L’Ermetista – Intervista a Paolo Corallini


Da Iwama e l’incontro con Saito sensei, al complesso intreccio fra le pedagogie presenti nell’Aikido, nel corso di questa conversazione Paolo Corallini sensei offre il suo approccio dotto e ricercato al senso di ciò che esiste sotto al livello visibile dell’Aikido

di SIMONE CHIERCHINI

CORALLINI
Ciao Simone!

CHIERCHINI
Paolo, un piacere averti. Scozia! [Lo sfondo dietro Corallini Sensei è un tartan scozzese]

CORALLINI
Che bello rivedersi, finalmente. La mia patria è Giappone e Scozia.

CHIERCHINI
Come sapete ragazzi, io sono in Irlanda. Quindi questa è una conversazione attraverso l’Europa. In più vedo anche gente che si connette dall’estero, anche all’esterno dell’Europa.
Ci troviamo, purtroppo o per fortuna, a parlare a distanza. Cerchiamo di fare di un male un bene, utilizzando questa opportunità per vederci. Abbiamo battezzato questi incontri “The Aiki Healings”, la guarigione attraverso l’Aiki, per cercar di stemperare le negatività con cui siamo obbligati volenti o nolenti ad avere a che fare ogni giorno. Purtroppo sono cose che vanno sopra la nostra testa, a prescindere da quello che uno possa pensarne. L’importante è, appunto, avere un atteggiamento positivo e cercare anche nel momento di difficoltà di trovare buoni motivi per andare avanti, per continuare.
Io ringrazio tutti quelli che si sono connessi. Ringrazio Paolo-San prima di tutto – un personaggio che ovviamente non ha nessun bisogno di esser presentato. Io ho un rapporto molto stretto di stima e di amicizia con Paolo, che personalmente mi è stato vicino in un momento di crisi nel mio percorso aikidoistico.
Lui mi ha accolto con le braccia aperte e poi, quando è stato il momento di lasciarmi andare, lo ha fatto da vero maestro e anche da padre: senza chiedere niente. Quindi gli sono molto molto grato per questo.
Facciamo una domanda iniziale abbastanza semplice, per riscaldare l’atmosfera.
Paolo, sono tanti anni, sono decenni che tu hai trascorso praticando e insegnando Aikido. Oggi, nel 2021, quando ti volti indietro e guardi a quel Paolo che ha iniziato oramai tanti tanti anni fa, cosa vedi, cosa di questo Paolo di allora? Soprattutto rispetto al Paolo che abbiamo oggi noi davanti, il Sensei Corallini.

CORALLINI
Caro Simone, innanzitutto ti ringrazio moltissimo di questo invito, che ho accolto con gioia, perché l’affetto che mi lega a te, la stima sono immutati. Hai giustamente detto che c’è un bellissimo rapporto, che va al di là. Ci ha accomunato la passione per l’Aikido, ma l’eggregore, il feeling va ben oltre. Ecco, continuerà così, sicuramente. Grazie quindi di questa iniziativa e ti ricambio tutto l’affetto, la stima e ti auguro ogni bene.
Per quanto riguarda la domanda che mi fai, io iniziai il 16 Aprile del ’69, quindi moltissimi anni fa. All’epoca, mi motivava la ricerca di qualcosa di particolare: era un periodo difficile della mia vita, in cui mi sentivo veramente solo. Avevo dei problemi familiari e cercavo qualcosa che mi facesse incontrare persone. Ero sempre preso dalle arti marziali sin dall’infanzia e seppi che in una città vicina a me, Macerata, si parlava di un’arte quasi sconosciuta, diciamo, all’epoca in Italia. Venendo io da una famiglia di collezionisti, le cose rare mi hanno sempre attratto e allora mi avvicinai appunto a quest’arte, all’epoca così poco conosciuta.
Mi spingeva quindi, al di là delle motivazioni appunto familiari, una voglia di socializzare, di essere più sicuro di me e di trovare veramente le risposte o meglio le ancore a un periodo di burrasca nella mia vita. Mi innamorai subito dell’Aikido, anche se all’epoca l’Aikido che si praticava in quella città era proprio agli albori. Però sentivo che c’era qualcosa di grande, di importantissimo dietro. Mi innamorai veramente in modo cronico, diciamo, per usare un termine medico. Questa passione è andata crescendo nel tempo, pur con le mille difficoltà dell’epoca, sia economiche, perché era uno studente – ovviamente non avevo molta disponibilità – quindi con grande difficoltà e motivato da questa curiosità che vedevo, nell’allora poca conoscenza che c’era in genere di quest’arte. Ero pieno d’entusiasmo.
Pensando al Paolo di oggi, ho l’entusiasmo di allora, la curiosità di allora, so che l’Aikido è un cammino infinito. Parafrasando il percorso simbolico del Fondatore, che usava – come in molte vie iniziatiche – le tre figure fondamentali, il quadrato, il triangolo e il cerchio, intendendo il cerchio come l’Universo, mi sento in cammino ora come allora, e sicuramente continuerò da qui a… (non so se avremo vite future, io credo di sì) ma continuerò per sempre con lo stesso entusiasmo.

CHIERCHINI
Parlavi giustamente dell’Aikido come di una malattia cronica.

CORALLINI
Mi puoi capire!

Paolo Corallini a Iwama nel 1984

CHIERCHINI
Credo che quelli che ci guardano possano tranquillamente affermare che tutti quanti hanno questa malattia. Se ti sei infettato, se vogliamo continuare a usare questa metafora, è successo fondamentalmente a Iwama. Quindi il tuo arrivo a Iwama all’inizio degli anni ’80: quali sono state le sensazioni che hai provato all’inizio di questa avventura, quando ti sei trovato a essere uno dei pochi non giapponesi allievi nel dojo? E, soprattutto, qual è stata la sensazione nello scoprire questo grande maestro, che poi sarà in futuro il faro tuo personalmente, ma diciamo degli aikidoka di tutto il mondo, cioè Morihiro Saito Sensei? Com’è stato l’inizio di questa avventura? Mi interessa anche sapere in che modo si relazionavano i locali a te.

CORALLINI
Bene, questa domanda richiederebbe forse un tempo molto importante per descriverlo. Quello che ti posso dire è che io, ovviamente, prima di conoscere Saito Sensei – ormai lo sanno moltissime persone – frequentai altri percorsi. Iniziai con Kawamukai Sensei, poi seguii per parecchi anni Andrè Noquet, che era stato uno dei primissimi europei a frequentare l’Hombu Dojo. Lo seguii per molti anni. Poi seguii Tamura Sensei per parecchio tempo e fu grazie a lui che, conoscendo la mia passione per le armi, un giorno mi disse (eravamo a La Colle-sur-Loup nella Costa Azzurra, per il seminar che lui teneva tutti gli anni insieme a Yamada Sensei): “Paolo, tu dovresti andare a Iwama a conoscere Saito Sensei”. E io gli risposi: “Maestro, magari! Per me è una leggenda, ma non so come arrivarci”. Lui mi disse: “Pas de problèmes, Paolo! Se vuoi farò in modo che tu lo possa conoscere”.
Per me fu un miracolo e quindi, per farla breve, fece in modo che fossi accettato nell’Ibaraki Dojo, perché all’epoca per essere accettati non è che bastava andare lì, bussare e ti veniva aperto. Era necessaria un’introduzione personale o di un amico o di un deshi molto vicino a Saito Sensei per accedere. Quindi grazie a lui arrivai a Iwama e, come giustamente dicevi, ero uno dei pochissimi non giapponesi là. Lui era la prima volta che vedeva un italiano, quindi era molto curioso e di questo poi parlerò dopo. Comunque arrivai lì e per me fu una visione , veramente, perché arrivare in quello che era la Mecca – o più che la Mecca, perché la Mecca definirei Tokyo, l’Hombu Dojo – diciamo la Betlemme dell’Aikido, non credevo ai miei occhi. Ci arrivai in mezzo a mille difficoltà economiche, di viaggi, di tanti e tanti ostacoli… eppure arrivai là.
Erano le tre e mezzo del 4 Maggio 1984. Un uchideshi mi vide con le mie valigie arrivare lì e mi disse: “Vado ad avvisare Saito Sensei, chotto matte kudasai, un momento”.
Vidi arrivare verso di me, qualche minuto dopo, la figura del Maestro accompagnata da un giapponese che parlava un po d’inglese. Capii che lui mi disse: “Non ti preoccupare adesso, intanto benvenuto, sono molto felice di vederti”, e mi fece accompagnare dove lasciai le mie valigie. Mi diede il futon, lui personalmente, quindi molto molto… che devo dire, mi commuovo… una meraviglia. Mi disse: “Oggi riposati, sarai stanchissimo dal viaggio. Stasera c’è keiko alle 7, come tutti i giorni, ma tu oggi sei esentato”. Io invece subito dissi: “No, no, io voglio partecipare immediatamente, subito!” e lui mi accolse con un gran sorriso.
E fu quella la prima sera. Io ero veramente stanco morto, perché all’epoca non c’era il volo diretto, ho fatto tipo dagli Appennini alle Ande… Però, pur stanco morto, mi trovai sul tatami 20 minuti prima per l’aikitaiso e non vedevo l’ora di assistere a questa prima lezione.

