rischio, non serve a niente. Non farlo”. Perché non è vero. E’ importantissimo vedere uscire la tecnica di per sé, senza pensare alla tecnica. Vedere una risposta giusta a una situazione giusta. Quindi per noi il kaeshi waza è la base.

RUBATTO
Tornò su un concetto che lei ha già toccato prima, quando stava parlando del fatto che nello scrivere un suo libro lei non ha pensato ad altro se non a esprimere quello che stava sentendo in quel momento. Leggendo i suoi testi, è unanime la sensazione che siano ricchi di essenza, tuttavia è anche abbastanza diffusa la critica che non siano dei testi molto facili, che non sia semplice entrare nella sua ottica. Secondo lei, quanto è importante – al di là dei libri – rendersi leggibili dai propri allievi? Spesse volte, non so se è un falso mito, il maestro frapporrebbe volontariamente degli ostacoli all’allievo per vedere se l’allievo è in grado di superarli. L’insegnante potrebbe essere chiaro, ma decide di fare un discorso complesso, perché così in qualche modo mette lo studente alla prova. Ecco, come la pensa rispetto a questo?

COGNARD
Io non ho l’orgoglio di pensare che devo creare delle difficoltà agli altri per farli progredire. Non ho questo orgoglio. Penso che il lavoro che facciamo assieme tra noi, insegnanti e allievi, perché lavoriamo insieme, non vada in una direzione sola, va sempre in entrambe le direzioni. Questo lavoro comune è assieme importante e a volte difficile da capire. Con il maestro Kobayashi ho imparato questo: l’ignoranza ha le sue virtù, è utile. Quando scrivo, non cerco l’accordo di chi legge. Non vado ricercando la sensazione che “l’altro ha capito, è d’accordo con me”. Non ho questa intenzione. Rimango con quello che ho sentito del do. Poi, se l’altro trova qualcosa nei miei contenuti, bene, e se non lo trova è come quando faccio una tecnica: so perfettamente che tra chi guarda, uno vede questo, l’altro vede qualcos’altro e l’altro qualcos’altro ancora e rimane sempre qualcosa di ignoto. Per me è importantissimo capire che nella vita c’è il conosciuto-conosciuto, c’è il conosciuto-ignoto, c’è l’ignoto-conosciuto e l’ignoto-ignoto. Questo è il quadro della nostra coscienza. La nostra coscienza vive all’interno di questo.
Quando scrivo, il mio approccio dipende dall’argomento. E’ vero che ne Il Corpo Filosofo non ho fatto niente per essere capito. Era così, sentivo una sorta di spinta interna, e andavo avanti, avanti… Ho scritto tanti libri dopo, tra un mese uscirà un mio nuovo libro sulla strategia, e sarà il trentesimo. In quel testo ho fatto di tutto per essere capito, perché si tratta di strategia e soprattutto di strategia relazionale. Quando ci parliamo, nell’atto di usare le parole c’è una manipolazione della coscienza dell’altro. Sto provando di fargli capire qualcosa, quindi di fargli pensare qualcosa e fargli prendere questo qualcosa come una verità. Per me questo è un po’ pericoloso, se non ci stiamo molto attenti. Pertanto, il mio essere “difficile”, è un modo di essere aperto, di permettere fin dall’inizio alla gente di non condividere quello che dico, di contestarlo, di criticarlo; nello stesso tempo, tuttavia, il fatto che vengo criticato non cambia quello che penso. Verifico, tento di capire in profondità perché penso in un certo modo. Se lo esprimo liberamente, se lo presento, è perché me ne assumo veramente la responsabilità.
In realtà dipende tutto dalla situazione. Se vedo che un allievo fa nikyo ura e la sua mano non è impostata bene, gli dico: “Guarda, metti la mano così, è meglio”. Se lo fa o non lo fa, se capisce la differenza tra quello che faceva e quello che gli ho detto, rimane sempre una cosa sua, e nella scrittura mi trovo un po’ nella stessa posizione.

