Maria Beatrice Toro Intervista Marco Aliprandini


La parola giapponese fushime significa “punto di svolta”, e dentro a questo ideogramma c’è stilizzato il bambù. I nodi di questa pianta sono come delle ferite dentro alla corteccia, ferite che però le permettono di crescere. Secondo alcuni maestri giapponesi di spada, essi rappresentano i punti di svolta nella nostra esistenza: alcuni nodi esistenziali sono quello che ci permette di vivere e andare oltre

di M. BEATRICE TORO E MARCO ALIPRANDINI

M. Beatrice: Salve a tutti, stiamo per collegarci con il dojo di Marco Aliprandini, per parlare del suo libro, I Nodi del Bambú, un libro meraviglioso. È la prima volta che parliamo di un romanzo. Marco dice che non è un libro sull’aikido, ma appunto un romanzo e a me ha preso proprio la narrazione, moltissimo. I Nodi del Bambú è un romanzo apparentemente di formazione  che affronta diversi temi: l’incontro con il maestro, la strada, la via che le arti marziali indicano; è inoltre un libro  che parla di consapevolezza, di relazioni: insomma è completo.

Generalmente ho sempre parlato di libri di mindfulness, invece questa opera è qualcosa di unico nel suo genere. Non sono una persona particolarmente esperta o titolata per parlare di letteratura, ma  questo libro è il libro di un amico, devo dire anche di un allievo. Una volta collegati,  potremo vedere Marco nel suo dojo e  scoprire insieme che potremmo anche scambiarci i ruoli di allievo e maestro, visto che è stato un mio allievo ed è un istruttore di mindfulness e maestro di aikido, uno dei maestri – posso dirlo adesso che non c´é… – uno dei maestri di rilievo in campo nazionale. Il suo dojo è a Merano che è una città meravigliosa. Tant’è che nello spedirmi questo libro ha messo come dedica “Dal tuo avamposto nordico”.


Marco Aliprandini – I Nodi del Bambù
La Penna e la Spada #1

Il maestro Hiroki Okuda, nato e cresciuto in Giappone, viene mandato agli inizi degli anni ‘70 in Italia per insegnare aikidō, un’arte marziale giapponese.
Il racconto della sua vicenda esistenziale inizia in una confusione percettiva. Il protagonista, infatti, per cause inizialmente a lui oscure, ha perso la sensibilità del corpo e, impaurito dalla luce bianca che lo ha investito, cerca di dare una forma concreta al vuoto in cui si trova. Questa ricerca lo spinge ad analizzare i suoi ricordi: i primi passi nell’apprendimento delle arti marziali e della meditazione zen sotto la guida del padre, il rapporto con il maestro di aikidō Nakajima, di cui in adolescenza era diventato allievo diretto e infine il trasferimento definitivo prima a Roma e poi a Milano. Un susseguirsi, sempre più chiaro, di immagini, di persone, di situazioni accompagnate fin dall’inizio dalla dolcezza della madre, dalla vicinanza della sorella Yuka e dalla presenza costante dell’amico Yoshi, anche lui futuro maestro di aikidō, trasferitosi negli stessi anni in Europa. Solo lentamente Hiroki capirà dove si trova e cosa gli sia realmente successo.
Un romanzo apparentemente di formazione che nello svolgersi della trama diventa contaminazione tra Italia e Giappone, tra antico e moderno, tra l’illusione di poter incontrare un maestro, una guida e la consapevolezza che anche i maestri fanno i conti con la misteriosa complessità della vita reale.


I Nodi del Bambú è un libro che, dicevo, mi ha presa, mi è piaciuto, è un libro che parla di Giappone, che parla di aikido, che parla di consapevolezza e che parla di distacco. È stata una grande scoperta per me, e soprattutto è una scoperta quella dell´aikido. Mi piacciono le arti marziali, sono qualcosa di importante per me, però devo dire che non ho mai praticato aikido e con questo libro mi sono  innamorata del tema.

