Tra l’Ortodossia della Tradizione e lo Sviluppo della Personalità


Nel panorama attuale delle Arti spiccano due tendenze, divergenti tra loro nei fini da raggiungere e nei mezzi per ottenerli. Entrambe si basano su principi sostanzialmente condivisibili, che però talvolta giungono a delle esasperazioni al limite del fanatismo più cieco o dell’ipocrisia più egoista

di CARLO CAPRINO

Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora e allora troverai”
(Mutus Liber, Tavola XIV)

Nel panorama attuale delle Arti spiccano due tendenze, divergenti tra loro nei fini da raggiungere e nei mezzi per ottenerli. Entrambe si basano su principi sostanzialmente condivisibili, che però – portati all’estremo e – per certi aspetti – stravolti in una sorta di più o meno consapevole enatiodromia [1], giungono a delle esasperazioni al limite del fanatismo più cieco o dell’ipocrisia più egoista. La prima di queste tendenze, che possiamo definire “tradizionalista” in maniera consapevolmente grossolana, si fonda su veri o presunti “ipse dixit” dei Maestri passati, di cui si presume necessario seguire passivamente tracce ed esempio in tutto e per tutto, imitandoli sino a diventare dei veri e propri cloni. La seconda, che altrettanto grossolanamente definiremo “evoluzionista”, archivia – non di rado in maniera evidentemente infastidita e supponente – l’eredità ricevuta dalle generazioni precedenti, sostenendo che mutando tempi e uomini debbano necessariamente mutare anche mezzi e strumenti da impiegare.

Quanto sopra riguarda – come detto – il mondo delle Arti in genere (basta visitare una qualunque mostra o esibizione per constatarlo in maniera più o meno evidente), non escludendo neppure quelle che per comodità di catalogazione definiamo “marziali”, dove forse questa dicotomia si esprime in maniera assai virulenta che altrove. Prima di proseguire è bene chiarire che, excusatio non petita, gli esempi citati saranno estremi ed al limite del grottesco, il che aiuta – come ben sa chi pratica tatami e sale di pratica – ad individuare meglio errori ed imprecisioni; che nella realtà i suddetti fenomeni abbiano intensità minore non li rende certo più tollerabili, ma semmai più difficilmente individuabili.

Proseguendo dal generale al particolare, tra le Arti marziali puntiamo l’attenzione su quelle di origine giapponese, tra queste osserviamo quelle appartenenti al filone del “Gendai Budo” [2] ed in particolare analizziamo come quanto sopra asserito abbia a rilevarsi nel mondo dell’Aikido, che ultimamente sembra percosso dal classico interrogativo del “cosa farò da grande?”. Prima di proseguire nella nostra analisi, occorre evidenziare che l’Arte che Ueshiba Morihei ha donato al mondo non è certo l’unica a presentare questa situazione: tra discipline che devono decidere come vivere una dimensione competitiva ed olimpionica (Judo e Karate in primis), altre che cercano di mediare tra spettacolarità ed efficacia pratica (il Ju Jitsu nelle sue applicazioni Duo e Fighting System), altre ancora costrette dalla burocrazia a dover obtorto collo riconoscere patronimici fino a ieri vituperati (il Krav Maga che diventa “Ju Jitsu israeliano” per ottenere l’iscrizione nelle discipline sportive riconosciute dal CONI) l’elenco è variegato e tutt’altro che noioso; purtroppo in questi casi il mal comune è tutt’altro che mezzo gaudio, e così conviene che ciascuno guardi nel suo orticello senza consolarsi troppo dei guai altrui.

Kisshomaru Ueshiba e Morihiro Saito

Tornando a quanto detto in premessa, la tendenza “tradizionalista” la troviamo a volte attribuita – come una sorta di marchio di fabbrica – ai praticanti che si rifanno alla pedagogia didattica del Takemusu Aikido di Iwama, elaborata e trasmessa da Saito Morihiro Sensei. La tendenza “evoluzionista” è invece più largamente ascritta, sia a quanto proposto da Shihan che si rifanno più o meno direttamente allo Hombu Dojo di Tokyo, che ad altri in cui l’Aikido appare – agli occhi di alcuni – poco più che una ginnastica lontana anni luce da quanto mostrato da O’Sensei Ueshiba e da qualsivoglia applicazione marziale.

Chi scrive ha un po’ di esperienza nella pratica del Takemusu Aikido di Iwama e per questo potrebbe essere annoverato tra i “tradizionalisti”; spenderò quindi qualche parola su questo approccio pedagogico, sui suoi presunti limiti e su quelli che ritengo essere i suoi vantaggi; il lettore attento e desideroso di ampliare l’analisi riteniamo non avrà grandi difficoltà ad applicare lo stesso stile di ragionamento ad altre Scuole o Stili a lui più familiari.

