Rubare la Tecnica


Qualsiasi esperto di scienza dello sport moderno rabbrividirebbe davanti alla metodologia didattica delle tradizioni classiche. Il metodo tradizionale è spesso indicato come waza o nusumu (“rubare la tecnica”). Potrebbe anche essere definito “apprendimento per osmosi”

di ELLIS AMDUR

Un esempio estremo di questo può essere trovato nel mio ricordo del racconto di un’ostetrica tradizionale Ainu. Mi raccontò di aver assistito a parti sin da quando era bambina: sua madre la faceva sedere direttamente dietro di lei per tutta la durata della nascita, ma tutto quello che poteva vedere era la schiena della madre. Un giorno, quando era un’adolescente, senza preavviso sua madre le disse: “Questo lo fai nascere tu”. Tanto per puntualizzare, non aveva mai visto il processo del parto in sé, si era limitata a osservare i movimenti della schiena, delle spalle e delle braccia di sua madre diverse centinaia di volte. Mi disse di aver semplicemente ricreato quei movimenti, cosa che aveva fatto in compartecipazione simpatica per la maggior parte della sua vita osservando sua madre: il parto andò liscio e fu l’inizio del resto della sua vita.

Il koryu bujutsu viene insegnato principalmente attraverso i kata. Essi non costituiscono, in generale, quella coreografia individuale che è così comune nelle arti marziali cinesi (esistono anche in alcune arti giapponesi, comunque; semplicemente non sono così comuni). Si tratta, invece, quasi esclusivamente di esercitazioni a coppie, in cui catene di tecniche letali sono collegate tra loro, eseguite in modo tale che i colpi finali multipli vengano reindirizzati (attraverso la gestione dello spazio, del tempo o del bersaglio) in modo che i propri riflessi siano allenati come in un corpo a corpo: ossia come combattere più avversari in un unico scontro. Pertanto, sebbene l’esercitazione sia solo tra due persone, ogni scambio è, in teoria, contro un avversario successivo.

I compagni di allenamento sono suddivisi in praticanti senior e junior, indicati con una varietà di nomi diversi, a seconda della tradizione marziale. Usiamo una di queste coppie di termini: shitachi (“spada che agisce”) e uchitachi  (“spada che attacca”). Lo shitachi è solitamente il più giovane dei due praticanti e (almeno da fuori) quello con abilità minore. Il ruolo di shitachi in questi esercizi a coppia è imparare a uccidere usando le tecniche/armi della scuola. L’uchitachi , di solito l’anziano, ha la responsabilità di utilizzare la sua conoscenza di come uccidere, per sfidare lo shitachi al massimo delle sue capacità. L’uchitachi non è un manichino di pratica – piuttosto, pratica anche lui le proprie tattiche di uccisione, ma ci si aspetta che allo stesso tempo si tenga in disparte, per valutare ciò che lo shitachi deve imparare – e l’insegnamento, che potrebbe includere una contro-tecnica, un colpo al corpo, al polso o alla testa potrebbe essere una lezione assai dura. 

A livelli avanzati, i kata possono essere “spezzati” o sovrapposti ad altri kata in modo da avvicinarsi all’ “allenamento live” da una varietà di angolazioni. Non è vero che l’essenza delle arti marziali giapponesi classiche sia sempre stata una rievocazione meccanica di esercitazioni con schemi, senza alcun elemento di casualità o pericolo all’interno della pratica, anche se questo è ciò che la stragrande maggioranza delle tradizioni classiche è diventata per default in questa epoca attuale.

Nitta Suzuyo, la caposcuola di diciottesima generazione del Toda-ha Buko-ryu, praticò per diversi anni non solo con la sua insegnante, Kobayashi Seio, ma anche con diversi allievi anziani. Studiò solo il lato shitachi dei kata della scuola, imparando il curriculum completo. Dopo che Kobayashi sensei fu colpita da un ictus, Nitta sensei divenne la caposcuola successiva e da quel momento era responsabile dell’insegnamento. I suoi anziani erano stati considerati da Kobayashi sensei inadatti al ruolo. Nitta sensei dovette allora assumere il ruolo di uchitachi con tutti i suoi allievi, anche se non l’aveva mai praticato. Tuttavia, era così in sintonia con Kobayashi sensei che, secondo il suo racconto, sapeva esattamente cosa fare in ogni momento del kata dal momento che aveva copiato a specchio la sua insegnante, e lo faceva a livello inconscio, non solo ‘mappando’ ciò che Kobayashi sensei stava facendo, ma acquisendo una delicata sensibilità di risposta a tutto ciò che faceva. Era come se la sua coscienza fosse nel kata stesso: invece che solo nel suo corpo, permeava il “corpo condiviso” di loro due durante la pratica.

