Kata – Il Grande Incompreso


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Il Kata è un sistema di insegnamento fondamentale usato dalle discipline orientali, comprese quelle dedicate al combattimento e chiamate “Arti Marziali”. Oggi questo componente della pratica e della didattica è arena di valutazioni e critiche quasi sempre inesatte e superficiali, fatto che testimonia la cattiva trasmissione degli elementi fondamentali che distinguono le Arti Marziali stesse dalla rissa occasionale e da qualsiasi confronto basato esclusivamente su una prevalenza degli elementi quantitativi

di ADRIANO AMARI

L’argomento Kata che trattiamo in questo articolo fa riferimento principalmente alle Arti Marziali giapponesi (Bujutsu e Budō), ma sono compresi richiami a discipline di altri paesi. Parliamo sia dei Kata delle Arti Marziali storiche antiche (Koryū – pre 1868) che di quelli delle Arti Marziali moderne (Gendai Budō – post 1868).

Cos’è il Kata?

“KATA” è una parola in giapponese che viene tradotta in italiano come: «forma, modello». La lingua giapponese ha molti riferimenti obliqui non traducibili, ma che si conoscono attraverso il suo uso. Per evitare fraintendimenti qui precisiamo: «forma/modello (schema, esempio) di pratica». Come tale, il Kata viene creato come esercizio formulato da un maestro caposcuola o da un suo successore legittimo. Il suo scopo è addestrare un allievo al sistema di una scuola di Bujutsu o Budō.

Il maestro autore era (o è) una persona che univa doti fisiche naturali eccezionali ad altrettanto notevoli capacità mentali – e anche “spirituali” [1] – che, avendo raggiunto una “maestria” oggettiva – organizzava il suo sapere e le sue esperienze in un sistema didattico esemplare – in cui i Kata ne erano i “libri di testo”.

Tali sistemi, fino ai tempi moderni, venivano testati in situazioni di combattimento militare o civile, o in scenari di duello formale oppure improvviso. L’efficacia garantiva la sopravvivenza del metodo.

Il Kata, come testo, contiene le istruzioni di funzionamento del sistema di combattimento a cui appartiene, è un meccanismo formato da più esercizi che si combinano tra loro come ingranaggi.

Generalmente, all’interno di ogni Kata troviamo, in un esame progressivo:

  • le tecniche di combattimento che corrispondono agli aspetti costituenti della scuola;
  • le combinazioni più efficaci secondo le occasioni;
  • le indicazioni del “cosa, come, quando e dove” usare tecniche e combinazioni;
  • come gestire gli spazi e le direzioni;
  • il sistema (o “i” sistemi), in genere una applicazione del principio “cuore” della scuola, per risolvere tutte le condizioni di conflitto, l’adepto arriva ad impossessarsi di questo sistema dopo aver percorso correttamente tutto il cursus previsto dal maestro fondatore e applicato dal maestro certificato dalla scuola.

Il Kata si associa ad altri due elementi della didattica di una scuola di Arti Marziali:

  • il Kihon, che raggruppa singoli aspetti fondamentali: posizioni, guardie, spostamenti, attacchi e movimenti di neutralizzazione degli attacchi dell’avversario, impropriamente indicati come “parate”;
  • il Randori, una serie di esercizi di combattimento semilibero o libero in cui applicare gli aspetti fondamentali del Kihon secondo le indicazioni date dai Kata stessi, in base allo scenario possibile.
Katayama Ryu

La scuola e il Kata

Una scuola di Bujutsu o Budō – altrimenti detta impropriamente “stile” – è un meccanismo completo. Le tecniche e il modo di adoperarle sono organizzate in un preciso sistema che indica come apprenderle ed eseguirle al meglio, e come applicarle nella situazione di combattimento. Questo sistema all’inizio è apparentemente rigido e complesso, man mano che si procede nell’addestramento diviene elastico e semplice. Un processo che avviene attraverso i suoi Kata dove si affrontano le principali situazioni e lì viene mostrato come risolverle non solo dal punto di vista fisico, ma anche nei termini della interpretazione della situazione e dell’avversario (o più avversari). Sempre in questi esercizi ci sono anche indicazioni su come acquisire e adoperare i corretti atteggiamenti mentali, quelli adatti a gestire le situazioni che si verificano prima, durante, e dopo lo scontro.

