A Proposito di Hideki Hosokawa


“Se piace, prendete. Se non piace, lasciate”. Hideki Hosokawa sensei ha insegnato in Italia e in Europa esattamente per 30 anni. Era un praticante e un insegnante colto, che produsse un Aikido pieno di suggestioni e rimandi, di implicazioni e connessioni. L’Aikido di Hosokawa sensei non era “facile”, ma profondamente coinvolgente per gli studenti più attenti. “The Aiki Healings” vi porta un colloquio a quattro per dar voce al maestro Hosokawa, che purtroppo da anni non sentiamo. Quattro allievi storici si sono ritrovati nel tentativo di descrivere chi era Hosokawa sensei, un uomo e un maestro che ha dato un contributo mai abbastanza sottolineato allo sviluppo dell’Aikido in Italia

CHIERCHINI
Carissimi amici di Aikido Italia Network, benvenuti e buona domenica a tutti voi.
Qui Simone Chierchini. Siete collegati per la quinta sessione di “The Aiki Healings“, una serie di dieci incontri online volti a portare energia positiva e a ispirare la nostra pratica in questi strani tempi che ci troviamo a vivere.
Oggi sono in buona compagnia. Mi sono venuti a trovare dei cari amici con cui ho condiviso la pratica dell’Aikido per diversi decenni. Li saluto tutti: Buongiorno a Paolo Bottoni, Franco Martufi e Piernicola Vespri. Vi presento rapidamente i miei co-conduttori e poi ci dedicheremo assieme all’impegnativo compito che ci siamo immodestamente assegnati in questa occasione: dar voce, in modo indiretto, a chi purtroppo da anni non sentiamo, Hideki Hosokawa sensei, un uomo e un maestro che ha dato un contributo mai abbastanza sottolineato allo sviluppo dell’Aikido in Italia.
Partiamo con Paolo. Paolo Bottoni ha iniziato a praticare Aikido nel ’74 presso il Dojo Centrale di Roma con Hosokawa sensei. Ha ricoperto cariche di responsabilità all’interno dell’Aikikai d’Italia e si è occupato della gestione delle pubblicazioni dell’associazione. Oggi Paolo segue un percorso diverso all’interno del Progetto Aiki.

Franco Martufi ha iniziato la pratica dell’Aikido nel 1976 all’età di 14 anni, anche lui presso il Dojo Centrale di Roma e con il maestro Hosokawa, che seguirà anni dopo nella veste di assistente quando Hosokawa sensei si trasferì in Sardegna. Nel corso della sua carriera, Franco ha insegnato, tra l’atro, in Russia, Sud Africa, Inghilterra, Giordania e in diversi altri posti. Oggi è parte della Direzione Didattica dell’Aikikai d’Italia.
Piernicola Vespri ha iniziato lo studio dell’Aikido nel 1983 all’età di 15 anni e ha seguito per 21 anni il Maestro Hideki Hosokawa. Dal 1990, una volta divenuto shodan, ha iniziato a collaborare con il maestro Hosokawa nell’insegnamento all’interno del suo dojo. Nel 2011, Piernicola ha aperto il proprio dojo personale, l’Aikikai Karalis, che è affiliato all’Aikikai d’Italia.
Io ho iniziato a praticare nel 1972, presso il Dojo Centrale di Roma, all’età di 8 anni. Nel 1974, all’arrivo di Hosokawa sensei a Roma, ne sono divenuto ovviamente divenuto allievo fino al mio trasferimento a Milano nel 1985. Poi, pur seguendo poi principalmente Yoji Fujimoto sensei, ho continuato a frequentare i seminari di Hosokawa sensei e a invitarlo nel mio dojo fino al momento del suo ritiro dall’insegnamento.
Questi siamo noi oggi, partiamo da qui. Dopo questa breve introduzione la parola va a Paolo Bottoni, che ci farà una breve presentazione del percorso in Aikido del maestro Hosokawa prima del suo arrivo in Italia, e poi ci darà la sua versione dell’incontro con il maestro a Roma, dell’adattamento del maestro alla nuova realtà italiana, i suoi primi successi, le sue prime arrabbiature, etc. Io e Franco gli faremo da rinforzo con i nostri ricordi di ragazzi. Paolo, prego. A te la parola.

La video-intervista completa

BOTTONI
La prima cosa che ho da dire è che attualmente non sto seguendo un percorso diverso.
Sto seguendo esattamente lo stesso percorso che ho iniziato tantissimi anni fa, idealmente quando ho conosciuto il maestro Tada nel 1965. Se adesso sembra che io stia seguendo un percorso diverso è in realtà per continuare a fare quello che facevo prima.

Antonio II, un ospite inatteso…

Chiusa la parentesi, vi presento Antonio. È un amico comune che abbiamo io e Hosokawa sensei. Ho voluto che partecipasse perché abbiamo speranza di poter far vedere questa intervista al maestro Hosokawa, quando sarà possibili e sarà molto contento di vedere Antonio, Antonio II per l’esattezza, nella speranza che lo possa incontrare di nuovo appena possibile.
Adesso apriamo la scatola dei ricordi. Io, come ho accennato diverse volte, ho conosciuto il maestro Tada e l’Aikido nel 1965, ma pensavo di avere troppe cose importanti da fare e quindi non praticai Aikido, per quanto continuassi a frequentare il maestro Tada. Mi decisi, quasi 10 anni dopo, pensando: “Ho bisogno di una guida. La persona più affidabile, più competente e dotata di maggiore carisma che conosco è il maestro Tada. Mi butto sul tatami”. Quindi nell’ottobre del 1974 finalmente salii sul tatami con i keikogi che si usavano all’epoca, di compensato, sia per la durezza sia per il colore – chi c’era se lo ricorderà, erano giallastri, durissimi – alla ricerca del maestro Tada.
Guardavo di qua, guardavo di là… È arrivato un cosino -sapete che il maestro Hosokawa non è molto alto – con una gran zazzera di capelli neri e mi ha detto (l’ho già raccontato fin troppe volte): “Primo giorno?”. E io dissi: “Perché si vede??” Avevo l’aria molto cretina, e avrete notato che ce l’ho ancora, ma quello fu il mio primo incontro con il maestro Hosokawa. Lui non parlò. C’era Nikyo quel giorno e cominciò a farmi Nikyo da una parte e dall’altra, da una parte e dall’altra, da una parte e dall’altra.
L’Aikido a quei tempi era così. Detto adesso può sembrare che fosse un Aikido rude, duro. No, era un Aikido molto amichevole. Chi ha frequentato il Dojo Centrale si ricorderà che l’atmosfera sul tatami era molto piacevole, era molto allegra. Si praticava veramente con gioia. Di questo un pochino di merito sicuramente va anche a noi, ma la maggior parte del merito va al maestro Hosokawa, sicuramente.
Il suo percorso: lui ha iniziato con il Judo. Poi gli capitò di vedere non un video, ma un giornale a fumetti che parlava del maestro Ueshiba. Decise di voler fare Aikido anche lui. Ha iniziato con il maestro Tada presso il dojo di Jiyūgaoka, il quartiere di Tokyo dove risiedeva il maestro Tada. Lì ha fatto la conoscenza di altri maestri che molti di noi conoscono. Suoi compagni di pratica al Jiyūgaoka sono stati il maestro Toshio Nemoto e il maestro Masatomi Ikeda. Entrambi, attraverso l’incitamento del maestro Tada hanno lavorato a lungo in Italia.
Dopo aver iniziato l’Aikido e aver avuto anche un’esperienza che lui definisce “fugace” nel Karate, ha sentito il bisogno di approfondire altri aspetti della cultura marziale giapponese. Ha quindi praticato, e tutti quelli che lo hanno seguito sanno che lo ha insegnato anche in Italia, tre scuole, tre antiche scuole di spada: il Jikishinkage-ryū, il Muso Shinto-ryū e il Muso Shinden-ryū.

Hideki Hosokawa nel corso del suo primo stage estivo in Italia (Padenghe, 1974)

Qualcuno penserà che il Muso Shinto in realtà è una scuola di jo, non di spada. In realtà il maestro Hosokawa ci ha presentato non dico un sunto, ma le basi di queste scuole, perché riteneva, e secondo me a ragione, che non ci fosse possibilità per noi di esplorare tutto, essendo il tempo limitato ed essendo la pratica anche confinata alle rare occasioni in cui ci si poteva incontrare ai raduni non so, una decina di incontri l’anno? E sono molti come seminari, sono però pochi per imparare bene sulle basi di un’arte marziale. Il Muso Shinto-ryū è una scuola completa che prevede lo studio non solo del jo, ma anche della spada, del wakizashi, l’uso delle due spade in contemporanea, che si crede confinato alla scuola del maestro Miyamoto Musashi. Per il Muso Shinto-ryū, il maestro Hosokawa ha preferito che noi studiassimo solamente i Seitei Katachi, i dodici kata di base.
Per il Muso Shinden-ryū, non avendo l’autorizzazione all’insegnamento ufficiale, lo ha praticato in forma privata all’interno dei dojo, ma mai durante i seminari. Si è limitato all’Omori-ryū, anche qui si tratta della base. Una volta che gli feci una domanda tecnica: “È il caso che studi anche il Chuden, Okuden, le forme più avanzate?”, il maestro disse: “Impara la base. Puoi anche fermarti là, nella base c’è tutto”. Ed è quello che pensava anche dell’Aikido.
Sapete tutti che per il Jikishinkage-ryū si è limitato a insegnare soprattutto il kata Hojo-ken. Perché queste tre scuole? Perché hanno avuto dei legami anche storici con il mondo dell’Aikido e perché sono quelle dove si possono trovare maggiori spunti di lavoro che possono essere trasportati in Aikido.
Il maestro Hosokawa mi ha spiegato diverse volte che per quanto il maestro Tada non fosse stato molto dettagliato nelle sue istruzioni, su alcuni punti era stato molto fermo. Il compito del maestro Hosokawa e del maestro Fujimoto era soprattutto di insegnare la base. Senza la base non si poteva andare avanti.
Il maestro Hosokawa lo ha preso non dico alla lettera, ma molto sul serio, tanto è vero che credo dopo 2 anni che ci tenne al Dojo Centrale a praticare Ichi-no-tachi, un kumitachi che credo tutti conoscano, un bel giorno passò a Ni-no-tachi, la seconda forma. Andammo a farci la solita doccia fredda al Dojo Centrale. Lui stava accanto a me e tra un’insaponata e l’altra lo prendevo un pochino in giro. Dicevo: “Maestro, ci abbiamo messo due anni per passare da Ichi-no-tachi a Ni-no-tachi. Di questo passo, anche senza calcolatrice, direi che in dieci anni ce li facciamo tutti e cinque”. La sua risposta, molto sorridente, ma con grande forza di autorità : “Ma tu sei sicuro che ci andrai mai avanti?”
Ecco, questo rispecchia la filosofia del maestro Hosokawa.
Qualcuno può pensare allora che lui fosse soltanto base. No. Una volta poste le basi, l’Aikido del maestro Hosokawa è molto molto articolato, molto complesso e affascinante. Io al Dojo Centrale ho avuto spesso occasione di essere il suo uke. Hosokawa sensei non chiamava la tecnica, non diceva “Facciamo Aihanmi” o “Facciamo Gyakuhanmi”. Lo dovevi capire. A partire dalla tecnica di base, poteva svilupparsi un discorso che andava avanti per tutta l’ora della lezione. Per sempio, si partiva da Aihanmi, entravi, faceva Ikkyo o Shihonage o quello che voleva fare… “Cambio tecnica!”, provi a entrare in Aihanmi, non ti fa entrare. Capisci che vuole qualche altra cosa. “Cosa vuole?”, per esempio Ushiro-waza. Allora parti in Ushiro-waza…