CAPRINO
Maestro, approfitto della sua esperienza per chiederle una panoramica su come è il tipo di pratica in questi anni, specialmente nei confronti dei più giovani, dei ragazzi, degli adolescenti. Soprattutto, visto che lei è un po’ un pioniere, come giudica il fatto che molte tecniche potenzialmente pericolose sono state eliminate da alcuni programmi tecnici di alcune scuole? Parlo per esempio del koshinage: alcune scuole lo hanno eliminato perché potenzialmente pericoloso. Ecco, lei lo trova corretto, giusto, adeguarsi a questi tempi un po’ iperprotettivi, oppure l’Aikido deve rimanere comunque legato a questa piccola quota di rischio che ci deve essere in un’arte marziale?

COGNARD
Non so perché alcune scuole hanno tolto il koshinage, forse hanno una buona ragione per farlo. Però da noi non è successo, il koshinage è sempre là e anche altre tecniche difficili, che possono essere considerate pericolose. Sono ancora là. Io penso che il pericolo non dipende dalla tecnica, dipende dal livello di energia. Nella nostra scuola il koshinage è fondamentale. Facciamo koshinage con tutte le tecniche: ikkyo-koshinage, nikyo-koshinage, kotegaeshi-koshinage, ecc. ecc. Non è affatto pericoloso, anzi la caduta del koshinage, quando è insegnata in modo corretto, è senza ombra di dubbio molto più facile delle altre cadute che facciamo in Aikido. E’ senza rischio: basta afferrare il dogi dell’altro con la mano giusta e basta, è finita, non c’è nessun pericolo. Detto questo, ci sono tante persone che mi dicono: “Ma voi siete pazzi, perché con la spada passate a un millimetro dagli occhi, entrate sulla gola…”. Sì, sì, lavoriamo ad una distanza con la quale ci si può toccare, e quando faccio yoko hiji monji la spada passa attraverso la testa dell’altro, se non piego il braccio nel momento giusto.
Il pericolo è sempre una mancanza di energia. Mancanza di energia vuol dire mancanza di coscienza, quindi percezione debole, una percezione dell’interazione dl spazio-tempo, dell’azione che è debole. Questo è il pericolo. Il pericolo è sempre là. Tutto quello che è utile e pericoloso. Se ho un fucile a casa per difendere i miei e mio figlio piccolo lo prende e uccide suo fratello, possiamo mettere una legge per controllare questo fatto, ma poi un altro la userà all’inverso… Tutto quello che usiamo è pericoloso. E’ la persona che l’usa che cambia. Se il livello di energia è basso, il rischio è enorme con tutte le tecniche. Sapete che con udekimenage le persone si rompono le spalle…
Possiamo indebolire sempre più la tecnica, attaccare debolmente, eliminare una tecnica se è un po’ pericolosa… e così via. E poi dopo ci chiediamo: perché la gente non viene più a fare Aikido? Perché non sono più interessati? Questa domanda la sento sui siti, a destra e sinistra, su internet: perché c’è mancanza di allievi? Perché i giovani non vengono più…
Devo dire che io sono molto felice, innanzitutto perché abbiamo il 50% di donne e questo non è una cosa da niente. Come mai? Perché non le distruggiamo. Anche se il nostro Aikido è fisico, anche se si va forte… rimangono delle donne, dall’inizio alla fine. Non hanno bisogno di lottare con gli uomini, non hanno bisogno di essere fisicamente più forti…
Poi abbiamo dei giovani, molti, molti, che sono interessatissimi. Nell’ottobre 2019 sono andato in Giappone con gruppo di 16 ragazzi tra i 12 e I 16 anni. Di media avevano fatto più di 10 anni di Aikido. Ho organizzato per loro una dimostrazione presso il Butokuden di Kyoto. A questa dimostrazione ho invitato il sindaco di Kyoto, il governatore della zona, i responsabili della cultura e dello sport, il console francese a Kyoto. Si sono accomodati dietro ad un tavolo e i miei giovani hanno dimostrato per loro. Hanno fatto 30 minuti di dimostrazione e devo dire che erano proprio una forza, ci hanno messo un impegno incredibile. Sono entusiasti.
Abbiamo creato delle scuole specifiche. Abbiamo una scuola per insegnanti che funziona dall’81 e ci sono praticanti che sono membri dall’81 fino ad adesso, che non hanno mai smesso. Abbiamo un livello di preparazione di 2 anni, seguito da 7 anni di formazione e poi dopo da 7 anni ancora di formazione superiore. Abbiamo un gruppo di giovani da 12 a 17 anni, e un gruppo di bambini che hanno tra 7 e 12 anni che sono già in formazione per l’insegnamento. Tutte queste scuole funzionano bene.