Senza lo studio del Kata nei termini che dettaglieremo più avanti, l’apprendimento si fermerà all’aspetto fisico: pugno, calcio, presa, proiezione, leva, strangolamento, oppure uno o più colpi con un’arma, il tutto giocato su termini puramente di quantità appunto fisica: forza, resistenza, velocità, reattività, capacità visiva e (e questo è già più raro) tattile.

E’ necessario dare all’allievo la capacità di “leggerlo”. All’inizio è l’istruttore che si occupa di fornire le indicazioni, poi, maturando nella pratica, è l’allievo stesso, ora divenuto un vero praticante, a farlo autonomamente.

Questa capacità di interpretazione e di lettura è stata persa in questi tempi di massificazione della diffusione – a mo’ di marchio commerciale – delle varie discipline. I nuovi “istruttori” non più ben formati, non riescono più a “leggere” le sequenze, e non capiscono come si fa la lettura. Diventato “lettera morta”, lo studio del Kata viene così tralasciato o addirittura boicottato in favore – per chi lo fa – di un maggior allenamento con attrezzi come pesi o altro, per l’incremento quantitativo delle doti fisiche. Spesso si opera causando un eccesso di stress sul corpo con la motivazione della miglior resa in campo agonistico. Ma, arrivati ai limiti fisici, si potrà solo peggiorare.

Nel Kata ci sono gli elementi per “prevedere le mosse”, come uno scacchista, e plagiare l’avversario. Non è semplicemente la biomeccanica visibile del movimento, ma c’è altro che insegna COME utilizzarla.

Rendiamoci conto, in un ambito di combattimento reale, magari con armi, non si può andare giocando sul “o la va, o la spacca”, occorre una impostazione rigorosa che minimizzi i rischi e garantisca i risultati. Esattamente come avviene negli scontri tra eserciti, dove la disciplina e l’uso corretto delle tattiche – soprattutto di protezione, com’è stato fatto dalla fanteria oplitica alla guerra moderna – è la migliore assicurazione dei soldati di sopravvivere.

La preparazione del corpo è fondamentale ed effettivamente curata nelle Arti Marziali, ma ci vogliono gli elementi che consentono di muoversi nel tempo e nello spazio giusto, riducendo di molto le possibilità fisiche dell’avversario e consentendo a noi “il miglior impiego dell’energia”.

Sugino Yoshio e Mochizuki Minoru

La mia competenza

Il Maestro Hiroo Mochizuki, e suo padre, Minoru Mochizuki sensei, sono eredi di un vastissimo patrimonio culturale e educativo delle Arti Marziali, ricevuto dai più grandi maestri del Bujutsu classico e del Budō antico e moderno. Come esponente di punta dello Yōseikan Budō ho ricevuto da loro, in determinati seminari d’élite un approfondito insegnamento su come leggere, smontare e rimontare i Kata, come risolvere i meccanismi della tecnica fisica e gli aspetti non-fisici di Kamae (Guardia), Ma-Ai (Misura), Hyōshi (Ritmo/Cadenza/Battuta), Yomi (Intuizione/Sensazione), Seme/Kime/Sakki (Minaccia/ Determinazione/Finalizzazione), Zanshin (Presenza/Freddezza), contenuti in questi esercizi. L’insieme dei Kata della scuola contribuisce a costruire il «Corpo della Disciplina» (Riai, Ittai Furi), vale a dire il modo unico e proprio di muoversi, usare i principi.

I miei maestri mi hanno mostrato anche gli aspetti strategici e tattici (Heihō) contenuti nei Kata, e come riconoscerli, valutarli ed impiegarli.

In seguito, con questa conoscenza sulle spalle, quando ho affrontato lo studio delle Koryū (Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū, Katayama Ryū, Hōki Ryū e Tenjin Myōshin Ryū), sono entrato nel meccanismo Kata-centrico di queste scuole, cogliendone pian piano il preciso, semplice, ma eccezionale meccanismo, tutte le forme in progressione e in rapporto reciproco.

