Hosokawa Hideki, Uomo e Aikidoka


Hosokawa Hideki 02

Questa intervista con il Maestro Hideki Hosokawa è stata realizzata da Simone Chierchini nel 1988 e al tempo fu pubblicata dal periodico Aikido dell’Aikikai d’Italia. Purtroppo il Maestro Hosokawa è assente ormai da parecchi anni dalla scena aikidoistica per una grave malattia che gli impedirà di tornare a insegnare. Siamo certi di fare cosa gradita riproponendo le sue parole.

di SIMONE CHIERCHINI

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Simone dice a Paolo: “Prendiamolo alla sprovvista: portiamolo a cena assieme agli altri ragazzi e tentiamo l’impossibilie: parlerà…”

“Lui” è Hideki Hosokawa, cagliaritano di adozione, ma in fondo all’animo ancora totalmente giapponese. È in Italia da quattordici anni ormai; questa terra gli ha donato una moglie e un bambino, un nome importante nelle Arti Marziali, una schiera lunghissima di allievi quasi tutti affezionati, un Dojo tutto suo da guidare e tante responsabilità da sopportare.

Il nostro non deve esser stato per lui un paese facile da capire. Almeno all’inizio. Catapultato dal Giappone della provincia alla caotica Roma in messianica attesa di un nuovo Tada, il M° Hosokawa dovette tirare subito fuori tutto il meglio di sè per conquistare il nuovo esigente ambiente. Dovette forse forzare i suoi principi aikidoistici e le sue naturali inclinazioni per offrire ai suoi allievi italiani il secondo Tada che cercavano.

Solo che ovviamente era impossibile. Quel personaggio non era il suo e il Maestro se ne stancò presto. E prese a chiudersi. Fra il Maestro incompreso e ben più misconosciuto e una piccola frangia di allievi “delusi” e superficiali si scavò ben presto un divario reso pesante anche dalla difficoltà di comunicazione. Il Dojo mangiamaestri aveva colpito ancora e la scuola centrale nel giro di qualche anno doveva perdere un grande uomo, oltre che un grande maestro, prima ancora di avergli concesso l’opportunità di mostrare il vero volto.

La testa del Maestro si fece grigia, ma non le sue iniziative: un altro porto e un’altra destinazione lo attendevano. Eccoci a Cagliari, al suo Dojo, alla consacrazione definitiva, alla famiglia e alla tranquillità. E questa è già storia di oggi.

Quanto del suo tempo sia dedicato allo studio lo dice il suo Aikido, fatto di riflessioni e paralleli. È un Aikido dotto, ricco di significati e concordanze, di richiami e allusioni. È un Aikido non facile, forse poco immediato per il meno esperto, ma profondamente affascinante per il cultore più attento. Quasi tutti i contestatori di allora hanno preso altre strade. Chi a quei tempi vedeva solo la propria difficoltà nell’adeguae le reazioni del proprio corpo alle proposte del Maestro, non può che rimpiangere l’occasione perduta. E sfruttare al massimo, oggi, ogni momento assieme. perchè si sa: il Maestro Hosokawa parla poco.

1979 Hosokawa Hideki & Simone all'età di 15 anni
Hosokawa Hideki & Simone all’età di 15 anni (1979)

È un uomo introverso e meditativo; un uomo che dà l’impressione di una profonda cultura e di una grande maturità interiore. Ma da lui difficilmente ascolterete qualcosa che possa rivelarvi questo aspetto del suo essere. Al massimo lo sentirete. È come una musica che suona presappoco così: Zen…

È così che per farvelo conoscere un po’ più da vicino gli abbiamo teso un tranello. Una cena, un gruppo di allievi, un’atmosfera cameratesca, un Maestro. L’intervista, o meglio il colloquio tra noi, è nato così, spontaneamente, quasi senza che nessuno, tranne il burattinaio, se ne accorgesse.