La didattica di Saito Morihiro Sensei, che per più di venti anni visse e si allenò al fianco di O’Sensei Ueshiba, osservando e “registrando” la sua evoluzione tecnica, umana e spirituale (particolare che molti sembrano a volte dimenticare…) pone grande enfasi al lavoro sulle basi, nel senso più ampio del termine. Il principiante viene addestrato ponendo una costante attenzione agli angoli ed alle traiettorie dei movimenti, le prese sono solide e sincere, le tecniche sono ripetute più e più volte cercando di riprodurre la esecuzione “ideale” (volutamente tra virgolette…) proposta dall’insegnante. Volendo fare un paragone utile a chi abbia dimestichezza con l’insegnamento della musica, è un susseguirsi di scale e solfeggi, non è ancora suonare ma piuttosto un lavoro di sviluppo delle abilità necessarie per poi, un giorno, saper leggere uno spartito per eseguire una sinfonia e – forse – improvvisare sul palco durante una esecuzione dal vivo.

Morihiro Saito

Come detto, durante questa modalità addestrativa, al praticante è richiesto di essere quanto più aderente possibile al modello mostrato, anche nel riprodurre singoli movimenti o intere tecniche di cui non si comprende subito il fine. In questa fase si tende ad uniformare (nel senso etimologico del termine) i praticanti, ovvero a far si che, nonostante le differenze individuali, tutti eseguano lo stesso movimento [3]. Agli occhi di alcuni, questa modalità didattica appare quasi una coercizione, una insopportabile limitazione delle potenzialità individuali, un mancato riconoscimento delle caratteristiche personali che verrebbero frustrate in nome di un egualitarismo grigio e livellante.

A costoro facciamo sommessamente notare che questa è la sola prima parte dell’addestramento, propedeutica e necessaria (se non indispensabile…) ad acquisire la padronanza degli strumenti didattici necessari da impiegare nel prosieguo del proprio percorso addestrativo. Continuando con gli esempi, ciascuno di noi all’asilo ha imparato a scrivere copiando sul proprio quaderno le lettere proposte dall’abbecedario, solo dopo ha sviluppato la propria, personale grafia. In altre e semplici parole, ciascuno di noi potrà andare da Roma a Milano con la propria auto, fermandosi agli autogrill che preferisce e mantenendo l’andatura che gli è più congeniale, il tutto però percorrendo la stessa autostrada utilizzata dagli altri automobilisti: La Via è la stessa, forse è lo stesso anche il traguardo, certamente sono diversi i modi di percorrerla.

Quanto alla pretesa frustrazione delle potenzialità individuali che questa pedagogia sembrerebbe comportare, può essere utile gettare uno sguardo al nostro passato più o meno recente: E’ ben noto che moltissime opere d’arte sono giunte sino a noi “anonime”; se ne riesce a volte ad identificare la zona di provenienza, a volta la Scuola o lo stile dell’autore ma poche, pochissime sono firmate [4], il che ha causato non di rado attribuzioni ipotetiche e contestate. Non riteniamo si trattasse di modestia degli autori, quanto piuttosto di un “modus operandi” che rispecchiava la modalità dell’epoca: l’artista diventava il tramite per l’espressione del suo tempo, della sua società, del suo mondo. Era un amplificatore ed un aggregatore di stimoli e pulsioni, poco più di un tramite che restituiva alla società ciò che dalla società riceveva in termini di impulsi e suggestioni. Al contrario dell’uomo-massa odierno, l’artista del passato era un “primus inter pares” che andava oltre il suo essere un singolo individuo, diventando una sorta di specchio in cui ciascuno poteva – in tutto o in parte – riconoscere sé stesso. Una condizione non dissimile a quella che ieri caratterizzava la maggior parte delle società e che ancora oggi richiedono molti ordini religiosi ed esoterici, quando chiedono all’adepto di cambiare nome, abbandonando la personalità precedente e rinascendo come un uomo nuovo all’interno di un unicuum con regole e rituali ben precisi.

Carlos Castañeda

Difficile spiegare a parole una apparente contraddizione, ma accade che più l’artista rinuncia alla sua individualità meglio si sviluppa la sua personalità; quella che sembra una annichilazione dell’essere è invece una sublimazione delle sue possibilità, che – come un albero – traggono linfa e forza da quanto le sue radici sono riuscite ad assorbire dal substrato che lo sostiene e lo alimenta. Quali siano i risultati a cui possa condurre anche la (apparentemente) semplice ripetizione di un singolo gesto, eseguita con la giusta disposizione d’animo lo illustra un passo di Carlos Castaneda, che ne “Il Fuoco dal Profondo” scrive:

L’Impeccabilità comincia con un singolo atto che deve essere deliberato, preciso e mantenuto nel tempo. Ripetendo questo atto sufficientemente a lungo si acquista un Intento Inflessibile che può essere applicato a tutto il resto. A quel punto la strada è sgombra. Una cosa conduce a un’altra fino a che il Guerriero prende pienamente atto del proprio potenziale.”