Il commiato di Hosokawa sensei al momento della sua partenza per l’Italia (1974). Presenti, tra gli altri, Hiroshi Tada e Claudio Pipitone

E questo discorso tendeva nella didattica del maestro Hosokawa a svincolare da lui l’allievo. Molti maestri, e molti allievi, hanno un vincolo continuo e indissolubile. L’allievo ha bisogno del maestro: “Maestro? Cosa devo fare oggi?” Il maestro ha bisogno dell’allievo, ha bisogno di qualcuno a cui insegnare. Non è questo che voleva Hosokawa. Voleva che l’Aikido creasse indipendenza. Voleva che fossimo in grado di camminare da soli. Questo non per rompere il legame, ma per renderlo più forte. Quando si è legati dal bisogno, non è un rapporto sano o perlomeno non è un rapporto che può arrivare a grandi vette. Quando ci si incontra senza un tornaconto, quando ci si incontra semplicemente perché si ha piacere di incontrarsi, allora sì, si può parlare di un rapporto profondo, di legame vero, autentico.

CHIERCHINI
A questo punto vorrei riportare il tutto un po’ indietro e inquadrare la situazione che c’era a Roma quando nel 1974 arrivò Hosokawa – una situazione, tra le altre cose di cui tu sei il perfetto esemplare, come raccontato in diversi articoli. Tutto quanto ruotava attorno alla carismatica figura del maestro Tada, ovviamente, con il lavoro incredibile che aveva fatto prima da residente, e poi facendo avanti e indietro, si può dire che l’Aikido italiano fosse interamente sviluppato attorno alla sua presenza.
Poi arriva, come hai detto tu, questo giapponese di non eccelsa statura ed è lì nel dojo…

BOTTONI
Un attimo. 1.58, come Ueshiba Morihei.

CHIERCHINI
Sicuramente non era l’altezza quello che contava ma quando tu hai trovato questo maestro e non quell’altro, questo è il centro della mia domanda e il centro poi di quello che ha portato agli sviluppi successivi. Raccontaci un attimo perché alcuni di noi già sanno questa vicenda, ma tantissimi non conoscono quali sono i retroscena all’interno del Dojo Centrale. Puoi dirci due parole su questo?

Yoji Fujimoto, Kano Yamanaka, Hiroshi Tada, Hideki Hosokawa. Stage di Primavera 1975, Dojo Centrale di Roma

BOTTONI
Allora io non ho avuto molti problemi a superare lo choc del non trovare il maestro Tada. C’era una ragione molto pratica, perché Hosokawa era più comodo. Mi ero reso conto immediatamente che il maestro Tada – anche perché lo conoscevo da 10 anni – era un punto di riferimento, ma non un modello. Nessuno può pensare di diventare Tada. A parte, diciamo, le possibilità personali: noi veniamo da un altra cultura, veniamo da un altra formazione, non abbiamo studiato con il Fondatore, non veniamo da una famiglia di Samurai, e quindi partiamo svantaggiati.
Il maestro Hosokawa era per certi versi molto più abbordabile, anche se non facile, naturalmente, anche per ragioni di età: tra me e il maestro Tada ci sono 20 anni, tra me e Hosokawa ce ne sono soltanto 7, io sono più vicino, come esperienza, come gusti. È stato molto diverso il discorso per gli allievi di Tada.
Quando il maestro Tada è tornato in Giappone, c’è stata un’indubbia crisi all’interno del Dojo Centrale, perché credo non fossero pronti al passo successivo. Era abbastanza facile copiare il maestro Tada.
Era difficile capire perché aveva fatto questo, perché aveva fatto quest’altro. Quindi la prima generazione di allievi romani si è trovata in una certa difficoltà quando si è trovata a passare dalla pratica all’insegnamento. Quando è arrivato il maestro Hosokawa hanno subito pensato: “Ecco, finalmente è arrivato un altro Tada”. No. Naturalmente non era Tada e non poteva esserlo, ma anche il suo metodo didattico era diverso.
C’era a quei tempi la leggenda, non so quanto vera, che l’Aikido con il maestro Tada fosse facile e divertente. Che le promozioni fossero facili, a volte nemmeno si faceva l’esame… A me dicevano: “Vai a fare l’esame con il maestro Tada. Ti dà subilto il 5° kyu, senza passare dal 6°”. Hosokawa ristabilì un certo rigore. Non di sua iniziativa, erano precise istruzioni del maestro Tada, passando a un’altra persona, Fujimoto. Fujimoto un giorno mi ha raccontato – poi lo raccontò anche in pubblico:
“Sono andato dal maestro Tada e gli ho detto: Mi scusi maestro, tanti anni fa, quando arrivai in Italia, lei mi disse: “Agli esami devi essere severo”. E Tada disse: “Si, e allora?”. “Non mi ha più detto se devo continuare, devo smettere… Che cosa devo fare?”. Il maestro Tada si è fatto una risatina e non ha risposto. C’era bisogno di rigore a quel tempo.

Foto ricordo del Dojo Centrale nel 1978. In seiza, il corpo insegnante, composto da Danilo Chierchini, Ivano Zintu, Hideki Hosokawa, Gianni Cesaratto e Massimo Fabiani. Simone Chierchini è in seconda fila, dietro Cesaratto. Franco Martufi è in terza fila, dietro Zintu

Non è stato accettato da molti degli allievi del maestro Tada e questo è stato un periodo in cui c’è stata la dolorosa perdita della maggior parte di questi allievi. Secondo me hanno sbagliato. Hanno sbagliato perché, come ricordava lo stesso Hosokawa: “Quello che io sto facendo è quello che Tada vuole che io faccia. È quello che vuole io gli dia”. A quel punto c’è stato, diciamo, un cambio generazionale. Però devo dire che l’attrito inizialmente s’è manifestato nei confronti del maestro Hosokawa. Dopo no. L’attrito c’era tra gli anziani allievi del maestro Tada e i nuovi allievi del maestro Hosokawa che stavano diventando – uso una parola che per me è utile per comprendere, ma non condivido – più bravi.

CHIERCHINI
A questo punto è quando più o meno Franco è comparso. Tu sei entrato a cavallo, quindi l’hai vista, anche se da molto giovane, hai vissuto questa fase. Raccontaci un attimo, quali sono i tuoi ricordi di questo?

MARTUFI
Io ho questo ricordo molto simpatico. Avevo appunto 14 anni e mi era stato chiesto da mio fratello di provare a vedere una lezione di Aikido di cui io non sapevo nulla – e la prima persona che ho incontrato entrando al dojo è stato proprio il sorriso a 72 denti del maestro Hosokawa, a cui mio fratello chiese: “Ma l’Aikido fa bene ai ragazzi?” E lui rispose: “Sci, sci”, ovviamente. Sono entrato, ho visto la lezione e praticamente non sono più uscito da lì, fulminato sulla via di Damasco.
Hosokawa per me è stato un un altro padre, nel senso che io praticamente ero uno dei più giovani. Io sono stato per anni il piccolo della situazione, a parte Simone, che era di famiglia lì, con Danilo. Ero un po’ il piccolo della situazione ed è durata a lungo questa cosa. L’atmosfera di cui parlava Paolo prima era proprio questa, era un atmosfera molto amichevole, per cui le attività si svolgevano anche al di fuori del dojo, c’era un bel gruppo.
Per quanto riguarda l’insegnamento di Hosokawa, è stato per me fondamentale perché non è mai stato un allenamento, come dire, statico, ma sempre molto dinamico. Nel senso che lui ci faceva provare cose di Judo, piuttosto che di spada piuttosto che di Karate, dove prendeva però la cosa che poteva interessare a noi. E questo studio rivolto anche ad altri aspetti, per me è stato fondamentale, cioè il mio imprinting di Hosokawa sensei si vede ancora, anche se negli anni lo studio è stato sviluppato. Però lo sento molto.
Riguardo al discorso che faceva Paolo, riguardo agli anziani, si viveva questa tensione, si viveva molto. Io ero più vicino ovviamente a quelli che frequentavano, che si chiamavano Danilo Chierchini, Massimo Fabiani, Maristella Cernilli, Ivano Zintu, tutta gente che è rimasta. Qualcuno di questi magari non aveva ancora un buon rapporto con Hosokawa però, diciamo, stava lì. Ha mantenuto e ha fatto crescere tante persone.

Franco Martufi nella sua veste di assistente del maestro Hosokawa a Cagliari (1985)

Io poi ho avuto modo di conoscerlo anche più da vicino, perché appunto quando mi ha chiesto di seguirlo a Cagliari, c’è stata una condivisione di famiglia. I suoi figli e le mie figlie sono nati insieme, per cui abbiamo vissuto quasi non con una famiglia allargata, tutti insieme. Una cosa molto bella è che la più grande delle mie figlie che ha avuto più ricordi di questa cosa, che era una più grande, era convinta per anni che Toshi fosse suo cugino, perché lo vedeva talmente tutti i giorni che per lei era normale che fosse uno di famiglia.
Ci sono stati poi sviluppi diversi. La mia é stata una separazione dal maestro Hosokawa un po’ dovuta al fatto che sono andato via da Cagliari, un po’ dovuta a punti di vista diversi su come si gestisce un dojo, non tanto sulle linee, perché io sul tatami l’ho sempre considerato un formatore importante, un maestro che dava tanto.