Penso che forse, andando verso la fine della nostra vita, abbiamo tutti un po’ la tendenza a non voler prendere i rischi della giovinezza. Penso che il giovane che arriva, porta delle cose che forse per noi sono un po’ difficili e poi, quando li vediamo così come sono, ci ricordiamo quando eravamo come loro e forse non ci fa piacere. Allora, ci sono molti insegnanti che hanno paura dei loro allievi e fanno in modo di tenerli giù, di bloccarli. Ancora, quegli insegnanti che hanno ricevuto gradi alti che non meritavano, fanno in modo che gli altri non possono salire. Forse si fa la stessa cosa con l’età: diventiamo un po’ vecchi, e allora… C’è un sistema per rimediare a questo, esiste una medicina per questo male, io me l’applico quotidianamente. Quando tengo lezione, la prima cosa che dico ai miei allievi è che devono attaccarmi forte e veloce. Se qulcuno mi colpisce, non posso che ringraziarlo. Ancora adesso chiamo quattro persone, mi metto al centro e arrivo a toccarli prima che loro tocchino me. Finché posso farlo, continuerò a insegnare. Se un giorno non ne sarò più capace, vedrò.

AMARI
Molto spesso vedo nell’Aikido che le tecniche di spada, l’aikiken, vengono eseguite in un modo che fa ben capire, a chi studia scherma giapponese in modo oggettivo e seguendo una scuola, che chi la maneggia non comprende assolutamente la meccanica della spada e il suo uso in relazione ad un altro spadaccino, o ad un’altra arma, o alle mani nude. Minoru Mochizuki sensei come studioso della storia delle arti marziali giapponesi, sosteneva che le discipline Aiki discendevano dal kenjutsu, mentre le discipline Jū dal Sumo antico. Ho letto nel suo libro “Il Corpo Filosofo”, e lei lo ha ripetuto poco fa, che Kobayashi sensei ha praticato per molto tempo Kendo e anche Jodo al di fuori della sua pratica in Aikido. Dal punto di vista dell’insegnante, non pensa che chi vuole insegnare non abbia la necessità di approfondire la tecnica di spada presso una scuola ad essa dedicata per fornire ai suoi allievi un insegnamento con solide basi? Qualunque sia il percorso di crescita attraverso la spada (o il jo, che ad essa è strettamente legato) si può prescindere dalla corretta conoscenza del mezzo che veicola questo studio?

COGNARD
Per prima cosa, io ho iniziato a fare Aikido, Judo e Karate contemporaneamente. Ho fatto questo per 9 anni, Judo, Aikido e Karate, tutti i giorni. Ho chiesto ai miei genitori di mandarmi in una scuola che era a 200 metri del dojo e quando finivo il pomeriggio a scuola, andavo immediatamente al dojo: un’ora e mezzo di Judo, un’ora e mezzo di Karate e un’ora e mezzo di Aikido. Tutti i giorni, così. Ho preso un diploma di stato in Francia come professore di Judo, Karate e Aikido, poi ho studiato Kendo e Iaido. Penso che un insegnante dovrebbe essere capace di conoscere il modo di pensare delle altre discipline, o almeno di entrarci in una qualche misura. Ho smesso di fare Judo perché il senso nel quale la Federazione Francese di Judo tirava il Judo, verso la sportività e solo la sportività, la competizione, non mi si confaceva. Ho sempre continuato, ogni volta che ne ho avuto l’opportunità, a fare Karate. All’inizio ho fatto Shotokai, poi il maestro Harada non c’era più e non ho proseguito. Poi ho fatto un po’ di Shotokan, però più che altro ho fatto Gojo-ryu e l’ho veramente apprezzato. Ancora oggi mi è sempre utile.
Il Kendo mi ha portato a provare un qualcosa che lei capisce, che impugnare una spada è una cosa favolosa. Io dico sempre che se un uomo è senza spada, è un uomo a metà. A casa mia ci sono spade ovunque: katana, iaito, shinai, bokuto, di tutto. In casa ho almeno trenta spade. Senza spada, per me ad un uomo manca qualcosa. Credo davvero che l’origine è il campo di battaglia. Su un campo di battaglia non si può dire all’altro: “Io ho la mia tecnica, è così, ora mettiamoci d’accordo sul modo di combattere”. L’altro combatte, e se tu non conosci come lui combatte, sei già morto. Pertanto, almeno aprire un po’ le porte, dire: “Come fanno questi? Che cosa fanno questi?” per un insegnante di arti marziali mi sembra la base.