Per me fu tutto molto nuovo, perché io ero abituato alla pedagogia che si conosceva in Europa – quindi molto aerobica, molto aikitaiso, molto kinonagare. L’idea del katai-geiko, del kotai, quindi dell’allenamento kihon proprio, per me, era totalmente sconosciuta. Il primo movimento, come sempre sin dai tempi del Fondatore, fu katatedori tai-no-henko kihon, che per me era una novità. Noi lo facevamo solo in ki-no-nagare, quindi mi restava molto difficile. Il giapponese, che poi era un kyu – io già ero un anziano quarto dan – mi afferrò il polso. Io, che non ero abituato a questa presa, non riuscii a muovermi. Fu per me un trauma non indifferente, perché feci immediatamente un bilancio: “Eh sì, ma questo è un kyu e io non riesco a muovermi”.
Saito Sensei, che era proprio davanti al kamiza, mi guardava perché era curioso. Vedeva questo straniero, questo italiano (c’era qualche americano lì, però insomma, l’italiano ero io) mi guardava così e vide la mia difficoltà. Venne sparato verso di me e, sempre grazie all’aiuto dell’interprete, lui disse: “Mondai wa arimasu ka? Hai problemi, ci sono problemi?”. Io l’ho guardato come per dire “Tutti i problemi del mondo!”. Lui scese al mio livello e mi disse: “Afferra il mio polso”. Io, abituato alle prese un po’ soft, lo presi come facevo sempre e lui mi fece: “No, no, motto, motto, più forte, di più, di più”. Io cercai di stringere, ma lui “No, no, motto, di più”… Non era abituato. “Dame, dame, non va bene! Più forte!”. Alla fine si accontentò della mia allora debole presa e con pochissime parole, anche perché sapeva che non capivo il giapponese, diresse le sue dita verso il suo centro e con taisabaki mi fece capire, finalmente, il meccanismo per farlo anche su una presa forte e stabile. Poi mi fece: “Kantan desu ne? È semplice, no?”. “Beh, veramente… Non molto!”.
Comunque poi provai, provai e da lì fui inserito, ma con tutta l’assistenza. I giapponesi erano curiosi, gentili, disponibili veramente. Trovai un ambiente bellissimo: difficile, rigido, molto, molto faticoso, ma bellissimo.
La sera stessa alla fine di questo keiko, ci fu l’avvenimento che mi segnò per sempre. Mi innamorai definitivamente di lui. Ne nacque un rispetto però…..terminale, per usare un termine medico, di Morihiro Saito Sensei, perché lui verso la fine del keiko – e adesso cito letteralmente in italiano quello che lui disse: ormai è una cosa nota, ma la ripeto sempre perché per me è molto importante – lui disse:
“Ci sono molti meravigliosi maestri che insegnano in giro per il mondo. Sono tutte persone che hanno dei meravigliosi insegnamenti da dare e sono liberi di farlo perché viaggiano molto. Hanno appreso anche loro dal Fondatore e quindi sono persone verso le quali ho il più totale rispetto. Loro sono liberi di farlo; io non sono libero, perché sono rimasto sempre a Iwama.

Ho vissuto quasi 25 anni, 24 ore al giorno con il Fondatore e ho ricevuto da lui l’incarico di essere quì il dojo-cho, e io non sono libero. Io non sono nessuno per potermi permettere di cambiare o di interpretare quello che O Sensei mi ha detto e dato”.
Questo letteralmente. Io, con l’aiuto di questo giapponese che mi traduceva parola per parola, rimasi basito perché vidi l’umiltà di quest’uomo che riconosceva la grandezza, l’autorevolezza degli altri shihan, allievi diretti del Fondatore. Però diceva: io non sono libero, perché lui mi ha dato un certo incarico, che era quello di dirigere il suo dojo personale, quello dove lui insegnava quotidianamente con una certa didattica, e dove lui creò, codificò l’Aikido, attorno al ’35 al ’38, quel periodo lì, nella veste che noi conosciamo; e io non mi permetto di interpretare o di insegnare in modo libero quello che lui mi ha detto e dato. Questo fu per me veramente un imprinting che da lì, da quel momento in poi, segnò in modo veramente indelebile la mia vita.

CHIERCHINI
Una scelta molto forte, ovviamente. Diciamo che la libertà che hanno avuto altri, lui non se l’è potuta permettere, fondamentalmente.

CORALLINI
È quello.

CHIERCHINI
Rimaniamo ancora per un attimo su Saito Sensei. Ti dispiacerebbe raccontarci un ricordo, un aneddoto, possibilmente inedito che lo caratterizzi, che ce lo presenti non come lo leggiamo di solito – appunto collegato all’aspetto tecnico della sua pratica o alle questioni organizzative… No, proprio il Maestro Saito.

CORALLINI
Eh, carissimo Simone, pure questa è una domanda che apre un panorama enorme. Però, prima di arrivare a uno o due piccoli aneddoti, ti dico: già per definire l’uomo, l’uomo Saito – perché parlare della sua grandezza come Maestro, come didattica, è superfluo, perché lo conoscono tutti: dai libri, chi l’ha visto personalmente, chi l’ha frequentato… è inutile. Ma per dire la sua semplicità, la prima volta che io ebbi l’ardire di invitarlo, ci trovavamo nello shokudo, nell’antica cucina del dojo di Iwama, che era così e ancora è così sin dai tempi del Fondatore.

Paolo Corallini e Morihiro Saito Sensei praticano Aiki Ken in Iwama (1987)

Eravamo a cena e io avevo già conosciuto per mia fortuna Stanley Pranin, che parlando ben 8-9 lingue – parlava l’italiano meglio di me – fu per me importantissimo per il rapporto che ebbi poi con Saito Sensei. Veramente…fu enormemente importante. Quella prima sera che io, Stanley e lui eravamo a cena insieme, lui era di fronte a me, Stanley era qui. Durante la cena, lui mi chiedeva, voleva sapere la mia storia, la mia vita, le impressioni che avevo avuto dei primi keiko con lui… figuriamoci cosa io possa aver risposto… A parte questo, durante il colloquio, dissi a Stanley in italiano: “Stan, dì a Saito Sensei che io vorrei invitarlo in Europa”. Lui non c’era mai venuto. E Stanley, mi faceva, cercando di non farsi capire da Saito Sensei: “Paolo, non posso chiederglielo, perché gli è stato chiesto altre volte e lui non è mai voluto venire. Dai, non me lo far chiedere”. “Dai, per favore! Dai! Dai!”, e lo stuzzicavo: “Dai, dai, chiedi!”. E Saito sensei era lì che ci guardava, non comprendendo quello che dicevo e faceva: “Nan desu ka, nan desu ka? Che c’è? Che succede?”, e voleva che traducessimo.
Alla fine Stanley fu costretto e gli chiese in giapponese: “Paolo vorrebbe che lei venisse in Italia per far conoscere a chi non l’ha mai conosciuta anche questo metodo didattico, che parte dal katai-geiko, dal kotai, per passare a jutai, ryutai e kitai”, quella piramide iniziatica che il Fondatore disegnava quando dal triangolo costruiva la piramide; che c’è in molti suoi appunti. E allora Stanley gli disse appunto questo, che io volevo invitarlo e che avrei seguito tutto il protocollo per invitarlo, con tutto il rispetto (io poi l’ho amplificato addirittura). Saito Sensei, quando sentì questa mia richiesta, questa offerta di venire in Europa, rimase zitto guardandomi fisso. Praticamente mi fece una TAC, senza parlare mi fece uno scan completo.
Io tremavo dentro di me: “Signore!!! fa che dica di sì…”. A un certo punto, lui si alzò dall’altra parte del tavolo, fece il giro del tavolo, annerito dai fumi del tempo della cucina, questo tavolo che è ancora lì, girò attorno al tavolo e venne dietro di noi. Sulla parete di legno c’era una vecchia mappa – i due emisferi del mondo – tutta annerita e piena di appunti, insomma molto vecchia. Si mise gli occhiali e nel frattempo Stanley mi fece: “Paolo, alzati in piedi immediatamente!. “Subito!”. E lui si mise a guardare questi due emisferi, ma l’Italia era piccolissima. “Itaria wa doko desu ka? Dov’è l’Italia?”. E Stanley: ” Paolo, vuole sapere dove è…” e io col dito subito a puntare sulla mappa. “Honto ni? Davvero?”. E poi girò gli occhi verso di me, mi fissò e fece: “Hai, ikimasu. Sì, ci verrò.”, con una semplicità… Io non credevo ai miei occhi, stavo veramente svenendo. Da lì, poi sapete un po’ la storia.