Ecco quindi che quella che all’inizio può sembrare una sorta di limitazione, si rivela invece uno strumento prezioso ed oltremodo efficace proprio per via della sua (apparente) semplicità: partendo da un minimo comune è assai più facile far emergere e notare eventuali eccessi e difetti non solo tecnici ma – piuttosto – intimi e spirituali; così come l’acciaio impiegato per forgiare la spada tradizionale giapponese viene “purificato” attraverso innumerevoli colpi di maglio, così il praticante di Aikido (come quello di tutte le Arti che possiamo definire “tradizionali”, aldilà della loro data di nascita…) trova la Via del miglioramento personale attraverso una didattica che lo mette in confronto con sé stesso attraverso gli altri. Li dove una pratica individuale e spinta all’eccesso del personalismo permetterebbe a ciascuno di essere ingiudicabile (prima di tutto da sé stesso ancor prima che dagli altri, ripetiamolo a costo di essere noiosi) mancando un effettivo termine di paragone, una didattica chiara, definita e lineare offre lo strumento efficace ed efficiente (che sta poi a chi abbia volontà e possibilità di impiegare) per misurarsi nel progresso.

Ludwig van Beethoven

Rimanendo in ambito musicale, la “Quinta Sinfonia di Beethoven” è sempre la stessa da secoli, ma un ascoltatore attento è in grado di distinguere all’ascolto se a dirigere l’orchestra ci fosse il M° Abbado piuttosto che il M° Muti, e addirittura il periodo in cui l’esecuzione è stata diretta. Nel nostro caso quindi non si tratta – è bene chiarirlo – di eseguire lo ikkyo perfetto, lo shihonage impeccabile o il kotegaeshi da manuale; basterebbe partecipare ad un solo seminario diretto insieme da due o più Shihan che si rifanno alla pedagogia di Iwama per notare le differenze nella loro proposta didattica; è sufficiente osservare i filmati di Saito Morihiro Sensei disponibili in Rete per rilevare come negli anni sia cambiato il suo modo di eseguire le tecniche, segni evidenti che ciò che riusciamo a vedere con gli occhi fisici è solo una parte dello straordinario insegnamento che l’Aikido ci offre e che sta a noi, e solo a noi, riuscire a cogliere ed utilizzare.

E’ ben noto che per il Fondatore si cominciasse a fare davvero Aikido a partire dal terzo Dan, e non per una mera questione di gradi e gerarchia burocratica, quanto per acquisire la necessaria esperienza di pratica, indispensabile a maturare uno specifico percorso di crescita. Il Fondatore, come altri Illuminati prima di lui, seguiva un suo percorso personale, curava poco la didattica delle lezioni quotidiane, non di rado lasciava basiti gli allievi che gli chiedevano di ripetere una tecnica mostrando loro una esecuzione diametralmente opposta a quella mostrata qualche secondo prima, li invitava a guardare con gli occhi del Cuore piuttosto che con quelli della testa per penetrare i segreti dell’Arte, che poi segreti non erano e non sono. Pure, ha permesso e incoraggiato Saito Morihiro Sensei nella sua opera di sistematizzazione delle tecniche e dei principi, evidentemente consapevole che la strada da lui percorsa necessitava di mappe chiare e intellegibili per poter essere seguita da altri dopo di lui.

Allora come oggi quindi, chi rimane fermo è il solo responsabile della sua mancata progressione, chi – pur indossando la hakama – si contenta di eseguire lo iriminage come lo eseguiva da shoshinsha [5], al pari di chi – dopo aver realizzato le fondamenta di un palazzo – trascuri di elevare mura, pilastri e soffitti, perde la possibilità di cogliere il risultato più utile e prezioso offerto dalla pratica: quello di “elevarsi” (appunto…) all’altezza di ciò che siamo davvero. Non ad altri può attribuire il suo fallimento, non all’insegnante, né tantomeno al metodo impiegato.

Fin quando non si sia salito un gradino, l’ulteriore rimane nascosto: fintanto la teoria di uno stadio non sia divenuta pratica vissuta, lo stadio seguente non viene rivelato; fino a che un suggerimento non sia pienamente seguito, l’insegnamento più profondo viene tenuto nascosto, fintanto che la luce che ci è stata concessa non sia utilizzata, non si ottiene una maggiore illuminazione.” (Tratto dal Libro “Lettere sulla Meditazione Occulta” di A. A. Bailey)

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Note

[1] Il termine “si ritrova negli scritti di C. G. Jung ed identifica la particolare caratteristica per cui una forza, esasperata oltre il limite di non ritorno, tende a trasformarsi nel suo contrario.

[2] Il termine si può tradurre come “Arti marziali moderne” ed indica le Arti marziali giapponesi come Judo o Aikido, create o sistematizzate dopo la restaurazione Meiji del 1868, pur avendo fondamento in discipline ben più antiche.

[3] Citiamo a questo proposito un aneddoto: In occasione di uno dei suoi primi seminari diretti in Europa, Saito Morihiro Sensei salì su una alta pila di tatami per osservare la pratica delle buki waza (tecniche con le armi) eseguita dai partecipanti. Commentando soddisfatto quanto stava osservando, disse al M° Paolo Corallini: “Riconosco i tuoi allievi uno per uno senza averli mai visti prima, si muovono tutti allo stesso modo”.

[4] Questo argomento è affrontato da René Guénon nel suo “Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi”, Editore Adelphi, in particolare nel capitolo 9 “Il doppio senso dell’anonimato”.

[5] Il termine indica l’allievo principiante, il termine si traduce letteralmente come “persona con il cuore all’inizio”


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