Post-Scriptum a “La Palude del Tecnicismo dell’Aikido”


Life of Pi

Ho appena pubblicato “La palude del Tecnicismo dell’Aikido” e sono stato sommerso da richieste di spiegazioni su cosa intendo, su quello che secondo me si dovrebbe fare in alternativa al sistema vigente e via dicendo, a dimostrazione che l’articolo tocca un nervo sensibile e che esiste un reale bisogno di andare oltre un Aikido che sia solo una lista di nomi 

di SIMONE CHIERCHINI

Repetita Iuvant: l’accademia è necessaria, l’accademia non va mai via, l’accademia è il filo che ci riconnette all’inizio e ci consente di controllare che non ci siamo persi nei nostri deliri. MA L’ACCADEMIA NON E’ L’AIKIDO!! è quello che prepara a fare Aikido.

Tuttavia, usciamo dai nostri comodi sogni: fare Aikido non è quello che ci hanno insegnato nei dojo delle varie federazioni, per quanto ce ne siano un mezzo centinaio! Liste di attacchi e liste di risposte? ma stiamo scherzando? Il Fondatore non ha mai insegnato queste cose, è provato a livello documentario! Sono stati i suoi discepoli a inventare l’Aikido che noi pratichiamo, perché era utile e necessario, dato che senza alfabeto e grammatica come avremmo potuto comporre la nostra epica (Aiki!)? Solo che lì si sono incastrati: si sono dimenticati infatti di farci vedere come fare a trasformare quelle parole e frasi in un’opera compiuta, incaponendosi a farci scrivere pagine e pagine di lettere in bella grafia, in stili diversi e accattivanti, ma sempre e solo lettere. Niente epica!

Mi chiedono cosa bisognerebbe fare, allora, una volta usciti dall’accademia, a meno che la vita e l’Aiki per voi non significhino semplicemente rimanere a scuola per sempre, impegnati a vergare pagine su pagine di lettere. Tuttavia, amici, perché venite a chiederlo a me? Se le mie parole vi hanno toccato, e credo che lo abbiano, dovreste prima di tutto cercare di darvi qualche risposta da soli.

Se proprio non ne viene fuori nulla, allora chiedetelo ai vostri shihan di riferimento e vedrete cosa vi risponderanno: un bel niente, perché loro sono i primi ad essere costruiti solo sulle tecniche, insegnano le tecniche e non vogliono mettersi in gioco su nessun piano in cui non ci sia altro se non loro che tirano tecniche su tecniche a gente che li approccia con attacchi prefissati. Questo è come andare alla scoperta dell’Antartide in un parco tematico. Non c’è coraggio, non c’è valenza, non c’è scoperta, non c’è avventura, non c’è Budo, a prescindere che uno sia 4° o 400° Dan di quella roba!

Se volete la mia opinione ve la do, per quello che vale. Sappiate che cambierà, perché io in gioco mi ci sono messo già da anni, e le mie risposte non possono essere buone se non per quello che ho trovato finora. Il lavoro dell’accademia deve progressivamente puntare al movimento libero e non preconfezionato: non l’ho detto io, lo hanno professato Carneadi come Morihei Ueshiba, Yamaoka Tesshu, Bruce Lee, tanto per rimanere nei tempi recenti.

La proposta tecnica, quindi, deve ANCHE includere un allenamento che vada in questa direzione e man mano che il livello si alza, maggiore deve essere l’attenzione alla creazione di libertà nel movimento e il tempo ad essa dedicato. Questo è lo scopo del lavoro con le tecniche, far acquisire gli automatismi necessari a muoversi liberamente davanti a qualsiasi situazione; non servono da usare singolarmente in caso di situazioni particolari! Il processo è l’esatto opposto, dal particolare all’universale.

Dal punto di vista pratico, bisogna riformulare l’impostazione delle lezioni e il modo di proporre lo studio delle tecniche e questo non può essere descritto in un articolo. Chi vuole verificarlo, faccia come San Tommaso e venga a studiare e a lavorare in nostra compagnia. Se non ne avete tempo o voglia, o pensate che dico e faccio scemenze, non c’è problema, possiamo continuare ad essere amici e vi voglio bene lo stesso.

Copyright Simone Chierchini ©2013
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Tiziana Colasanti:
Donne che non Volevano Stare in Cucina

Eroine Conosciute e Misconosciute di tutto il Mondo
Historica N. 3

“Alla donna era destinato un cammino segnato dalla sottomissione”.
“Alla donna toccava nascere, vivere e morire nella schiavitù…”

Le parole di Nadežda Durova risuonano come una terribile eco che accompagna generazioni e generazioni di donne. Eppure, nel corso dei secoli, alcune eccezioni hanno osato sfidare un destino già scritto, scegliendo il sentiero del coraggio e della ribellione.
In questo volume, si svelano le vite straordinarie di guerriere, donne soldato e leader politiche che, contro ogni previsione, hanno saputo imporsi in un universo marziale e patriarcale.
Tiziana Colasanti ricostruisce storie di figure emblematiche di donne che hanno unito l’addestramento militare a una formazione al pari dei loro omologhi maschili, rompendo le catene di un sistema che relegava la maggior parte del genere femminile a ruoli di cura e riproduzione.
Donne che non Volevano Stare in Cucina non solo celebra il coraggio individuale di eroine dimenticate, ma invita anche a riflettere sul potenziale inespresso di una storia in cui molte più donne avrebbero certamente potuto brillare se solo avessero potuto seguire liberamente il proprio destino.
Ne risulta un viaggio affascinante alla scoperta di un passato che, se pur segnato da limitazioni e oppressioni, ha saputo dare vita a esempi indimenticabili di resilienza e determinazione femminile.

2 pensieri riguardo “Post-Scriptum a “La Palude del Tecnicismo dell’Aikido””

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