Il Legame delle Armi

Nel corso di un seminario di Takemusu Aikido di qualche tempo fa, Paolo Corallini shihan ha sottolineato affinità e differenze tra la pratica dei kumi tachi e quella del ki musubi no tachi che non va considerato, come alcuni erroneamente fanno, come “il sesto kumi tachi”. Nella stessa occasione è stata inoltre mostrata la pratica del “Kumitachi no kanren”, ovvero il modo in cui praticare in sequenza i cinque kumitachi di base compresi nel curriculum delle buki waza del Takemusu Aikido

di CARLO CAPRINO

Sotto la spada levata dritta
c’è l’inferno che ti fa tremare.
Ma va’ avanti e troverai
la terra della beatitudine.

(Miyamoto Musashi, 1584-1645)

Entrambe le pratiche, oltre alla notevole ed evidente valenza tecnica, marziale e didattica, offrono interessanti spunti di riflessione, alcuni dei quali di seguito proveremo a proporre, nei limiti di spazio e di capacita disponibili al sottoscritto. E’ opportuno specificare che nel prosieguo del presente scritto non verranno forniti dettagli tecnici o particolari pratici della esecuzione delle tecniche – se non quando necessario alla comprensione dei concetti espressi nello scritto stesso; le modalità di esecuzione dei kumi tachi si danno quindi per conosciute, e sono comunque facilmente individuabili – almeno per sommi capi – nei supporti didattici liberamente disponibili in Rete come in libreria.

La Croce, unione degli opposti

Come già evidenziato in altre occasioni, una notevole quantità di suggerimenti ed indicazioni vengono dalla traduzione del nome delle tecniche e dalla loro successiva analisi etimologica e degli ideogrammi componenti il nome stesso.

Nel nostro caso, i due termini a cui dedichiamo una prima disanima sono – ovviamente – “kumitachi” 組太刀 e “ki musubi no tachi” 氣結びの太刀, tradotti rispettivamente come “incontro di spade” e “le spade che annodano il Ki”. Nei due termini è presente il termine “Tachi” 刀, con cui si indica generalmente la spada giapponese ma – come vedremo più avanti, questo non è il solo punto in comune tra le due denominazioni.

Il termine “Kumi” 組 viene tradotto – come detto – con il significato di “incontro, unione, incrocio di oggetti lunghi” che rende anche in maniera “visiva” l’idea di due lame che entrano a contatto tra loro. In particolare, l’esecuzione del quinto kumitachi esprime forse meglio di quella dei precedenti questo concetto sfaccettato. Se avessimo la possibilità di tracciare la traiettoria seguita dai due bokken nell’esecuzione di questo kumitachi, noteremmo al termine due croci, una verticale ed una orizzontale, con lo stesso centro tra loro e con dei bracci in comune. La croce sul piano orizzontale è quella tracciata nei primi due passaggi e nell’ultimo; l’asse verticale è invece tracciato dalle traiettorie del terzo e quarto movimento, ed unito alle braccia costituenti la croce sul piano orizzontale, da vita a sua volta ad altre due croci, ortogonali tra loro, sul piano verticale.

Queste croci risultano racchiuse da due circonferenze, orizzontale e verticale, che costituiscono i due diametri generatori di una sfera che comprende l’azione. Come già detto altrove, sul simbolo della Croce molto è stato detto, anche al di fuori di un ottica strettamente cattolica, una visione particolarmente interessante è quella di padre Giovanni Vannucci, che la vede come punto di equilibrio tra due spinte tenebrose: lo spiritualismo luciferico caratteristico di chi si dedica solo al proprio altezzoso innalzamento spirituale rifiutando tutto ciò che è concreto e materiale, che ha il suo contrappunto nella discesa nel materialismo più bieco che porta al sonno della coscienza. A questo percorso verticale si unisce quello orizzontale di natura satanica che porta l’uomo alla dispersione ed alla dissipazione delle proprie energie alla ricerca del soddisfacimento dei propri desideri, ottenuto negando ogni trascendenza a addormentando la coscienza.

La Croce equilibra questi eccessi, limitandone gli estremi e consentendo un percorso tanto verticale quanto orizzontale, in entrambe le direzioni: Chi tende ad elevarsi troppo verrà opportunamente riportato “con i piedi per terra”, a chi tende a sprofondare nel suo essere “umano, troppo umano” verrà mostrata la scintilla divina che ognuno di noi ha in sé. Allo stesso modo, a chi è troppo occupato a guardare fuori di sé per ricercare consenso e piaceri mondani verrà evidenziata la via della introspezione, così come a chi è troppo centrato su sé stesso verrà palesato quanto chi ci circonda possa essere utile ed opportuno specchio per conoscerci.