Posso raccontarvi di alcune mie esperienze. Per esempio insegnavo in Guadalupe, e ho visto arrivare una persona che ho immediatamente riconosciuto come un professore di Karate. Questo professore di Karate ha seguito la mia lezione di Aikido correttamente, era molto calmo e gentile. Poi, alla fine, mi si è avvicinato e mi ha detto: “Molto interessante quello che ha fatto vedere. Lei è d’accordo di farmi vedere lo stesso in situazione di combattimento?”. “Sì, con piacere”, gli ho risposto. E ho fatto uno scambio con lui, proprio come in un combattimento di Karate, per arrivare poi all’applicazione della tecnica di Aikido. Alla fine mi ha detto: “La ringrazio davvero. Posso venire con qualche mio allievo domani?”. “Sì”. Il giorno dopo, c’erano 40 allievi di Karate in più allo stage di Aikido.
Più recentemente, ero a Phoenix, in Arizona, per un seminario. Una persona mi telefona e mi dice: “So che lei insegna aikiken, io sono un kendoka. Posso venire?”. “Perché no?”. E lui mi dice: “Perché ci sono degli insegnanti di Aikido che non vogliono persone che vengono dal Karate o dal Kendo”. Questo mi stupisce, è una cosa incredibile. Siamo prima di tutto praticanti di arti marziali. Un budoka è un budoka. Non si dovrebbe comunque mai rifiutare nessuno, ma ancor più un praticante di arti marziali. Quindi gli ho detto: “Sì, sì, certo che può venire”. Lui è venuto, ci siamo scambiati delle esperienze, partendo dall’aikiken e comparandolo con il modo di far Kendo che conosco, quindi abbiamo condiviso un momento di scambio favoloso.
Lei sa che io insegnò a Yagyu? La scuola di Yagyu, lo Yagyu Shinkage-ryu ha un suo dojo storico a Yagyu, e io insegno in questa scuola da 15 anni. Ci insegno la spada e niente altro. Quindi quello che dice per me è proprio il fondamento, la base della nostra pratica: il ken prima di tutto.

RUBATTO
Le faccio un’altra domanda che forse è un po’ spinosa: cosa ne pensa del professionismo? Vivere di Aikido, secondo lei, significa per forza vendere o svendere un prodotto, cercando di massimizzare il guadagno, il profitto? O è possibile invece mantenere un’etica personale che non rinuncia alla propria integrità, pur vivendo grazie all’Aikido?