Nitta Suzuyo, Caposcuola Toda-ha Buko-ryu

È molto probabile che questo tipo di apprendimento dipenda dai neuroni specchio, cellule nervose nel cervello che si attivano quando si agisce da soli e quando si osservano le azioni di un’altra persona (il lettore noterà dall’articolo collegato che si tratta di una questione scientifica molto complessa, e che ci troviamo più al livello di discutere un numero di teorie plausibili, piuttosto che qualsiasi dato definitivo). Si ritiene che questo sia il modo in cui i bambini apprendono in così poco tempo le informazioni incredibilmente complesse su come funzionare all’interno del loro corpo come esseri umani, con il loro sistema nervoso che si attiva in sintonia con quello dei loro genitori e fratelli mentre si muovono e agiscono. 

I neuroni specchio non si atrofizzano con l’avanzare dell’età, ma la maggior parte di noi tende ad apprendere attraverso altri mezzi: copiare in modo cosciente, intellettualizzazione, analisi, ecc., e per questo non possiamo essere facilmente impressi come un bambino. C’è una particolare intimità “senza ostacoli” tra genitore/fratello e bambino, mentre l’autonomia che acquisiamo per raggiungere la maturità e l’individuazione ostacola una pura risposta. Si è “infettati” da chi si prende cura di noi: ho visto mio figlio fare un gesto che ho ricevuto da mio padre e lui da sua madre. Tutto senza alcuna istruzione verbale: si tratta di un particolare modo di toccarmi con un dito sopra e intorno al naso che uso quando rifletto – l’unico motivo per cui ne sono consapevole è che mio padre mi ha visto farlo e mi ha detto che anche sua madre lo faceva. Lei però è morta prima che io nascessi.

Il paradosso è che di solito confondiamo l’intimità (comunicazione senza ostacoli) con l’amore. Tuttavia, può esserci una profonda intimità tra persone che si odiano a vicenda o che sono altrimenti in una relazione contraddittoria. L’intimità può essere creata attraverso una causa condivisa, attraverso la fedeltà a qualcosa (inclusa una tradizione che si studia) e c’è un’intimità particolare che può verificarsi nelle relazioni differenziate di potere, se il “beta” nella relazione non è troppo impegnato a proteggersi dall’alfa. Il termine giapponese per questo atteggiamento è nyunanshin, una sorta di disponibilità flessibile a essere influenzato.

Nitta Suzuo & Ellis Amdur – dimostrazione di Toda-ha Buko-ryu Presso il Santuario Meiji (Anni ’80)

Quando esaminiamo come si impara in un’arte classica, di solito immaginiamo che questo processo – in cui l’istruttore dà poca o nessuna spiegazione verbale e richiede solo la ripetizione di un kata (schema) – sia lento e graduale. Quindi, la metafora che uso dell’apprendimento per osmosi è valida. A poco a poco, la conoscenza penetra dentro di te, aggirando l’intellettualizzazione e l’osservazione di sé. Si impara come un bambino impara a portare il cibo nella sua bocca con le bacchette o un cucchiaio, solo più lentamente. E questo è confermato dall’interminabile lasso di tempo che le persone impiegano per imparare un’arte classica (e onestamente, la maggior parte non la impara completamente – c’è molta più mediocrità che maestria).

Tuttavia, è necessariamente così? Le cose potrebbero accadere molto più velocemente di come accade? C’è un suggerimento nella tradizione sulla frase “ruba la tecnica”. Molte arti tradizionali hanno un culto della segretezza, perchè se un estraneo osservasse, o ancora maggiormente se provasse la loro tecnica, potrebbe acquisirla in un istante. L’ho visto spesso come una combinazione di affettazione e paranoia, qualcosa che incoraggia un attaccamento insulare, quasi simile a un culto, alla propria tradizione.