Il fatto che sia una Croce il risultato finale della pratica dei Kumi tachi credo sia molto interessante, in modo particolare se consideriamo la valenza didattica di questa pratica, che deve essere vista come un metodo per forgiare corpo, mente e spirito del praticante, piuttosto che come un mero scimmiottamento di un combattimento all’arma bianca.

Un’ultima notazione va doverosamente fatta, prima di concludere questa analisi; come è noto O’Sensei Ueshiba Morihei dava grande importanza alla forme geometriche del Quadrato, del Triangolo e del Cerchio tanto che, quando un giornalista gli chiese in cosa consistesse la pratica dell’Aikido, questi rispose: “Percorrere i quattro elementi tracciando le tre forme con un cuore puro”. La pratica con le armi tradizionali esalta, se possibile, questo aspetto ed il quinto Kumi tachi rappresenta un esempio tra i migliori di ciò: alla già citata forma circolare e sferica, possiamo aggiungere quella triangolare / conica definita dalla traiettoria dei due bokken nel terzo e quarto movimento, in cui i vertici della figura sono rispettivamente ascendenti e discendenti, e la postura dei due praticanti, che delimita un perimetro quadrato /cubico.

Legami e fusioni

Come detto, il termine “musubi” 結び viene tradotto come “annodare”, anche se alcuni dizionari per questi kanji riportano come traduzione “conclusione, unione”, mentre il termine “nodo” viene ottenuto con l’aggiunta di un altro ideogramma, questione approfondiremo più avanti. Rimanendo nello specifico del significato sostanziale del termine, mentre il kumi tachi risulta essere l’unione di due entità che – come appunto i due bracci della croce – rimangono comunque distinte e separabili, nel musubi il risultato è quello di una sorta di “fusione” di due entità che diventano una unica realtà. Il principio è appunto quello del nodo, che ha come scopo quello di unire due tratti di corda in maniera tale da poterli considerare come fossero un tutt’uno.

Appare evidente come questo concetto di unione totale, applicato ad un confronto armato, offra possibilità di riflessione molto variegate; due avversari diventano una unica entità, vi è una sorta di “reintegrazione dell’uomo nell’uomo” in cui i due partner, che simbolicamente possiamo identificare nella parte “buona” e nella parte “oscura” (e le virgolette sono d’obbligo) ritornano ad essere un tutt’uno. Gli Ego si annullano, le parti scisse si riuniscono ed il risultato è che, non essendoci più attaccante ed attaccato, il conflitto cessa di esistere.

Ecco perché, come detto all’inizio e come più volte ribadito da Paolo Corallini Shihan, il ki musubi no tachi non va considerato come “il sesto kumi tachi”. Nella pratica dei kumi tachi l’avversario – rappresentato da Uchi tachi – è controllato ma non “neutralizzato” , cosa che invece simbolicamente avviene nel ki musubi no tachi, al termine del quale Uke tachi quasi prende fisicamente il posto di Uchi tachi.

Un ultimo spunto di riflessione lo offre proprio il significato con cui il termine musubi è inteso in questa pratica, ovvero “nodo”. Molti praticanti di Arti marziali orientali considerano la cintura solo un accessorio di abbigliamento utile a tenere chiusa la giacca della divisa di pratica, ma in realtà è molto di più. Tanto alla cintura del marzialista che al cordone del saio indossato dai membri di alcuni ordini religiosi o esoterici possiamo attribuire lo scopo simbolico di “legare”, “trattenere”, “unire” e “delimitare” il corpo fisico (e non solo…) di chi lo indossa, segnando il limite tra la parte superiore del corpo e quella inferiore passando dalla zona addominale, che tanta importanza ha in molte discipline, tanto orientali quanto occidentali.

