L’Aikidō e il Randori Incompleto


Edgar Kruyning i n action during an Aikido seminar (ude garami)

Per poter camminare nella pienezza del “Jutsu” bisogna accumulare gli elementi necessari per comprendere attraverso questo il “Dō”, o varietà del divenire, e il proprio posto in esso. Purtroppo, la maggioranza dei corsi d’Aikidō si ferma alla fase iniziale del primo gradino, credendo in una visione supposta olistica della pratica e in un falso concetto di inesistente “neutralizzazione della violenza e ristabilimento dell’armonia”

di ADRIANO AMARI

Imparare

Il sistema orientale di studio predilige la comunicazione attraverso l’uso del corpo, la cultura occidentale dà molta importanza alla comunicazione del “Sapere” attraverso scritture: saggi, esperienze personali, narrazioni.
L’equilibrio tra i due metodi è importante, e si devono assolutamente evitare posizioni unilaterali o semplicistiche. Ci si deve muovere nella cultura “esterna” rispettandone i metodi, altrimenti il rischio è di ricevere una informazione incompleta e, in definitiva, parzializzata nell’efficacia. Allo stesso tempo occorre usare i sistemi imparati nella cultura “propria”, in cui siamo addestrati e da cui ricaviamo un forte insegnamento.

Spunti della lettura, riferimenti al Corpo e all’Azione

Uno dei tanti, interessantissimi, libri del maestro e studioso Ellis Amdur, il testo “A Duello con Ō Sensei”, è stato finalmente pubblicato in Italia con le edizioni The Ran Network.
Ho già letto e recensito l’opera su Facebook [1].
Tutti i libri vanno letti e riletti, e questo è uno scritto che dà a chi ha una pratica sul tatami di tanti anni di Hakama e insegnamento molti riscontri che si accordano o danno nuove direzioni a particolari di didattica, tecnica e principi.
Voglio isolare in questo articolo, come primo spunto e provocazione, un argomento che emerge in più pagine quando l’autore descrive le sue esperienze da Uke con i più importanti nomi dell’Aikidō Aikikai mondiale.


A Duello con O-sensei
Alle Prese con il Mito del Guerriero Saggio
I Classici del Budo #1
di Ellis Amdur

Se esistesse un “libro di arti marziali normale”, questo ne sarebbe il gemello malvagio. Spietatamente onesto, e scritto dalla prospettiva unica di insider trasformato in outsider, in questo libro Ellis esplora gli aspetti del budō, le sue filosofie e i suoi dilemmi attraverso la lente dell’aikidō , un’arte marziale moderna il cui fondatore è discusso con toni reverenziali e avvolto in una mistica quasi religiosa. Guardando all’idea del budō come modo di vivere e come percorso verso la perfezione personale, Ellis affronta le complessità e le contraddizioni del mondo reale dietro questi stereotipi semplificati, rivelando intuizioni che hanno valore per qualsiasi artista marziale o anche per un non artista marziale con un interesse per gli aspetti più oscuri della natura umana.
[Dave Lowry, autore di Persimmon Wind]


L’esperienza del Kihon e del Randori

Premessa: come già sapevo, e questo libro lo ha di nuovo confermato, la pratica in Giappone negli anni ’70 aveva un taglio molto più impattante e il senso dell’Aiki e del Wa veniva impartito con botte, sbatacchiamenti sul tatami tipo “slammate” e chiavi articolari portate al limite delle possibilità fisiologiche e anche oltre. Estremamente interessante la trattazione del principio- concetto di “Ukeru”, che è fondamentale [2].
Ma qui voglio concentrarmi sul Randori [3], che è una forma di confronto, combattimento con lo scopo principale, se non unico, dello studio. Questo esclude assolutamente l’idea “sportiva” del punto o della prestazione personale. Le due o più persone che partecipano all’esercizio hanno il solo fine della comprensione della tecnica e di riuscire a far accadere tale comprensione in tutto il gruppo. La modulazione “Randori” consente di passare gradualmente dallo stadio collaborativo, per varie tappe, all’espressione finale assolutamente spontanea.
Nell’Aikidō, salvo pochissime correnti, questo percorso è monco. C’è una fondamentale incomprensione per gli aspetti superiori della disciplina, svirilizzati in una pretesa tipo New Age di un uso dell’energia che, alla fine, si muove tra il plagio e l’autosuggestione.
Non è solo l’Aikidō ad avere questo problema, ma sicuramente è la disciplina che maggiormente lo autoalimenta, anche con un forte autocompiacimento.

