L’Arte dell’Apparenza nel Karate

In quest’articolo cercherò di spiegare in maniera necessariamente semplice ma esauriente il significato del kamae in generale nel karate, e di quelli specifici e tipici del Kojoryu, secondo quanto mi è stato insegnato ad Okinawa

di ANGELO BONANNO

I Kamae del Kojoryu

Kamae è un termine giapponese che si riferisce alla postura che il corpo assume durante il combattimento, ossia il kamae non indica, come si è soliti pensare, la semplice guardia che si assume con le braccia, bensì l’adattamento di tutto il corpo alla situazione, quindi sulla base delle condizioni ambientali, fisiche e psicologiche dell’individuo nel momento del combattimento.

L’eventuale specifica della sola guardia di braccia potrebbe essere identificata come kamae-te ad indicare la “forma che la mano” assume per compiere un’azione, come proteggere il viso.

Il kamae (e di conseguenza il kamae-te), dunque, indica una situazione dinamica, in quanto la postura, in combattimento, è ovviamente in continuo mutamento a seconda di ciò che accade, e il Kojoryu è proprio un tipico esempio in cui l’atteggiamento del busto e delle braccia varia a seconda della posizione delle gambe e si adatta agli spostamenti del corpo nello spazio, in modo tale che il karateka sia dinamico e flessibile e possa adattarsi alla situazione cui va incontro.

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Il kamae è, così, estremamente legato a due concetti essenziali: tachi-waza cioè le tecniche di posizione, anch’esse ovviamente da intendersi da un punto di vista dinamico, e tai-sabaki ossia le tecniche di spostamento propriamente detto; questi due concetti, nel Kojoryu, sono governati dalla strategia detta tenshin che può essere tradotta in “modificare il corpo” e che significa che il corpo deve essere in grado di cambiare direzione in ogni momento.

Il kamae, in realtà, è un concetto che va ben oltre la mera tecnica del posizionarsi adeguatamente per combattere, e rileggendo sopra si deduce, tra le righe, che vi è un significato tecnico molto più complesso. Nel Kojoryu, infatti, viene data molta importanza, in una “fase intermedia” di studio, all’idea del kamae, tant’è che proprio i tre kata centrali del sistema, cioè Tenkan Kukan e Chikan, contengono ciascuno 4 kamae, per un totale appunto di 12 collegati agli animali dello zodiaco cinese (junishi-kamae), e ne suggeriscono le relative tattiche. I 12 kamae del Kojoryu sono unici e caratteristici del sistema, sono tecniche zoomorfiche che, durante l’esecuzione del kata, favoriscono uno specifico approccio tattico al combattimento.

Il junishi-kamae è formato da:

  1. Seishin-gata  – topo
  2. Fudo-gata  – bue
  3. Jinpu-gata  – tigre
  4. Jumonji-gata – coniglio
  5. Unryu-gata – drago
  6. Aiki-gata – serpente
  7. Te Seigan-gata  – cavallo
  8. Seiha o Dougan-gata  – pecora
  9. Tenchi-gata  – scimmia
  10. Fukioroshi o Tsuru hou-gata  – gallo
  11. Chi Seigan-gata  – cane
  12. Ichimonji-gata – cinghiale.
Kojoryu kamae-te

Un precetto tramandato all’interno del Bubishi della famiglia Kojo recita <<Le posture devono essere guidate dalla rapidità perché esse rappresentano il pensiero che si trova all’interno, se il pensiero è veloce anche le posture devono esserlo, solo così la strategia può cambiare insieme alla situazione e l’avversario sarà confuso>>. Quando i miei Sensei mi fanno allenare nei kata, però, al momento dell’assunzione di ciascun kamae, mi danno istruzioni ben precise, Hayashi Sensei mi dice spesso <<Please slow down, kamae lasts three seconds, breathe!>>, mentre Yabiku Sensei mi dice <<Here slow down, please use your breath and focus!>>. Il kamae, dunque, benchè sia un concetto dinamico, può assumere un aspetto più statico se eseguito nel contesto dell’addestramento al kata. Queste istruzioni lasciano intendere che ogni kamae (e il kamae in generale) è una tecnica che va oltre l’aspetto pratico più immediato, essa raccoglie in pochi istanti tutte le afferenze, le interiorizza ed elabora un’intenzione, ossia una risposta adeguata alla situazione.

Questo modo maggiormente complesso di intendere il kamae rientra nel cosiddetto minari-no-heiho, cioè la “strategia dell’apparenza”, il modo in cui manifestare la propria intenzione all’avversario o come realizzare la risposta alla sua azione. 

Cerchiamo di capire cosa sia questa minari-no-heiho. Questa strategia è molto antica, non se ne conosce il periodo di sviluppo, antropologicamente la si può far risalire all’ancestrale istinto di sopravvivenza, ma per quanto attiene le radici del Kojoryu essa deriva probabilmente dall’antico Shaolin quan zoomorfico. L’aspetto più difficile e più importante di questa strategia è imparare a immaginare te stesso come ti vedono gli altri. Una volta che hai realizzato questo, cambi il tuo aspetto per farti vedere dagli altri come desideri essere visto. Questo può essere realizzato in vari modi; immaginiamo un animale, un cane, che rizza il pelo e ringhia per mostrarsi più grosso e feroce, oppure pensiamo agli eserciti del passato che indossavano uniformi dai colori appariscenti e speciali copricapi, come gli elmi e le maschere dei samurai, per impressionare i loro nemici.