Arrivo a un aneddoto o due di vita privata. Quello che ci tengo a dire e l’ho già detto in altre conferenze, è che veramente io ringrazio il Cielo, il fato, gli Dei, chiamiamola la Divinità, o come vogliamo… ma oltre a ricevere gli insegnamenti da lui – anche cose molto particolari – io ho avuto la fortuna di vivere proprio anche una vita privata, momenti di vita privata con un’intimità che a volte oggi, se non vedessi le foto, direi: “Ma è vero? È successo davvero o no?”. Tipo, ad esempio, lui ogni tanto mi diceva: “Paolo, andiamo a Onsen, nel bagno termale in mezzo alla foresta”. Io e lui, con la sua Suzuki Vitara, mi portava in un Onsen naturale, dove c’erano queste acque caldissime che emergevano dalla foresta. Stavamo due giorni in un albergo, facevamo il bagno in queste terme anche in pieno inverno – acqua bollente dentro, fuori il gelo – e io non sentivo niente, perché preso dalla sua presenza. Poi la sera a mangiare in camera insieme, tempura e litri di sake… ma con un’intimità, come due amici. Chiaramente, da parte mia c’era il senso di venerazione. Lo guardavo, io penso, come poteva guardare una Bernadette la Madonna quando gli apparve a Lourdes (se gli apparve). Lui invece parlava proprio come un amico, così, ci serviva da bere… veramente alla pari, dal punto di vista suo. Per me, io ero lì e lui era lassù – però un’intimità….era incredibile. E poi il suo essere grato, lui a me, perché non finiva mai di dire che avevo fatto tante cose per lui: la cura che aveva avuto della sua salute, come lo trattavo, eccetera. Si sentiva lui in debito con me, ma in realtà ero io che non sapevo come esprimere il senso di ammirazione, di adorazione per quest’uomo.
Una volta, a Torino, al ristorante Andromeda, dopo un seminar – una delle tante volte che sono successi fatti di questo genere – eravamo a cena. Durante la cena con una ventina, 25 persone attorno al tavolo, lui non finiva mai di ringraziare Paolo, “Perché Paolo mi tratta così, perché Paolo, Paolo…”. Io mi vergognavo un po’, perché praticamente sapevo che più lui parlava, più mi facevo nemici: gente gelosa, invidiosa, sentivo veramente la negatività attorno a me. Allora, un po’ anche per smorzare questo senso così, dissi: “No, no, Sensei, io sono soltanto il suo cane”. Glielo dissi in giapponese, perché dopo, nel frattempo, avevo un po’ imparato la lingua. Allora lui mi guardò con un fare quasi arrabbiato, e io ebbi anche un po’ soggezione: “Ma insomma, che avrò detto?”. Mi guardò così: “Cosa dici? Essere umili va bene, ma a esserlo troppo a volte si rischia di fare la figura…”. Voleva dire figura quasi da stupido. Non disse proprio così, ma il senso… Io allora ebbi il coraggio, ripreso dallo choc, di dire: “No, no, Sensei. Io volevo dire che mi sento il suo cane come Hachiko, perché l’uomo può tradire, ma il cane non tradirebbe mai il suo padrone. Fu un momento, credimi Simone… Seguirono alcuni secondi che però sembravano un’eternità, dove lui non disse niente. Non mi staccava gli occhi da dosso.
Mi disse: “Kokoro kara. Arigato. Grazie dal profondo del cuore”. Scusate l’emozione….Ancora la rivivo così.
Se ho tempo te ne dico un altro, importante, poi andiamo avanti.

CHIERCHINI
Abbiamo tutto il tempo che vuoi, Paolo. Siamo qui.

CORALLINI
In una delle tante occasioni in cui lui, durante i periodi che ero là – ci stavo un mese, un mese e mezzo, 20 giorni, dipendeva – ogni tanto voleva portarmi a fare esperienze uniche anche di vita, di vita proprio, non solo sul tatami, ma vita, in daily life – per usare un termine nel quale credo molto, perché l’Aikido si vive, non è che si pratica solo; tu lo sai bene.
Un giorno mi disse: “Paolo, prendi il keikogi e un cambio per un paio di notti, perché andiamo nell’Aiki-no-ie. Io ero là con un carissimo amico, uno dei miei più fedeli allievi, un amico che per me fu importantissimo, Gianfranco Leone, che molti di voi avranno conosciuto. Allora presi il keikogi, un cambio, anche Gianfranco venne con noi, e noi tre, sempre con la sua Suzuki Vitara blu ci portò nella fattoria, nella piccola casa che si chiama Aiki-no-ie (casa dell’Aiki), che era circa quattro chilometri e mezzo o cinque dal dojo di Iwama, ai piedi del monte Atago, dove c’è il jinja. Questa era una vecchia proprietà del Fondatore, vicinissima – tipo 40-50 metri – alla famosissima cascata naturale sotto la quale avrete visto tutti le foto sia di Kisshomaru Sensei Doshu, del Fondatore, Saito Sensei e altri maestri fare misogi sotto quest’acqua, proprio lì.
C’è un piccolo tempietto Shinto ai lati della cascata e questa casa molto molto vecchia, non dico fatiscente, ma molto vecchia. Era una proprietà del Fondatore. Lui disse: “Adesso trascorreremo 2-3 giorni qui insieme e vi farò vivere come vivevamo con il Fondatore, anche in periodi molto difficili nell’immediato periodo del dopoguerra”. Allora sistemammo le cose, scaricammo la macchina le provviste, il cibo, eccetera…e poi lui mi disse: “Mentre io preparo per la cena”, perché lui cucinava, non si è mai comportato come il Maestro, il Guru e noi gli schiavetti.
Era lui che serviva noi allievi, al di là dell’immensità che ci dava tecnicamente, ma l’uomo, il Maestro che si metteva a livello degli allievi, già questo ne sottolinea il valore.

Comunque mi diede un’ascia e mi disse: “Paolo-san, vai a tagliare due rami lunghi così.” e mi fece segno diciamo della lunghezza di un bokken, 70-80 centimetri. “Taglia due rami uguali più o meno e poi quando hai fatto torna qui”. Io con il mio amico e allievo Gianfranco andammo lì nel bosco vicino e cercai due rami uguali e tolsi i rametti e le foglie. Cercai di levigarli più o meno, come lui mi aveva richiesto. Dopo un po’ tornai dentro la cucina, dentro la casa, glieli mostrai e lui “Hai, daijōbu desu. Mettiti il keikogi”, mi fece. Io indossai il keikogi e poi lui uscì dalla casa – io ero già fuori – con il keikogi, senza hakama. Avevamo gli stessi mocassini poi, perché una volta, in Italia, lui aveva visto i miei mocassini marroni, gli piacevano e io glieli avevo comprati uguali. A parte questo, poi tu, Simone, dovresti averla vista questa foto nel mio dojo, davanti alla cascata. Intanto mi disse: “Vedi, ti ho fatto tagliare i rami come il Fondatore mi chiese una volta nel periodo del dopoguerra. C’era molta povertà, perché il Fondatore aiutava molte famiglie povere e a volte dovevamo farci addirittura le armi noi. Oggi l’ho fatto fare a te. Adesso faremo ki musubi no tachi”. Cominciammo prima un po’ con i kumitachi, poi disse: “Ima wa ki musubi desu. Faremo ki musubi no tachi, perché i nostri ki [si intersecano]”.
Praticammo con quei due rami ki musubi no tachi tra la cascata e la casa Aiki-no-ie. Fu un momento lirico, che dire. Già avere il privilegio di praticare con lui, ma poi di vivere questi momenti privati… una meraviglia!
Adesso finisco con una cosa amena. Finita questa pratica, lui disse: “Preparatevi, fra poco è ora di cena”. Noi ci cambiammo e di lì a poco fu ora di cena. Lui ci chiamò e dentro questa antica casa c’era un “irori”, un focolare, un quadrato di legno, la brace e un pentolone appeso al centro della casa, dentro la casa. Lui era dall’altra parte, sull’altro lato del quadrato e con un mestolo di legno girava questa zuppa fumante. Dall’alto lato c’eravamo io e Gianfranco. Gianfranco mi guardò e disse: “Sento un certo odore…”.

Saito sensei prepara “soba” nello shokudo dell’Iwama dojo (1978) (Copyright Bruce Klickstein)

Per chi non mi conosce, io sono 47 anni che non tocco carne di nessun tipo. Non la mangerei nemmeno se uno mi pagasse. Ebbene, Gianfranco mi faceva: “Mah, non so se stasera… cosa succederà, se ti piacerà…”. Si sentiva quest’odore strano. Io cercavo di non prestare attenzione, di entrare in uno stato di ascesi per non pensarci. E lui, Saito sensei guardando comincia a raccontare: “Stasera ho preparato una ricetta speciale per voi. Dovete pensare che molti molti anni fa, nel medioevo, quando venivano invitati a palazzo dei samurai, dei vassalli, insomma personaggi che dovevano parlare con il daimyo, veniva a volte preparato questo tipo di ricetta che si fa con un gallo da combattimento, un campione che veniva sacrificato per persone di riguardo. Io ho fatto oggi questa ricetta per voi”.
Io mi sentivo morire, perché non sapevo che [fare]. Lui seguitava a mescolare. A un certo momento prese una delle coppe – primo mestolo: “Paolo-san, dozo. Testo shite kudasai! Provalo!”, e mi guardava, io non potevo nemmeno nasconderlo… Facendo appello a tutta l’adorazione che avevo per lui e con il Gianfranco maligno che vicino mi faceva: “Voglio un po’ vedere adesso cosa fai…”. Fu un momento tragicomico. Allora presi questi dadini di gallo, di pollo e li ingoiavo… Mmmh… Lui mi faceva: “È buono?”, e io: “Oishii desu ne! Buono!” Li ingoiavo….prima li finisco e meglio è!
Per un attimo, non avevo tenuto conto – e tu li conosci – dell’ospitalità dei giapponesi. Lui vedendo che l’avevo finita: “Hai! mo ikkai! mo ikkai! Ancora! Ancora!”. Quindi dovetti praticamente mangiarne due ciotole, innaffiate da non so quanta birra, per amor suo. Questa è una cosa che forse fa un po’ ridere, però dà un po’ la dimensione di quello che era da parte sua il senso di ospitalità, di rispetto. Io ho fatto questo piccolo sacrificio, ma per lui avrei fatto molto altro. Potrei raccontare tante cose, però mi fermo qui perché forse vorrai sapere qualcos’altro.