Esaminiamo la didattica dell’Aikidō

Il Kihon e il Randori sono due percorsi paralleli, ma il lavoro di perfezionamento segue lo stesso.
Nel Kihon sia la tecnica d’attacco è prefissata sia la tecnica di difesa, in tutte le loro modalità. I due partner si trovano su una linea stabilita e fissa (il Kensen), ad una distanza predefinita, articolano il movimento come previsto.
Nel Randori i due partner si muovono, le distanze si allungano e s’accorciano, l’attacco ha più spontaneità. Anche stabilendo la condizione più rigida, solo uno attacca in tal modo, l’altro si difende in talaltro modo, la realizzazione cambia. Poi possono essere date varie libertà di attacco e difesa, cambi di ruolo, fino alla totale iniziativa spontanea.
Qualcuno dice: “Nell’Aikidō questo non si può fare!” Perché? È una autolimitazione che è stata progressivamente irrigidita per ovviare alla diminuzione del livello della tecnica dovuta alla massificazione, è duro ma è così, alla necessità di commercializzazione della disciplina.

E ora esaminiamo una azione “tipo” e il suo sviluppo attraverso l’opposizione.
Da una parte c’è l’attacco di Uke, attacco oggi quasi sempre portato in modo eccessivo e applicando nell’attacco stesso una esagerata enfasi che comporta un altrettanto esagerata perdita del proprio equilibrio.
A questo proposito voglio citare un episodio: anni fa si discuteva con istruttori dell’Aikidō Aikikai e altri della scuola Kobayashi, nelle pause di un seminario di Hōki Ryū di Kumai sensei, circa questo particolare. La maggior parte dei colleghi sosteneva il fatto che, se si effettua un attacco, e l’attacco è vigoroso (sincero…), Uke perde l’equilibrio e la posizione.
Chiunque abbia studiato correttamente l’arte degli Atemi, o l’approccio combattivo di lotta per guadagnare una presa, sa benissimo che l’attacco viene fatto mantenendo il proprio equilibrio e l’occasione data all’avversario per lo spostamento in attacco è generalmente prevista ed è già considerata una azione per annullarla o addirittura sfruttarla.
Per cui un attacco largo o con movimenti enfatizzati è valido soltanto in una prima fascia di pratica e studio (C’è da fare una considerazione sull’uso di tecniche Karate-tipo come attacchi, vedere nota [4]).
Un attacco con la giusta energia indirizzata nel modo indicato, ma senza volontarie e improbabili perdite d’equilibrio è l’esecuzione corretta. Obbligare o educare Uke ad un attacco esagerato è un errore grave. Si può optare per una forma abbastanza lunga per la fase dei principianti o di studio di una nuova tecnica o di un nuovo attacco, ma deve essere tecnicamente corretta da punto di vista di chi attacca.

Torniamo sullo scenario

A questo punto Tori – Shidachi, che dovrebbe aver creato l’occasione e indotto Uke a generare quello specifico attacco, interviene ad eseguire la tecnica di Aikidō che porterà alla neutralizzazione, al lancio o al blocco.
Facciamo i buoni, per ora lasciamo stare il fatto che quasi sempre l’attacco è ridicolo per intensità e misura, eseguito senza tener conto del tempo proprio della tecnica e del movimento di Tori.
Così, supponiamo che questa fase sia stata fatta in modo corretto e Shidachi applichi la tecnica già prevista o una libera nella fase Randori.
Come è previsto Tori – Shidachi esegue questa tecnica per un certo numero di volte, con Uke che comunque segue la sua azione, perfezionandola man mano. Poi passa la mano.
E questo VA BENE! È un ottimo lavoro per Tori ed Uke, ma è SOLO un primo passo. Alla fine si ottiene che i due rimangano fermi ad uno stadio di autocompiacimento reciproco (“Eseguo correttamente la tecnica!”, “Cado nel modo e nel tempo giusto!”) senza aver gestito né la possibilità di una reazione, di un accidente, delle possibilità di Uke.
Si sono fermati su uno scenario di base e non andranno più avanti.