Con queste esperienze, come dovrebbe sempre succedere, come dice la scuola Yōseikan, nel mio corpo, nel mio cervello – e anche nell’anima – le conoscenze delle varie discipline si incrociano, si riconoscono, si organizzano tra di loro in un sistema tipo astrale, perfettamente agenti e funzionanti nelle loro orbite, si bilanciano e equilibrano fra di loro come in una galassia.

L’esperienza nelle Arti Marziali del Sud-Est Asiatico, con il professore Maurizio Maltese, attraverso le “Sombrade” e le “Cadene” del Kali e i corti ed essenziali “Jurus” del Pencak Silat mi apriva la mente sull’equivalenza tecnica-principio, chiarendomi ulteriormente il concetto dell’analogia.

Altro fonte importante di conoscenza è lo studio dei numerosi trattati lasciatici dai maestri fondatori delle Koryū e dai grandi innovatori delle Arti Marziali moderne, e di altri testi redatti da loro allievi poi insegnanti di eccellenza. Studio per me proficuo grazie alla preparazione analitica e mentale – oltre la forma attraverso il corpo [2] – raggiunta attraverso il mio cursus studi della scuola e dell’università, compresa la mia passione ed opera come storico amatoriale.

Si tratta di un lavoro di molti decenni a stretto contatto con maestri di valore assoluto ed eredi di grandi genealogie. La mia esperienza con loro, quanto mi hanno trasmesso e continuano a trasmettermi, mi rende in grado di “leggere” una forma attraverso la sua pratica, e di poterne estrarre man mano i contenuti, distinguerli e applicarli nei vari piani previsti per essi.

I “veri” Kata non sono quelli del Karate di oggi

È questo il punto per far notare una cosa che i più non sanno, o equivocano. La maggioranza del pubblico, e purtroppo anche degli operatori nelle Arti Marziali, voglio dire sia gli studenti che, ahimè, gli insegnanti, nel loro immaginario collettivo sono convinti che il Kata sia l’esercizio a solo, quello che si vede più spesso, abbinato al Karate o a varie scuole di Kung Fu.

Funakoshi Gichin

In realtà il Kata a solo è un’esclusiva deformazione del Karate moderno che si amplifica soprattutto nel campo agonistico, divenendo un esercizio puramente ginnico e spettacolare.

Ricordiamo che parliamo principalmente del contesto giapponese: nel Bujutsu e nel Budō giapponese i Kata sono tutti a coppie, e detti in generale “Kumikata” vale a dire “Forme di Combattimento”. In un modo o in un altro secondo le specificità di una disciplina, il Kata simula in modo educativo una ipotesi di scontro/conflitto/combattimento, armato o disarmato o misto.

Il Kata a singolo di Karate è una anomalia, però più conosciuta per la maggior diffusione, anche mediale, della stessa disciplina. Altre anomalie poco identificate saranno chiarite più avanti.

Errore tipico dei Kata a solo tipo Karate è quello che porta istruttori ed allievi non preparati a “inventare” le cosiddette applicazioni. Grazie al cielo nei Kata a coppie questo costume non c’è. Non sapendo bene quello che viene fatto, si creano applicazioni fantasmagoriche o semplicemente sbagliate, perché non si ha tradotto bene quello che c’è “scritto” nella forma. Le neo-applicazioni così non funzionano e poi si dice che è il Kata sbagliato…

Ricostruendo la storia, occorre considerare che, in Cina o a Okinawa, il Kata a solo è solo una parte della didattica, perché il completamento dell’insegnamento prevede accoppiate versioni in coppia dove si eseguono le tecniche – o una scelta di esse – contro un avversario. Altri gruppi di esercizi, sempre a coppie praticano, rinforzano e migliorano vari i passaggi tecnici del Kata, né mancano opportuni rafforzamenti attraverso specifici attrezzi.