È una storia molto bella, la storia di un  maestro di aikido Hiroki Okuda. Comincia come un romanzo di formazione  e come ogni romanzo di formazione che si rispetti, inizia dalla sua infanzia, dai ricordi  infantili  e dai ricordi del suo apprendistato. Potete ben immaginare che l’apprendistato di un’arte marziale sia qualcosa di ben diverso dall’apprendistato di una professione, di un  lavoro più comune. Si tratta di un apprendistato che coinvolge tutto il proprio essere e che è profondamente  trasformativo. Adesso ci connettiamo con Marco e lasceremo che sia lui stesso a  parlare di questo libro, in prima persona. Per me è importante che sia l’autore  a raccontarvi questa storia  che si snoda tra presente e passato e parla di un viaggio esistenziale. Come in ogni romanzo  che si rispetti, uno può anche riconoscersi in questo percorso formativo, perché ogni percorso ha una sua origine, un suo sviluppo, e tutte le storie alla fine sono la stessa storia.

Lascio a te, Marco, il compito di raccontarci parti della trama di questo libro, tra Italia e Giappone, vivendo una formazione molto particolare che è quella che avviene  sulla propria pelle. Se ti va di raccontarci qualcosa ti ascoltiamo! 

Marco:  Con piacere Beatrice, Il protagonista di questa  storia di formazione, come hai detto tu, è Hiroki Okuda, nato a Kanazawa, a circa 500 km da Tokyo, in una famiglia di  agricoltori. Il padre è un esperto di arti marziali. Hiroki nasce e vive la sua infanzia a stretto contatto con il padre che lo fa entrare nel mondo delle arti marziali.

M. Beatrice: A me ha colpito una cosa e cioè che questa storia comincia con un distacco. Mi ha colpito moltissimo emotivamente e mi sono chiesta se non sia sempre così che comincia la storia di ciascuno  di noi. Ti volevo chiedere per te che senso ha questo inizio emotivamente. Non voglio parlare troppo della trama del romanzo, però mi ha colpito che la narrazione cominci con un andarsene o meglio con una separazione: una separazione che genera un nuovo inizio.

Marco: Mi fa molto piacere incontrare una lettrice attenta come te. Hai ragione, c’è un distacco, direi un duplice distacco: il bambino che si distacca dal padre che si rende conto, da vero maestro, che i suoi insegnamenti non sono “abbastanza” e quindi porta il figlio, che rimane sorpreso, quasi stordito da questa scelta, da un maestro di più alto livello a circa 100 km da casa sua. In pratica cambia la sua vita, lo allontana da casa per farlo diventare un uchideshi (allievo interno). Lo manda a vivere da un maestro che lui considera migliore. Questo è il primo distacco, ma il vero distacco, secondo me è proprio nella pagina iniziale. Non voglio entrare troppo nella trama e apro una parentesi, perché ci tengo a sottolineare che questo non è un libro sull’aikido. Questo è un romanzo il cui protagonista pratica per  tre quarti della sua vita aikido, che è molto diverso. Tornando a noi, il romanzo inizia con Okuda immobile in un posto sconosciuto. Lui che per tutta la sua vita aveva cercato di trovare il movimento armonioso del suo corpo, aveva cercato attraverso il respiro, attraverso la meditazione, di  scavalcare la mente – anzi, forse è meglio dire di cavalcare la mente –  improvvisamente si  ritrova per una ragione che si capirà solo alla fine, senza il corpo. Non sente più il suo corpo, il corpo che per tutta la vita lui aveva allenato. Quindi il primo distacco è proprio il distacco dal suo corpo e per poter ritornare deve fare il percorso inverso rispetto a quello che aveva fatto per tutta la sua vita: cioè deve arrivare al corpo attraverso la mente, deve ritrovare la percezione della sua fisicità riallacciando i ricordi, i pensieri. Quindi, come dicevo, c’è un duplice distacco.

E poi c’è, verso la metà del libro, il terzo distacco, e cioè quando Okuda viene mandato a insegnare aikido in Italia. Questo “viaggio nell’ignoto”, in una terra lontana, penso sia effettivamente successo ai tanti maestri  giapponesi mandati da giovani in paesi altri, in Europa ad esempio. In Italia tra gli anni ’60 e gli anni ’70 sono arrivati diversi maestri giapponesi che hanno supportato e seguito il grande lavoro di diffusione dell’aikido del Maestro Hiroshi Tada. Questa scelta di vita – mi riferisco con affetto ad esempio al Maestro Fujimoto (stabilitosi a Milano) o al Maestro Hosokawa (stabilitosi prima a Roma e poi a Cagliari) – è una cosa molto  delicata. Penso sia una scelta anche molto segnante, carica di  gratificazioni ma anche di sofferenza di  solitudine…