CHIERCHINI
Grazie Paolo. Questa è un’altra domanda che probabilmente ti avranno fatto altre infinite volte, ma comunque bisogna sempre pensare che c’è gente nuova che si interessa all’Aikido, gente nuova che ascolta le interviste, che legge gli articoli. Quindi chi già conosce avrà pazienza. Rispettiamo anche quelli che sono solo pochi anni che frequentano. È una domanda semplice – e complessa e di nuovo mi dirai che ci vuole una mezza giornata per rispondere – ma te la faccio lo stesso. Puoi definire il Takemusu Aikido? Soprattutto, quali sono le differenze principali rispetto a quello che viene conosciuto come Aikido di stile Hombu Dojo? Quali sono le differenze principali?

CORALLINI
Bene, il Fondatore parlava di Takemusu Aiki, lui definiva l’Aikido come Takemusu Aiki. La parola Takemusu si compone dei kanji take 武 musu 産. Take ha diversi significati essendo un ideogramma; comunque ha l’idea di guerra, di marziale, come Bu, il bu di Budo, di Bushido. Musu è l’idea di riunire, nascere, sgorgare, portare avanti. Ai-Ki, va bene, lo si sa bene, è l’Armonia, l’amore per il ki, per l’energia universale. Quindi è l’Armonia con l’energia dell’Universo. Definire Takemusu Aiki: praticamente è lo sgorgare spontaneo dei principi marziali, uno stato al quale si perviene con uno studio incessante, meticoloso, profondo, dei principi marziali.
Il Fondatore definiva il suo Aiki come Takemusu Aiki.
Praticamente, avendo lui approfondito l’aspetto marziale di numerose arti marziali, in modo veramente profondo, avendogli dedicato tutta la vita praticamente, era arrivato a uno stato tale che i principi sgorgavano spontaneamente come una sorgente. Quindi praticamente più un discorso metafisico che tecnico, e ovviamente come giustamente dicevi, ci vorrebbe molto per parlare di Takemusu Aiki. Pensate che esistono – forse molti ascoltatori ce li avranno – quattro volumi, raccolti da Takahashi, proprio intitolati Takemusu Aiki. Sono delle conversazioni che il Fondatore ebbe con un suo amico molto intimo, Masahisa Goi Sensei, il fondatore della Byakko Shinko Kai, la Setta della Luce Bianca, al quale lui era legatissimo. Era un amico…proprio un suo amico intimo. Chi è stato a Iwama avrà visto il piccolo obelisco quadrangolare dove c’è scritto “May Peace prevail on Earth” in quattro lingue, che è un motto della Byakko Shinko Kai. Il Fondatore diceva forse Goi è l’unica persona che ha capito profondamente il mio pensiero. Ma era reciproco, perché nel Takemusu Aiki troviamo principi che provengono – parlo del livello metafisico del Takemusu Aiki – dallo Shinto Omoto-Kyo, principalmente, e dal buddismo Shingon; miti del Kojiki, pratica del Kotodama, del Kujikiri, del Mudra… tutte pratiche che il Fondatore quotidianamente esercitava…per parecchie ore al giorno addirittura. Ma l’ideale finale e anche il cuore di questi percorsi erano gli stessi: era quello di pervenire a uno status tale che dallo sgorgare dei principi marziali intesi come guerra – ma non come guerra all’altro, al diverso da sé, ma come guerra a ciò che non va dentro di noi, quindi alla nostra parte negativa, al nemico interior, si può soltanto così pervenire a un livello nel quale si capisce il valore della vita quindi ad amare il prossimo e questo cammino è comune a quello della Byakko Shinko Kai e di altre società spirituali iniziatiche del tempo, vale a dire la Jinzu Aizen Kai, fondata dallo stesso Deguchi, leader dell’Omoto-Kyo, e la Fratellanza Bianca Universale, fondata in Bulgaria da Peter Deunov, queste correnti tutte avevano come scopo quello di unire tutti i popoli, al di là delle religioni, della politica, in un’unica grande famiglia, dove, avendo sublimato l’aggressività, quindi avendo messo da parte l’aggressività, il dualismo, perché si conosce e si conosca anche come vincerlo – e questo è l’aspetto tecnico – quindi andare al di là per capire ciò che del 2 fa 1, non che del 2 divide ulteriormente, ma ciò che riesce a mettere insieme gli opposti complementari. Tanto è vero che nel Takemusu Aiki troviamo anche principi propri del Taoismo, del Confucianesimo, Yin-Yang, ma non intesi come bene e male, perché il bene il male sono aspetti, ma non sono così contrapposti.

Non sapremmo cosa è il bene se non avessimo il concetto nel male. Su questo un po’ si fonda…il conoscere il male per non farlo, il famoso motto latino “Se vuoi la pace, prepara la guerra – Si pacem vis para bellum”. Insomma adesso si va un po’ al di là. Vorrei tanto parlarne, io spesso tengo dei Kodansha, dei seminar sulla spiritualità dell’Aikido e parliamo di questo.
Però vorrei aggiungere una cosa: nella tua domanda c’era differenza tra Takemusu Aikido e quello che viene conosciuto come Aikido stile Hombu. Bene, questa è una cosa molto molto importante. Ti ringrazio per questa domanda, perché c’è molto malinteso su questo discorso. Addirittura quando Saito Sensei venne in Europa la prima volta, questo provocò uno shock veramente. Io mi feci un sacco di nemici, ebbi un sacco di ostacoli, perché non fu capito un principio fondamentale: che non è un altro Aikido – così pure l’Hombu style non è un altro Aikido. Il Fondatore è uno, era Morihei Ueshiba O Sensei. Qui si parla di pedagogie diverse. Il Takemusu Aikido così come veniva praticato in Iwama finché Saito Sensei fu in vita riguarda la pedagogia tradizionale, analitica dell’insegnamento quotidiano. Vale a dire di partire dal quadrato, per poi salire al triangolo, per poi forse arrivare ai piani più alti. Quindi non partire dalle forme più avanzate, kinonagare, molto, molto fluide, bellissime, che il Fondatore praticava, ma prima capire come poterle fare. Le tecniche sono le stesse.
Il fatto è che tutto dipende anche dalla localizzazione geografica, perché Iwama è un paesino di campagna – oggi si chiama Kasama veramente, è a 90 chilometri a nord-est di Tokyo – dove il Fondatore viveva in armonia con la natura, con la sua fattoria. Lui dedicava parecchie ore al giorno alle sue pratiche ascetiche, mistiche, spirituali e in più dedicava una o due ore al giorno all’insegnamento. Durante questo insegnamento molto spesso lui mostrava le tecniche, lasciando poi a Saito Sensei, che lui aveva incaricato di essere il Dojo-cho, il metodo per spiegarle: perché lui, dal grande genio che era, mostrava dall’alto del suo sapere e poi lasciava che si studiasse analiticamente dentro il dojo di Iwama, seguendo quello che era il percorso iniziatico dell’Aikido, che lui stesso indicò, descrivendolo nei suoi appunti: dividendo in quattro settori la piramide. La base è il kotai, quindi le tecniche solide, kihon. Secondo livello è jutai, il livello flessibile, kinonagare. Poi ryutai, il livello piu aereo, quindi ancora più più fluido, come il vento quindi, come l’aria, in cui ci sono le forme più avanzate del kinonagare, per poi forse un giorno se mai arrivare al tip della piramide, l’ultimo livello, il kitai: il livello spirituale.
Ecco, il discorso è: Hombu style – stile implica qualcosa… – diciamo il modo di praticare di Tokyo e il modo di praticare di Iwama sono su questi due gradini. A Iwama si partiva dal kotai, all’Hombu Dojo si partiva dal jutai, enfatizzando di più il livello kinonagare, il livello fluido. Non è che sia sbagliato l’uno o l’altro: secondo me sono complementari. Torno al discorso del Tao, Yin-Yang. Oggi, fare per esempio un katatedori aihanmi iriminage kinonagare: bene, possiamo imitare un grande maestro, ognuno di noi lo farà al suo livello. Ma se in più sai come far ruotare la mano, se la presa viene fatta, come entrare, come ruotare, come squilibrare, come evitare un kaeshi-waza, per esempio, io credo che sia un arricchimento. Ciò che mi fece innamorare fu questo: ora capisco perchè si fa questo, ora capisco perché si fa quell’altro, ma non che questo fa sì che venga meno rispettato il livello che è praticato a Tokyo.

Sandai Doshu Moriteru e Paolo Corallini sensei

Voi sapete tutti che io faccio parte dell’Aikikai, io e tutti i miei allievi. Io ho il più grande rispetto e grazie a Dio un ottimo rapporto con il Doshu e con Waka Sensei, che rispetto infinitamente. Sono complementari e io sono fiero di aver fatto in modo che la scuola di Iwama, che fa capo a me, dopo la morte di Saito Sensei sia tutta confluita dentro l’Aikikai di Tokyo, perchè è giusto così.
Il Fondatore era uno e noi dobbiamo essere uno, l’Aikido è ciò che fa uno. Se pensiamo l’interpretazione giusta del primo kanji di Aikido, Ai che sappiamo essere armonia, amore, eccetera, si compone di una prima parte che raffigura un tetto, ed è la parte inferiore del simbolo dell’infinito, un tetto sotto l’infinito; poi quella parte orizzontale significa uno; la parte più in basso è Kuchi, bocca, intesa come vibrazione sonora, kotodama, verbo. Tramite la parola, la comunicazione, la vibrazione energetica, che sono il mezzo, noi possiamo diventare uno sotto lo stesso Cielo. Questo è di vitale importanza, questo è il Takemusu, cioè noi dobbiamo cercare ciò che ci unisce e tutti insieme cercare di camminare sul percorso indicato dal Fondatore, cioè di diventare un’unica grande famiglia.
Non so se ho reso un po’ l’idea.