Post lezione.
Accogliente trattoria romana, pioggia dirompente all’esterno, fatica nel corpo, vita nell’animo. tavolino da sei sulla sinistra, Hoso a capotavola, vino bianco e penne all’arrabbiata. Chaicchiere; a turno si tiene banco.

PAOLO
… È un bel risultato per lei: 4° dan a ventotto anni! In Giappone però la strada per diventare cintura nera è più breve: i primi esami sono molto semplice, e un paio anche teorici, mi sembra. Lei,  Maestro, quanto tempo ci ha messo?

HOSOKAWA
Io un anno e mezzo. C’è una cosa però che può allungare o meno questo tempo: da noi è il maestro che invita l’allievo a sostenere l’esame. Nessuno di noi si sarebbe sognato di fare il contrario, di andare a chiedere permessi al nostro Sensei. Questo anche se poi non era lui ad esaminarci. Il che in fondo non è un male: è meglio che l’esaminatore sia un estraneo. Il proprio maestro è influenzabile, vive con noi tutti i giorni, conosce i nostri problemi, nutre simpatie ed antipatie, insomma può deviare il suo giudizio per cause estranee a ciò che vede sul tatami al momento dell’esame. Con un esaminatore esterno, invece, non ci sono alternative: egli è imparziale e quindi se non si va si è bocciati. L’esame è anche questo.

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Il maestro ritratto su una spiaggia della sua amata Sardegna

PAOLO
Ah! Non parliamo di bocciature. È proprio un tasto dolente!

SIMONE
Credo che qusi tutti ne abbiano nel palmares almeno una…

CLAUDE
Si, ma io detengo il record: sono l’unico al mondo che sia riuscito a fare due volte tutti gli esami dal 6° al 1° kyu!

HOSOKAWA
Un mio carissimo amico in Giappone ha uno strano soprannome: tutti lo chiamano Sei Volte. Perchè è sei volte che lo bocciano all’esame di Shodan! Ma lui non se la prende: dopo il rito dello “Smetto di fare Aikido!”, si tranquillizza e continua il suo allenamento, cercando di migliorare per il successivo tentativo.

PAOLO
Un esemplare più unico che raro. Per quanto mi riguarda quando fui bocciato dal M°Fujimoto, sul momento mi prese un’ira storica, rischiai l’attacco di bile. Poi, più avanti, ripensandoci a freddo  capii che qualche motivo ciò che era accaduto lo aveva. Il dolore rimane, ma il risentimento se ne va. Almeno dovrebbe, anche se mi pare che non sempre succeda. Qualche volta ho sentito gente che a distanza di anni ancora serbava il veleno…

HOSOKAWA
Chi non riesce ad accettare il risultato negativo di un esame, dovrebbe avere la forza di fermarsi un momento a riflettere su se stesso. Forse ne uscirebbe. Invece alcuni arrivano a smettere: queste persone non hanno capito e probabilmente non capiranno mai. I nostri esami non sono come l’esame di Laurea all’Università: l’Aikido non contempla una Laurea, un traguardo finale. Bisogna sempre andare avanti, e la cosa buffa è che finisce di avanzare solo chi smette di praticare… Inoltre c’è un’altra questione da tenere presente: ognuno ha il suo modo di giudicare e nessuno pretende che sia perfetto. Io certamente do sempre il massimo, ma sono un uomo, e in definitiva non posso giudicare nessuno. Ognuno dovrebbe giudicarsi onestamente da solo.

SIMONE
Ma come mai nei nostri discorsi si finisce così spesso a parlare di esami? Tutti quanti diciamo che non sono la cosa più importante, poi la fine gli attribuiamo un significato eccessivo: riversiamo sull’esame tutte le tensioni che è difficile eliminare pur in una pratica non agonistica e priva di riconoscimenti esteriori al proprio valore, come lo è  la nostra. Cioè a volte io penso che l’Aikido sia un’arte troppo raffinata e intelligente per poter essere vissuta completamente da un occidentale. Non si elimina in un batter d’occhio un retaggio secolare di aggressività ed individualismo. Cosa ci dice, Maestro, contano così tanto questi benedetti esami?