Se qualcuno vuole obiettare che la disciplina di spada conosciuta come Iai presenta anch’essa Kata a singolo, occorre puntualizzare che questa è solo un’apparenza. In realtà le scuole di Iai tradizionali, non estetiche, hanno numerosi Kata a coppie, dove vengono appunto applicate le forme a singolo contro attacchi di un avversario reale. Siccome tale esercizio veniva considerato un tipo di tecnica interna/segreta della scuola, nelle dimostrazioni e nelle lezioni di massa non veniva mostrato. In tempi moderni molti maestri di Iai hanno optato, colpevolmente, di praticare solo l’esercizio singolo con idee prevalentemente estetiche o parafilosofiche, andando a snaturare tutta la disciplina. Un po’ come avviene in modo diverso ma parallelo, purtroppo, anche nell’Aikidō.

Kano Jigoro

Le Forme a coppie

Facciamo degli esempi di forme a coppie partendo da una disciplina moderna e conosciuta. Il Jūdō.

La prima forma, il Nage no Kata, era considerata, come le altre, fondamentale per l’educazione dello studente di Jūdō, che così apprendeva l’uso dell’energia e la spiegazione dei fenomeni.

Il Nage no Kata comprende 15 tecniche. L’intero Go-Kyō, ovvero il lessico principale delle tecniche di Jūdō canoniche, è composto da quaranta tecniche divise in cinque gruppi. A queste si uniscono altre 27 tecniche, di cui alcune sono inapplicabili in sede sportiva e altre invece versioni modificate delle principali proprio per fini sportivi.

Perché allora il Nage no Kata presenta solo quindici tecniche e non ci sono altri Kata sullo stesso tema?

Queste quindici tecniche sono quelle più importanti, più efficaci o più consigliate? No!

La loro presenza è semplicemente esemplificativa, in realtà potrebbero essere sostituite da qualsiasi altra tecnica del catalogo generale o di quelli secondari. Dovete comprendere che ogni tecnica rappresenta, nel sistema di movimento organizzato per lei, un principio tattico e come va svolto. Il Kata è una raccolta di quindici principi da impiegare nel combattimento. Li elenca e ne dà una rappresentazione ideale. Praticando il Kata si comprendono il principio e la matrice di applicazione, che possono essere soddisfatti da una matrice motoria differente da quella materializzata nella forma. Il Kata è un libretto di istruzioni completo a disposizione del praticante e dell’istruttore. Imparalo serve a comprendere questi punti, e altri ancora scavando più a fondo, a possederli e applicarli. Non servirebbe – come non serve – una ripetizione eccessiva e mirante ad una perfezione estetica. Occorre saper fare il Kata, e comprenderlo, ma poi occorre studiarlo approfondendone i principi: le importanti rivelazioni sull’applicazione delle tecniche alle situazioni. Un lavoro da laboratorio.

Che non è meramente quantitativo: la ripetizione meccanica non ha senso.

Eseguire il Kata ha senso solo se avviene per comprendere i contenuti della forma, è la qualità ad essere importante, non la quantità o la perfezione atletica ed estetica. Una volta curata la “qualità”, segue la materializzazione dello studio nel Randori.

Vediamo ora i Kata delle Koryū, l’aspetto “testo” è molto curato, così come l’interrelazione interna tra tutti i Kata di una scuola, anche se fatti con armi diverse o a mani nude. È una via che porta alla comprensione dei principi naturali che ordinano “le cose”.

Purtroppo, queste scuole non sono così conosciute da poter fare un esempio subito riconoscibile agli occhi di tutti. E mi riservo di ritornare sull’argomento. Però provo comunque a fare un esempio attraverso una scuola che pratico, il Tenshin Shōden Katori Shintō Ryū. È abbastanza facile, per chi desidera seguire quanto affermo, trovare dei video su Youtube, in cui vengono presentate le esecuzioni di Kata delle due scuole riconosciute, quella di Sugino sensei a Kawasaki [3] e quella di Ōtake sensei a Narita [4]. Cercate e guardate il primo Kata della scuola il “Ken Jutsu Ikkajō” o “Itsutsu no Tachi” [5].