M. Beatrice: È una esperienza che non ho mai vissuto, quella di cambiare nazione, paese, lingua, ma conosco tante persone che hanno vissuto questo e addirittura dicono che non bisognerebbe passare l’intera vita nello stesso posto se si vuole davvero  scoprire se stessi. È importante anche il distacco, come dicevamo prima,  o recidere i legami. Tornando a I Nodi del Bambù, non è un libro sull’aikido ma è una storia tutta da leggere, che come ogni storia è fatta di emozioni, di relazioni, di apprendimento. Diciamo però che l’aikido c’entra molto, e io in questo momento vedo dietro di te queste persone che  praticano, ed è bellissima la loro presenza insieme a noi nell’allenamento, nel corpo: è come se portasse veramente un’altra energia a questa serata. Potresti dirci qualche parola su cosa è l’aikido e perché una persona dovrebbe andare via dal Giappone e venire in Europa per insegnarlo? E soprattutto perché noi in Europa dovremmo interessarci a questa disciplina così lontana? 

Marco: Temevo un po’ questa domanda. Io pratico aikido da quando avevo 17 anni, si può dire da “sempre”, e penso sia come se a te chiedessero che cos’è la meditazione. Me l’hanno chiesto così tante volte che oramai sono pieno di risposte. La risposta standard è che la parola aikido, come vedete sulla calligrafia alle mie spalle, è composta da tre ideogrammi (AI armonia, KI energia, DO via). Questa è la risposta che do al telefono quando le persone mi chiamano per venire al dojo…  Devo dirti però che sono pessimo nel marketing, infatti Patrizia, Ermanno e Piero, che sono le colonne del dojo, hanno tolto il mio numero di telefono dalle pubblicità o dal sito perché quando telefonavano a me nessuno arrivava. Credimi Beatrice, mi sforzavo ad essere accogliente, accattivante, dicevo che l’aikido è un viaggio… Poi però mi chiedevano “ma quanto tempo ci vuole per diventare cintura nera?” Io, con accoglienza, rispondevo: DO vuol dire via, aikido è un percorso: non bisognerebbe da subito cercare un traguardo. Poi ascoltavo altre domande (generalmente sempre le stesse) “Ma quante volte vi allenate?” E io “Tre volte a settimana”, e loro “ma ci si può allenare solo una volta a settimana?”  “Certamente ma quello che dai, ricevi” … Non voglio dilungarmi, insomma dopo aver chiamato me non veniva nessuno.

M. Beatrice: Almeno devi dirci cos´è… Vedo dei movimenti lenti e hai fatto riferimento all’energia.

Marco: L’Aikido include una serie di movimenti circolari, ampi  che naturalmente più si stringono e diventano stretti e più diventano marziali. Marziali nel senso di efficaci, diciamo, anche se non amo questo termine, di rottura. Questi movimenti ampi, non di rottura, vogliono unire uke (chi subisce l’azione) a tori (chi compie l’azione). Ecco, direi che aikido è “un movimento consapevole di unione”.  Un entrare in contatto sempre consapevole con la respirazione non soltanto propria ma anche della persona con cui ci si allena.  Nel corso istruttori mindfulness che ho avuto la fortuna di frequentare  nella tua  scuola (e colgo l´occasione per ringraziare tutti i tuoi collaboratori, da Claudia Romani a Stefano Ventura,  Stefano Bettera, Marco Mariotti e la splendida Nicoletta Cinotti), è stato uno viaggio molto simile nella consapevolezza dell’attimo presente. Qua si aprirebbe un discorso molto ampio, quindi per tornare alla tua domanda devo dirti, con autenticità, come se fossimo al bar e tu mi chiedessi: “Cos’è l’aikido?”, una cosa che dopo 40 anni mi domando quasi ogni settimana. Beh, come diresti tu o  Nicoletta, mi appoggio spesso questo quesito sul cuore e facendolo ripetutamente mi torna in mente una favola di Esopo, penso la 42, dove un padre chiama i figli al suo capezzale. Sa che non hanno nessuna intenzione di lavorare i campi e dice: “Penso che tra un po’ lascerò questo mondo e come eredità vi ho nascosto un tesoro nei nostri poderi”. Dopo tre giorni, il padre muore e i figli iniziano a scavare di qua e di là. Lavorano sotto il solleone, sotto la pioggia insomma, dopo un grande lavoro, si ritrovano con tutto il terreno dissodato convinti che il padre abbia voluto prenderli in giro. Uno dei figli per superare lo sconforto dice: “Buttiamo del grano” e così fanno. Il grano poi germoglia e loro capiscono quale fosse il tesoro che il padre voleva lasciare. L’aikido per me è un viaggio alla ricerca di questo tesoro, che all’inizio può essere: stare bene fisicamente, fare movimento, avere contatti sociali, sapersi difendere… Tutti hanno un perché iniziano, come nella mindfulness, ma più in generale in tutte le cose nuove che si cominciano c´è sempre un perché. Quello che si trova, tuttavia, è diverso da quello che ci eravamo immaginati. Sono convinto poi che ognuno trovi il suo proprio tesoro, quindi dire il mio tesoro, che ancora non ho trovato, è inutile perché tu troveresti il tuo, Patrizia ha trovato il suo, Ermanno o Piero ha trovato il loro. Fanno aikido da 30 anni, sono come la mia famiglia queste persone che vedi dietro e comunque questo tesoro è il grano che abbiamo seminato e germoglia in ogni cuore in maniera diversa.