CHIERCHINI
Assolutamente. Questo che tu ci hai detto, Paolo-San, mi fa sorgere un’altra domanda spontaneamente: quindi il Takemusu Aikido si raggiunge seguendo una certa struttura e progressione didattica che è anche abbastanza chiara. Dovremmo aspettarci che seguendo questo percorso, qualcuno degli studiosi magari nel futuro, potrà raggiungere delle consapevolezze e delle capacità analoghe a quelle del Fondatore. È possibile? O comunque ci manca qualche ingrediente in questa ricetta?

CORALLINI
Io ti posso dire la mia opinione che non vuole essere ovviamente un dogma. Secondo me, perché la ricetta funzioni e ne venga un bel prodotto, bisognerebbe dedicare tutta una vita come il Fondatore ha fatto con l’Aikido. Il problema è che molte persone si credono più di quello che in realtà possono essere, ma non perchè non ne siano capaci: il Fondatore noi sappiamo che dall’età di 5-6 anni, quando cominciò kendo e judo in famiglia con il padre, per tutta la vita ha fatto questo. E in più, ha percorso in modo molto aperto, quindi non con i paraocchi, molte discipline sia marziali, ma anche mistiche, religiose. Lui era aperto a molti percorsi mistici e filosofici, iniziatici anche occidentali. Quindi lui aveva una visione diciamo globale, fu uno di quei globalizzatori antesignani, ante litteram praticamente.
Ecco, sicuramente perché la ricetta funzioni bisognerebbe fare il suo percorso. Lui dedicò tutta la vita allo studio di numerose arti marziali tradizionali e si immerse completamente in percorsi tipo, soprattutto, Omoto-kyo, più lo studio del Kojiki, quindi le antiche memorie e il suo studio del Buddismo Shingon. Poi visse una vita ascetica per molti anni e si dedicò anche allo Sciamanesimo… fu una persona che fece un percorso integrato. È ovvio che nessuno vieta che qualche personaggio particolarmente dotato possa raggiungere livelli molto avanzati su questo iter, però sicuramente dovrebbero esserci tutti gli ingredienti che il Fondatore ha messo nella ricetta perché, se acquisti, esca un livello vicino al suo.
Noi possiamo seguirlo e imitarlo, tutt’al più, secondo me.

CHIERCHINI
Questo di cui hai appena fatto cenno, cioè il lungo percorso e l’affinità con un sentire spirituale sono fondamentali. Ma nella percezione comune, non sto dicendo che si ha una percezione, è basata sulla realtà, l’Aikido di Saito Sensei sembrerebbe invece mancare di questa dimensione spirituale, o quantomeno quello che se ne conosce, perché basato più che altro appunto sul metodo, quindi sulla tecnica. L’Aikido dal punto di vista spirituale, ad esempio di altri grandi maestri, come possono essere Hiroshi Tada Sensei o Kobayashi Sensei, sembrerebbe più portare in quella direzione. Io sono sicuro che la storia non è questa, ovviamente. Ci puoi dire qualcosa a questo proposito?

CORALLINI
Sì, senz’altro, ti ringrazio ulteriormente, perché questo mi dà modo di sfatare delle a volte tendenziose affermazioni di qualcuno.

CHIERCHINI
Semplicistiche.

CORALLINI
Si fa presto a fare uno più uno…fa due. In Aikido, veramente, uno più uno dovrebbe fare uno… figurati quanto siamo lontani. Cioè, il discorso è questo grandi maestri come Tada Hiroshi Sensei, Hirokazu Kobayashi Sensei, Tohei Sensei– anche se poi si allontanò ahimè dalla famiglia Ueshiba – e molti altri, Tadashi Abe Sensei prima, venendo più volte l’anno in Europa chiaramente avevano quell’occasione soltanto per parlare, per dare degli input non solo tecnici, didattici, ma anche spirituali. Di questo gliene siamo tutti grati.
In Iwama, Saito Sensei, come dicevo all’inizio di questa intervista, sentiva l’enorme peso/responsabilità, datagli personalmente dal Fondatore, di essere Ibaraki Dojo-cho, il capo istruttore del Dojo di Ibaraki, e anche Aiki-Jinja Shinkan, il sacerdote-custode dell’Aiki-Jinja. Lui aveva questi due ruoli e si sentiva talmente umile di fronte al Fondatore – tra l’altro non dimentichiamo che fino al ’69 il Fondatore era in vita, quindi era il Fondatore che parlava di queste cose e lui era il suo umile esecutore, diciamo così – e quindi lui non è che se ne guardava bene, ma non dedicava il suo tempo a parlarne direttamente sul tatami; ma aveva cura che coloro che andavano ad abbeverarsi all’acqua pura di Iwama imparassero il metodo.

Saito Sensei: allenamento sotto la neve a Iwama

Però, contemporaneamente, in Iwama si viveva un eggregore, un’energia, una spiritualità in ogni secondo. La vita di comunità che si faceva in Iwama, di essere tutti al servizio della natura, del dojo, del Maestro era viverla questa spiritualità. Non dimentichiamo che il Fondatore l’Aikido l’ha creato in Iwama, lui viveva lì, praticava lì, insegnava tutti i giorni lì; e lì tra l’altro ha messo a punto anche il livello spirituale, il livello mistico-spirituale della sua pratica. Il Fondatore, tutte le mattine, era uso fare con qualsiasi tempo il saluto al sorgere del Sole, mettendo le mani a triangolo, in questo modo, aspettando che il sole nascesse, entrasse nel centro del triangolo – anche quando non c’era, perché il Sole c’era, anche se non si vedeva – per poi seguire la sua pratica mistica, il Chinkon Kishin No Ho, il Tama No Hireburi e tutta la pratica.
Quindi il misticismo, la spiritualità si viveva tutti i giorni in Iwama e noi la vivevamo, chi era in Iwama la viveva nelle azioni di tutti i giorni, nell’aver cura, nel veder sbocciare i fiori, aver cura dei fiori, nel guardare per esempio lo sbocciare dei fiori di ciliegio e soffermarsi a parlare con lui del fiore di ciliegio, del perché viene paragonato al samurai, i cinque petali del fiore di ciliegio che rappresentano l’iniziato, il guerriero pronto a morire per una nobile causa… Ecco, dai fenomeni della natura, dall’armonia con la natura e dal servire la natura e il Maestro, il luogo sacro, si viveva la spiritualità in modo tangibile senza parlarne. Quindi ecco, erano due modi di esprimere diversi.
Ripeto, maestri come hai citato, Tada Hiroshi Sensei e Kobayashi Sensei – tra l’altro, tra parentesi, fu Kobayashi Sensei a darmi il secondo dan, quindi l’ho sempre rispettato molto – sono personaggi grandissimi, storici, per l’amor di Dio. Loro quando venivano in Europa, è chiaro, davano, durante l’insegnamento questa spiegaione, ma venivano 1-2-3 volte l’anno, 4 nella migliore dell’ipotesi.
In Iwama, vivendoci tutti i giorni la vivevi in loco la spiritualità, senza essere limitati in un week-end, in poche parole.

CHIERCHINI
Passiamo molto tempo sui social network e specialmente, purtroppo, in questo ultimo anno.

CORALLINI
O per fortuna, adesso.

CHIERCHINI
Come dicevamo all’inizio, ogni cosa ha due aspetti.

CORALLINI
Quando di meglio non si può fare!!!

CHIERCHINI
Certamente. Io per le attività che seguo con Aikido Italia Network sono membro di parecchi gruppi a livello internazionale, non solo italiano. Devo dire però che vedo delle robe che voi umani… Infatti non partecipo normalmente alle discussioni, per evitare di confondermi con certe cose. Però c’è una cosa buffa che voglio riportarvi e poi partiamo da lì: gli aikidoka di Iwama e Hombu si chiamano a vicenda con dei nomuncoli, aiki-dancers e aiki-bricks, ballerini e mattoni. Lo fanno in modo scherzoso, spesse volte e parecchie volte neanche troppo scherzoso.

CORALLINI
Esatto.

CHIERCHINI
Purtroppo ci sono tante discussioni maleducate, ma comunque si può dire che, anche se ovviamente definirsi in questo modo è di nuovo un generalizzare, è semplicistico, però, in fondo in fondo, come tutti i luoghi comuni c’è una verità dietro a questa espressione. Perché è vero, fondamentalmente è vero, che ci sono tanti studenti di scuola Hombu che mancano di marzialità; ed è altrettanto vero che ci sono tanti praticanti, almeno tanti quanti i precedenti, di provenienza Iwama, che non hanno la minima idea della sfera dinamica. Cosa ne pensi di questo, dov’è che sono andate storte le cose? Perché qui possiamo passare il tempo a guardare i grandi praticanti dell’una e dell’altra scuola, ma questo è un po’ sviare il problema. Guardiamo nei livelli più bassi e intermedi: queste due caratteristiche sono visibili a occhio nudo. Cosa ne pensi?