La sequenza a coppie, vista dall’esterno, sembra come un unico, lungo duello. In realtà l’azione va scomposta fase per fase, ognuna delle quali dà informazioni e strumenti sul “come-dove-quando-perché” affrontare certe situazioni. Il movimento mira ad ottenere precisi risultati e ognuna delle due scuole porta avanti delle linee preferenziali rispetto all’altra, ma la sostanza è uguale. Da un certo punto di vista, come il Nage no Kata, ogni scambio tecnico rappresenta un principio che è assoluto dai movimenti fisici che lo trasmettono.

Il punto seguente dà alcune possibilità di pianificare lo studio interpretativo.

Leggere il Kata: gli strati e il principio singolo

Nelle Arti Marziali solo una parte dell’iceberg-conoscenza è sotto gli occhi, il più è sotto, in profondo. È conosciuto il gioco degli aspetti Omote e Ura, palese e in ombra. Ci sono riferimenti e crittogrammi che possono essere risolti solo con la pratica e con dei “suggerimenti” lanciati qua e là dal maestro quando è necessario, al momento giusto. Non si tratta di un gusto maniacale per il segreto: qualsiasi conoscenza deve essere guadagnata attraverso il duro studio, altrimenti non sarà mai veramente propria né ben applicata in seguito.

Un testo della scuola Shindō Musō Ryū, la famosa scuola di Jō di Musō Gonnosuke, offre un ottimo esempio: elenca sei “strati” successivi che progressivamente l’allievo deve attraversare per raggiungere la conoscenza.

Facciamone un rapido elenco.

– All’inizio il Kata deve essere visto come una catena di tecniche che occorre imparare ad eseguire al meglio. Il primo lavoro è questo, prima isolando ogni tecnica, e poi riunendole nelle concatenazioni.

– Il secondo lavoro è la “definizione” di queste tecniche: iniziare sempre dal singolo movimento: trovare la “misura”, il tempo, gli esatti angoli di spostamento e degli impatti, le linee di combattimento. Poi rimontare le combinazioni e agire allo stesso modo. Nel farlo si vede come la stessa tecnica (intesa come “azione completa”) e il suo Heihō, può essere usata in contesti diversi.

– Il terzo punto riguarda l’applicazione delle tecniche, che non è la semplice ripetizione di quello “che si vede”. L’azione adesso è reale, spontanea, sciolta e senza esitazioni, “naturale”. Il praticante a questo punto trova anche delle “tecniche nascoste” o delle “variazioni coordinate” (o sostituzioni) che si adattano perfettamente alla sequenza come meccanica e logica. Conoscendo diversi Kata della scuola si scorgono agganci e possibili sostituzioni tra un segmento di un Kata con altre parti di altri Kata, e suggerimenti su come modificare alcuni aspetti secondo le situazioni.

– Lo studio del Kata continua e da tutto il lavoro fatto iniziano a venire fuori le “idee” che stanno dietro le tecniche, i principi. La forma diviene un libro di appunti sempre più ricco e, allo stesso tempo, più semplice. L’adepto si muove, agisce, pensa secondo i canoni della scuola e, contemporaneamente, questi stessi elementi iniziano ad essere “suoi”. Questo è il quarto livello.

– il quinto livello è arrivare al nucleo. Usare tutto lo studio in modo naturale, razionale, esemplare. Abbiamo ricevuto elementi per affrontare qualsiasi situazione e le modalità per risolverla.

-il sesto livello è la capacità di seguire i principi trovando tutte le possibilità alternative, il kata è arrivato al punto di superare sé stesso. Si arriva al “Kata-non-Kata”. Ma tutto è un cerchio, si va avanti solo riaffrontando tutto da capo, col lo spirito del primo livello.

Occorre studiare anche i singoli elementi, soprattutto quelli dei Kata-base di ogni scuola. In questi casi, sono forme specifiche, si deve considerare bene ogni tecnica: si scoprirà che ogni singola tecnica rappresenta un “principio” che esula dall’apparenza visiva e fisica. Prendiamo esempio da Arti Marziali a mani nude. Possiamo trovare indicazioni su azioni singole come “Battere”, Tagliare”, “Accompagnare”, “Aggirare”, o su azioni figurate come “spazzare”, “dipingere”, “versare”. Questo avviene anche nei Kata a coppie, dove l’azione dell’altro fa da preciso riferimento.