M. Beatrice: Sia tu che io lavoriamo con qualcosa di simile, che è  l’abbandono della dimensione verbale; nella meditazione è così. Chiediamo a un certo punto di lasciare andare i pensieri, lasciare andare le parole e diventiamo movimento, diventiamo il movimento del respiro. É difficile poi scorgere chi è che osserva e chi è osservato, chi si muove e il proprio spazio, lo spazio dell’altro e,  incredibilmente, a forza di lasciare andare i pensieri, in effetti si entra in contatto con una dimensione che non si può raccontare a parole. Trovo quindi molto autentico questo silenzio, a me a volte capita anche quando condividiamo le esperienze, quando dobbiamo raccontare come è andata la pratica meditativa, e penso: “Ma mi è stato chiesto di lasciare andare le parole, di lasciare andare i pensieri. E ora come faccio a raccontarlo?” Non ho più le parole per dire la vita, per dire il fluire, non ci sono parole, è molto autentica questa cosa che ci hai detto. Io continuo a rimanere ipnotizzata dai movimenti dietro di te. È veramente impossibile non dare attenzione non solo a te ma a questa famiglia di cui sento veramente a distanza il calore, l’energia, la bellezza, il rigore, l’amore che ci vuole per stare dentro un’esperienza come la vostra.

Vorrei chiederti una cosa sul tuo libro.  Come abbiamo detto, narra di una storia a partire da un distacco iniziale, il susseguente viaggio, e le relazioni che in esso si sviluppano. Secondo te le relazioni sono qualcosa per cui  vale la pena ogni tanto fermarsi nel proprio viaggio e coltivare la pazienza di condividere? Perché tante volte uno da solo va un po’ più lontano, va più veloce… Tuttavia nel libro c’è spazio anche per questo rallentamento dovuto alla presenza dell’altro, che non sempre è il maestro o l’allievo. A volte è l’altro da sè, l’alter ego, o anche la persona che ti sta accanto, che ti provoca alla vita,  che ti fa vivere la vita non solo come un viaggio ma anche come un’esperienza da condividere. Non voglio usare altre parole perché penso che tutti vogliamo leggere il libro e quindi non voglio dire altro, però si parla anche di relazioni. Vuoi dirci una parola su questo?

Marco: Si, Hiroki Okuda è naturalmente un uomo. Sono convinto che sia molto importante vedere anche i Maestri nella loro dimensione umana, forse amarli per questo e quindi ha delle relazioni, vive di relazioni, vive di questo scambio continuo di affetti anche dolorosi. Hiroki Okuda nella sua vita ha relazioni sentimentali. A questo proposito mi viene in mente il libro di Nicoletta Cinotti Amore, Mindfulness e Relazioni”, su cui ho anche ascoltato la tua intervista: Okuda vive in queste relazioni, anche  relazioni con i suoi studenti, con i suoi aikidoka, alcuni dei quali diventano amici.  Risulta evidente che la relazione con l’altro, con gli altri, è fondamentale, è vita, non solo nella pratica dell’aikido o nella pratica della mindfulness. Più in generale, la condivisione è fondamentale, l’uscire dallo stretto contenitore dell’io. Lo è anche per un cosiddetto maestro, anzi per essere maestro. Devo dire che non amo l’estrema diffusione dell’appellativo maestro, per paradosso tra un po’ ci saranno più maestri che allievi, preferisco la parola “ricercatore” (un maestro è essenzialmente un sincero ricercatore) che è più adatta per entrare in una dimensione del noi che è molto più ecologica, molto più viva, ricca, fertile. Nel “noi” ci sono le parole giuste.