Kobasyashi sensei dimostra il suo aikiken con Andrè Cognard

COGNARD
Questa domanda l’ho sentita tante volte, mi hanno fatto persino scrivere degli articoli su questo concetto. Allora, quando la sua macchina che non funziona bene, dove la porta, dal suo vicino di casa, che fa ci armeggia attorno un po’, o da un professionista? La porta da un professionista. D’accordo?
Ho incontrato il maestro Kobayashi nel ’73. Nel ’77 lui mi ha detto: “Se vuole veramente insegnare, veramente, deve diventare professionista”. E io l’ho fatto: ero un insegnante di ginnastica a scuola, ho smesso e sono diventato professionista. Per 5 anni ho mangiato del pane ogni tanto e ho dormito in una casa senza vetri e senza riscaldamento. Quando andavo a Lione per fare le mie lezioni, in macchina, perché era a 70 km, usavo tutti i soldi che avevo per la benzina, e quando mancavano 18 km e rimanevo a piedi, continuavo correndo. Dopo 7-8 anni ho cominciato a sopravvivere. Questo è quello che racconto alle persone che mi dicono: “Ah, ma tu come professionista ti godi la vita…”: “Se vuoi provare, fallo, poi vediamo dopo”. E questo è il primo punto.
Il secondo è che io non ho mai collegato il fatto di guadagnare soldi con il fatto di fare una cosa piuttosto che un’altra. Ogni tanto mi hanno proposto degli stage pagati che ho rifiutato per motivi etici, perchè per me prima di tutto l’etica è al centro della pratica, e questo è un insegnamento del maestro Kobayashi. Il maestro Kobayashi utilizzava la regola delle tre E, che io ho ripetuto tante volte: “Etica, Estetica, Efficacia”. Una cosa che non è estetica non va essere fatta, perché se non è estetica, significa che dentro c’è qualcosa che non va e questo è un problema etico.
Io credo davvero nell’insegnamento professionista, ma penso che comunque non dobbiamo contrapporre le due situazioni. I professionisti non sono i re della pratica, non sono migliori degli altri, sono semplicemente delle persone che hanno fatto una scelta diversa. L’Aikido ha bisogno di tutti gli insegnanti, amatori e professionisti. Abbiamo bisogno di convivere. In Francia, attorno a me si raccolgono circa 160 dojo. Alcuni insegnanti sono professionisti e altri sono del tutto amatori. Abbiamo bisogno di tutti.


Collegare direttamente l’Aikido con il vendere, poi, per me è una cosa atroce. Non ho mai venduto Aikido, mai. E a questo non ci si arriverà mai, OK? Sono andato in pensione a 60 anni e adesso ne ho 67, e durante queste ultimi sette anni non ho mai lavorato tanto. Lavoro più che mai, senza guadagnare niente, perché tutto quello che faccio lo devolvo alla creazione dell’Aikido, tutto, io non prendo niente. L’Aikido è una Via nella quale si investe la propria vita e si continua. Esiste una differenza essenziale, lo dicevo detto a proposito della spada: un uomo che ha una spada è un uomo che ha una Via. La differenza principale per me tra le persone è tra chi ha una Via e chi non ha una Via, perché chi ha una Via sa sempre dove andare.
Quando insegno la spada con 2-3-4 attaccanti, la cosa più importante, quella che definisce tutto ci ò che segue, è sapere esattamente in quale posto andare subito. Se ci sono dei posti dai quali si può agire con efficacia e senza pericolo e ci sono invece dei posti impossibili, se uno sa dove andare, ci si riesce, se non sa dove andare, è finita. Per me la differenza tra le persone è tra chi ha una Via e chi non la ha, e la Via non ci concede di pensare ai soldi, o a cose simili. Siamo su un altro pianeta.
So che i professionisti ogni tanto sentono questo tipo di argomenti. Vi offro una mia esperienza personale: quando il maestro Kobayashi era ancora in Europa, in tanti pretendevano di essere suoi allievi, però il maestro Kobayashi diceva: “Per me, un mio vero allievo è professionista”. Era una condizione che lui aveva messo. Lui diceva: “Un vero discepolo è professionista”, perché pensava al futuro, pensava al dopo. Nessuno, tranne me, è diventato professionista dopo di lui. Però oggi la gente mi dice: “Ah beh, per lei è facile, perché come professionista non ha niente altro da fare, quindi prosegue lei Kobayashi”. Sì, ma allora fatelo. Fate la stessa cosa.
Io penso che possiamo scegliere: possiamo essere eccellenti insegnanti e praticanti di Aikido e rimanere amatori, e possiamo essere professionisti senza vendere la nostra anima.

CHIERCHINI
La pandemia ha rappresentato un momento di crisi generale, forte, per la pratica di ogni attività fisica a livello amatoriale, ivi incluso il Budo. Storicamente, i momenti di crisi sono sempre stati forieri di periodi ricchi di energia e innovazione. Quindi, mi chiedo, dalla crisi generata dal Covid-19 dobbiamo aspettarci la morte dell’Aikido, o la sua rinascita fondata sulle difficoltà che stiamo sperimentando tutti nell’adattarci ad un mondo profondamente mutato?