Scoperto e compreso il principio, sarà possibile adoperarlo tatticamente nelle situazioni che accadono.

Apprendere a leggere i Kata non è né difficile, né lungo. È una attività che si svolge in parallelo alla normale pratica, dall’inizio in poi. I primi tre “strati” vengono ben trattati da un buon insegnante e in una corretta Arte Marziale nel cammino che porta al primo Dan. Poi prosegue e man mano, nelle tre tappe “Shu-Ha-Ri” [6] si ottiene progressivamente questa conoscenza duratura.

Cos’è il Kata: matrice di combattimento per il combattimento puro

Tutti i Kata nascono per il combattimento. La tecnica base viene appresa attraverso i Kihon. Il Kata mostra COME applicarla. In modo esatto. Ti dice cosa devi fare nel combattimento, che atteggiamento devi avere, come devi gestire lo spazio e il tempo, ti dice come interpretare l’avversario, come gestirlo e che tipo d’azione devi impiegare in base alle tue capacità e a quelle dell’avversario. Diciamo che per le varie possibili azioni, per ogni azione, la scuola ti dà: una tecnica che ti consente di operare con la massima sicurezza possibile, quella prudente, che al limite anche se non riesci a colpire l’avversario te la cavi senza danni; una seconda in cui giochi di più e ottieni vittoria o controllo con un rischio medio, gestibile; una terza in cui tu agisci riconoscendo una tua superiorità sull’avversario, con dei rischi ma con un’azione rapida e decisiva.

Questo è il Kata, quello che serve in un combattimento reale, agire quando si è sicuri di “toccare”, e rimanere sempre in una situazione di propria sicurezza. È un sistema più razionale che confidare semplicemente su supremazie atletiche, è meno dispendioso, più sicuro, più ampio, duraturo, educativo.

Ci sono diverse opzioni di studiare l’applicazione di quanto “estratto” dal Kata-Libro di testo. Ci riserviamo di scrivere di questo argomento in un prossimo articolo. Fondamentalmente occorre evitare di partire subito nel Randori con una interpretazione totalmente non collaborativa, perché non porterà né frutti, né progresso.

Occorre lavorare sui sistemi tradizionali, oggi poco conosciuti, ma interessanti per didattica e risultati. Non dimentichiamo che questi sistemi di formazione e allenamento, per esempio riferendoci ad una scuola di spada, portavano gli adepti a poter affrontarsi con lame vive – Shinken – con buona sicurezza, al termine di un preciso cammino già progressivamente molto pericoloso, ma ben controllato dalle tappe imposte.

Il Randori, che è il terzo vertice con Kihon e Kata del Triangolo inscritto in un cerchio, la sintesi della Triade che porta a morte e rinascita, non è il combattimento da gara, troppo limitativo e soggetto all’egoismo.

Ma, ripeto, questa è una prossima storia…

Note

[1] Per “Spirito” intendo l’aspetto più profondo e unico dell’individuo. Poi, ognuno consideri questo aspetto secondo le proprie convinzioni, sia uno strato mentale profondo, un legame con la natura o altre essenze, un collegamento con l’aspetto sovraumano o divino. L’importante è comprendere che, comunque, qualcosa c’è.

[2] È il «Corpo della Disciplina/della Scuola», detto Riai o Ittai Furi, l’insieme unico di atteggiamento e gestione del corpo e della mente che si ottiene praticando correttamente le tecniche della Scuola secondo le modalità da essa previste. È diverso da scuola a scuola.

[3] Per Dōjō Yuishinkan di Kawasaki, per esempio, il link:

[4] Per il Narita Dōjō, questo link:

[5] “Prima Forma di Scherma con la Spada” – “Spada del Cinque”.

[6] Proteggere – Rompere – Allontanarsi

Copyright Adriano Amari ©2020
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