Tu dicevi prima di scavalcare la  parola. La parola dell´io viene scavalcata, ma se tu guardi alle mie spalle questo è un noi [aikidoka durante la pratica]. Per questo ho voluto fare  l’intervista con te qui nel dojo, con le persone. L’ho voluta fare perché questo libro l’ho scritto in solitudine; tu sai meglio di me che la scrittura è qualcosa di individuale, di solitario, però I Nodi del Bambù è il frutto di una dimensione allargata, di un noi. È il frutto di questo dojo, della pratica dell’aikido, che si può fare solo insieme  e che cresce insieme. Quindi, secondo me, la relazione è fondamentale sia nella pratica dell’aikido che nella nostra esistenza. Tutto il pacchetto delle relazioni, anche le relazioni dolorose sono ricchezza. Anche il protagonista del libro mi ha proprio chiesto, mi ha spinto a creargli intorno un reticolo di relazioni anche complesse. Ha voluto dirmi che la complessità della relazione rende la vita frastagliata, ma degna di essere vissuta. 

M. Beatrice: Si, a volte è importante ritrovare le parole, per condividere, esprimere, relazionarsi. Mi fa picere quando citi Nicoletta. Qui ho il suo libro, è un’amica importante.

Marco: Nella nostra biblioteca ci siete tutti voi: i tuoi libri, per citarne due, I Sette Pilastri della Mindfulness o l’utilissimo Manuale per Istruttori, poi i libri di Stefano Bettera… Insomma, il nostro dojo possiede una ricca biblioteca che si è ulteriormente ampliata durante il viaggio, il corso nella tua scuola che abbiamo vissuto come un regalo. 

M. Beatrice: Guarda, è stato bellissimo anche per noi… ieri a Roma, per la prima volta dopo  qualche anno, abbiamo tenuto un corso intensivo in presenza, ed eravamo in tanti. Era tanto tempo che non aprivamo le porte del centro a un numero  maggiore a 10-12 persone… Ultimamente abbiamo fatto poco perché  questo centro fondamentalmente è uno studio, e per quanto sia grande, non ha gli spazi ampi di altre situazioni. Ieri  il fatto di vedersi e stare insieme è stato comunque meraviglioso. È proprio vero, si crea , si apprende insieme, si viaggia insieme. Un’ultima  domanda: che cosa sono i nodi del bambú? Perché il tuo libro si intitola I Nodi del Bambú

Marco: C’è un ideogramma che si chiama fushime. La parola giapponese fushime significa “punto di svolta”, e dentro a questo ideogramma c’è stilizzato il bambù. I nodi di questa pianta sono come delle ferite dentro alla corteccia, ferite che però le permettono di crescere. Secondo alcuni maestri giapponesi di spada, essi rappresentano i punti di svolta nella nostra esistenza: alcuni nodi esistenziali sono quello che ci permette di vivere e andare oltre. Ci sono anche nodi particolarmente significativi, di solito legati al numero 7. Il nodo è visto come il punto di morte di qualcosa, ma anche come punto di rinascita. Poco fa, parlando del vostro corso intensivo, menzionavi la pandemia, che ne è un esempio perfetto. E a proposito di corsi, vorrei invitarti qua a Merano per un intensivo di mindfulness sotto la tua guida.

M. Beatrice: Marco, è andata: vengo questa estate, promess. Te l’ho detto davanti a un bel po’ di persone… Vengo molto volentieri.

Marco: Ne sarei contentissimo. Come dicevo, anche la pandemia è stato un nodo del bambù. La pandemia ha naturalmente creato dei grossi disagi. Dei piccoli disagi li abbiamo vissuti anche noi qui nel dojo. Abbiamo praticato aikido on line per quasi un anno. È stato a dir poco particolare, però abbiamo imparato qualcosa, siamo riusciti a crescere. Qualcosa è cresciuto, ad esempio i vari corsi che abbiamo fatto che altrimenti, probabilmente non avremmo potuto frequentare. Abbiamo conosciuto persone nuove, abbiamo invitato maestri da tutta Italia, ci siamo collegati  con il Giappone… insomma abbiamo fatto molte cose che forse non avremmo fatto, quindi è stato un nodo del bambù, un punto di svolta.