L’attuale pratica prevede come successivo passaggio solo la trasformazione di Uke in Tori attraverso la controtecnica (Kaeshi Waza). Con ulteriori concessioni di resistenza zero non motivata.
Sfogliando ancora il testo di Amdur, l’autore fa presente il principio di “Ukeru/Ukemi”, fondamentale nel Bugei e ben presente nelle Arti Marziali antiche di cui ha grande competenza. È molto legato al pensiero taoista che gli orientali conoscono per osmosi culturale, ma poco noi occidentali. L’istruzione e gli stessi giapponesi hanno trascurato di formare un nucleo di principi e istruzioni ai praticanti, non solo nell’Aikidō, ma è proprio nell’Aikidō che è indispensabile, almeno a livello di istruttori (ah, i troppo facili permessi di insegnare di oggi…). La mancanza produce uno scollamento micidiale che mina tutta la struttura [5]. Amdur, testimone in Giappone presso l’Honbu Dōjō e i principali maestri nella metà degli anni ’70, segna la sua impressione del perdersi di questo principio, soprattutto per opera di alcuni giovani poi futuri e famosi maestri.
Tenendo presente anche “Ukemi”, torniamo al nostro sviluppo delle potenzialità del Kihon e del Randori.
Il lavoro da aggiungere, che c’era ed è stato progressivamente amputato per massificare la pratica e renderla più “amichevole” agli occhi degli americani e più digeribile per gli occidentali in genere, è “risciacquare i panni” e studiare la didattica delle scuole antiche o l’essenza del Randori formato dalla grande capacità didattica di Jigorō Kanō sensei.
Così esprimiamo la seconda fase, la prima mancante, di questo studio del Kihon o del Randori. Stabilizzata la prima fase la motricità elementare applicata della tecnica, detta appunto “Fondamentale”, occorre passare alla seconda, il primo studio applicativo.
In questa fase lo studio prevede che Uke reagisca alla prima azione di Tori successiva al suo attacco con una espressione di forza. Blocchi l’azione in una fase in cui trova, per studio o per istinto, un “Kyō” (京 – vuoto come mancanza o interruzione d’energia). Il blocco usa una forza ammissibile, in caso di forza eccessiva, rigida e stupida, Tori avrà facilità ad effettuare un Atemi efficace. È un errore doppio che ambedue i partner debbono superare.
Effettuato questo blocco in una maniera logica che esprime il livello di Uke stesso. Di conseguenza diventa più interessante interfacciarsi con Uke di esperienza diversa, cosa che fornisce un’ampia gamma di reazioni.
Se tecniche ariose che sembrano splendide con praticanti avanzati vengono bloccate da un principiante, è chiaro che qualcosa non va. E viceversa per le combinazioni possibili.