CHIERCHINI
Rimaniamo ancora alla fase romana, che tra le altre cose ad oggi è la meno conosciuta perché la più lontana nel tempo. Io vi posso dare la mia di testimonianza. Come ha detto poco fa Franco, io c’ero, ci sono sempre stato, ma ragazzi mi ricordo veramente poco perché era un cucciolo, ero veramente piccolo. Facevo parte del primo corso bambini tenuto dal maestro Hosokawa in Italia, un corso bambini che tra l’altro cose penso sia stato uno di quelli di maggior successo, perché ha prodotto ben tre insegnanti dell’Aikikai d’Italia oltre a me, Luca Mattei e Alberto Anzellotti. Sarà stato un caso, non lo so…
Comunque in quel momento era una riunione di monelli sul tatami e quello che noi combinavamo a questo pover’uomo è indescrivibile. Lui ancora non aveva un completo controllo della lingua italiana, era abituato a ragazzini che si comportavano in modo più disciplinato e più rispettoso e insomma per un periodo mi ricordo che fece molta fatica a tenerci sotto controllo. Finché poi con perseveranza e pazienza e soprattutto sulla base di tante flessioni e tanti piegamenti pian piano ci ha condotto sulla strada che voleva seguire.
Mi ricordo di un episodio veramente buffo. Da buoni ragazzini ci presentavamo sul tatami e masticando caramelle, con panini dentro al keikogi, ecc. ecc. finché un giorno sembrava che uno dei nostri compagni di cui non faccio il nome, ahimè, se la fosse fatta sotto. Quindi c’è stato un momento di panico assoluto da parte del maestro. Poi si scoprì che il tapino semplicemente si era dimenticato una tavoletta di cioccolato nel keikogi e gli si era squagliata durante l’allenamento. Son piccole cose, però voi vi potete immaginare questo maestro che noi tutti quanti descriviamo come la nostra guida…
ma quante ne abbiamo fatte vedere!

Il corso dei bambini del maestro Hosokawa presso il Dojo Centrale di Roma (1977). Di fianco a Hosokawa sensei c’è Danilo Chierchini, Luca Mattei è il primo in piedi da sinistra, seguito da Simone Chierchini

Ovviamente man mano sono cresciuto. Il maestro comunque ha insegnato a Roma per diversi anni e io sono diventato un teenager. Quindi la mia prospettiva rispetto a quello che faceva, rispetto agli allievi anziani di provenienza del maestro Tada , di cui parlavamo prima Paolo e Franco, sia rispetto alla nuova generazione di insegnanti che si stava formando con Hosokawa sensei, era prospettiva diversa. La mia prospettiva quindi era quella di un ragazzo che iniziava a scoprire il proprio corpo e iniziava forse per la prima volta a prender gusto con l’Aikido. In quel momento, trovarmi un maestro come Hosokawa…
Dirò una cosa che va contro la logica, ma in quel momento a me non piaceva affatto avere il maestro Hosokawa come insegnante, perché la mia distanza rispetto a lui non mi consentiva di capire che cosa volesse, in parole povere. Per me era veramente criptico e penso che per parecchi principianti all’epoca fosse lo stesso. Ovviamente mi riferivo poi agli insegnanti intermedi come mio modello. Dirò di nuovo una cosa che suonerà magari scandalosa, ma la dico lo stesso: quando poi il maestro Hosokawa si spostò a Cagliari – forse avrò avuto 16-17 anni, quindi sono scusato per la mia scempiaggine – ne fui in realtà felice, perché chi rimase e ne prese il posto era per me, al mio livello infimo di diciassettenne più comprensibile.
Quindi posso dire di non esser stato poi in realtà un allievo di Hosokawa sensei se non forse 5-6-7-8-10 anni dopo, quando, a forza di fare Aikido, finalmente ho capito, ci sono arrivato e da quel momento in poi l’ho veramente apprezzato. Una piccola confessione che devo fare, ma è così.
Se desiderate, possiamo parlare un attimo del trasferimento a Cagliari, ove già dal 1976, grazie agli sforzi di Cesare Abis, Paolo Caddeo e Giuseppe Murgia operava lo Ueshiba Dojo. Successivamente, fu questo primo gruppo di allievi storici a convincere il maestro a trasferirsi a Cagliari, dopo aver fatto spola tra la Sardegna e il Dojo Centrale. Questi senpai sardi poi sostennero Hosokawa sensei in vari modi nel corso della sua avventura sull’isola.
Tornando un passo indietro, come è maturato il trasferimento del maestro in Sardegna? E poi una volta in Sardegna, cosa è successo, quali sono state gli avvenimenti che hanno contrassegnato il primo periodo, l’arrivo di Piernicola nel dojo, ecc?

VESPRI
Io ho iniziato nel 1983, avevo 15 anni e il maestro si era appena trasferito a Cagliari. Ho avuto la fortuna di iniziare proprio lui che era appena arrivato a Cagliari. Io ho iniziato tramite un amico di mio padre che praticava già Aikido. Avevo praticato Judo in precedenza e ho detto: “Va bene e proviamo a fare Aikido”. Quindi sono andato e ho trovato questo maestro giapponese che appunto non parlava benissimo l’italiano.
Tra l’altro, nel periodo in cui ho iniziato avevamo anche un assistente giapponese, non so se lo avete conosciuto. Si chiamava Takashi Kudo, che poi dopo breve tempo è stato rimandato a casa. Per lui era stato difficile adattarsi alla vita italiana ma non solo, l’Aikido era all’inizio e non c’erano tante risorse economiche, quindi era un po’ difficile continuare un certo tipo di vita e forse è dovuto andare via.
Purtroppo in quel periodo c’era anche la possibilità che il maestro Hosokawa se ne dovesse andare via, perché, come dicevo prima, gli allievi non erano tantissimi e le difficoltà invece erano parecchie.

Dimostrazione in occasione del matrimonio del maestro Hosokawa – Cagliari, Maggio 1984

Il primo anno è stato difficoltoso. Poi, il secondo anno che io praticavo e quindi che il maestro Hosokawa stava a Cagliari è arrivato anche Franco come assistente del maestro. Per me è stato un incontro fortunato, perché Franco ci ha permesso di conoscere aspetti un po’ più leggibili rispetto a ciò che ci proponeva maestro che naturalmente, con la difficoltà della lingua, era abbastanza incomprensibile.
È vero che il maestro parlava poco e ci si muoveva tanto, e quella era la cosa essenziale. Mi ricordo, per esempio, che lui faceva vedere 3-4 volte al massimo una tecnica e poi: “Ai, dozo!”. Per esempio, quando pratichiamo e c’è l’interruzione per far vedere una tecnica successiva, mentre stai andando a sedere, ho imparato lì a continuare a mantenere lo sguardo verso chi sta facendo lezione. Perché nel momento che tu abbassi lo sguardo, ha già fatto vedere 3-4 e ti sei perso quello che ha fatto. Mi era capitato: “Cosa ha fatto?”. Sono rimasto stupito da questa cosa quindi ho detto: “Ah, bisogna stare molto attenti a guardare”. Questa è una caratteristica del maestro che non spiegando praticamente in italiano, faceva vedere 3-4 volte e poi dava il cenno per continuare a praticare. Questa era la pratica come si faceva prima: niente spiegazioni, solo sudore e cadute.
Questo è l’inizio a Cagliari come me lo ricordo io in quegli anni. Essendo io un adolescente, facevo le mie tre volte alla settimana quindi non viveva ancora l’Aikido 24 ore su 24. Facevo tanti altri sport, calcio, basket, di tutto di più, ragazze… la mia vita nel dojo non era come per esempio adesso, da almeno una trentina d’anni che sto tutti i giorni sul tatami praticamente… Adesso un po’ meno, vista la situazione.

CHIERCHINI
Vorrei tornare da Paolo. Mi sembra che è uscito almeno un paio di volte il fatto che il maestro Hosokawa, per scelta, sia stato poco leggibile, nel senso che non aveva un piano di insegnamento chiaro come potrebbe essere stato ad esempio quello di Fujimoto sensei. Tra le altre cose questa è stata anche la ricchezza dell’associazione, l’avere queste due diverse visioni delle cose. Secondo te questa leggibilità non immediata della didattica del maestro era dovuta al suo carattere o questa era stata una sua scelta personale e culturale?

BOTTONI
Io non credo che sia una scelta personale, culturale sì, perché quello è un metodo che è molto radicato in Giappone. Non dico che sia un metodo perfetto. Va compreso, ne vanno compresi i pregi, ne vanno compresi i limiti. Stiamo però studiando un’arte giapponese e sicuramente adottare il metodo giapponese ti avvantaggia, con tutte le dovute concessioni alla nostra mentalità e alla nostra cultura.
In Italia, in Occidente, la didattica si basa molto sulla negazione. Da bambini, ci viene detto: “Non fare quello, non fare quest’altro. Non ti mettere le dita nel naso, ecc. ecc.”. In Giappone si basa sull’affermazione: “Fai questo”. Punto. “Cosa che non devo fare?”. Ci sono milioni di cose da non fare, non arriveremmo mai. Quella da fare è una. Oggi si fa Ikkyo. Pensa a fare Ikkyo e non pensare agli errori che potresti fare.
Questa è l’ideologia che sta dietro a un certo tipo di didattica giapponese. Naturalmente ha pregi e ha difetti, e soprattutto richiede un contatto intenso. Non puoi adoperare questo metodo nella maggior parte dei dojo di oggi, dove vedi gli allievi – se ti dice bene – due volte a settimana per un’ora. Al Dojo Centrale, dove c’era lezione tutti i giorni e dove le lezioni erano molto intense, dove la tecnica se non l’avevi capita vedendola durante la spiegazione, la capivi praticandola o te la faceva capire un tuo uke più avanzato, un tuo senpai. “Non l’ho capita”: io penso che saresti andato da Roberto [Candido] e l’avresti capita attraverso Roberto.
Naturalmente, è una situazione difficilmente ripetibile al giorno d’oggi e anche una delle tante ragioni per cui rimpiangiamo il Dojo Centrale e per cui a volte la didattica giapponese non è più applicabile.
Non ci sono le condizioni.