M. Beatrice: Questo è un libro che appunto, nodo dopo nodo, ci parla delle svolte della vita; e quella che tu racconti è una vita molto particolare, quantomeno per il lettore italiano, quella di un maestro giapponese. Lo si vede già dall’inizio, nel suo rapporto con la famiglia e con l’ingresso nel dojo, un’esperienza molta diversa da quello che viviamo noi abitualmente in Italia.

Più ho letto e riflettuto su certe frasi e parti del libro, più mi sono convinta che nella vita quello che contano veramente sono questi nodi e alla fine li incontriamo. Tante volte mi chiedono: “Ma tu se non avessi fatto la psicologa, cosa avresti fatto?” Avrei comunque incontrato me stessa, avrei comunque incontrato le mie risorse, le mie difficoltà… A mio parere, i viaggi alla fine sono un unico viaggio. Lascio adesso a te la parola per concludere questo colloquio come meglio desideri.

Marco: Prima di tutto ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato, e che hai dedicato a noi. Voglio dirti che questo libro è un libro plurimo, nato come ho giá detto, ma lo vorrei sottolineare, da tutto il dojo, da tutti noi, da tutto il dojo di Merano, l’Aikikai Merano.  In questo “noi” ci sono però anche alcune persone che voglio nominare, ad esempio una mia amica giapponese, Yukie Kawaguchi, del dojo di La Spezia del maestro Franco Zoppi, che con pazienza mi ha sempre spiegato ogni parola giapponese e ha scritto la lettera della madre che c’è nel finale. Poi Beatrice Testini del dojo di Padova, maestra di shodo e maestra di aikido, che ha curato con una disponibilità e una gentilezza fuori dal comune la copertina e tutti gli ideogrammi che sono  presenti nel libro; e anche l’editore, Simone Chierchini, che è un sognatore, oltre che un maestro di aikido. Vive in Irlanda e pubblica dei bellissimi libri-intervista che riguardano le arti marziali. Ringrazio Simone che ha avuto la pazienza di seguirmi, dimostrandomi affetto e amicizia.

Vorrei  concludere dicendo che  la mindfulness e l’aikido  sembrano due vie quasi separate invece sono percorsi che si intrecciano per diventare in fondo un’unica ricerca, cioè quella di riscoprire il corpo attraverso il respiro e nell´aikido attraverso l’altro, il contatto con l’altra persona. Auguro a tutti i presenti di avere la fortuna di poter frequentare un corso di mindfulness e di praticare aikido. Proprio per questo intreccio di percorsi simili sono molto contento che tu possa venire nel nostro dojo, perché attraverso la mindfulness, la nostra meditazione, nonostante noi la praticassimo da anni, è oggi più  strutturata, più comprensibile anche per i principianti, e quindi è stata un vero regalo per il nostro dojo.

M. Beatrice: Grazie Marco e grazie a Patrizia e a tutti i partecipanti di questa lezione che si svolge appunto dietro alle tue spalle. Vedo movimenti eleganti, armoniosi e ti dico, non mi devi vendere un corso di aikido, però l’unica cosa che ti chiedo invece è veramente di regalarmi un’ora di pratica insieme e di guidarmi in questa esperienza di scoperta del movimento: perché poi alla fine ogni esperienza di questo tipo, ogni esperienza meditativa ti lascia qualcosa, crea qualcosa. È un seme, come quelli di cui hai raccontato. Sono molto felice della nostra amicizia, come ho detto all´inizio, di leggere questa tua dedica con la quale ti percepisci come nostro avamposto nordico. Anche io ti percepisco così, e sono onorata della vostra amicizia e della  tua amicizia, e di immaginare che questi fili sotterranei si sono già incontrati in maniera che noi non conosciamo, e che continuano a produrre un movimento inesauribile di vicinanze. Quindi grazie per la tua amicizia, e grazie per questo libro che ho letto con piacere nei miei momenti liberi. Alle volte mi sono ritrovata a pensare: questa sera mi sbrigo a fare questo, così vado a leggere… Difficilmente mi concedo di leggere un romanzo, quindi è stata per me anche una riscoperta di una dimensione di lettura libera, in cui non dovevo imparare niente e forse proprio per questo ho imparato un sacco di cose. Grazie Marco veramente!

Marco: Grazie a te, Beatrice. 

M. Beatrice: Grazie anche a tutti quelli che ci hanno ascoltato! Arrivederci!

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