Nel karate, e non solo, l’idea non cambia; studiando il Bubishi della famiglia Kojo, ma anche quello classico di Okinawa conosciuto al mondo intero, ad esempio, è facile notare come le immagini in esso riportate siano espressioni grafiche di posture assunte in risposta ad un’azione di aggressione, e quelle posture celano intenzioni, ossia elementi tecnici, molto più complesse di quelle più direttamente riscontrabili o che vi siano riportate per iscritto a corredo delle immagini stesse.

Lo studio del minari-no-heiho è molto complicato, ci vuole una vita per imparare a capire e soprattutto padroneggiare questo aspetto delle arti marziali, esso è come i bunkai; Hayashi Sensei mi dice spesso <<Don’t think, run, bunkai will come>>. 

Un famoso adagio di Sun Tsu recita <<Si dice che se conosci gli altri e te stesso, vincerai cento battaglie. Se conosci gli altri ma non conosci te stesso, vincerai solo la metà delle tue battaglie. Se non conosci né gli altri né te stesso, perderai tutte le tue battaglie>>. Questo insegnamento rappresenta appieno il senso del minari-no-heiho, in quanto tale strategia non si realizza solamente nella pratica di posture zoomorfe o tecniche di spostamento, bensì racchiude lo studio di tutto ciò che favorisce l’obiettivo finale del combattimento. Conoscere se stessi, quindi, significa anche studiare e allenarsi nelle tecniche di lotta, negli atemi-waza, nell’approccio mentale al combattimento, cioè studiare la propria natura per conoscere quella dell’avversario, così il minari-no-heiho indica al karateka che egli può essere potente senza avere una grande forza fisica e che può usare questa conoscenza e questo potere per proteggere se stesso e gli altri.

Si racconta che, da soldato nelle Filippine, Kafu Kojo si trovò in un vicolo cieco circondato da un commando di soldati nemici, intuendo che questi erano pronti ad aggredirlo, assunse il seiha kamae emettendo un forte kiai, così i soldati istintivamente indietreggiarono, uno di loro si spaventò e scappò via seguito subito dopo dal resto della truppa, favorendo a Kafu la fuga dalla parte opposta.

Studiando il junishi-kamae del Kojoryu, infatti, le relative applicazioni possono essere viste in una triplice veste:

  • i kamae, all’interno dei kata, sottolineano “un’essenza”, una tattica, cioè sono dei passaggi tra combinazioni tecniche, che vanno a creare oyo più complessi
  • sono delle tecniche a sé stanti, che nascondono applicazioni ben precise
  • sono posture zoomorfiche, che sottolineano un’attitudine mentale da assumere in quel preciso passaggio, cioè in quella precisa ipotetica situazione di combattimento.

I due primi significati sono certamente quelli più plausibili, il terzo potrebbe essere solo un’idea dall’aspetto maggiormente filosofico, benché Hayashi Sensei spiega spesso al sottoscritto che tra i 12 kamae, solo tre o quattro sono quelli maggiormente utilizzati nella lotta, grazie al risvolto estremamente pratico che rivestono, mentre gli altri rappresentano specifici stati di zanshin da assumere in particolari situazioni di combattimento.

Yabiku Sensei per contro, pur mantenendo la medesima spiegazione, mi ha mostrato le applicazioni individuali che ciascuno dei dodici kamae nasconde, applicazioni relative e a difese contro attacchi ben precisi e a tecniche di kin’na-jutsu e più in generale di atemi-waza collegate ai canali energetici, avallando così tutte le teorie di cui sopra.

Studiare profondamente un “semplice” kamae, significa studiare un intero arsenale tattico-tecnico; si potrebbe azzardare nel dire che un kata è costituito da una serie di kamae, o che unendo una serie di kamae si potrebbe dar vita ad un kata. Studiare il kamae oltre l’aspetto meramente pratico consente al combattente di vedere i punti di forza e di debolezza nell’avversario e correggere i propri errori, riuscendo ad “apparire” nel modo più utile possibile durante il combattimento. L’obiettivo del minari-no-heiho è, dunque, far comprendere al karateka che guardare il tuo avversario è diverso che vedere davvero il tuo avversario; questo è ciò che separa il novizio dal maestro. 

Copyright Angelo Bonanno ©2021
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Fonti

  • Intervista a Takaya Yabiku Sensei a cura dell’autore, 2014/15
  • Intervista a Shingo Hayashi Sensei a cura dell’autore, 2016/17
  • Kojoryu Karate – Introduzione allo stile fantasma di Okinawa, di A. Bonanno, Ed. Mondadori/Collana Passione Scrittore, 2020

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