Hosokawa Hideki 04

HOSOKAWA
Credo che spesso dovremmo porci questa domanda: vogliamo fare Aikido o preferiamo passare al Judo? Ossia siamo degni di un’arte o dobbiamo contentarci di uno sport? Per definire meglio il problema degli esami, vi rammento che Morihei Ueshiba diceva che nell’Aikido non dovrebbero essercene, perchè nessuno è in grado di giudicare oggettivamente un altro. Ripeto: ognuno giudichi se stesso; allora la funzione dell’esaminatore sarà solo un pro forma e non un compito ingrato. Se vogliamo anche l’esame ha una sua importanza, perchè dovrebbe servire a sollecitare l’allievo a tirare fuori il meglio di sè, ed è quindi anch’esso un migliorare, un avanzare. Certamente per gli agonisti è più facile; esiste la tensione per vincereed il risultato è quasi sempre matematico: 2,15 contro 2,10 in alto, Ippon, 2-0, 1°-2° e 3°, medaglia d’oro e d’argento. Nello sport importa solo vincere, non importa come, non interessa se per ottenere un K.O. si distrugge un uomo. Nel Budo il discorso è diverso. Non basta far  bene shihonage; non esiste l’uguaglianza shihonage perfetto = 2,15 in alto = massimo risultato = vittoria. La parola giapponese Budo è stata tradotta bene in italiano: Arte (marziale); è un cocetto che implica una serie di categorie del tutto diverse dall’alto e basso, lento e veloce, estetico ed inestetico, forte e debole. Qui avere 20 o 40 anni, essere il più veloce del mondo, saltare 2,15 in alto non conta proprio niente. E cosa dovremmo dire poi, che chi non arriva a 9° dan non è capace di far nulla?

IVAN
Forse anche una bocciatura può essere una cosa positiva; può avere un qualcosa di utile per noi.

HOSOKAWA
Il mio primo insegnante, il M° Sasaki, mi ha insegnato questa che se vuoi è una specie di filosofia: bocciare, dire di no a qualcuno è come mettrelo in guardia per la vita. Nella nostra esistenza non si va sempre avanti. Affatto. Anche un pilota abilissimo, dopo aver percorso in scioltezza migliaia di chilometri verso la sua meta, può avere un improvviso bisogno della marcia indietro per evitare un ostacolo. Ora, una macchina che fosse sprovvista di retromarcia lo metterebbe in una situazione difficilissima.

RINALDO
È vero che una volta esistevano le promozioni sul campo? Che il Maestro diceva: “Da oggi sei 4° kyu”? Sono d’accordo con l’esame, è più completo, però entrano in ballo tanti fattori che con l’Aikido hanno poco a che vedere, tipo paura, emozione ed isteria. Anche se in fondo fallire, che so, gli esami di maturità o di assunzione è un fatto ben più tremendo.

HOSOKAWA
Mi fate sempre ripetere: se un esame è veramente importante per un uomo,  non si cerchino altri giudici; si sia forti abbastanza da formulare da soli il giudizio. Mi spiego: se io mi laureo in informatica, ma ttengo la promozione ingiustamente, per errore dell’esaminatore – quante volte diciamo: “Io ci provo” – il danno sarà solo mio. Perchè  quando una grande azienda internazionale mi assumerà, e sarò messo alla prova dei fatti, non potrò più ingannare nessuno e verrò licenziato. Insomma, l’esame non è mai perfetto; se mi posso esprimere con un’immagine, serve solo a rendere più leggero il paso a chi cammina già da sè. In Giappone nessuno avanza oltre l’8° dan. Non avrebbe senso e vi assicuro che non gliene importa assolutamente niente a nessuno. Per noi invece è fonte di meraviglia e ammirazione immediata: “Quello è 8° dan!!”. Non è detto che un 9° dan sia meglio di un 8°: ascoltiamoli, conosciamoli, anche fuori dal tatami, e poi decidiamo.

