Fedeltà e Innovazione

Mi capita spesso di leggere in vari blog articoli tesi a dimostrare che si è custodi della tradizione, autentici difensori dell’ortodossia di tale o talaltra scuola tradizionale. A questi super-praticanti, specialmente a coloro che si ergono ad arcigni guardiani dell’Aikido più autentico – che si tratti di quello di O-sensei o di qualche suo epigono – mi sento di dire: ciò che non si evolve perisce. Se l’Aikido praticato oggigiorno corrispondesse in tutto e per tutto a quello praticato da O-sensei, ciò significherebbe che il tempo si è fermato. Quando si è esaurito il proprio tempo, quando cioè non si è più in grado di apportare alcun cambiamento in questo mondo, lo si lascia

di ANDRÉ COGNARD

Nell’Aikido, come in molte altre arti marziali, la questione della fedeltà al maestro fondatore è un aspetto importante. Quante volte abbiamo letto di un tale o talaltro maestro che sarebbe il vero discepolo di Ueshiba Morihei Sensei, capace di riprodurre esattamente i gesti del fondatore?

Proprio tale precisione viene addotta a dimostrazione di autenticità e competenza, costituendo peraltro un’espressione di fedeltà eccezionale, quasi che la ripetizione gestuale potesse perpetuare una continuità sostanziale tale da far sopravvivere, in qualche maniera, il fondatore stesso. Il discepolo si riveste degli attributi di colui che rinuncia alla propria vita e creatività, reputati inferiori rispetto a quelli del maestro, a riprova della sua dedizione, abnegazione e generosità. La sua tecnica inoltre, in
quanto riproduzione precisa di quella del fondatore, non può venire messa in discussione: è un gioiello incontaminato, passato dalle mani più illustri a quelle più virtuose.

In questo pio atteggiamento mi è possibile cogliere alcuni aspetti ampiamente lodevoli. Il desiderio di trasmettere il messaggio ricevuto con cura esprime infatti senza alcun dubbio una forma di umiltà: ho più fiducia nel maestro che in me stesso; cercare di trasmettere il suo insegnamento nel modo più preciso possibile mi protegge da interpretazioni erronee.

Nel mondo dell’Aikido è a lungo invalsa l’idea che O-sensei fosse un genio e che nessuno ne potesse eguagliare il livello. È vero? Non è vero? Credo che ambedue i quesiti meritino un “sì” come risposta. Gli esseri infatti, in quanto autenticamente soggetti, non sono equiparabili. L’approccio di O-sensei era soprattutto spirituale, e la grandezza dello spirito non può essere misurata. Benché nei primi decenni della sua vita di artista marziale la tecnica debba aver rivestito per certo un ruolo fondamentale, non credo che in seguito essa abbia avuto per lui la stessa importanza che nei primi tempi. Se si guardano i rari video disponibili, girati negli ultimi anni della sua vita, si osservano gesti molto semplici, timing pressoché impercettibili, forme fluttuanti nonché un novero di tecniche limitato.

I suoi movimenti sono caratterizzati da un coinvolgimento del corpo che è allo stesso tempo intenso e distaccato. Mediante i gesti egli pare comunicare una determinazione assoluta, un impegno incrollabile ma altresì uno scarso interesse attribuito alla forma. Il suo movimento si caratterizza come pieno di sostanza identitaria: manifesta l’essere-in-sé, la cui caratteristica principale è l’unità, la quale richiede l’assenza di dubbio.

Ritengo che quanti pretendono di riprodurre esattamente la gestualità di O-sensei siano viceversa pervasi dal dubbio, e che tale condizione di incertezza frantumi la loro unità, rendendo loro impossibile un’azione autenticamente personale. È proprio l’unità che percepiscono in O-sensei, ritenuto un soggetto infallibile, che essi vorrebbero prendere in prestito; sennonché riprodurre i suoi movimenti è di fatto quasi impossibile dal momento che il suo palese distacco non rende agevole
copiarne i gesti. Per fare un esempio desunto dall’arte figurativa, nel campo della pittura un falsario avrà più buon gioco a imitare un valido artista piuttosto che un grande maestro. Ciò che costituisce la maestria infatti non è imitabile: è proprio ciò che risulta inimitabile che eleva la coscienza facendole intravedere l’invisibile, lo spirito, il soggetto nella sua unità e unicità. Ora, se a essere oggetto della ricerca nell’atto artistico è questa magnificenza dello spirito, il fallimento è assicurato. Dare se stessi è possibile solo dimenticando se stessi. O-sensei si era probabilmente dato in tutto e per tutto alla Via, e in questo modo poté trovare l’oblio di se stesso. Nel suo Aikido è possibile cogliere un’altezza, un respiro e una libertà che nessuno potrà mai imitare, giacché imitarne la sostanza significherebbe di fatto rinunciare a imitarlo, facendo ciò che egli faceva: essere se stesso.

Mi capita spesso di leggere in vari blog articoli tesi a dimostrare che si è custodi della tradizione, autentici difensori dell’ortodossia di tale o talaltra scuola tradizionale.