CORALLINI
Caro Simone, apprezzo tanto la tua curiosità e vai proprio a toccare la piaga. Io credo che si parli troppo di Aikido e si pratichi troppo poco; che si spenda molto tempo – tu penso sia d’accordo su questo, ma tu vieni da una dinastia di aikidoka, quindi l’avrai vissuto anche molto. Una brutta bestia, caro Simone, a parte l’ignoranza, è l’invidia. Si fa prima a criticare piuttosto che approfondire, praticare e cercare di mettere da parte il proprio ego. Io credo che le due definizioni, al di là della malizia, della negatività che sottendono gli uni verso gli altri – come dicevi giustamente da tutte le parti; chi è senza peccato scagli la prima pietra – però tutte e due per certi versi hanno un qualcosa di rispondente al vero. Io direi nel senso positivo, cioè come dicevo già prima, riferendomi appunto a questa piramide iniziatica, perché l’Aikido è, a tutti gli effetti, una via iniziatica – basta pensare, se si studia, al valore simbolico dei gradi dan, dei titoli, delle pieghe dell’hakama: è iniziatico al 100%, il nero e il bianco che indossiamo. I primi due livelli, dicevo prima, kotai e jutai – katai-geiko, l’allenamento duro, di base, forte, strong; e il livello più fluido. Sono queste le due grandi differenze.
Chiamare aiki-dancers chi fa il livello jutai e aiki-bricks chi fa il livello kotai è infondato e molto puerile. Qui si tratta di coloro che studiano prima la base solida, quindi è come costruire una casa – non è che prima fai il tetto!…prima si faranno le fondamenta! Quello è il kotai. Poi si farà il primo livello, il secondo livello, quindi i livelli superiori di costruzione su delle fondamenta solide. Quindi aiki-bricks, perché? Perché si costruiscono prima le fondamenta? No, io lo trovo invece molto razionale, perché per capire la sfera dinamica bisognerà che prima capiamo gli angoli; se gli attacchi sono veri, dovremo capire come schivarli. Io, tra parentesi, in verità dico – e penso, e spero che tu sia d’accordo – quando si vedono molti video, si vede il tori attraversare la traiettoria di attacco di uke, come se uke attaccasse per scherzo…

CHIERCHINI
Scusa se ti interrompo, Paolo. Io personalmente vieterei per legge la pubblicazione di video di Aikido, perché al 99% sono dannosi.

CORALLINI
Sono totalmente d’accordo, perché si vede andare contro un attacco come se l’attacco fosse un fake, ma in realtà o è Budo o non è Budo. Quindi il discorso è che nel livello kotai, quello che viene poi scherzosamente detto aiki-bricks, si studia prima l’angolo, come uscire, come entrare, come anticipare a volte, come mettersi in salvo e come applicare gli angoli giusti e le posture giuste, e come riuscire a risolvere possibili conflitti contro attacchi reali, perché il livello del Bu, Takemusu, è il livello del take, dello studio marziale.
Dopo di che, la conoscenza sempre più avanzata di questi principi ci permette di essere fluidi, quindi di entrare in una sfera dinamica consapevole. Quindi aiki-dancers? Se come dancers intendiamo una danza sacra, un kagura mai, cioè quella del Kojiki, che era una danza delle divinità su piani superiori, allora ben venga aiki-dancers. Secondo me, questi due termini, ancora una volta dico, devono convivere, cioè dovevano essere l’uno la conseguenza dell’altro: prima kotai poi jutai, quindi prima solido, poi fluido. Nessuno dei due è insufficiente, sono per me complementari, sono due livelli di pratica consequenziali e ben venga che sia così. Non dimentichiamo che questa piramide iniziatica la disegnò e la raccomandò il Fondatore.
Se vi capita di vedere appunti disegnati dal Fondatore – io li ho visti con i miei occhi nella biblioteca del Fondatore, personalmente, ma si trovano anche pubblicati in giro – era lui che disse prima kotai, poi jutai, poi ryutai, e infine il kitai. Come disse il Fondatore stesso: “Taijutsu ken jo zenbu onaji desu – Il Taijutsu, l’Aikiken e l’Aikijo sono la stessa cosa” e vanno praticati tutte e tre, non solo il Taijutsu, non solo le armi ma tutti e tre. Del resto, se guardiamo le migliaia di immagini del Fondatore, perlomeno nel 60% di quelle immagini vediamo il Fondatore con in mano o il jo o il ken, o il nuboko o il tessen, o il juken. Quindi le armi per lui erano importantissime, altro che non le faceva.
Sono cose che bisogna approfondire; dicevo prima che se ne parla troppo, spesso da chi non è andato in profondità, e si pratica poco. Pratichiamo di più! Tiriamoci su le maniche e mettiamoci in discussione. Allora faremo, secondo me, un’Aikido più consapevole. Non so se sono stato sufficientemente chiaro.

CHIERCHINI
Rimanendo su questa la linea, Paolo-San, continuiamo a parlare di pedagogia e di prospettive. Questo è un dato di fatto ormai per tutti, che la metodologia in Aikido è legata al katai-geiko, quindi ci sono le forme prestabilite che vanno eseguite per un periodo X e con l’idea, la prospettiva che un giorno questo conduca chiaramente a una forma di libertà espressiva. Cosa ci dici tu, Maestro Paolo, ti senti di esserci arrivato a questo punto, al punto della libertà espressiva, e se mi dici di no adesso, dobbiamo preoccuparci? Oppure, se rispondi di sì, quando si può in effetti iniziare a pensare autonomamente di poter percorrere nuovi sentieri, nuovi percorsi, senza limitarsi a ripercorrere quelli dei grandi del passato?

Saito sensei pronto per filmare i famosi video di Aikijo e Aikiken nel dojo di Corallini a Osimo (1987)

CORALLINI
Tu mi conosci, Simone, e sai benissimo quello che ti risponderò, lo sai penso.

CHIERCHINI
L’ho chiesto apposta!

CORALLINI
Allora, io credo di non essere arrivato, secondo me, se ci ragioniamo, se abbiamo davanti O Sensei, chi è arrivato? Chi potrà mai arrivare? Un personaggio del genere… Io sarà che mi sento molto piccolo… Io devo dire che non mi sento arrivato e tanto meno al livello di potermi permettere una libertà espressiva. Forse sia io che tanti altri, se per libertà espressiva intendiamo; muovermi liberamente e fare magari altri kata e altre sequenze o con il jo o con il ken, o ken-tai-jo col taijutsu che mi vengono in mente, perché no? Penso che molti di noi, chi ha sulle spalle una certa esperienza, sicuramente sì.
Io personalmente non lo faccio. Chi mi conosce bene, lo sa: non l’ho mai fatto. Tra l’altro io fui anche criticato molto per questa cosa, e ancora oggi lo sono – tanti mi dicono che io sono legato, con i paraocchi, a quello che ho appreso in questi 20 anni o quasi di Iwama, avanti e indietro, e senza allontanarmi mai da questo. In effetti è un limite, sicuramente, però io sono così. Io ho davanti ancora quella frase nella mente, che mi fece innamorare, come dicevo prima, di Saito Sensei in modo terminale, quando lui disse: “Io non sono nessuno per potermi permettere di cambiare ciò che O Sensei mi ha detto e dato”.

Allora, io dico, se lo diceva lui, io chi sono? Quindi sul piano pratico direi, beh dopo 52 anni che faccio Aikido, un po’ liberamente mi ci potrei anche muovere. Però mi sento la responsabilità di tante migliaia di persone che forse “stupidamente” mi seguono: se io per primo incito gli altri a questa libertà, dove andrà a finire la tradizione? Molti mi conoscono, io seguo diverse vie iniziatiche tradizionali. Per me la parola tradizione, dal latino “trader”, la intendo come trasportare un qualcosa intatto attraverso il tempo. Io dico se Morihiro Saito trasportò – al di là poi del metodo pedagogico che lui stesso contribuì a codificare (vedasi i suburi e certi kumijo, kumitachi, eccetera) – ma se lui ha tramandato intatta una pedagogia, io chi sono per fare altro? Il fatto che potrei forse farlo? Forse. Come me tanti altri – tanti lo fanno: guardiamo internet, è pieno di creazioni, non voglio entrare nel merito. Io non l’ho mai fatto e mai lo farò.
Ho avuto forse la fortuna, ma anche l’umiltà e non in tutte ma nel 95% (forse 99%) delle lezioni che ho avuto la fortuna di vivere con Saito Sensei, prima ancora di fare la doccia scrivevo tutto, parola per parola. Disegnavo i piedi, come si spostava, con le freccette – non so se tu nel mio dojo le hai viste, sennò quando vieni (spero che verrai), te le farò vedere. Quindi io seguo questo, seguo sempre questo e tramando questo. Ripeto: ognuno fa come vuole, nel mondo c’è la libertà, quindi…per carità. Il mio ruolo è quello di ripetere incessantemente, di percorrere la via iniziatica tradizionale.