Progressione dello studio

Tori deve prendere nota di queste cose e raffinare la stessa tecnica contro questa reazione di forza, in modo da evitare di offrire l’opportunità di Uke di effettuare quel contrasto. Deve superarlo in modo tecnico. L’azione di Uke deve essere progressiva e, a questo punto, è importante che ambedue gli esecutori non attuino una componente egotica.
Alla fine di questa seconda fase, Tori ha raggiunto, ben oltre quanto sarebbe stato capace con solo la prima modalità (che è indispensabile), un risultato superiore nella precisione motoria e nel controllo di Uke. Ha identificato i “Kyō” che subiscono il “Gō” (剛 – la Forza). Almeno un certo numero.
Occorre sottolineare che la prima fase, con la collaborazione di Uke, inizialmente anche esagerata, poi corretta, è indispensabile per la prima acquisizione.
Siamo alla terza fase: Uke cerca di sfuggire alla tecnica di Tori con uno spostamento, nell’idea di uscirne (senza ricorrere alla semplice caduta, che è una scorciatoia, adesso. L’uscita deve invalidare la tecnica di Tori e rendere possibile un contrattacco, non effettuato ma potenziale, di Uke). Vari tempi e modi di Tai Sabaki sono adoperabili. Anche qui Tori deve ristudiare la sua tecnica per impedire di essere neutralizzato in quest’altra maniera.
Ripetiamo, il compito di Tori è rieseguire la tecnica – tema trovando il modo di evitare il punto di errore trovato. Valgono sempre le stesse raccomandazioni.
Nella quarta fase Uke cerca una controtecnica, di usare l’Atemi.
Adesso, a sua volta Tori, all’inizio, deve subirne le conseguenze. Poi reagisce cambiando la sua tecnica, aggiungendo altre azioni, variando l’azione, e arrivando al risultato. Anche qui, girata la pagina e cambiato il ruolo, Uke dapprima segue, poi esegue le sue eccezioni fino la raggiunta efficacia complessiva di Tori.
Eseguite a puntino queste quattro fasi, dove oltre la tecnica fisica pura è importante l’autocoscienza, adesso chi ha percorso questo arco di studi può cimentarsi in un Randori libero, sempre tenendo presente il principio della predominanza dello studio di ciò che si fa o vuole fare sulle “vittorie” apparenti. Assolutamente estraneo all’idea competitiva ma si esegue un “combattimento” con tutti i mezzi a disposizione.
È ovvio che la maturità tecnica dei due partner deve essere ben raggiunta.

Considerazione

Così si cammina nella pienezza del “Jutsu” e si accumulano gli elementi per comprendere attraverso questo il “Dō” o varietà del divenire e il proprio posto in esso [6].
Purtroppo, la maggioranza dei corsi d’Aikidō si ferma alla fase iniziale del primo gradino, credendo in una visione supposta olistica della pratica e un falso concetto di inesistente “neutralizzazione della violenza e ristabilimento dell’armonia”. L’Aikidō è Arte Marziale e se non c’è Seme e il Sakki non può esserci il Jutsu, senza Jutsu non c’è Wa (Armonia), senza il Kiai non può esistere l’Aiki [7].
Questo lavoro progressivo si trova in antiche Koryū come il Katayama Ryū, il Takenouchi Ryū e altre, nel Gendai Budō è una progressione presente nella discendenza dell’insegnamento di Ueshiba attraverso Minoru Mochizuki sensei, una scuola che lo attua con vigore nei suoi rami (Aikidō Yōseikan, Aikidō Mochizuki, Aikibudō).

Copyright Adriano Amari ©2022
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Note

[1] La recensione si può trovare sulla mia pagina Facebook Accademia di Arti Marziali – Dōjō in data 11 Febbraio 2022 e sulla pagina Aikido Italia Network (12 Febbraio).

[2] E mi riprometto di tornarci in seguito.

[3] Una mia trattazione su Aikido Italia Network: https://simonechierchini.com/2021/05/17/randori-o-lo-studio-del-combattimento/