Il gruppo del 1979 al Dojo Centrale. In seiza: Renato Tamburelli, Silvio Giannelli, Ivano Zintu, Danilo Chierchini, Hideki Hosokawa, Gianni Cesaratto, Massimo Fabiani e Roberto Candido. Franco Martufi è dietro a Cesaratto, Simone Chierchini detro a Zintu e Paolo Bottoni è il quarto da sinistra in piedi

CHIERCHINI
Tra le altre cose, di recente, nell’ambito di questa serie di interviste, di colloqui, ho parlato con ben due persone che frequentano l’Hombu Dojo, e spiegavano esattamente quello di cui tu hai appena parlato, cioè che comunque chi dirige la lezione segue una certa linea e poi c’è questo strato intermedio di insegnanti, i senpai, che sono quelli che hanno il compito poi di chiarirti quello che non capisci.
Quindi il metodo non era il metodo Hosokawa. Questo in effetti è “Il Metodo”.
Che poi appunto, purtroppo, non sempre possa funzionare questo è ovvio, perché quando si leva la frequenza assidua, si leva il numero di lezioni, rimane praticamente solo la difficoltà di relazionarsi con un metodo didattico che non voglio dire che non è chiaro, non è quello che uno si aspetta, perché per tutta la vita ha seguito questo genere di modello. Franco tu che ne pensi di questa difficoltà di lettura? L’hai vissuta o comunque tu sei riuscito abbastanza velocemente a decodificare cosa il maestro andava cercando di spiegare?

MARTUFI
Allora, non era facile capire quello che il maestro volesse. A lungo, anche dopo tanti anni ho avuto questa difficoltà, anche perché lui spesso non ti diceva se avevi sbagliato o meno. Era qualcosa che scoprivi dopo che non gli era piaciuta.
Io come l’ho vissuta in quegli anni? Io l’ho vissuta come uno studio continuo. Ogni lezione era una cosa a sé. Lui magari faceva vedere le stesse tecniche di base, però le impostava in modo diverso. Certo, sicuramente per me giovincello praticare su un tatami dove c’erano comunque degli insegnanti seri, c’erano delle cinture nere molto in gamba che sostenevano comunque la didattica del maestro Hosokawa è stato fondamentale. Immagino una situazione del genere con solo principianti… questa cosa non l’ho vissuta con solo principianti, l’ho vissuta insieme ad altri senior che aiutavano.
Una cosa che mi sono ricordato adesso e che mi piaceva tanto da ragazzino – non so se ti ricordi anche tu Simone – è quando ci faceva fare degli esercizi incredibili per migliorare le cadute: il salto di 2-3 uke, oppure ci proiettava, oppure la verticale sopra un altro… tutti esercizi per migliorare la nostra mobilità. Per me quelle cose sono state fondamentali. Io non le ho più viste fare. Io non l’ho mai più proposte… è una cosa sicuramente che ha migliorato il mio modo di fare da uke. Per tanti anni ho fatto da uke al maestro, così come anche ad altri insegnanti. Quegli esercizi sono stati fondamentali per me: cose che non ho più visto fare.

Hideki Hosokawa in seiza davanti al kamiza del suo dojo personale di Cagliari, il Musubi no Kai

Un’altra cosa che forse è il caso di dire riguardo allo spostamento del maestro a Cagliari: il maestro, a certo punto della sua vita, negli ultimi anni di di Roma, aveva perso l’appartamento dove stava. Quindi lui viveva nelle due stanzette che chi conosce la Scuola Centrale sapeva: non erano il massimo della situazione per lui. Un uomo della sua età, vivere in quelle stanzette…

CHIERCHINI
Praticamente erano forse neanche 20 metri quadrati.

MARTUFI
Esatto. Quindi, quando c’è stata questa proposta probabilmente di Cesare Abis di trasferirsi lì, lui l’ha colta al volo, essendo un’altra isola. Tornava in un’isola, come il suo Giappone, l’ha colta al volo. Sicuramente una cosa che l’ha fatto decidere, è il fatto che lì a Cagliari, all’inizio, lui aveva, come chiamarlo, un sostenitore che lo ha aiutato. Io lo so benissimo, perché per anni alle sei e mezza del mattino andavo con il maestro Hosokawa al dojo di questo sostenitore per prendere schiaffi per un’ora e mezza da questo sostenitore.

CHIERCHINI
Ha trovato quello che purtroppo non si trova quasi mai, cioè uno sponsor, un mecenate che gli rendeva possibile l’insegnamento.
Poi, ovviamente, il maestro Hosokawa, come a suo tempo il maestro Tada e poi il maestro Fujimoto hanno per scelta e con anche molta forza sempre rivendicato la propria indipendenza e libertà rispetto all’associazione di cui facevano parte e che hanno portato avanti. Ma loro non sono mai stati dipendenti dell’associazione, quindi loro hanno comunque mantenuto la libertà di muoversi, di scegliere.
C’è pochissimo del maestro Hosokawa scritto e poi riportato online. C’è una breve intervista fatta per un sito che si chiama Aikido Journal – non quello di Stanley Pranin – lì il maestro Hosokawa spiega chiaramente all’intervistatore che Tada sensei gli aveva detto di mantenersi indipendente, cioè comunque di essere in grado di scegliere il proprio cammino all’interno della situazione aikidoistica italiana, ovviamente nel rispetto dell’arte, dell’associazione, comunque questo fatto di poter essere in controllo del proprio destino, cosa che in effetti maestro ha fatto, assolutamente.

BOTTONI
Simone, a questo punto io faccio una piccola rivelazione, piccola semplicemente perché sono passati tanti anni. Il motivo dell’allontanamento del maestro Hosokawa da Roma è molteplice. Certamente c’era una situazione contingente: viveva ormai da due anni se non ricordo male, nella foresteria del Dojo Centrale, perché era molto molto difficile all’epoca trovare un appartamento a Roma, era quasi impossibile.
Poi, un altro motivo: il Dojo Centrale è stato fondato dal maestro Tada che ne ha ceduto la titolarità, il contratto di affitto nei confronti del Demanio di Stato all’associazione a patto di tenerci il suo dojo personale. Poi, per varie ragioni, il Demanio non ha mai preteso l’affitto se non molti anni dopo, nell’81. A quel punto, l’Aikikai d’Italia, dovendo pagare l’affitto del Dojo Centrale, disse: “Allora lo dobbiamo gestire noi”. Il Consiglio di Amministrazione diventa in un certo senso il proprietario del Dojo Centrale, che fino a quel momento era stato indipendente.
Il maestro Hosokawa lo disse subito: “Allora io me ne vado, perchè io non posso dipendere per l’insegnamento da nessuno, devo essere libero”.

CHIERCHINI
Esattamente quello che dicevo.

Cena di gala in occasione della visita di Waka Sensei Moriteru Ueshiba a Roma nel 1982. Nella foto anche Hosokawa e Seki sensei

BOTTONI
Esatto. Il maestro Hosokawa ha avuto delle rassicurazioni da parte mia e da parte di tuo padre.
“Non si preoccupi, maestro. Non possiamo impedire questo, però non possono gestire il Dojo Centrale senza di noi. Non saprebbero nemmeno da che parte cominciare. Non lo possono gestire dalla varie città dove si trovano fisicamente. Dovranno sempre venire da noi. Ci sarà una rivincita e lei manterrà la sua indipendenza”. È andata così poi, però il maestro Hosokawa si era già impegnato ad andare a Cagliari e ha voluto mantenere la promessa.
Purtroppo lo siamo venuti a sapere da terze persone. Tu conosci Danilo: da bravo toscano a volte non è molto arrendevole. Quando gli prendono i cinque minuti, gli durano anche sei, sette minuti…

CHIERCHINI
Lo dici a me!

BOTTONI
Ci fu quindi un periodo di tensione con il maestro Hosokawa. Un bel giorno però, io stavo lavorando in segreteria, si apre la porta, entra il maestro Hosokawa e si mette seduto davanti a me. Io per un po’ faccio il sostenuto, poi smetto di far finta di darmi da fare, lo guardo e aspetto che mi dica qualcosa.
Lui disse: “Questo è il punto. Chiedo scusa. Non sapevo come dirvelo, ho fatto male, però questo è il momento in cui si vedrà se il mio lavoro è servito a qualche cosa. Se il Dojo Centrale l’ho reso autonomo e in condizioni di poter continuare senza di me, perché se quando il maestro non c’è più la sua opera crolla è il fallimento del maestro. Quindi è un bene, sotto certi punti di vista, che voi rimaniate da soli”.

CHIERCHINI
Tra le altre cose, che il lavoro del maestro Hosokawa nel suo periodo romano fosse stato di altissimo livello anche in mezzo a tutte queste difficoltà ambientali, sue personali e del dojo, è testimoniato dal fatto che in effetti, quando poi si trasferì a Cagliari, lasciò una generazione di insegnanti che hanno portato avanti la Scuola Centrale sotto forma di comitato di gestione per anni. Sono persone che hanno fatto poi la storia dell’Aikido a Roma e hanno prodotto gli insegnanti di oggi.

Il gruppo dei partecipanti di Cagliari al seminario di Toshikatsu Ichimura sensei posa con i maestri Ichimura e Hosokawa. Franco Martufi è il secondo da sinistra in seiza, Piernicola Vespri il terzo da sinistra in piedi

Piernicola ritorniamo al maestro a Cagliari. Gli anni man mano passano, queste difficoltà iniziali che ci sono e tutti le hanno ovunque si trovino, per fortuna si sistemano. Il maestro si assesta comincia a viaggiare o riprende a viaggiare con continuità in Italia… Qual è la situazione a quel punto? Pure tu eri cresciuto dal punto di vista dell’Aikido, hai preso lo shodan… raccontaci cosa succede a Cagliari, perché praticamente il dojo comincia a diventare un dojo importante anche all’interno della realtà italiana.
Vengono organizzati seminari di primo livello, ecc. ecc.