A questi super-praticanti, specialmente a coloro che si ergono ad arcigni guardiani dell’Aikido più autentico – che si tratti di quello di O-sensei o di qualche suo epigono – mi sento di dire: ciò che non si evolve perisce. Se l’Aikido praticato oggigiorno corrispondesse in tutto e per tutto a quello praticato da O-sensei, ciò significherebbe che il tempo si è fermato. Quando si è esaurito il proprio tempo, quando cioè non si è più in grado di apportare alcun cambiamento in questo mondo, lo si lascia. Se
pretendete di essere i garanti dell’Aikido autentico, del Daito-ryu jujitsu autentico, se volete dominare la storia, allora state combattendo a difesa di mere chimere. La storia non è altro che il racconto di ciò che è stato, giacché essa è il modo in cui il passato interviene nel presente.

Quante volte la storia è stata riscritta per conformarsi alle ideologie del presente? È pretendendo di dominare la storia che si finisce con l’uccidere il nostro presente poiché lo priviamo della sostanza che lo rende tale, ovverosia il rinnovamento, che è frutto della moltiplicazione dei soggetti, della diversificazione e complessificazione.

Sempre a costoro predico inoltre che se l’Aikido viene espresso con un’unica voce, questa è destinata a divenire dapprima rauca, poi del tutto inudibile. Il tentativo di dominare la storia mira sempre a mettere sotto sequestro la parola. Numerosi mormorii, per quanto flebili (ma comunque sinceri), sono potenti latori di rinnovamento, mentre le affermazioni di un’unica voce rimangono sterili.

Sento taluni lamentarsi della flessione del numero di praticanti di Aikido, e più in generale di Budo. Ebbene, le stesse persone che pretendono di detenere la verità sono coloro che annichiliscono i praticanti.

Congelando e semplificando la tecnica si finisce con lo spianare la strada alle pratiche violente degli sport da combattimento, la cui crescita spettacolare è sotto i nostri occhi. Appigliandoci a principi superficiali o creando regole sciocche, come ad esempio il colore dell’hakama, focalizziamo l’attenzione sulla debolezza di ciò che rimane della pratica, quel che resta nel momento in cui abbiamo eliminato quasi del tutto il contesto marziale e la pratica delle armi, e con questi la contraddizione insita nella nostra Via, nella quale coesistono marzialità e non violenza. È questa sorta di ossimoro, paradosso ed espressione sublime dell’unità universale, a risvegliare e alimentare la consapevolezza nei confronti del conflitto creatore.

Come la tecnica non costituisce l’elemento essenziale, perché non rappresenta l’essenza dell’Aikido, così il conflitto creatore non è un enigma concettuale da risolvere. Per essere fedeli nel modo più autentico e pieno al fondatore e a tutti coloro che vivono nel nostro passato non c’è altro mezzo che inventare il presente.

L’Aikido è destinato a evolversi oppure a scomparire quando avrà compiuto il suo tempo: ciò che accadrà presto se limitiamo il nostro tempo all’era (jidai) di Ueshiba.

Copyright Andre Cognard ©2021
Traduzione dall’originale francese di Andrea Debiasi ©2021
Tutti i diritti sono riservati. Ogni riproduzione non espressamente autorizzata è severamente proibita

André Cognard è una delle voci contemporanee più autorevoli nell’ambito del Budo internazionale.
Nato nel 1954 in Francia, si accosta giovanissimo al mondo delle arti marziali, dedicandosi alla pratica intensiva di diverse discipline tradizionali giapponesi. Al 1973 risale l’incontro con Hirokazu Kobayashi sensei, allievo diretto di O-sensei Morihei Ueshiba, evento determinante da cui scaturisce la decisione di consacrarsi esclusivamente alla pratica e all’insegnamento dell’Aikido. Riceve il grado di 8°dan e alla morte del suo maestro eredita la guida dell’accademia internazionale Kokusai Aikido Kenshukai Kobayashi Hirokazu Ryu – KAKKHR.
Insegnante “itinerante”, profondo conoscitore del Giappone e delle sue tradizioni, André Cognard porta nei diversi continenti una tecnica: l’Aikido del suo Maestro; un messaggio umano: l’Aikido al servizio di tutti; un messaggio spirituale: l’Aikido che, come l’uomo, si ricongiunge a se stesso quando diventa semplicemente Arte.


André Cognard is one of the most authoritative voices in contemporary international Budo.
Born in 1954 in France, he approached the world of martial arts at a very young age, dedicating himself to the intensive practice of various traditional Japanese disciplines. In 1973 he met Hirokazu Kobayashi sensei, a direct disciple of O-sensei Morihei Ueshiba, a decisive event that led to his decision to devote himself exclusively to the practice and teaching of Aikido.
He received the rank of 8th Dan and on the death of his mentor inherited the leadership of the international academy Kokusai Aikido Kenshukai Kobayashi Hirokazu Ryu – KAKKHR.
An “itinerant” teacher, a profound connoisseur of Japan and its traditions, André Cognard brings worldwide a technique – the Aikido of his Master; a human message – Aikido at the service of all; a spiritual message – Aikido which, like Man, reconnects with itself when it simply becomes Art.
This is the first publication in English about André Cognard sensei and the perfect introduction to his Aikido concept.