CHIERCHINI
Fondamentalmente poi il mondo è pieno di insegnanti che fanno l’esatto opposto e quindi avere qualcuno che sceglie invece di rimanere su una certa posizione, penso che sia estremamente utile per chiunque voglia poi andare a scoprire questa posizione.
Adesso faccio un attimo una breve interruzione personale. Io ho studiato per alcuni decenni in Aikikai d’Italia e ho ovviamente studiato con il sistema quindi Aikikai Hombu Dojo, fluido, da subito e sono arrivato fino a quinto dan. Io mi sono presentato al dojo del Maestro Corallini che ero già quinto dan. E in piccolo ho avuto la stessa sensazione che ebbe Paolo, quando per la prima volta gli hanno stretto il polso. La stessa identica cosa. Quindi anche io mi sono fatto le mie domande e ho avuto la fortuna, e anche il coraggio, perché poi fondamentalmente sono scelte, di andare a vedere per un periodo X come avrei potuto utilizzare quello che avevo già studiato in altro ambito. Quando poi ho ritenuto di essere soddisfatto rispetto alle mie domande, sono tornato in altri ambiti, In realtà, di nuovo, non c’è dicotomia. La dicotomia la inventiamo noi, dividendoci in squadre, in club opposti…

CORALLINI
Aimé!

CHIERCHINI
Parliamone, parliamo di Armonia, il primo kanji di Aikido che oramai è diventato una roba che si è trasformata in una banalità degna dei Baci Perugina – se mi perdonate la licenza. Paolo-San, come interpreti il concetto di Armonia in Aikido? Concordi con questa sorta di concetto di armonia-light chiamiamola, che oramai è così comune e caro all’Aikido mainstream e politicamente corretto? Cioè, in parole povere cosa ce ne dobbiamo fare noi esseri umani di tutti questi meravigliosi istinti bestiali che abbiamo, di tutte queste robacce che abbiamo dentro e che fanno parte di noi? Le affrontiamo o no nel dojo? Facciamo finta che non ci sono, perché siamo tutti armonici comunque a prescindere?

CORALLINI
Caro Simone, tu mi dovevi chiedere…quante puntate facciamo? Perché io devo riassumere in poche parole dei temi enormi. Tu mi dici cosa ce ne facciamo di questa armonia che oggi viene intesa come i messaggini dei Baci Perugina.
È vero, hai perfettamente ragione, perché bisogna pensare di quale armonia parliamo, prima di tutto? Intanto per il Fondatore sai che si parlava di Armonia con l’Universo. Lui diceva: “Io sono l’Universo stesso”. In questa affermazione c’è di tutto, e di tutto di più! Perché noi siamo parte dell’Armonia. Io ti rispondo con qualcosa dal punto di vista medico, cioè che cosa succede quando ci si allontana dal messaggio del DNA, quando si esce dal codice, dall’ordine. Si dice nelle vie iniziatiche “Ordo Ab Chao”. Purtroppo noi facciamo caos dall’ordine, invece dovremmo rimettere ordine nel caos, perché quando si cerca di alterare quella che è un’armonia perfetta – parlavo del DNA – è il cancro; il cancro nel corpo, ma anche il cancro della società.

Un giovane Paolo consulta la biblioteca di O’Sensei

L’Armonia per il Fondatore era seguire le leggi armoniche universali. Di questo già ne parlava Platone nel suo Timeo, quando parlava dell’armonia delle sfere, e significa essere in Armonia con il Creato, con le leggi del Creato, vivere cioè apprezzando e amando tutti gli esseri viventi, Madre Natura con tutte le sue manifestazioni, gli animali, gli esseri umani. Quindi amarli, conoscerli prima, e lì ecco il livello degli istinti: conoscerli, conoscerli in tutte le loro sfaccettature, anche nelle loro, nelle nostre violenze, per poi oltrepassarle e andare al di là del velo e cercare, stando in bilico, come diceva O Sensei in quel ponte che fluttua tra cielo e terra, sull’Ame no Ukihashi, Ten-chi, una delle poche tecniche create di sana pianta da lui, Cielo-Terra, che sta tra Cielo e Terra, sentirsi un ponte, cioè ciò che collega l’Alto e il basso – come viene detto anche nel nostro Pater Noster che viene poi dalla Tavola di Smeraldo: come in Alto così in basso, come in Cielo così in Terra. Cioè essere ipostasi dei principi divini sulla Terra, ma per riportare la stessa perfezione, la stessa Armonia e rifletterla poi verso l’alto. Questo è lo scopo principe dell’Aikido. Riportiamoci a Masakatsu Agatsu Katsuhayabi, il che significa tante cose, ermeticamente parlando, è la vittoria luminosa, la vittoria brillante e la vittoria sul nostro ego. Questo percorso è un messaggio, una chiave importantissima di lettura per arrivare all’Armonia. Per arrivare a…dove sfogare i propri istinti, gli istinti noi li abbiamo e ben venga. Dobbiamo però imparare a dominarli. Siamo dotati anche di intelletto.
Se ci rifacciamo a un mito dell’antichità, il grande filosofo Platone parlava del mito dell’auriga, di colui che stava sulla biga con due cavalli, uno bianco e uno nero, e ognuno dei due, voleva andare dove voleva, chi a destra, chi a sinistra, e quindi si rischiava di capovolgersi con questa biga. Il difficile era mandare la biga dritta, cioè questi due cavalli, che rappresentavano l’irascibile e il concupiscibile, quindi le passioni, i sentimenti, il negativo e il positivo, di metterli d’accordo, farli andare in sintonia. Quella è l’Armonia, far marciare le cose in Armonia.
Per far sì che questo si realizzi (perché dicevo prima che l’Aikido è molto iniziatico), bisognerebbe fare un percorso seguendo un famosissimo acronimo ermetico-alchemico, V.I.T.R.I.O.L, “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem”. Qui si trova la pietra filosofale soltanto visitando le profondità di sé stessi, cioè mettersi in discussione: questo un po’ il senso dell’hakama, del nero dell’hakama e della cintura, che per molti similprofani è l’arrivo. In realtà è l’inizio del percorso, cioè andare nel buio interiore e vedere: ma sarò sbagliato io, anziché colui che mi attacca? Quindi fare un bagno di umiltà e cercare di correggere ciò che non va dentro di noi – ecco Masakatsu Agatsu Katsuhayabi. E allora forse troveremo la Pietra Filosofale, intesa come sintesi di saggezza, amore, verità, luce e conoscenza. Allora forse riusciremo a uscire da quel buio e questa sarà la vera medicina – questo acronimo finiva con V.M. “Veram Medicinam”, la cura per questa Umanità, chiaramente del caos sia politico, economico, dei valori umani – lo sappiamo tutti senza entrare nel merito. Forse proprio quello, a partire da noi, quindi questi istinti negativi, di aggressività prima di rivolgerli verso gli altri, facciamolo verso di noi, ma non fustigandoci, però facendo un’introspezione, guardandoci prima dentro e dire forse sarò io che devo cambiare in meglio? Dopodiché questo ci metterà in una condizione di cercare non di vincere l’altro uccidendolo, ma di mandarlo nel vuoto. L’Aikido ci insegna a mandare a vuoto gli attacchi, a prevenirli. Nel libro che il Fondatore scrisse, Budo Renshu, all’inizio di ogni tecnica è scritto sono io che entro, sono io che inizio. Ci vien fatto di chiederci: ma come se io sono colui che si difende? Tu mi attacchi, io reagisco. Invece no. Il Fondatore stesso scriveva: “Sono io che…”, il primo passo lo faccio io, ma non per attaccarlo: per far sì che l’altro non mi attacchi. Quindi quel livello di sfogo dei propri istinti è avvenuto già prima, nel misogi, nel cercare di essere migliore io. Allora forse vedrò l’altro non come un diverso da me, ma come una persona senza la quale io non potrei nemmeno vivere. Ci si inerpica in un discorso complicato.

CHIERCHINI
Un discorso molto complesso chiaramente, ma la mia preoccupazione, e anche quella di tanti altri che oltre a praticare studiano l’Aikido è che con questa nuova, tristemente comune forma di Aikido-light – di nuovo usiamo questa parola, senza zucchero – ma come si potrà mai? Io mi rendo conto che è dovuto a fattori esterni, perché comunque viviamo in una società che lascia pochissimo tempo alle cose personali, ci sono enormi pressioni eccetera eccetera, Però comunque frequentando dojo in cui fondamentalmente l’Aikido è light, ossia, come dire, la pressione che dovrebbe aiutare a sgrezzare la materia, come tu ci dicevi prima, è praticamente quasi assente, cosa ne viene fuori da questa roba? Qui entriamo nel discorso finale, dove lo vedi con questo andazzo, dove lo vedi il posto dell’Aikido nella società del futuro? Nel momento in cui vediamo che ci sono buone crisi di vocazione, sicuramente a livello internazionale c’è un innalzamento dell’età media nella pratica. Queste cose sono collegate? C’è qualcosa che abbiamo sbagliato noi strada facendo? Cosa dovremmo fare, a parer tuo?

CORALLINI
Tocchi sempre dei tasti molto importanti. Il discorso è che purtroppo [l’Aikido] è stato, come si può dire, pubblicizzato diffuso in un modo – secondo me – molto superficiale, cioè vedendolo soltanto, nella maggior parte delle occasioni, come una pratica come un’altra. Nel senso che si fa molta molta ginnastica, si mantiene una forma fisica, l’equilibrio, si impara a difendersi… Non è stato fatto un approccio – secondo me – profondo, per quanto veramente l’Aikido è un’immensità di valori. Viene visto come un’arte marziale come un’altra – senza nulla togliere a ogni arte marziale: la quale se insegnata e praticata bene è sempre dignitosa. Però l’Aikido è una summa, è una cornucopia di valori importantissimi, al di là di quelli tecnici, perché…oggi come oggi chi è che va girando per applicare tecnicamente un’arte marziale. Oggi purtroppo ci sparano. Quindi diciamo non è che va vista quella….di utilità, i valori sono altri.
L’Aikido è pieno di valori. Secondo me andrebbe fatto un approccio integrato: “Shin Gi Tai Ichi”, cioè fare in modo che lo Spirito, l’Anima e il Corpo diventino Uno, ichi, una sola cosa, come il Fondatore recitava. Oppure “Ki Ken Tai Ichi”, l’Energia dell’Universo, la spada e il corpo sono una sola cosa: quindi mettere insieme sia l’aspetto fisico del Budo, di arte marziale, ma enfatizzare anche il lato spirituale e mistico, iniziatico, ascetico di valori nella vita di tutti i giorni.
Per esempio quello di cui parlavo io, di approfondire il discorso che il Fondatore faceva.