VESPRI
Sì, infatti, a parte le difficoltà iniziali degli anni ’80, di cui dicevo anche prima, poi lentamente sono incominciati ad arrivare allievi e allievi chiamavano altri allievi. Quindi il dojo, come hai detto bene tu, stava crescendo e quindi crescevano anche gli appuntamenti con altri maestri. Chi c’era si ricorda, per esempio, che nel ’92 era venuto per la prima volta Moriteru Ueshiba, che allora era ancora Waka Sensei. È stato forse il primo stage internazionale che si faceva, a parte gli stage che faceva in estate il maestro.
Come sapete, per tanti anni dal dall’87 fino al ’93-’94 ha tenuto lo stage estivo a Tergu. Poi nel periodo dei primi anni 90 ha tenuto due stage, anche a Castiadas. C’era stata una separazione tra i due stage per difficoltà tra alcuni allievi interni ed esterni, diciamo così. Non approfondiamo, difficoltà umane. A proposito di Tergu, salivo in macchina con lui, e immaginate fare tre ore di macchina… Lui guidava: tra l’altro non era un gran pilota, ma non solo non era un gran pilota, ma neanche un grande conversatore. Io pure non sono un grande conversatore, ma lui ancora peggio. Quindi io cercavo di farlo parlare, di parlare, anche perché insomma tre ore da passare, ci vuole… ma proprio difficoltà a parlare e a comunicare! Io ero un ragazzo di una ventina d’anni, 23 forse, e quindi era difficoltoso.
Come sempre, il problema della lingua forse è stata la cosa più importante. Però ciò che dava lui dal punto di vista tecnico e culturale, aveva un bagaglio talmente vasto che almeno io a quel tempo non riuscivo a comprendere, perché logicamente non avevo né i mezzi né la cultura per poter capire determinate cose. Ora ho fatto un po’ di esperienza e quindi certe cose riuscirei a capirle. Purtroppo adesso non abbiamo la fortuna di poterlo sentire.

CHIERCHINI
Questa, purtroppo, è la storia della vita di tutti. Quando è il momento, siamo giovani, siamo inesperti, non capiamo nulla. Le opportunità ci sono e ci passano sotto al naso senza che noi ce ne accorgiamo.
Io l’ho confessato candidamente: era lì, tutti i giorni, ma alla fine la mia sensazione all’epoca era quasi di fastidio, perché non riuscivo – ovviamente il limite era il mio, non era del maestro – a capire che cosa volesse. Anche perché, come è stato ampiamente spiegato, il suo metodo era esattamente quello di non darti cose a cui tu potessi attaccarti. Quindi un giorno faceva A, tornavi il giorno dopo e faceva B, il giorno successivo era C e si ricominciava poi da capo.

Hideki Hosokawa mentre pratica Hojo nel corso di uno dei suoi seminari all’aperto in Liguria

VESPRI
Bisogna dire anche che adesso trovandomi dall’altra parte, quindi dalla parte dell’insegnamento, è normale che gli allievi un po’ abbiano difficoltà a capire dove tu vuoi arrivare, se non hanno una certa esperienza. Quindi, tutto sommato, era normale, come dicevi tu. Non sei su quel gradino su cui è il maestro. Lui ha una visione a 360 gradi, tu ce l’hai a 180 o meno.

CHIERCHINI
All’epoca era a 0. Voglio chiarirlo, ho fatto questa confessione, non perché voglio indicare un problema col maestro. Il problema era il mio e sicuramente questo problema era ampiamente condiviso. Anche questo è il motivo per cui c’è stata maretta all’interno del dojo a suo tempo ed è continuata anche ad esserci maretta a livello generale. Perché, diciamolo, l’associazione essendo vissuta sempre a tre voci, o comunque per un lunghissimo periodo a tre voci, c’è sempre stato chi diceva: “No, il numero 1 è così, il numero 2 è colà. A me quello non piace, perché non si capisce, a me piace quell’altro…”
Questo mi ritorna perfetto per parlare di un’altra cosa.
Ovviamente il suo modello di insegnamento non era quello che man mano sta diventando o è diventato prevalente, ma non solo in Italia, in generale, cioè quello dell’Aikido visto come “Asobi”, come divertimento, che è una traduzione orribile, perché in realtà neanche chi fa Aikido come Asobi non è che va sul tatami a scherzare. Non era appunto, come descriveva Paolo all’inizio, un Aikido che era fatto per farti sentire bene. Non si tornava a fare Aikido il giorno dopo perché si era avuto un godimento personale, fisico o psicologico. Si tornava invece, al contrario, perché c’era la sfida di continuare a conoscere. E questa era la difficoltà poi per chi era molto all’inizio insomma.
Come la vedi questa cosa, Paolo, la posizione del maestro Hosokawa rispetto all’Aikido come Asobi?

BOTTONI
Prima di tutto devo precisare che a Hosokawa gli ho insegnato a guidare io, con la macchina di Yamanaka che gli ha lasciato in eredità quando è tornato in Giappone. Sapete che Ikeda e Hosokawa erano amiconi per la pelle. Era normale andare a casa di Hosokawa quando ancora aveva l’appartamento in Via Bixio e trovarci Ikeda. Un giorno arrivo, trovo Ikeda e mi fa: “Buongiorno Paolo”.
“Buongiorno maestro. Come mai qui?”. “Così, passavo. Ma lei anche oggi fa scuola guida con il maestro Hosokawa?”. “Sì, sì, faccio scuola guida”. “Condoglianze! Conosco una sola persona che guidi peggio di Hosokawa sensei”. “Ah, sì, e chi è?”. “Tada sensei…”. “E lei come guida?”. “No, io ho rinunciato proprio!”
Hosokawa era proprio negato. È un giapponese della vecchia generazione, per alcune cose dà dei numeri a tutti quanti, per altre si trova a disagio.

Foto di gruppo al termine del seminario condotto dai maestri Ikeda e Hosokawa a Cagliari nel 1991

In macchina lui aveva bisogno di un obiettivo, altrimenti la macchina faceva zig-zag. Quindi magari vedeva un pedone a 200 metri e lo puntava, con gli occhi da kamikaze, la cuffia e la fascia con il sol levante… e puntava il pedone. E io “Oddio! Oddio!”.
Va bene. Fine del discorso.
Un giorno, Hosokawa comincia a girarci intorno – eravamo io e Roberto [Candido], che ci allenavamo molto spesso assieme. Cosa stavamo facendo? Ci allenavamo al ritmo della Danza delle Ore di Ponchielli, cantando. Ecco, quello era l’ambiente dell’epoca. Hosokawa, all’epoca era una persona molto allegra, ridanciana, scherzava… Quando lavavamo il dojo tutte le mattine, l’abbiamo fatto per dieci anni, io e lui, lui si metteva una fascia in testa, cominciava in fondo, vicino allo spogliatoio delle donne, io dall’altra parte, ci incontravamo in mezzo e andavamo a prendere il caffè. Cantava tutto il tempo! A squarciagola, canzoni giapponesi. Un giorno sono entrati dei ragazzini e con la spontaneità che hanno tutti i bambini gli hanno chiesto chi era e che faceva e lui si è spacciato per il fratello di Bruce Lee.
Hosokawa è una persona cui piace molto ridere e scherzare, però s’è reso conto prematuramente che nella maggior parte degli occidentali, italiani in particolare, il divertimento e l’impegno vengono considerati incompatibili. Non puoi ridere mentre stai lavorando sul serio sul tatami. Ma perché?
Ma non è vero! Tu sai che al Dojo Centrale ce le davamo di santa ragione – in perfetta allegria! Però per la maggior parte degli occidentali questo è incomprensibile. Se non fai la faccia seria, non è una cosa seria. Hosokawa in questo si è adattato. Secondo me, ha fatto male. Avrebbe dovuto continuare a essere più spontaneo e più allegro, perché così ne ha risentito anche lui.
Uno dei difetti di Hosokawa – non è una persona perfetta, ovviamente, come nessuno – è di risentire molto delle situazioni negative. Di situazioni negative in Italia ne ha affrontate molte. Per questo avrebbe potuto rendere di più, essere più efficace – perché gli è stato sottratto il divertimento, l’Asobi.Ma non perché lui non lo abbia voluto, è stata una nostra colpa.

VESPRI
Io mi ricordo invece che quando praticavamo Hojo con il maestro Hosokawa e quando facevi appunto il kata con lui, direttamente, non è che la faccia era molto divertente… anzi sembrava che ti volesse ammazzare! [ride] Scherzo!

Moriteru Ueshiba consegna a Hideki Hosokawa il suo diploma di 7° Dan – Cagliari, 1994

BOTTONI
Quello è un altro discorso. Un giorno chiesi a Hosokawa: “Ma lei che cosa intende per armonia?” Lui disse: “In Italia adesso è difficile da capire. Cosa è armonia? C’è uno davanti a te con una spada, ti guarda e lo sguardo dice: io ti ammazzerò. Tu lo guardi e gli dici: va bene, può darsi che io ammazzo te. Questa è armonia”.
Ed è vero, è quello che noi dovremmo cercare nell’Aikido. Difficile da provare. Vengo criticato perché io non pratico più né il Jikishinkage-ryu, né il Muso Shinto-ryu, né il Muso Shinden-ryu, se non raramente. Senza Hosokawa non é più la stessa cosa. Quando io avevo Hosokawa davanti con la spada, ero sicuro che se poteva mi ammazzava. L’unico modo per evitarlo era di essere alla sua altezza.
Se lui non avesse fatto così io non avrei mai cercato di essere alla sua altezza. Spero di essermi spiegato.
L’Aikido è diverso dalle antiche scuole. Nell’Aikido, la parte Asobi è molto più importante. Nell’Hojo, no. Quando Hosokawa ti punta, tu sai “Quella spada è per me”. Proprio per me e nessun altro, non dipende da nessuno al di fuori di me evitare di essere tagliato. E tu lo sai che ti ha tagliato anche se fisicamentenon ti ha toccato. Tra l’altro, come sa bene chi ha praticato queste scuole, in realtà quando si pratica seriamente, sei tu che devi attaccare il maestro, non difenderti da lui. Ci si scambia il ruolo nel corso di un allenamento, ma durante un embukai il maestro difende e l’allievo attacca.

VESPRI
Non è il contrario? Io mi ricordo che era il contrario, nelle scuole tradizionali è il maestro che attacca, tu devi imparare a difenderti.

BOTTONI
Sì, sì, è anche così.

CHIERCHINI
Volevo riprendere il discorso con Franco, adesso, e portare l’attenzione su un altro aspetto su cui sicuramente ci sono tanti aneddoti da raccontare, ed è quello del maestro Hosokawa e gli esami.
Io ricordo di aver visto tante tante sessioni del maestro Hosokawa e non credo di averne mai viste di così diciamo “variopinte”.