Una immagine tratta da The Aiki Healing Sessions con Cognard sensei

COGNARD
In Francia non possiamo usare il dojo. Abbiamo un dojo immenso e non possiamo entrare dentro per praticare. Però abbiamo sempre praticato fuori. Quando c’era la neve, c’era la neve, con -10 ° eravamo fuori a praticare, i miei allievi vengono comunque. Io non riesco a capire: tu sei un budoka e hai paura del freddo? Hai difficoltà con questo? E poi la pioggia: una mattina abbiamo preso una quantità di acqua sulla testa… Non ho visto un allievo rallentare la sua azione, il suo lavoro. Questa è un tipo di formazione che deve iniziare presto. Se noi come budoka non consideriamo una crisi, una difficoltà, un’opposizione come opportunità di andare avanti, di progredire, se non siamo capaci di questo, allora è meglio dedicarci a qualcos’altro.
La crisi c’è, certo. Io dico ai miei allievi, sempre, la crisi c’è, ma non possiamo passare il tempo a lamentarci: “Ah, se non c’era la crisi era meglio…Voglio che non ci sia…”. E invece c’è, e una cosa che c’è, c’è. Detto questo, come budoka, cosa possiamo fare? Come possiamo continuare ad andare avanti e verso l’alto? Non penso che le alternative siano che l’Aikido muore o rinasce. Per me l’Aikido continua, continua, continua. Sono sicuro che dopo questo saremo più forti, più forti, semplicemente più forti. Forse delle persone non saranno in grado di proseguire, però quelli che proseguono, questi saranno ancora più forti.
Per me tutte le opposizioni sono buone. Quando uno va dal suo maestro di arti marziali, va per prendere la sua forza, e per prendere la sua forza cosa fa? Si oppone. Lottiamo l’uno contro l’altro ed entrambi si rafforzano. La vita è così, la vita ci porta delle prove da superare e quando arriva la prova possiamo fuggire, oppure superarla. Kobayashi sensei mi ha sempre detto questa frase, che è rimasta per me qualcosa di molto importante: “Non ho niente da insegnare. Posso solo proporre delle prove”. E questo per me è un insegnamento fondamentale. Mi ha proposto delle prove, anche dure, però io sono consapevole di una cosa, che mi aiuta ogni giorno, ogni giorno: c’è qualcosa che non va? è il segno che posso cambiare qualcosa in me. Kobayashi sensei diceva: “Se la vostra vita non vi piace, cambiatela. Se non siete capaci di cambiarla, cambiate voi stessi”. Questo per me è veramente la direzione del Budo. Arriva un nemico: grazie, mi insegna qualcosa che non avevo visto di me. Mi arriva una crisi: ah, cosa possiamo imparare e come possiamo sopravvivere – perché il riferimento è il campo di battaglia. Sul campo di battaglia, il primo che fugge si fa uccidere da dietro. Fuggire e morire sono la stessa cosa. Chi è debole interiormente, chi è debole di mente, debole di cuore, muore. Chi sopravvive? Quello che rimane veramente nella posizione giusta per combattere.


Anche se la nostra disciplina è una disciplina marziale pacifica, questa disciplina ci impone di combattere tutti i giorni. Il guerriero classico combatte ogni tanto, quando c’è la guerra, poi dopo si riposa. Il combattente per la pace non si riposa mai, non si ferma mai. Lotta tutti i giorni e in qualsiasi condizione. Quindi le condizioni attuali sono buone. Per me è così.

CHIERCHINI
Il nostro incontro volge al termine. Credo che da questo scambio possano nascere molti spunti di riflessione per il tempo a venire. Spero che abbia interessato chi ci legge tanto quanto noi che lo abbiamo animato. Di certo il ringraziamento va ad Andrè Cognard sensei. Grazie Andrè-san.

COGNARD
Sono io a ringraziare per questa opportunità, per questo incontro, è un piacere veramente.

CHIERCHINI
Grazie per averci dedicato il suo tempo e per aver condiviso il suo pensiero con noi. Ringrazio anche i miei colleghi, Adriano Amari, Marco Rubatto e Carlo Caprino per il loro prezioso contributo nel realizzare questa sessione di The Aiki Healings.
Arrivederci a tutti, amici, grazie ancora e a presto!

Copyright Simone Chierchini ©2021
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