Recentemente ho avuto un’esperienza interessante che mi suggerisce che c’era di più in questo di quanto pensassi, e che, ancora una volta, c’è qualcosa di “nascosto in bella vista”. Di recente ho incontrato un coetaneo, un fratello di formazione che condivide un ryuha con me, ma si allena in un altro, completamente diverso. Stavamo “confrontando gli appunti sul bokken“, per così dire – non a livello di  shiai, ma atraverso quello che potrebbe essere chiamato te-awase  (“mani che si incrociano”). Stavamo studiando cosa succede da tsuba-zeriai, quando si incrociano le due spade (nel nostro caso attraverso potenti attacchi reciproci), e ognuno di noi si stava sforzando di ottenere un angolo vantaggioso, una deviazione, un’applicazione di forza… un qualcosa – per aprire le difese dell’avversario e tagliarlo. Stavo facendo quanto sopra ripetutamente e il mio amico lo aveva preso sul serio: ogni volta che ci riuscivo, lui “moriva”. Questo non era un problema di ego; si trattava di sottolineare un problema di sopravvivenza e lui, da professionista, ha accettato la sfida. In diverse occasioni, proprio mentre stavo per tagliarlo/colpirlo nuovamente, il mio amico mi si è scagliato contro con una risposta di riflesso, un taglio che proveniva da un angolo che non immaginavo potesse esistere. Non stava nemmeno cercando di “battermi”, non eravamo minimamente competitivi. È semplicemente che ha percepito qualcosa che era, implicitamente, un pericolo per la sua vita, ryuha. Questi sono quelli che io chiamo “pseudo-istinti”, risposte addestrate che emergono senza pensiero o preparazione. Sono stato in grado di contrastare questi tagli nell’ultima frazione di secondo utile a evitare che mi sfondasse la testa. Per un pelo.

Copyright ©2004 Jason Nachtrab

La sua formazione gli ha fornito risposte alla minaccia che io presentavo. Io mi sono sentito come se avessi perso, perché la mia deviazione era stata puramente difensiva, non difesa e offesa assieme. Se fosse stato un po’ più veloce, o un po’ più potente (e formidabile quale è, questo è certo – la prossima volta sarà più pericoloso), avrei potuto essere ferito o addirittura ucciso. E poiché aveva un vantaggio momentaneo, se avessimo continuato, avrebbe potuto sopraffarmi con attacchi successivi.

Ogni volta che un evento come questo accade durante il mio allenamento, passo alcune notti insonni. Senza scegliere di farlo, l’esperienza invade la mia coscienza. Continuavo a sentire la spada di legno a una frazione di centimetro dalla mia testa o dal collo (in un’occasione, ha letteralmente toccato la mia pelle proprio mentre ho interposto la mia arma tra la sua arma e il mio collo), vedevo l’apparenza confusa del movimento attraverso l’aria, sentivo l’improvviso cambiamento di pressione tra noi mentre ci muoviamo. Quello che NON faccio è immaginare i contrattacchi. È l’equivalente di guardare un incontro di boxe e pensare di vedere un buco in una delle difese del pugile, immaginare il tuo jab o dritto che passa, quando il concorrente di livello mondiale sul ring non è in grado di farlo. Ho semplicemente rivissuto la mia quasi morte più e più volte.

Dalla insonne ripetizione dell’esperienza nasce il sonno stesso, e in modi strani e rudimentali, mi è apparso in sogno: una vespa che volava verso il mio occhio, stare accanto a un albero che inizia a cadermi sopra, un pezzo di carta che vola sul parabrezza mentre guido, bloccandomi la visuale.

“Sword of Doom” (1966)

E il risultato? Ero a casa, diverse settimane dopo, a esercitarmi con un altro fratello di addestramento di un’altra disciplina, e qualcosa è andato assieme. Stavamo lavorando su un nostro innovativo allenamento con la spada, e non solo avevo in qualche modo elaborato “inconsciamente” le risposte agli attacchi del mio precedente compagno di allenamento, ma avevo addirittura incorporato alcune delle sue tecniche nella mia. Con una sola esperienza, ho imparato a combattere con una spada a una distanza di combattimento diversa da quella che era, fino a quel momento, la mia distanza di combattimento preferita. Non ho perso quello che sapevo prima. Questa nuova informazione si è intrecciata perfettamente nel mio corpo.

Allora come è possibile? Se ci si è allenati incessantemente con una metodologia orientata alla sopravvivenza, i componenti del cervello che si sforzano di mantenerti in vita sono in sintonia con tutto ciò che potrebbe minacciare la sopravvivenza. Che siano neuroni specchio o qualche altro fenomeno neurologico (o psico-spirituale), essi possono catturare l’essenza di ciò che minaccia la sopravvivenza.

C’è, infatti, una nuda intimità nel combattimento corpo a corpo – e nella pratica realistica di esso. La competenza non è solo abilità nel movimento o nella tecnica: la vera esperienza è la capacità di essere senza barriere come un bambino, assorbendo il mondo. La differenza è che il bambino è indiscriminato, la sua attenzione è attratta da ciò che lo affascina; qui, abbiamo addestrato una parte di noi – mente/corpo/ spirito – ad essere sempre radicalmente aperti all’affascinante possibilità della nostra morte. Per poi poter dire: “Non ancora. Ti ruberò per la mia forza e vivrò ancora un po’.”

Copyright Guillaume Erard ©2020
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Fonte: Amdur, Ellis, Steal the Technique, KogenBudo, 2020 https://kogenbudo.org/steal-the-technique/ Consultato 11/11/2020


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