MARTUFI
Lui negli anni ha sviluppato delle tecniche di esame molto variopinte, se così si possono chiamare.
Inizialmente no, inizialmente non era così. Erano degli esami molto sostenuti, molto importanti ma non così difficili. Io ho fatto ovviamente tutti gli esami kyu con lui. Poi il primo dan lo feci con Fujimoto e per me quello è stato un trauma perché il sistema era totalmente diverso – quello shodan è stato per me un trauma, passato bene, però un trauma. Il secondo dan con Hosokawa.
Quello che ho visto invece fare dopo mi ha sempre lasciato un po’ perplesso, devo dire, e glielo anche detto, nel senso che nel periodo in cui ho ricoperto la carica di Segretario Nazionale dell’Aikikai, mi è capitato di parlare con lui di questa cosa. Lui chiedeva delle cose già prima dell’esame, come se volesse prima dell’esame dan mettere in guardia i futuri candidati che se avessero fatto l’esame lì, dovevano fare quella certa cosa. Gli dissi: “Maestro, questa deve essere una impostazione che deve venire però da tutta la Direzione Didattica, non può essere una cosa sua. Oppure se vuole fare questa cosa dobbiamo pubblicare che lei vuole che l’esame venga fatto in questo modo, altrimenti è un po strano”. In quell’occasione avemmo una discussione un po’ accesa, devo dire, ma parliamo già degli anni ’90.
Erano degli esami particolari, i senior qui presenti si ricorderanno anche queste storie del famoso esame – credo fosse sandan – di Fulvio Sassi fatto da Hosokawa, che lo bocciò. Il maestro Fujimoto fece l’esame all’uke principale del maestro Hosokawa, che era Roberto Candido, e lo bocciò. Ci fu questa cosa strana, in quel periodo, capitarono nel giro di 4-5 mesi questi eventi che non vennero capiti molto, se non – si è pensato – magari tutti e due hanno voluto fare abbassare le ali a questi due personaggi di livello, perch al tempo Fulvio Sassi era l’uke principale, l’allievo principale del maestro Fujimoto, e Roberto Candido era altrettanto per il maestro Hosokawa.

Sintesi di una lezione di Hideki Hosokawa presso il Musubi no Kai di Cagliari (1999)

CHIERCHINI
Sicuramente all’epoca fu uno choc per tutti perché stiamo parlando appunto, come tu hai appena detto, di due dei principali aikidoisti italiani del momento. Rivedendo le cose oggi, ovviamente, a posteriori, ha perfettamente senso quello che fecero, perché l’uno e l’altro erano gli allievi in esclusiva dell’uno e dell’altro. Quindi, nonostante buona parte della gente lo vide come una ripicca del maestro numero uno verso il 2 e viceversa, probabilmente invece fu fatta di comune accordo.

MARTUFI
Probabilmente sì.

CHIERCHINI
Come messaggio che era appunto ora che si sganciassero, che andassero pure a vedere altre cose.
Gli esami del maestro Hosokawa, d’accordo o no, non sta neanche a noi oggi più parlare di queste cose, d’accordo o meno su come li faceva, rimasero una roba mitica, perché qui si parla di salire sul tatami e come prima cosa spararsi di un colpo mille Shomenuchi, fare 500-600 cadute, stare in seiza per mezzora…

VESPRI
Ci sono i 1000 Ikkyo per cui molti si sono rivoltati… mah, erano prova. Io penso che l’esame non deve essere solo che devi conoscere tutto – che poi ci sta – ma può essere anche una prova di resistenza. Per il maestro era questo, cioè non solo una conoscenza tecnica ma anche una resistenza mentale e fisica, quindi va al di là della semplice tecnica aikidoistica, anche come persona. Non è da scartare come ipotesi di un esame.

CHIERCHINI
Sono d’accordissimo.

MARTUFI
C’è qualcuno che però a quell’esame stava stendendo le piume però, a Cagliari, non so se ti rcordi [ridono]. Questo, secondo me, è un discorso che puoi fare con i tuoi allievi.

VESPRI
Comunque lì, a Cagliari, qualcuno è schiattato, perché nel momento che ha fatto fare la pausa, lì hanno perso la concentrazione e la tensione giusta. È lì che gli è salito il problema. Per quello che poi qualcuno ci ha cacciato l’anima e qualcuno è stato male.

CHIERCHINI
Ci sono due modelli di esame ben distinti. Uno, come dicevi tu Franco, è il modello del dojo. Praticamente, i miei allievi li conosco, so che cosa devono dare, so dove devo spronarli o se, non hanno fatto, dove devo colpirli. Secondo me ha perfettamente senso di dargli la sfida che possono raggiungere o che possono non raggiungere, perché non si dovevano presentare all’esame, tra le altre cose.
Chiaramente questo modello di esame non va bene in una situazione associativa, federale, perché nel momento in cui si cerca di uniformare le richieste, come spiegavi prima, diventa una roba insostenibile perché se tu vai a fare l’esame con l’insegnante A c’è una cosa, vai con un altro e ce n’è un’altra…

MARTUFI
Non è un caso che ci sia un programma di esami. Uno ha il programma d’esami e sa che devo fare quello. Mi può essere chiesto altro, però non può essere molto diverso.
Quella volta mi ricordo che lui doveva andare a Napoli, credo, e mi disse: “Mi raccomando, devi scrivere sulla locandina che il maestro Hosokawa chiede questa cosa”. “Va bene, lo chiede lei…” Quasi come se lui volesse spaventare, non farli andare. Perchè lui negli ultimi anni non bocciava molto, devo dire, per cui preferirà intimorirli prima, cioè non farli andare all’esame con lui piuttosto che bocciarli.

CHIERCHINI
Io l’ho sempre letta in questo modo sinceramente ed è così che nella mia limitata esperienza di insegnante l’ho poi riprodotta, perché devo dire che ho usato per anni lo stesso sistema. Però, chiaramente, la dimensione è estremamente ridotta e i miei allievi sapevano perfettamente che se volevano fare gli esami di dan – stiamo parlando di esami di dan chiaramente – dovevano essere preparati. Quindi significa appunto prendere in mano un bokken e, prima di fare il programma d’esame, mi devi far vedere che sei in grado di fare 1000 colpi, che devi cadere per terra 50 volte, che devi stare 10 minuti, un quarto d’ora in seiza. Diciamo come una specie di pre-requisito, per evitare che ci sia gente che si presenta, come succede tra le altre cose in tutte le sessioni d’esame,
completamente impreparata. Questa è la verità.
Però certo, soprattutto nella situazione che poi si è sviluppata in Italia negli anni, in cui ci sono numerosissimi esaminatori e ognuno poi fa a modo suo, diventa un disastro.

MARTUFI
Adesso è così.

CHIERCHINI
Bisogna uniformare.

Dimostrazione al Palazzo delle esposizioni di Roma, 1996 – Uke: Dionino Giangrande

VESPRI
Uriformare è difficile, perché ognuno è diverso. Gli esami, lo sappiamo benissimo, sono un tasto dolente. Da quando non ci sono più nè il maestro Fujimoto nè il maestro Hosokawa sul tatami, gli esami ai miei allievi li faccio io. Prima di tutto perché li faccio durare gli esami, come faceva il maestro Hosokawa. Per esempio, quando ho fatto lo shodan se erano andate 6 ore di esame… Non li faccio durare così tanto, però quando uno deve fare un certo esame gli faccio fare tutto, perché è giusto che diano prova.
Poi puoi anche saltare. Se vedi che una persona è molto preparata, non hai bisogno di chiedergli qualsiasi cosa; ma uno che per esempio è un po’ incerto, allora almeno devi farlo lavorare di più, anche per entrare in sintonia con l’esaminatore. Questo dovrebbe essere anche in una situazione con allievi esterni, nel senso che se vengono a fare un esame e non li conosci proprio bene, è giusto che lavorino per provare quella sintonia esaminatore-esaminando.
Per noi che eravamo nel dojo del maestro, per esempio, decideva il maestro quando dovevamo fare l’esame, e quindi personalmente non ho mai avuto problemi. Dovevo fare l’esame, studiavo quello che dovevo fare, se c’erano delle tecniche che non capivo cosa erano, provavo a vedere… Un tempo, non c’erano né video, né libri, o i libri erano rari. Dovevi arrangiarti. Al maestro Hosokawa io non ho mai chiesto niente.

CHIERCHINI
Paolo ti ricordi quella intervista che facemmo al maestro Hosokawa alla fine degli anni ottanta?

BOTTONI
Ero io il complottista che l’ha organizzata, come ben ti ricordi…

L’originale intervista a Hosokawa sensei, apparsa nel 1988 su “Aikido” XVIII-1

CHIERCHINI
Durante quell’intervista lui spiegò, in realtà, in modo estremamente chiaro cos’è che desiderava dagli esami, cioè desiderava che chi si presentava agli esami avesse già fatto l’esame su se stesso, praticamente. Credo che fondamentalmente a lui desse molto fastidio questo ruolo di giudice. Lui noi non desiderava giudicare nessuno, avrebbe voluto che gli allievi facessero un bel processo di autocoscienza prima di andare sul tatami. Quindi credo che tutte queste robe che poi lui ha inventato nel tempo per scoraggiare, come veniva raccontato prima, fossero la conseguenza del fatto che probabilmente poi negli anni ha visto che comunque continuava ad arrivare gente…