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Da sinistra a destra: Simone Chierchini, Moriteru Ueshiba, Hideki Hosokawa (Foro Romano, Roma, 1983)

PAOLO
A volte, Maestro, mentre la vedo far lezione mi viene la curiosità di sapere come era lei quando era principiante. Si, le sue esperienze, i motivi della scelta di questa attività: come si è avvicinato all’Aikido?

HOSOKAWA
La prima volta che vidi l’Aikido fu ad una dimostrazione di Kobudo. Per l’Aikido c’era il Maestro Tanaka di Osaka. La mia espressione fu quella che di solito provano gli spettatori dei nostri Enbukai: “È tutto falso!” Niente di che quindi. Inoltre i miei interessi erano già interessati sul Kenjitsu e sullo Iaido – li praticava mio nonno; quella sera l’esibizione del Maestro di Iai fu molto bella. Fu eretto al centro della piattaforma un lungo fascio di paglia. Il Maestro, urlando, calò un veloce fendente; la spada attarversò la paglia e giunse in basso, vicino a terra. La paglia rimase per alcuni secondi immobile, come se nulla l’avesse turbata; solo dopo un po’ cadde. Fu un’esecuzione perfetta. Ah! sapete quando seppi per la prima volta dell’esistenza dell’Aikido? Avevo 15 anni e trovai una specie di fumetto sulla vita di O Sensei; lo aveva pubblicato un maresciallo quando Ueshiba era militare. Mi ricordo che vi si vedeva O Sensei sollevare un uomo con un dito… Ne rimasi profondamente impressionato! O Sensei poi lo ammirai in azione l’anno successivo alla dimostrazione di Kobudo.

PAOLO
Ed era come nel fumetto?

HOSOKAWA
Eheheh! Veramente, no!

PAOLO
Il suo primo giorno di lezione fu con il M° Tada all’Hombu Dojo. Almeno allora l’Aikido le piacque?

HOSOKAWA
Giudicate voi: durante la prima lezione il M° Tada mi fece fare tenkan per due ore. Solo questo. E andò avanti così per una settimana, credevo che lui neppure si ricordasse della mia esistenza. Poi finalmente venne e mi chiese: “Ti sei annoiato? Va bene, cambia pure con questo”. E per farmi divertire, come disse lui, mi lasciò altrettanto tempo a fare kaiten. Capito? Neppure irimi-tenkan! All’Hombu Dojo a quei tempi l’irimi-tenkan non esisteva; O Sensei non ne ha mai parlato.

IVAN
Ma il principiante giapponese assomiglia a quello italiano? Stessa posa da burattino, quindi?

1987 - Marina di Massa - Uke per Hideki Hosokawa Sensei

HOSOKAWA
Certo, è proprio identico. In Giappone però chi vuole fare Arti Marziali e si appresta a iniziare ha una più vasta possibilità di scelta: Karate, Shorinji Kempo, Aikido, Kyudo, Kendo, ecc. Di solito si intraprende la disciplina praticata più vicino a casa. È una scelta quasi sempre dettata da fattori pratici, dalla comodità insomma. Sono pochi quelli che scelgono per pura passione.

PAOLO
Quando lei è venuto in Italia, il M° Tada le aveva spiegato qualcosa? Cosa si aspettava di trovare?

HOSOKAWA
Mai detto niente! Io…

***

Un fragore metallico interrompe la risposta. È la serranda che scende, e Luigi arriva con il conto. Fa niente, ormail il ghiaccio è rotto. Le nostre chiacchiere le riprenderemo all prossima trattoria.

 

Copyright Simone Chierchini ©1988
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