Morihiro Saito Morihiro e Paolo Corallini: Kumi tachi 2-5, Ki musubi no tachi – Porto Recanati, 1995

Se la cintura/cordone è ricca di suggerimenti simbolici, i nodi non sono da meno; nel caso del cordone presente sul saio francescano stanno ad indicare i voti di povertà, castità e obbedienza, ma la loro importanza risale alla notte dei tempi: Lao Tze, nel V° secolo a.C. consigliava: “Gli uomini tornino ad annodare corde al posto della scrittura” e tanti artisti – da Leonardo da Vinci ad Albrecht Durer hanno inserito i nodi nelle loro opere. Ancora ricordiamo i nodi protagonisti della mitologia, da quello di Gordio tranciato di netto da Alessandro Magno al nodo di Iside, che assicurava protezione in vita e nell’aldilà, terminando con il “nodo Savoia”, conosciuto anche come “nodo d’amore” e ben noto non solo a chi si occupi di araldica.

Il Filo di Arianna

Pr completare il nostro approfondimento, è interessante esaminare un po’ più in dettaglio i kanji che compongono i termini che abbiamo utilizzato. Come è noto a molti, quando si deve tradurre da una lingua ideogrammatica come il giapponese in una lingua alfabetica come l’italiano, s’impone una precisazione di fondo: la quasi totalità degli ideogrammi nipponici possiede una vastità di significati intrinseci alla struttura grafica e simbolica che li individua tale da rendere impossibile trovare un’unica parola o perifrasi in grado di renderli pienamente tutti. Alla stessa maniera, alcuni ideogrammi si possono prestare ad interpretazioni anche diametralmente opposte tra loro, sulla base della esperienza di chi lo legge e del contesto in cui è inserito.

Tornando ai nostri due termini in esame, ovvero “kumitachi” 組太刀 e “ki musubi no tachi” 氣結びの太刀, notiamo che hanno in comune il kanji 糸 che possiamo tradurre come “spago” o “corda”, confermando quindi il concetto di unire e legare già esaminato in precedenza.

Il carattere che indica la corda è un ideogramma composto da due parti; la prima 小 indica qualcosa di piccolo (letteralmente un otto diviso in due), il secondo 幺 è un radicale di congiunzione senza uno specifico significato proprio.

L’ideogramma completo però, offre ulteriori significati in base agli altri a cui viene unito; nel caso di kumi 組 infatti, il kanji di “corda” viene accoppiato a quello di “occhio”, come a suggerire che bisogna “vedere” bene cosa, come e quando unire. Altrettanto interessante è la composizione di musubi 結; infatti all’ideogramma di “corda” già visto in precedenza, si aggiunge un ideogramma composto, che ha nella parte superiore il kanji che indica il “guerriero, soldato, samurai, gentiluomo” e nella parte inferiore il radicale di “bocca”.

Concludiamo con l’indicazione dei kanji che indicano specificatamente il termine “nodo”, ovvero 結び目, in cui a quelli che compongono il musubi già visto in precedenza, viene aggiunto il radicale di “occhio”, mettendo insieme lo sguardo e la parola del samurai in una composizione che si presta a molti ed interessanti interpretazioni.

Bu Shin – Calligrafia di Morihei Ueshiba

Guerra e Pace, Guerra è Pace

Nel corso del seminario citato all’inizio di questo scritto, Paolo Corallini shihan ci ha invitato a riflettere sul percorso compiuto nella esecuzione del “Kumitachi no kanren”; in maniera forse non casuale, quello che si ottiene tracciando il percorso dei due praticanti assomiglia molto al kanji che indica i Kami, ovvero le divinità del Pantheon nipponico, specialmente nella rappresentazione grafica lasciata dal Fondatore dell’Aikido in alcune sue calligrafie: una lunga linea diritta che termina con una croce inscritta in un cerchio, il che forse non è un caso, se è vero che – come riportato nel libro “Aikido. L’essenza dell’aikido. Gli insegnamenti spirituali del maestro” curato da John Stevens, “Nella pratica dell’Aikido dovrebbe esserci una progressione spontanea dal Bujutsu (tecniche marziali) al Budo (sentiero marziale della virtù) e infine al Bushin (sacramento marziale della divina trasformazione”.

Conclusioni

Come in occasioni precedenti, quanto sopra è tutt’altro che esaustivo rispetto alla ampiezza dell’argomento ed alla quantità di approfondimenti che ne potrebbero scaturire. La speranza è quindi, come sempre, quella di aver suscitato curiosità e voglia di scoprire, riflettendo inoltre su quanto la pratica ha da insegnarci.

Come in altre occasioni il mio incolmabile debito di riconoscenza va a Paolo Corallini shihan, per aver voluto ancora una volta donarci questi preziosi spunti di riflessione, che illuminano il nostro percorso sulla Via.

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