BOTTONI
Il fatto è complesso. Allora cominciamo da Roberto Candido e Fulvio Sassi. C’era un accordo molto specifico all’epoca che gli esami importanti, gli
allievi dell’uno li doveva andare a fare con l’altro. Non si scappava. Perché? Dovevi dimostrare capacità di adattamento. “Ma non conosco Fujimoto!”: una stupidaggine, facevano sempre i raduni assieme, se facevi i raduni con Fujimoto c’era Hosokawa, con Hosokawa c’era Fujimoto. Quindi era impossibile non conoscere le due entità didattiche. “Non mi piace!”: lo devi fare lo stesso. Punto. Questo era il concetto di quei due. Non era una decisione di Hosokawa, non era una decisione di Fujimoto. L’avevano concordata.
Poi per quanto riguarda l’esame di Roberto: sapevo che Roberto sarebbe andato a fare l’esame e sapevo che sarebbe stato bocciato, chiunque gli avesse fatto l’esame, perché non era allenato. Non riusciva, insegnando aveva perso molta della sua fisicità – e ti ricordi bene quanto era bravo Roberto, non si poteva arrivare al suo livello di preparazione fisica. In quel momento non era preparato. Infatti, quando è tornato, è venuto a piangere sulla mia spalla per un bel po’, anche se non sono del tutto sicuro che erano lacrime, gran parte era birra. Dopo un certo numero di birre ha confessato che in realtà lui non era preparato. Fine dell’episodio.
In quanto a Hosokawa, ma anche a Fujimoto, hanno sempre detto, perché hanno avuto per forza di cose un pochino di confidenza in me, dato che lavoravamo insieme per tante cose, “L’esame non è per noi. Lo vediamo da come entra sul tatami, da come si mette in seiza, se va promosso o va bocciato. L’esame è per l’allievo. Deve capire perché è stato promosso, deve capire perché è stato bocciato. A noi non ce ne importa niente. Potremmo anche evitare e firmare, senza passare dalla formalità dell’esame. Ma allora priviamo l’allievo della possibilità di capire”.
Per esempio, il mio esame di secondo dan: non ero abbastanza preparato – al Dojo Centrale si era preparati per forza, ma non ero al mio massimo, assolutamente. Mi ero lasciato un pochino andare.
E tutti e due, se sanno che tu puoi dare 10 e fai un esame da 8, non solo ti bocciano, ma ti menerebbero pure. “Devi dare il massimo all’esame”, ti dicevano, “Chi ti obbliga a fare l’esame, cosa guadagni a fare l’esame? Non ci ricavi nulla, lo fai per capire se sei pronto. Ti sei preparato per essere pronto?”.
Ecco, questo ero lo scopo dell’esame per Hosokawa e Fujimoto: un punto di verifica, sono pronto per fare il passo successivo? O non sono pronto? Se non sei pronto devi capire perché non sei pronto, che cosa ti manca e su cosa devi lavorare ancora.
Il mio esame di secondo dan: 40 minuti in suwari-waza! Io dopo ero morto. Dopo è cominciato l’esame. Mi ha annullato a fisicamente, in modo che io fossi costretto a tirare fuori la tecnica. La tecnica ce l’avevo, ma allo stesso tempo mi ha fatto capire che la preparazione fisica era importante. Alla fine mi ha promosso, per carità, però mi ha fatto capire che io non mi ero preparato come lui si aspettava da me e come io avrei dovuto aspettare da me stesso. Ho preso l’esame come una formalità: “Questo lo so, quell’altro lo so, qual è il problema?”.

L’Enbukai presentato dal maestro Hosokawa nel corso del Seminario Internazionale di Milano diretto da Nidai Doshu Ueshiba Kisshomaru (1990)

Tra l’altro, l’esame si può svolgere secondo due modalità differenti: ti chiedo quello che sai – dimmi che cosa che viene detto in quel capitolo di quel libro. Questo è un sistema. C’è un altro sistema, ed è un problema: qualcosa che tu non conosci, un qualcosa che non ha mai fatto prima. Come ne esci fuori? Cosa ti inventi? Cosa è più utile per l’Aikido? Il primo o il secondo? Servono sicuramente tutti e due, però io credo che l’esame deve essere più un problema e non una ripetizione di quello che già sai, non una verifica che tu sai.
E adesso la parola agli altri, perché io sto parlando pure troppo.

CHIERCHINI
Franco, io e te abbiamo una cosa importante in comune. Siamo stati allievi tanto del maestro Hosokawa che del maestro Fujimoto; è una cosa che tra l’altro non è particolarmente comune.
Uno potrebbe aspettarsi che fosse più comune, visto che hanno insegnato in Italia entrambi per decenni. Data la loro differenza nell’approccio alla pratica, data la loro differenza caratteriale, in tanti hanno preferito schierarsi per la Squadra A o per la Squadra B, che è una cosa incredibilmente sciocca e infantile, rivista con quello che è successo dopo.
I due erano e sono sempre stati non solo colleghi di lavoro, ma sono stati molto vicini a livello umano.
Quello che hanno fatto, spesso e volentieri lo hanno fatto, come raccontava poco fa Paolo, lo hanno fatto di comune accordo, come dire, scegliendo due ruoli diversi ma all’interno dello stesso lavoro.
Qual è la tua esperienza di questi due maestri, a cui dobbiamo tanto, nel loro rapporto reciproco?

MARTUFI
Quando dicevo prima che il mio esame di shodan con Fujimoto è stato un trauma, è perché io non lo conoscevo Fujimoto. Forse l’avrò visto una volta prima, per cui ero molto preoccupato di questo personaggio. Però non mi ricordo una cosa che ci aiutò molto – c’era anche Paolo in quella sessione.

BOTTONI
Fujimoto ha chiesto tutte le tecniche che io avevo toppato due anni prima all’esame di primo kyu…

MARTUFI
La cosa carina fu tutto quello che chiese, lo chiese prima alla sua allieva. Quindi noi, furbamente: “OK, vuole vedere questo? Facciamo questo e quindi ce la siamo salvata”. Però lo shock, che mi paralizz un po’ mi realizzato è che, se vi ricordate, c’era un opinione diversa sul come chiamare okuri-ashi o tsugi-ashi. Quando mi ha chiesto tsughi-ashi, io ho fatto lo tsugi-ashi che conoscevo io, e invece lui intendeva l’altro. E quando mi ha detto: “No, non è così”, io in panico, dopo tanti anni che facevo quella forma lì… Poi si è capito che c’era questa personale differenza.
Poi, purtroppo, sì io ho seguito Fujimoto, ma non non mi ritengo un suo allievo, nel senso che mi è sempre piaciuto il suo modo di praticare, l’eleganza del suo movimento, la sua ironia nello spiegare… Questo è sicuramente qualcosa che ho utilizzato. Però io sono all’85% Hosokawa dentro. Quello che so lo devo al maestro Hosokawa.

Yoji Fujimoto e Hideki Hosokawa

VESPRI
Io ho fatto 21 anni con il maestro Hosokawa, però ho seguito tanto anche il maestro Fujimoto, dall’88 che ho fatto l’esame di primo kyu con il maestro Fujimoto – tra l’altro c’era questo problema: a Cagliari erano stati bocciati due allievi del maestro Hosokawa dal maestro Fujimoto, quindi un po’ di tensione c’era.
Però io una cosa che ho sempre detto è se il maestro dice che puoi fare l’esame, allora vuol dire posso fare l’esame. Cioè, che lo faccia con un maestro piuttosto che con un altro non è un problema. Quindi l’ho fatto ed è andato anche bene…
Poi piano piano l’ho conosciuto, lo vedevo negli stage in comune con il maestro Hosokawa, poi sono andato a qualche stage che faceva lui. Logicamente, io, muovendomi dalla Sardegna ero un po’ più in difficoltà per poterlo vedere. Mi piaceva il suo modo – come ha detto anche Franco – di insegnare, di approcciarsi nella lezione con gli allievi, il modo di fare, diciamo un po’ più alla mano. Nonostante abbia fatto 21 anni con il maestro Hosokawa, devo dire attualmente faccio molto del lavoro che portava avanti il maestro Fujimoto. Logicamente il mio maestro è il maestro Hosokawa.

CHIERCHINI
Questo dimostra ancora una volta di più quale fosse l’incredibile ricchezza di cui eravamo parte. Oggi stiamo parlando del maestro Hosokawa e quindi ci siamo soffermati di più ovviamente sulle sue caratteristiche. Ci sarà un incontro, fra un mesetto circa, dedicato al maestro Fujimoto, quindi poi ne parleremo con maggior dettaglio.
Però mi premeva puntare l’attenzione sul fatto che comunque per chi voleva e per chi avesse avuto le antenne su abbastanza, era possibile benissimo essere allievo di un maestro che un certo tipo di approccio alla pratica, severo anche se non serioso, ma poteva benissimo andare ad aprire altri orizzonti con quest’altro insegnante. Senza parlare poi del fatto che tutti quanti avevamo e abbiamo ancora l’opportunità di avere un ispirazione di alto livello da Tada sensei, che non abbiamo ancora mai nominato. Insomma una ricchezza che oggi, rivista con gli occhi del 2021, fa veramente venire nostalgia, perché purtroppo poi sono intervenuti i casi della vita.

VESPRI
Nella pratica dell’Aikikai d’Italia, purtroppo, chi seguiva il maestro Fujimoto ha portato molto avanti la metodologia e l’aspetto anche esteriore della sua tecnica, a volte anche cercando quel tipo di ironia…
E invece dalla parte del maestro Hosokawa vedo che pochi hanno mantenuto l’aspetto tecnico del maestro. C’è qualcuno che lo ricorda, forse anch’io. Qualche volta praticando, me lo ha detto anche Franco, si vede un po’ nella pratica. Però devo dire che forse è perché il metodo del maestro Hosokawa era meno comprensibile.

MARTUFI
Era meno strutturato.

VESPRI
Era meno strutturato. C’era molto e si vede, però non aveva quella capacità – linguistica sicuramente – di trasmetterlo, che poi permettesse lo sviluppo dei praticanti e quello si vede. Infatti negli attuali segnanti non si vede tanto l’impronta del maestro Hosokawa.

CHIERCHINI
Questa è diretta conseguenza, di nuovo, non penso che sia casuale, di quello che lui aveva deciso. Non ha mai voluto, gliel’ho anche sentito dire, che ci fossero copie di se stesso. Il suo modello di insegnamento era progettato per impedirti di copiarlo.
Poi, inevitabilmente, ciascuno di noi ha preso dei pezzi, perché io a tutt’ora, 30 anni dopo, quando faccio un certo movimento, mi viene subito la lampadina in testa: “Ecco! Ho fatto Hosokawa”. Subito!
Certi tipi di imprinting sono rimasti. Era una scelta. È una scelta che secondo me è, tra le altre cose, legittima, e che io oggi, tanti anni dopo, riconosco come esatta: perché non producendomi come sua copia, mi ha dato in effetti la possibilità di fare quel poco che sono capace di fare, ma di farlo perché lo faccio io, non perché sono parte di una scuola di un seguito.

Ventennale in Italia del maestro Hosokawa (1994)

VESPRI
Tra l’altro, al maestro non piaceva la parola scuola. Quando io ho aperto il mio primo dojo, nel ’96, lo chiamai Scuola Aikido Cagliari. Il maestro storceva il naso, perché vedeva proprio la parola scuola come una cosa troppo precisa.

CHIERCHINI
Di stile.

VESPRI
Sì, sì. Non si riconosceva in quella parola.