Ti faccio un esempio: quando uno di noi insegna Tenchinage, ma perché non gli si dice anche – ammesso che l’insegnante lo sappia, e bisognerebbe vedere se lo sanno o no, se gli è stato detto o no – che Tenchinage significa proiettare, ma anche proiettarsi, essere la proiezione tra Cielo e Terra. Non vuol dire sbattere l’altro per terra, di aprire le braccia e proiettarlo lontano. Tenchinage era un messaggio criptato dal Fondatore, per indicare che noi siamo un ponte tra Cielo e Terra: quindi essere proiettati verso l’Alto, ma riportare i valori verso Terra. Era solo un esempio tra tanti che potrei fare per far capire che facciamo questo al di là della valenza fisica – che mi serve se tu mi afferri e io posso squilibrarti, entrare, proiettarti, respingersi da dove venivi, quindi proiettare il male lontano da me… va bene. Ma, che c’è dietro questa forma?
Se noi pensiamo a Katate Dori Tai No Henko, per dirti quanto il Fondatore ha impregnato di valori le tecniche: noi partiamo da una posizione che è triangolare, è l’hanmi. Mettiamo che sia migi hanmi: tu mi afferri il polso destro e io faccio un cerchio con Tai Sabaki. Alla fine tra le braccia c’è un rettangolo, un quadrilatero. Quindi io descrivo le tre forme sacre; vuol dire che mi muovo in Armonia tra Spirito, Anima e Corpo. Allora questa è un’educazione step-by-step, per far capire al praticante che noi viviamo di queste tre cose insieme, che dobbiamo riflettere questi principi. Secondo me va approcciato con un metodo che tocca i vari piani, non solo tecnica, ma tecnica, Spirito e Anima.

CHIERCHINI
Probabilmente questo è il centro di tutto, perché – di nuovo – con tutte le giustificazioni del caso – manca il tempo, ma spesso e volentieri mancano le conoscenze. Ciascuno di noi ha studiato dove ha avuto la possibilità e come ha avuto la possibilità. Però sembra proprio che sia questa mancanza di approccio integrato a tutti i livelli della pratica, purtroppo cominciando già da quello più semplice, che è quello fisico – non mi sembra che la gente abbia poi tutta questa gran voglia di soffrire e di faticare…

CORALLINI
Parole sante!

CHIERCHINI
Questo è il numero uno.

CORALLINI
Noi che ci siamo fatti venire le stimmate sul tatami lo sappiamo bene.

CHIERCHINI
Senti, Paolo, un’ultima domanda e poi ti lascio. È stato comunque già molto interessante. Quando approcciamo un nuovo allievo, un potenziale principiante che si avvicina alla nostra pratica, diciamo che io non so che cos’è l’Aikido, ho visto qualcosa, ma di cosa dovrei secondo te interessarmi? Che cosa dovrei guardare? Di cosa dovrei tener conto? Perché l’offerta lì fuori e molto vasta, quindi è molto difficile, è facile ed è difficile: è facile trovare, ma è difficile trovare quello che uno vuole. Di cosa dovrei tener conto, con questi occhi che purtroppo all’inizio non sanno? Cosa dovrebbero cercare di guardare, di scoprire?

Corallini sensei in seiza davanti al kamiza dell’Ibaraki Dojo

CORALLINI
La domanda è volta a chiedermi come basarsi per scegliere un Maestro, oppure quali doti dovremmo avere noi per approcciare chi viene?

CHIERCHINI
No, no, possibilmente per non perdere troppo tempo, cosa bisognerebbe guardare? Perché spesso e volentieri si guarda a fattori appunto esteriori, il colore delle mura del dojo, o chi fa la caduta più alta o roba del genere insomma.

CORALLINI
Guarda Simone, posso darle tutte e due le risposte. Sarà che io sono un pignolo come natura, come segno zodiacale – dicevo prima, io vengo da una famiglia di collezionisti, quindi sono abituato a cercare. Oggi ci sono molti più mezzi rispetto a 52 anni fa, quando cominciai io e l’offerta era quella, per forza di cose e ringrazio Dio di ciò. Oggi c’è modo, ci sono i mezzi, ci sono i network che tu conosci così bene. C’è modo di informarsi bene sul chi, come e perché. Io il consiglio che do, oggi con i mezzi che ci sono, di non lasciarsi incantare dal fumo negli occhi e da particolari magie, che solo a pochi riescono; perché molto spesso, tu sai, che per fare un video ci sono mille trucchi per far sì che sia appetibile. Ci sono molti filmati dove vedi degli uke che fanno 6-7-8 metri di voli, ma io che alcuni di questi li conosco personalmente, so che il loro uke parte con l’idea di fare sei metri di volo e, buon per lui, ha un fisico che glielo permette. Quindi di marziale c’è poco, è molto show e questo chiaramente a un profano lo ecciterebbe molto.
Io dico, per come sono fatto io, se cominciassi oggi approfondirei bene who is who, come si dice in inglese, cioè andrei bene a vedere chi è quel dato Maestro, che credenziali ha, che percorso ha fatto, che legittimità ha, quello che dice di essere, quindi non un self made man con diplomi finti scaricati da internet e attaccati al muro, con firme false. Io con il carattere che ho andrei bene ad approfondire: voglio fare Aikido, bene nel range della mia zona c’è questo, questo e questo. Farei prima un bello screening, un bel check-up molto approfondito su chi è chi, a prescindere dallo stile; dopo ognuno ha la sua tendenza, la sua propensione a una via piuttosto che a un’altra. Però scegliere chi è autentico, cioè andare su maestri autentici, non su maestri finti e ce ne sono molti.
Dal punto di vista invece dell’approccio di chi si affaccia all’Aikido, io dico che ci vuole molta umiltà, pazienza, passione, rispetto, gratitudine e amore ed essere disposti ad amare, perché l’Aikido è Amore, è Armonia ma è Amore. Amore verso tutti gli esseri. Cercare il bello, cioè cercare ciò che unisce e non ciò che divide. Devo dire che nella mia vita anch’io ho attraversato periodi in cui provavo risentimenti, perché siamo essere umani, nessuno di noi è perfetto, tanto meno io. Però devo dire che ripensandoci, col senno del poi, ho capito che non ne valeva la pena. Quello che conta è essere umili, perché solo così vai avanti. Il brutto è credersi arrivati, credersi al top del monte Everest, perché…qual è la fase successiva? Puoi solo scendere. Invece, sentirsi sempre degli allievi. Io ricordo sempre che nel kanji “Sensei”, Maestro, c’è criptato dentro un significato molto profondo, due diverse altezze. C’è quello più alto è chi ti guida, il più piccolo è il deshi visto come poco più di un bambino, quindi più piccolo, che segue il Maestro. Quindi trovare un Maestro valido, come dicevo prima, andando veramente a sviscerare chi è quella persona; ma vivere questo rapporto con umiltà veramente, rispetto gratitudine e amore. Questo mi sento di dire.

CHIERCHINI
Paolo, grazie mille. È stata una lunga chiacchierata, molto interessante, molto profonda. Ovviamente la condivideremo anche in seguito su Aikido Italia Network e ne farò anche una versione inglese, in modo che le persone che non hanno avuto la possibilità di seguirci in italiano possano comunque approfittare di questa opportunità. Ti ringrazio infinitamente da parte mia e da parte di tutti quelli che si sono collegati, e spero che avremo la possibilità, presto, di vederci e di praticare assieme. Forse questa è la cosa più bella, il desiderio che tutti quanti condividono con enorme forza oggi. Speriamo che possa succedere presto e che ci si possa veramente finalmente abbracciare tutti quanti di nuovo.

CORALLINI
Volevo intanto dirti che quando prepari questo link, se lo mandi alla TAAI, lo farò mettere nel sito, in modo che chi vuole collegarsi possa farlo. Colgo l’occasione per ringraziarti di nuovo di questa iniziativa.
Tu sai io ti voglio molto bene, ti ho sempre stimato sin da quando ci conoscemmo. Ti ho sempre detto questo è il mio feeling per te, non è cambiato e non cambierà mai. Proprio perché io amo le persone vere – non so se si è capito leggermente – io amo le cose autentiche, non i selfies, capito. Quindi le porte del mio dojo e della mia amicizia, del mio cuore sono sempre aperte per te.
Grazie a te e a tutti coloro che ci hanno ascoltato.

CHIERCHINI
Grazie Paolo, grazie mille! Anche io mi sono commosso…
OK gente. Un abbraccio, a domenica prossima, per chi ha voglia e tempo, alla stessa ora, con un altro appuntamento. Buona domenica. Arrivederci.

CORALLINI
Ciao! Grazie, Ciao.

Paolo Corallini ritratto con Waka Sensei Mitsuteru Ueshiba

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