[4] Il Karate viene usato come tecnica d’attacco nell’Aikidō e in altri Gendai Budō. In realtà, a parte il bassissimo livello dell’Uke medio come capacità tecnica di Karate, usare il Karate come sistema è utile (qualora gli attacchi fossero veramente di buon livello) solo a controbattere il Karate (e basta). Cito un episodio che Minoru Mochizuki sensei raccontava come sue esperienze di testimone nel periodo che era Uchideshi presso il Dōjō Kobukan (皇武館). Il maestro racconta che venivano spesso gruppi di giovani karateka a sfidare Ō Sensei. Si mettevano in guardia, tipo Gedan, e partivano come treni in Oi Tsuki. Tecnica ampia e facilmente neutralizzabile. Ueshiba sensei effettuava un millimetrico Tai Sabaki e con perizia chirurgica la tecnica che in Yōseikan chiamiamo Mukae Daoshi o Irimi Nage in Aikidō Aikikai. Lo sfortunato karateka decollava fino a raggiungere con tutto il corpo in orizzontale l’altezza della sua testa e si schiantava sul parquet. Quello che faceva più allibire Minoru sensei, era che il seguente sfidante, e i successivi, come se non fosse successo niente, non avessero visto il destino del collega, rifacevano lo stesso attacco e subivano la stessa tecnica senza riuscire minimamente a contrastarla.
Minoru Mochizuki sensei non era molto convinto dal Karate, che riteneva una tecnica rozza e spesso anti-fisiologica. Cambiò poi in parte le sue idee incontrando nel suo periodo nel Manciù-kuo un adepto di alto livello, Kudaka Kori sensei, che praticava un Karate okinawense particolare, abbondantemente integrato da esperienze in India, Thailandia, e soprattutto in Cina, con un approfondito studio del Ba Ji Chuan.
A parte queste note storiche, il Karate appartiene ad una tradizione marziale “non -giapponese” anche se, soprattutto nel dopoguerra, diversi maestri lo hanno modificato per renderlo più trasmissibile alle masse. Per cui non si interfaccia affatto con le Arti Marziali della tradizione giapponese più pura e tecnicamente ad alto livello come l’Aikidō (ma non solo). Il poco compreso e spesso trascurato patrimonio tecnico di Atemi del Jū Jutsu storico giapponese contiene molti elementi più interessanti (vedere ad esempio, lo Yagyū Shingan Ryū, il Tejin Myōshin Ryū, e molte altre scuole).
Minoru Mochizuki sensei, dopo il suo viaggio in Occidente nel dopoguerra, conobbe la Boxe e la ipotizzò come più adatta del Karate per interfacciarsi con l’Aikidō, studio che poi affidò al figlio Hiroo Mochizuki sensei. Un altro ottimo esempio è Kuroiwa Yoshio sensei, interessante personaggio di Aikidōka-boxeur raccontato da Amdur nel suo libro.

[5] Lo scrivente ha fatto un corso di struttura e pensiero taoista di tre anni presso un centro di Medicina Tradizionale Cinese. Anche su “Ukemi” mi riprometto di ritornare.

[6] Vedere l’articolo su Aikido Italia Network: https://simonechierchini.com/2022/09/22/gli-equivoci-colossali-nelle-arti-marziali/


 André Cognard: Vivere Senza Nemico
The Ran Network – I Classici del Budo #3

In questo saggio filosofico incentrato sulla pratica corporea, il maestro di Aikido André Cognard discute delle arti marziali tradizionali orientali esplorando la propria storia, le proprie percezioni ed emozioni. Cognard si sofferma in particolare sulle aree che riguardano il rapporto con gli altri e sui conflitti che inevitabilmente sorgono con essi. In modo diretto ed efficace, l’autore non ci presenta “l’oggetto di una rivelazione improvvisa, ma piuttosto il frutto di un lento processo evolutivo dovuto a una pratica laboriosa, umile, costellata di tentativi falliti e ripetuti con un accanimento che a volte sfida la ragione”.André Cognard ci dice che “Vivere senza nemico” è possibile e che il modo per raggiungere questo stato attraverso le arti marziali è la consapevolezza che esse si sono evolute e continuano a farlo.

André Cognard analizza il conflitto, la violenza presente e passata, il nemico interiore, l’identità corporea, gli amici, i nemici e l’odio. Descrivendo le parole chiave delle arti marziali, ci offre un decalogo per imparare a servire ed essere liberi, a rispettare, riconoscere, accettare, ringraziare e amare.

L’autore spiega quanto sia essenziale il concetto di trasformazione delle energie dentro di sé: rabbia, ansia, paura possono infatti essere pienamente padroneggiate e portare a situazioni nuove e potenzialmente arricchenti. È quindi necessario saper lavorare su se stessi: questo libro mostra efficacemente come gestire le nostre paure dell’ignoto. Perché il nostro primo nemico è dentro di noi!