CHIERCHINI
In effetti quello che ha fatto negli anni lo dimostra in modo abbastanza chiaro.
Un’altra serie di aneddoti. Per alcuni anni ho avuto la fortuna, devo dichiararlo pubblicamente, di occuparmi delle pubblicazioni dell’Aikikai d’Italia. Ero giovane, molto giovane, quindi ci misi dentro il mio entusiasmo e anche i miei pasticci personali, come tutte le cose che si fanno da giovani. Il mio principale correttore di bozze, oltre al signor Bottoni che vediamo qui, era il maestro Hosokawa. Il maestro Hosokawa voleva vedere tutto e poi dopo ci tirava le orecchie…

BOTTONI
C’è un sottofondo che molti non conoscono: questi erano ordini del maestro Tada, che a me personalmente ha detto “Non deve uscire una riga su “Aikido”, se non l’ha vista Hosokawa o non l’ha vista Fujimoto”.

CHIERCHINI
Era un correttore di bozze, e non solo di bozze, molto severo. Una volta gliela feci sporca. Avevamo fatto un servizio fotografico davanti al Dojo Centrale. All’epoca, il mio idolo da giovane era Roberto Candido, gli stavo sempre dietro… comunque avevamo fatto un servizio fotografico composto da banalissime foto con me e Roberto. E io le schiaffai – mamma mia, se ci ripenso… praticamente, dopo la copertina, c’erano le foto mie e di Roberto. E non le feci vedere al maestro, che poi quando si ritrovò davanti la rivista belle e stampata, mi chiuse entrò una stanza e mi fece un culo così. Non l’ho mai più fatto. [ridono]
Sbagli di gioventù.
È stata un’esperienza, questa della rivista “Aikido” che è il filo che ci porta poi fino ad oggi, dove siamo in questo momento. Non mi è mai passata la passione di occuparmi di Aikido, non solo sul tatami, ma anche a livello culturale e comunicativo.Vogliamo dire, Paolo qualche cosa di che cosa è successo a un certo punto e per quale motivo siamo noi a parlare qui del maestro Hosokawa invece che aimé, lui in persona?

Il maestro nella sua veste di esperto di lame giapponesi

BOTTONI
Prima accenno brevemente a due cose di cui parlavamo prima. Secondo me, il programma di Hosokawa era molto vasto e difficilmente riassumibile. Ha preso dall’Aikido, ha preso dal Karate, ha preso dal Judo, ha preso dal Daito-ryu. Ha preso dalla spada, dalla lancia e dal jo, e ha preso molto anche dalla cultura giapponese. Che cosa ne rimane di questo programma? Che cosa non è importante? Che cosa non interessa? Forse aveva ragione Hosokawa quando proponeva tutto e diceva – chi ha partecipato ai suoi raduni se lo ricorderà: “Se piace, prendete. Se non piace, lasciate”. Ci ha dato la possibilità di scegliere, mettendoci in difficoltà, è ovvio, però ce l’ha data.
Una delle poche volte, pochissime volte, in cui mi ha rimproverato, non perché io fossi bravo, ma perché ritiene che l’allievo deve capire da solo quando sbaglia, quando il maestro non c’è a correggerlo come farà, comunque, una delle volte in cui l’ho visto veramente irritato, mi venne da dietro durante l’allenamento e disse: “Non mi copiare!!”. Non voleva essere copiato.
Veniamo alla parte dolorosa della storia. I piani del maestro Hosokawa prima della sua malattia erano di rientrare a Roma e di fondare un nuovo Dojo Centrale, con la mia collaborazione. Purtroppo poi il 20 settembre 2004 il destino ha voluto altrimenti. Quello che mi disse è: “Dobbiamo fare qualcosa per gli altri. Adesso che sono ancora relativamente giovane e abbiamo ancora le energie per farlo. Dobbiamo fare qualcosa per gli altri, qualcosa che rimanga dopo di noi. È il nostro dovere”.
Non andata è così purtroppo. Il maestro Hosokawa in quel periodo aveva anche dei problemi personali, aveva abbandonato Cagliari, e purtroppo non è riuscito a contattarmi – all’epoca vivevo all’estero, forse non ha trovato le chiavi di casa mia a Roma, poteva andare là…
Purtroppo il 20 settembre ha avuto una emorragia devastante che non gli identificarono in tempo e gli ha causato gravi danni all’emisfero sinistro del cervello. È quello che controlla la parola – il maestro Hosokawa difficilmente riesce ad esprimersi – e la parte destra del corpo. Da quel momento è stato assolutamente impossibile per lui ritornare sul tatami. Assolutamente impensabile.

Il maestro Hosokawa in compagnia di Paolo Bottoni 4 anni dopo la sua malattia (2008)


Per un certo tempo è rimasto vicino al nostro mondo, dopo di che c’è stato un progressivo allontanamento, anche pilotato, perché le notizie che provenivano dal nostro mondo non lo aiutavano.
Continua a interessarsi della cultura giapponese, soprattutto della spada giapponese. Appena posso, gli porto dei libri, dei filmati e segue con molta passione i quattro tornei annuali di Sumo. Ci divertivano a vederli assieme perché ci capivamo senza parole. Si capisce immediatamente chi vincerà, prima che inizi il combattimento. Li guardavamo e all’unisono puntavamo qua e puntavamo là, per vedere se ci azzeccavamo su chi avrebbe vinto. Quando eravamo abbastanza concentrati, arrivavamo al 100%. Vedendo la persona, capisci se ha la vittoria o la sconfitta dentro. Non puoi non vederlo, se sei nel giusto stato d’animo. Per questo io posso dire che il maestro Hosokawa, nonostante il dramma che vive ormai da 17 anni, ancora pratica e possiamo ancora essegli vicini, anche se è molto molto difficile.
Gli sviluppi, immagino che li sappiate. La gestione di una persona disabile a Roma era diventata sempre più difficile e quindi si è deciso di di trasferire il maestro Hosokawa a Cagliari presso una struttura per anziani, dove al momento non è possibile visitarlo. Possono visitarlo soltanto i parenti stretti, due volte a settimana, per breve tempo e a distanza. Ogni tanto siamo in contatto con lui attraverso una videochat e spero che possa vedere questa intervista con la collaborazione degli inservienti e del personale della struttura.
Io credo che il destino del maestro Hosokawa, che lo accomuna, purtroppo ad altri nostri maestri, sapete che anche il maestro Ikeda ha avuto seri problemi di salute, il maestro Fujimoto ci ha lasciato troppo presto… perché? Perché si sono sacrificati per noi. Una volta, l’allievo andava dal maestro, si legava al dojo, si univa con lui, lo accudiva, lo serviva anche, e imparava con lui, viveva con lui.
Purtroppo al giorno d’oggi questo non è più possibile. I nostri maestri hanno fatto vita randagia: un giorno qui, un giorno là, mangiando nelle peggiori trattorie, vivendo sui treni e questo, purtroppo, l’hanno pagato. Dovremmo essere consapevoli che i nostri maestri si sono sacrificati per noi.
Quando il maestro Hosokawa pianificò questo suo ritorno a Roma, disse apertamente: “Non posso resistere ancora per molto facendo questa vita”. Lo stesso maestro Fujimoto, dopo la malattia di Hosokawa, mi diceva: “Adesso tocca a me”. E io gli dicevo: “Ma no, ma che sta dicendo? Non dica stupidaggini!”. “Già, ora toccherà a me”. E aveva previsto anche quando, e la previsione fu giusta.
Io chiuderei dicendo che purtroppo noi non ci siamo resi conto dell’importanza dell’insegnamento che abbiamo ricevuto dai nostri maestri. Non dobbiamo metterli su un piedistallo o credere che siano degli esseri sovrannaturali. Erano delle persone come noi, con delle competenze e un carisma notevole, e ci hanno lasciato un patrimonio importante che noi, a nostro modo, nei nostri limiti, dobbiamo portare avanti.

Quarantennale del maestro Hosokawa in Italia (2014). Hideki Hosokawa, sorridente, assieme a un vecchio compagno di pratica, Jun Nomoto sensei

CHIERCHINI
Io non posso che accomunarmi a questa chiusura da parte di Paolo Bottoni. Tra le altre cose, siamo tutti quanti più o meno fermi nella pratica, quindi è un momento perfetto per la riflessione, e credo e spero che questa chiacchierata che abbiamo fatto, e che meriterebbe tanto tempo ancora – noi immodestamente abbiamo provato – ma ci sarebbe da parlare per un’altra settimana…
Comunque spero che questo che vi abbiamo portato possa essere in qualche misura utile a ripensare e ad apprezzare, e a rielaborare nel nome di queste persone che ci hanno aiutato così tanto negli anni, e che ci possa dare stimolo in un momento complicato. A cominciare dalla pratica individuale che oggi è l’unica, o pressappoco l’unica possibile. Ripensiamo a quello che ci hanno dato, rispolveriamo dalle ragnatele, chi se l’è scordato… chi sa è a disposizione. Lavoriamo!
Con questo, ragazzi, io vi saluto. Ringrazio tantissimo Paolo Bottoni, Franco Marufi e Piernicola Vespri per il loro contributo. Ringrazio quelli che si sono collegati.
Come da nostra tradizione, poi la settimana prossima prepareremo la trascrizione di questa chiacchierata – ci vorrà parecchio perché sono quasi due ore. Metteremo anche poi il video su YouTube, quindi chi desidera potrà rivedere e se ci sono domande, utilizzate la pagina di Facebook di Aikido Italia Network per questo.
Un abbraccio a tutti quanti.

Copyright Simone Chierchini ©2021
Tutti i diritti sono riservati. Ogni riproduzione non espressamente autorizzata è severamente proibita


Aikido Italia Network è uno dei principali siti di Aikido e Budo in Italia e oltre. La ricerca e la creazione di contenuti per questo nostro tempio virtuale dell’Aiki richiede molto tempo e risorse. Se puoi, fai una donazione per supportare il lavoro di Aikido Italia Network. Ogni contributo, per quanto piccolo, sarà accettato con gratitudine.
Grazie!
Simone Chierchini – Fondatore di Aikido Italia Network

Aikido Italia Network is one of the main Aikido and Budo sites in Italy and beyond. Researching and creating content for this virtual Aiki temple of ours requires a lot of time and resources. If you can, make a donation to Aikido Italia Network. Any contribution, however small, will be gratefully accepted.
Thanks!
Simone Chierchini – Founder of Aikido Italia Network

Un pensiero riguardo “A Proposito di Hideki Hosokawa”

I commenti sono chiusi.